…perchè avere un decanter nel comodino è inutile.

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Non riesco a spiegarmi il motivo, ma le grandi città mi mettono un po’ di inquietudine.

Prendi un uomo sulla quarantina (oh, cifra arrotondata per eccesso, intendiamoci), abituato a sguazzare come un’anguilla nella vita di provincia e portalo ad assaggiare la vita di città. Si sentirà a suo agio come Malgioglio al puttan-tour.

Si, perchè noi provincialotti non conosciamo le abitudini degli esseri evoluti che popolano l’Olimpo dei palazzoni e dei circoli culturali, che abbelliscono la “Big City” come i gerani sui terrazzi. Noi l’unico circolo che conosciamo è quello del dopolavoro della stazione e dubito che Sciascia o Montale si siano mai seduti a quei tavoli.

Ma in fin dei conti anche gli déi cittadini hanno un cuore e magari con un paio di loro sei pure amico, oddio, amico forse è troppo diciamo che qualche volta lui posa il suo sguardo misericordioso su di te, perchè in era paleolitica eravate vicini di casa.
Ebbene si, anche lui viene dalla provincia, ma nessuno deve saperlo, cavolo, ci ha messo ventidue anni a convincersi di essere degno della città, ventidue anni e una quantità spropositata di docce giornaliere, si perchè quell’odore di strade sconnesse e salmastro, di individui sempliciotti e boccaloni ti si appiccica addosso come l’aroma di olio fritto alla sagra del bombolone.
Ma alla fine c’è riuscito, si è scrollato di dosso quel fardello, si è tolto dagli occhi quel cielo, si, proprio quello che ti apriva i polmoni solo a guardarlo. Si è fatto un mazzo così per farsi accettare, per diventare “uno di loro”, uno che conta e la paura di essere additato come forestiero, emarginato e bollato per sempre come perdente, bhe, quella paura gli si legge negli occhi. E non è un bel vedere.

Ma ha l’esigenza fisica di affermare il suo successo con coloro che non ce l’hanno fatta, che non hanno avuto il fegato di rischiare e di lasciarsi tutto alle spalle, gente media con sogni medi.

Ed ecco che ci invita a cena. Sulla carta una innocua rimpatriata con un paio di amici, nella realtà è un po’ come quando il padrone del maniero elargiva elemosine ai suoi servi. E così vi presentate al ristorante “bene” del quartiere “bene”, vestiti come tre operai dell’Italsider al veglione di capodanno. Certo è un bel salto passare dalla trattoria di Alvaro “il caccola” a quel tempio della nouvelle cousine con un nome in francese che non riesci neanche a pronunciare.

Il vostro benefattore arriva con dieci minuti di ritardo e vi accoglie con un sorriso pidiellino che illumina il tavolo.

Vi sedete e il cameriere (ma sicuramente ci sarà un termine “tecnico” per chimarlo) vi porta la carta dei vini. Iniziate a studiarla con fare da finti (anzi fintissimi) intenditori e avete l’assoluta certezza che la cifra che vede di lato sia l’anno della vendemmia e non il prezzo. (anche se il simbolo dell’euro che precede il numero un dubbio ve lo insinua). Visto che voi non ci capite una mazza, lui vi toglie dall’imbarazzo e ordina un qualcosa di strano, vi pare di aver capito “spuma al cedro” ma non ne siete certi. Aggiunge anche un “per favore porti anche un decanter”. Lo stupore si stampa sui vostri volti. Come sarebbe? un posto così elegante permette che entrino i posteggiatori con la chitarra a cantare?…mah…certo il decanter neanche sapete cosa sia, al massimo conoscete “il cantero” perchè vostro nonno lo metteva la sera dentro al comodino. (insomma da noi in Toscana “il cantero” era il vaso da notte…per alcuni lo è ancora).

Va bhe, sorvoliamo, lui ordina l’antipasto e i primi, per tutti.  Voi scegliete il secondo. Rigorosamente carne. Ritorna il cameriere vestito come un ferrotranviere alla notte degli oscar e quasi estasiato esclama ” ah, la carne è la nostra specialità” che per un ristorante di una città che si affaccia sul mare è tutto un dire. “Stasera vi consiglio un battuto di carne avvolto in un pane dorato e croccante”…e così vi mangiate un paio di belle fettine panate da venticinque euro ciascuna.

Alla fine arriva il conto, l’amico di fianco a te lo legge e crede che sia il numero della partita iva, ma il vostro altolocato accompagnatore non puo’ certo esimersi dal fare il gesto eclatante, tira fuori la carta di credito e salda.

