Gli “Altrove”.

Partiamo tutti da qui, da questo posto che attira sciagure, una dopo l’altra. Lasciamo questo luogo che nessuno vuol vedere, come se fosse il culo del mondo.

La strada si scioglieva morbida, un serpente liquido sotto un cielo che prometteva vento di Mistral e polvere da sparo. Gli “altrove” si avvicinavano seguendo un percorso perentorio, qualche istante fa erano solo un’intuizione, l’aurora di un’idea, adesso erano più vicini. Concreti. Qualche istante ancora e i loro contorni sarebbero divenuti definiti, quasi inevitabili.

Da queste parti è così che li chiamiamo “gli altrove”, perché quando ti facevi coraggio e chiedevi a qualcuno di loro dove stessero andando la risposta era sempre la stessa “Non lo so. Altrove”.

Dalla vetrata di questa locanda li vedo passare, ogni giorno, senza sosta. Una locanda in mezzo al niente, Un’interruzione dello sguardo messa lì a consolare la memoria, come una scritta su una lapide. Passano tutti di qui, “gli altrove”, a centinaia, ogni giorno. Alcuni tirano fuori un po’ di spiccioli appena sufficiente per bagnarsi le labbra, gli altri, tutti gli altri, proseguono. Oltre. Ma non ce la faccio a lasciarli scivolare via senza fare niente. E allora fanculo i soldi, li faccio bere, più che posso, non riesco neanche a contarli, li faccio bere e basta, senza chiedere nulla in cambio. Sono uno scellerato, lo so, ma proprio non ce la faccio a vederli scivolare così. Perché dovresti vederli gli occhi che hanno. Sono sguardi senza fondo, gli occhi di chi ha perso. Perso veramente intendo. Dovresti vederli quegli occhi lì. Roba da non credere. Li osservo passare mentre si trascinano dietro quel che resta della loro esistenza, qualche emozione intatta salvata dalla grandine delle bombe. E se la tengono stretta la memoria che hanno, quei ricordi che si portano via sono tutto ciò che rimane di loro. Una prova inconfutabile del loro passato.

Da qui non partono persone, da qui partono esistenze, forse speranze. Lo capisci quando provi a parlare con qualcuno di loro. Guardi quelle facce incrinate dal sole e dalla sconfitta, visi scavati nella terra arida, non ti tolgono gli occhi di dosso, quasi a spezzarti il respiro e tu non puoi fare a meno di cercare qualcosa in fondo al loro sguardo, un bagliore, l’idea di una speranza. Un sussulto che comunque non troverai.

  • Dove andate? Tutti quanti, maledizione, cosa pensate di trovare lontano da qui?
  • Altrove, andiamo altrove. Non cerchiamo niente, non ci aspettiamo di trovare niente. Prendiamo semplicemente tutto ciò che abbiamo e lo spostiamo da un’altra parte. In un’altra guerra, magari senza bombe che vengono giù a dirotto, ma sempre guerra rimane. Andiamo a farci detestare da altra gente. Persone che ci guardano con disprezzo, che parlano fra loro, ridendo di noi. Occhiate cariche di rabbia, o di paura, che di solito sono la medesima cosa, sguardi diffidenti, come se avessero il terrore costante di essere derubati di qualcosa. Stringono più forte la mano dei loro figli quando ci passano vicino, scuotono la testa e bisbigliano fra i denti anche se non facciamo nessun gesto. Allungano il passo, più veloce ancora e poi si rassicurano fra loro, che anche questa volta sono riusciti a salvarsi la pelle. Qui ci chiamate “gli altrove”, laggiù ci chiamano in centinaia di altri modi. E’ sbagliato il nostro colore, il nostro accento, il nostro odore. E’ sbagliato il nome che abbiamo, la storia che ci portiamo dietro. E’ sbagliato essere noi. Ecco, ora lo sai, è lì che stiamo andando. E’ quello il nostro altrove.

Rispondono tutti la stessa cosa, come se fosse un mantra, una sorta di formula perfetta che non ti lascia in pace. Ogni volta che la senti qualcosa, dentro, si spezza. Per sempre.

  • Perché? Perché andarsene da qui per morire ogni giorno senza fare rumore? Dimmelo, che senso ha?
  • Perché abbiamo una strada da percorrere, come tutti, ci portiamo dietro un po’ di cose a cui teniamo, un po’ di speranza, un po’ di disperazione, qualche sguardo, qualche sgomento, un odore spalmato sulla pelle, qualche graffio da occultare. Come tutti. Qualcuno prende strade sbagliate, altri si perdono, subiamo torti, come voi, e ne facciamo, proprio come fate voi. Se veniamo offesi nutriamo vendetta, esattamente come voi, ridiamo, ci disperiamo, amiamo di un amore del tutto simile al vostro. Portiamo in giro la nostra vita, come voi. E ogni giorno fuggiamo da qualcosa, o da qualcuno, esattamente come voi. E qualche volta ci vergogniamo di essere uomini. Sono sicuro che capiterà anche a voi. E allora mi viene da pensare che siamo tutti un po’ migranti. Forse noi abbiamo la consapevolezza di esserlo.

Li guardo, ogni giorno, sono centinaia, mentre si allontanano lasciando la polvere come l’avevano trovata. Se ne vanno lenti e perentori, come certi addii, che passano e portano via un frammento di te. Per sempre. Altrove.

Dedicato a chi, per un motivo o per un altro, porta in giro la sua vita.

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6 pensieri su “Gli “Altrove”.

  1. Ecco…ora ho imparato a conoscerti. Ora, leggendo, intuisco il filo conduttore, la trama, lo scopo. Ho iniziato la lettura pensando che tutti noi, anche se non lo sappiamo o facciamo finta di non saperlo, siamo un po degli “altrove” . E capire, alla fine , che questo era il tuo scopo, mi ha inorgoglito. Perché tu sei un grande dentro, Francesco, qui come altrove.

    • Ecco, il concetto era quello “facciamo finta di non saperlo”, magari per sentirci migliori di altri, semplicemente perché è più comodo così. Per il resto…grazie, per comprendere ogni volta il senso dei miei pensieri strampalati. Un abbraccio.

  2. – Da qui partono esistenze, speranze. Già… E c’è chi ancora si meraviglia della gente che – fugge via – da un luogo e si arma di zaino in spalla e tanto coraggio…
    Bellissime le righe che hai condiviso, grazie.

    Buona giornata da uno che – è già partito da un pezzo . Certe volte bisogna perdersi, solo per trovarsi.

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