In attesa di Atlantide.

Foto presa dal web, che l'ha presa...chissà dove.
Foto presa dal web, che l’ha presa…chissà dove.

Da qualche tempo a questa parte i miei post nascono di notte, o almeno, si affaccia qualche idea che metto in un cassetto sperando di ritrovarla la mattina successiva. non sempre è li ad aspettarmi, a volte c’è ma ha cambiato pelle.

Non sono sicuro che la notte porti consiglio, spesso porta qualche preoccupazione in più, ansie che durante il giorno riesci a mascherare perchè nascoste sotto la coperta degli impegni, del “va tutto bene” o dei “ci penserò domani”.
Ma di notte i pensieri escono allo scoperto, così come le nostre emozioni e si prendono gioco di noi togliendoci con forza le mani dagli occhi per costringerci a prendere coscienza del loro peso.
Si, di giorno ci trasformiamo in fuggiaschi, capaci di eludere qualsiasi forma di sorveglianza, ma al buio i posti di blocco non sono visibili e la nostra evasione termina nel commissariato delle decisioni non prese con una bella lampada da cento watt puntata negli occhi.

Ma pensandoci bene di notte siamo tutti un po’ meno bugiardi, forse perchè si ha l’illusione che sia tutto un sogno e allora ci lasciamo andare un po’ di più, convinti che il peso delle nostre parole possa dissolversi con il suono della sveglia. E ci viene più facile confidarsi, perchè la notte ha il potere di forzare un po’ di più la serratura dell’animo umano e ci esponiamo, ma raccogliamo anche pezzi di vita altrui, della persona che ci sta ascoltando, che prova magari le nostre stesse sensazioni e si sente altrettanto libera di raccontarci un po’ del proprio universo.
Quel buio è nostro complice rendendoci allo stesso tempo confessati e confessori. Come quando da ragazzo facevo il gioco della verità e quando era il mio turno chiudevo gli occhi, perchè se non vedo chi mi sta di fronte, forse neanche lui vede me e allora, per tre minuti netti, non esisto e posso mostrarmi per quello che sono, che appena li riapro è tutto superato ed è già il turno di quello a fianco.

Le mie amicizie più forti sono nate di notte, i miei amori più travolgenti si sono consolidati dentro gli abbracci dell’oscurità, i miei pianti più disperati sono esplosi con gli schiaffi del buio. Non credo siano semplici casualità.

Le persone di notte sono più trasparenti, si incontrano senza pregiudizi, si parlano, si raccontano, si perdonano i vizi. Da qualche parte ho letto che “la notte è una tasca rivoltata”, ed è vero. Non c’è bisogno di fingere, perchè nessuno ci giudica, ognuno porta in piazza le proprie emozioni, un pò sgualcite, rammendate, tutte quelle fragilità che di giorno rimangono sommerse. E non ha importanza se “la piazza” è un bar, una spiaggia, un’auto, una chat, vale tutto, si, di notte vale (quasi) tutto. Parli con qualcuno e te ne freghi se è un ladro, una puttana, un impiegato di banca o l’infermiera di un matto; di notte il conto in banca non serve ad un cazzo, siamo tutti sott’acqua, esploratori alla ricerca di Atlandide, e la troviamo, incredibilmente la troviamo, nella pazienza di qualcuno che ha voglia di ascoltarci. Protetti dall’oscurità entriamo nel “Bar della rabbia” e lì scopriamo che ce ne sono altri, e sono tutti in attesa, e aspettavano noi. Perchè di notte qualcuno che aspetta lo trovi sempre e per stabilire un contatto non serve granchè, basta un fischio, un gesto con la mano, un sorriso, un click su “invia”.

Noi uomini di notte siamo più veri, più sinceri, più liberi di manifestarci per quello che siamo, senza la fatica di doversi mostrare forti a tutti i costi.
Perciò che siate nostre amiche, amanti, fidanzate o impiegate dell’agenzia delle entrate, fateci parlare, approfittate del nostro momento di tregua dalla battaglia e, se potete , fate in modo che ciò che ascolate nel miglio verde rimanga nel miglio. Noi lo faremo, statene certe.

E adesso….”click”.

“Di notte si ascolta molto meglio il mondo, perché il sapore del mondo se n’esce forte, acre, profondo. Di notte le cose parlano. Di notte gli uomini ascoltano e le cose parlano. La notte è il tempo dell’impercettibile. Ci sono colori nella notte. Ci sono tutti i colori del buio. Ci sono incontri nella notte. Ombre che diventano giganti, così grandi che ci sembra di non avere le braccia abbastanza lunghe per poterle abbracciare.” Mario Pollo.