Che dire, ve ne tornate alle vostre rispettive case, lui col SUV della Mercedes, voi con la Punto mille.

E domani è lunedi e si torna al lavoro, solite facce, solite strade e per fortuna…solito cielo. Ma siete felici di non “avercela fatta”, di poter continuare a darvi appuntamento davanti al bocciodromo e di andare la domenica pomeriggio da Lapo a mangiare la schiacciatina con la torta di ceci.

La prossima volta la cena si fa dal vecchio e sicuro Alvaro e, se ci tiene così tanto, sarà il vostro amico a spostarsi da voi, certo che….”se la montagna viene da te ma tu non sei Maometto…ti conviene correre, perchè è una frana”. (Anonimo)

L’occasione fa l’uomo…ragno.

ImmaginePuo’ una giornata di merda trasformarsi in una stratosferica giornata di merda?

Ho iniziato questo post con una domanda retorica stile “I sepolcri” del buon vecchio Ugo Foscolo. Anche se, devo ammetterlo, quando sono a corto di idee ho sempre la fortuna di avere il mio fido Cupido alternativo, anzichè lanciare frecce dell’amore, lancia dardi di sterco, che corre in mio soccorso creando spunti per nuovi e scellerati articoli.

Il tutto inizia intorno alle 14:30 di un assolato pomeriggio di Luglio, riemergo dalla pennichella pomeridiana e felice come un fagiano all’apertura della caccia, mi metto alla guida, con il volante che si sta per squagliare, aria condizionata a palla e Radio Subasio abbestia.

Tutto sembra procedere secondo i piani, a parte il forte odore di pollo strinato dovuto all’improvviso incendiarsi dell’Arbre Magique al gusto cane bagnato, finchè dopo aver imboccato la quattro corsie direzione sud un rumore sinistro si manifesta dentro la ruota anteriore sinistra. Alla piazzola, possibilmente libera, mi fermo e controllo. Ok ad una prima occhiata niente di che, avrò beccato il fagiano sfuggito al bracconiere. Invece no, riparto e realizzo che il pennuto gallinaceo aveva salvato le piume, in compenso io avevo beccato un ferro con conseguente squarcio sulla gomma. Così, ad una prima riflessione, avrei preferito il contrario.

Ok, con molta calma, apro il mio breviario e inizio a leggere con certosina precisione tutte le espressioni da scaricatore di porto livornese che mi sono appuntato in anni di onorata carriera, giusto per essere sicuro di non tralasciarne nessuna. Una volta espletata questa fondamentale pratica di autocontrollo, Mi guardo intorno per cercare una soluzione. (e possibilmente un aiuto)

Ora, io non so se vi è mai capitato di dovervi fermare in superstrada (da noi si chiama ” Variante”), ma non in una superstrada qualsiasi, ma nel tratto San Vincenzo – Follonica, in piena provincia labronica. La scena pressappoco è questa: passa il camionista, ti razza facendoti barba e capelli, ti saluta con la mano e se ne va, passa una pattuglia dei carabinieri, rallenta, quasi si ferma, te mostri patente e libretto, a fiducia, loro fanno un cenno con la testa e accellerano mettendo la sirena, passa il buontempone che ti vede in piedi vicino alla gomma bucata, lui abbassa il finestrino e ti grida “falla tutta !!!”, sta pensando che tu stia pisciando alla ruota, come il cane, passa il secondo camionista che ti chiede “quanto vuoi per fartelo mettere dietro?”, tu rispondi “no guardi, è il pneumatico anteriore quello forato, dietro sono nuovi”, lui addenta il panino con la porchetta e ingrana la marcia, passa l’altruista, si ferma, scende, scuote la testa e dice “eh, brutta roba, il mese scorso è capitato anche a me”, non muove un dito, si fuma una sigaretta, lancia il mozzicone nel campo sottostante e se ne va dispiaciuto. Infine passa lo scemo del villaggio, ti scatta una foto, la condivide su facebook e dopo sette minuti ci sono già altri trentadue scemi di altrettanti villaggi che hanno messo “mi piace”. (questa l’ho scopiazzata, ma non sarò incriminato per questo).

Il mio spirito di osservazione mi fa capire che dovrò cercare di cavarmela da solo.

Svuoto il bagagliaio dai centoquarantacinque cataloghi e ventisette borse, alla ricerca della ruota di scorta, del cric e di qualche altro attrezzo di cui ignorerò l’utilizzo. Tabula rasa. Della ruota neanche l’ombra, cazzo, il concessionario se l’è fregata, lo chiamo incazzatissimo, lui mi fa gentilmente notare che sul mio modello di auto è previsto il…..kit di riparazione e gonfiaggio. Riprendo in mano il breviario dello scaricatore e ripasso gli ultimi due capitoli. Capirai, c’ho messo sette anni per capire come andava montato il cric, figurati quanto ci metto a impiegare la fase di gonfiaggio, che a ripensarci adesso, quasi quasi era meglio se accettavo l’offerta di quel camionista che insisteva per darmi una pompata.

Studio le istruzioni dellìinfame marchingegno. Innesto lo spinotto A nell’accendisigari, il tubo C di plastica alla valvola B della ruota, giro la chiave per dare corrente, sto per accendere, ma vengo preso dal panico, non oso spingere il pulsante M di alimentazione, per sicurezza decido di chiamare “il mi’ babbo”.

Ultimamente quando gli squilla il telefono e vede il mio numero perde tre mesi di vita. Infatti non risponde. Decido di giocare sporco, lo chiamo in modalità “nascondi numero” e per sicurezza decido di fare l’accento svedese (come Fantozzi). Il poveruomo ascolta la mia disavventura, sento che anche lui sfoglia il breviario e recita un paio di strofe (lui ha la versione bignami comprata sulle bancarelle del lungomare). Dopo mezz’ora arriva in mio soccorso e lui a differenza degli altri, si ferma e mi aiuta, confesso che non lo davo per scontato. Controlla, stranamente ho montato tutto bene, mi domanda perchè non ho iniziato a gonfiare, vorrei dirgli che conoscendomi temevo di saltare per aria e nell’eventualità mi sembrava brutto farlo da solo, ma evito e mi rifugio in un “temevo di fare dei danni”. Ovviamente non si gonfia niente, la gomma ha un taglio che sembra fatto da Freddy Krueger. Tocca chiamare l’assistenza stradale, la signorina gentilissima e con accento lombardo mi dice che sta contattando l’officina convenzionata più vicina, devo solo fornirle l’indirizzo esatto. Capirai, sono su una quattro corsie con i campi dalle parti e il mare in lontananza, lei mi chiede il numero civico più vicino, sto per riaprire il breviario ma lei si rassegna e sospirando “va bene, mi dia almeno il nome del comune e la provincia”. Qui si scioglie un po’, inizia a fare public relation, dice che sono cose che capitano e che in fondo abito in una bella zona e che il tempo è bellissimo, e che…e che coglioni, chiama l’assistenza che di solito il tempo sarà anche bellissimo ma qui è tutto nuvolo, ci sono fulmini poco incoraggianti e, anche se non sono il colonnello Giugliacci, prevedo che fra due minuti verranno secchiate d’acqua. (perchè come dice Frankestein Junior “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”) e infatti ha iniziato a piovere.

Nel frattempo si sone fatte le cinque del pomeriggio, vedo in lontananza il carro attrezzi, in quel preciso momento mi squilla il telefono, è il cliente col quale avevo l’appuntamento alle quindici e trenta, incazzatissimo (tanto per cambiare) “oh, ma dove sei?, sei sempre il solito, accidenti a me che continuo a farti gli ordini, come?, hai forato?, dai ganzo, non vedo l’ora di arrivare a casa e leggere il post che scriverai, se non lo fai ordino alla concorrenza” Click. telefonata terminata.

La faccio breve. Sono arrivato all’officina autorizzata, il titolare mi spiega che era “autorizzato” al soccorso stradale ma non a cambiarmi la ruota, con venti euro si lascia corrompere e mi monta un copertone di una Duna del 1987, guidando a trentuno chilometri orari e con il foro anale talmente strinto che non ci sarebbe passato neanche uno spillo, giungo dal mio gommista di fiducia. Diciamo che ormai sono diventato socio dell’officina, dietro la scrivania dell’ufficio c’è la foto di Napolitano e subito sotto ci sono io. Il capo mi spilla qualche foglio da cinquanta euro, mi stringe la mano e mi dice “oh, dai, non rassegnarti, finchè tu sei sulla strada io non navigherò nell’oro, ma diciamo che mi garantisci una certa tranquillità finanziaria”.

Dai, mi sono dilungato un po’ troppo, ma la vicenda era troppo ghiotta per non scrivere niente. E poi si sa…l’occasione fa l’uomo…..