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La bottega delle occasioni perdute.

Immagine presa da internet (come sempre)
Immagine presa da internet (come sempre)

Come alcuni di voi sapranno, sono reduce da due settimane di corso di formazione aziendale. Detto così potrebbe sembrare una cosa di una noia mortale, forse a tratti è vero. Ma alcuni argomenti che i formatori si sono prodigati ad inculcarci forzatamente mi hanno colpito.

Uno su tutti è il concetto di “zona di comfort”. La zona in cui ognuno di noi si sente fuori pericolo, dove il nostro istinto si sente al sicuro. Al suo interno non ci sono insidie, niente trucchi, musica giusta, sfumature giuste e soprattutto…ci fai entrare solo chi vuoi tu.
Un paradiso costruito su misura. Già…e rimanerne intrappolato è un attimo.

Perchè essere sotto l’effetto della morfina è piacevole, ma crea dipendenza.
E allora tendiamo a stare il più a lungo possibile nella nostra gabbia dorata,
E magari tendiamo a farci entrare sempre meno persone, e quando escono ci sentiamo sollevati. È la nostra coperta di Linus, la nostra zona consacrata, il nostro “fido, rinforzi” di Risiko.

Lì dentro siamo inattaccabili, invincibili, condottieri indiscussi del nostro tempo. Sarebbe da folli uscire allo scoperto, mettersi in discussione, confrontarsi e magari uscirne pure sconfitti. Si, da scellerati proprio.
E allora a volte ci capita di sprofondarci dentro, di cadere in una specie di depressione mentale dalla quale non abbiamo voglia di uscire. Non ce ne frega niente se fuori c’è “tutto un mondo da scoprire”, noi stiamo bene nel nostro mondo, nella nostra “zona rossa”. E senza rendercene conto rimaniamo lì, magari a scaldare i motori, senza riuscire ad alzarsi in volo, come lucciole dentro un bicchiere, come promesse mai mantenute.

I nostri rituali possono diventare la nostra condanna. Percorrere sempre le stesse strade, sedersi sempre sulla stessa poltroncina, guardare sempre lo stesso cielo. In questi giorni mi sono reso conto che se magari prendo il coraggio a due mani e sposto la mia reflex, la foto potrebbe essere migliore, o magari no, ma se non provo non lo saprò mai. Ho provato un paio di volte a mettere il naso al di là del mio cerchio rosso, e sapete…non è poi così male come pensavo, certo, le tigri pronte a sbranarti ci sono, ma poi impari ad evitarle. Come diceva William Shed “Le barche nel porto sono al sicuro, ma non per questo sono state costruite”. Capisci che forse la tua zona di comfort potrebbe espandersi un pò, magari potrebbe pure incontrare quella di qualcun altro, della tipa seduta al tavolo a fianco a te, per esempio. Potresti alzare lo sguardo, un passo oltre, potresti abbozzare un sorriso, un passo oltre, potresti dirle ciao e capire che sei lontano mille miglia dalla tua zona di comfort, ma non te ne frega niente, perchè lei ti ha risposto e non hai bisogno di chiedere i rinforzi come a Risiko. (Liberamente ispirato ad uno scambio di commenti con Vetrocolato)

Inutile fare gli ipocriti, non è facile stare la fuori, e sicuramente avere la nostra free zone è indispensabile, ma sarebbe un peccato rendersi conto un giorno che la nostra bottega delle occasioni perdute è colma all’inverosimile, perchè è frustrante vivere di rimpianti, avere sul tavolo un cumulo enorme di “se avessi” imprigiona lo sguardo e ci impedisce di vedere oltre. Sbriciamo oltre il confine, al di là del muro non ci sono solo avversari, ma anche un numero infinito di compagni di viaggio. Come ho già detto in altri post, siamo tutti animali sociali, creati per stare insieme a qualcuno, per contaminare i nostri confini.

Diamo pure a qualcuno quelle dannate chiavi per entrare nella nostra zona quando vuole. Perchè magari non ce ne siamo resi conto, qualcun altro lo ha fatto con noi.

E allora alziamo lo sguardo e abbozziamo un sorriso, che forse la ragazza del tavolo accanto non aspetta che questo.

“I nostri dubbi sono dei traditori che ci fanno spesso perdere quei beni che pur potremmo ottenere, soltanto perchè non abbiamo il coraggio di tentare.” William Shakespeare.

Esserci non è un dettaglio.

Ci sono, anche se sembra il contrario, sono qui. E intendiamoci, non lo dico per chi mi legge, lo dico per me, perchè ogni tanto devo ricordarmelo, perchè in questi giorni vivo in una realtà quasi parallela, una non realtà, una sorta di servizio militare nel quale sei quasi obbligato a farti piacere i tuoi compagni di viaggio e ammettiamolo, ci riesci pure discretamente.
Sono giorni strani, intensi, faticosi, giorni che sottendono grandi aspettative, ma proprio come durante il servizio militare, hai la consapevolezza che quando tornerai nella vita realè, ecco, si, lì saranno cazzi.

E allora te li godi, cerchi di marchiarti a fuoco più dettagli possibili, perchè quando ti volterai indietro a guardare, saranno quelli a ricordarti i momenti migliori.

Già i dettagli. Quegli inutili aneddoti, che si spegneranno lentamente, che pian piano andranno a perdersi nella nebbia, ed è per questo che dovremmo ricordarli spesso, per non farli ingrigire, perchè come tutte le cose a questo mondo, anche i dettagli sono legati a qualcuno ed è sempre un peccato lasciar andare qualcuno senza lottare, senza un fottuto ultimo disperato tentativo di trattenersi.

Si, questi sono i dettagli, piccoli pezzi sparsi di un mosaico che ogni giorno perde un paio di tessere.

Ecco, tutta questa paraventata era per giustificare la mia assenza, per lavarmi la coscienza se mi limito a dispensare qualche “mi piace” e nulla più, era per dire che ci sono, non lo sto dicendo a voi, era per ricordarlo a me stesso. Io ci sono. Sto soltanto facendo scorta di dettagli.

Una persona fondamentalmente sicura non si angustierà se dettagli o questioni minori si riveleranno contro le aspettative. Ma, alla fine, i particolari sono importanti, il modo giusto e quello sbagliato di agire si trovano nelle piccole cose“. Yamamoto Tsunetomo.

Cerca di battere il tempo giusto.

Questo è un post scritto in ritardo, perchè sono così, non mi adeguo a vivere in quattro quarti, spesso mi muovo in sei ottavi e non è sempre facile, non è sempre piacevole. Si perchè se non vai a tempo disturbi, se anticipi ti prendono per il culo, se suoni l’accordo alla battuta successiva storcono il naso, non sei credibile.

Ma come sempre me ne frego e allora eccomi, sull’onda di un’emozione che chissà da dove è uscita, a spendere un pensiero per un artista che ho vissuto, ma, a suo tempo non ho apprezzato, perchè anche lui viveva in sei ottave e allora era un delirio, uno troppo avanti (lui) e l’altro troppo indietro (io).

Uno di quegli artisti che quando lo senti cantare scuoti la testa, non vedi l’ora che scenda da quel maledetto palco, che sparisca dietro le quinte, lui e il suo ridicolo cilindro, i suoi abiti da buffone di corte. E si, ti infastidisce, non lo ammetterai mai, ma non sopporti le sue insulse filastrocche, già, quelle rime irritanti che ti inchiodano ad una realtà che non vorresti, si ti infastidisce perchè non si schiera, ma non rinuncia a denunciare lo schifo che ti circonda.

E allora prendo spunto da una poesia che lo celebra e in questo assurdo post nel cuore della notte mi lascio trasportare, che forse alle tre di notte posso permettermi di scrivere qualche stronzata in più. E se non posso…pazienza.
E allora trattengo un attimo il fiato per dirti che Agapito Malteni parte ancora da Torre a Mare con il locomotore sotto mano, e ci sale l’emigrante e passa da Taranto e Ancona, adesso c’è un nuovo capofortuna, ma non è cambiato granchè, stanno ancora fabbricando case e non smetteranno mai di farsi affascinare dai viaggi a Khatmandu.

No, lo vedi, non è cambiato un cazzo, e tu lo sapevi già, forse è per questo che te ne sei andato prima, si, forse questo è un mondo che vive solo in quattro quarti, perchè è più facile tenere il tempo, perchè non serve essere dei geni per stare “al passo”, perchè chi te lo fa fare di andare contro tempo, perchè se batti un tempo diverso se ne accorgono subito e difficilmente la passi liscia. E magari ti lasci trascinare dagli eventi.

Ma sai che ti dico? Forse loro non lo sanno, ma tu non sei passato, lasciali illudere e continua a sbeffeggiarli, che il tuo ghigno fastidioso è ancora qui, che alla fine avevi ragione tu, che quelli come me l’hanno capito in ritardo, ma quelli come loro non lo capiranno mai

Questa era parte della mia emozione, adesso è meglio mettersi a dormire, che domani devo fingere ancora di vivere in quattro quarti, ed è veramente una bella fatica. Perchè io mica ce l’ho il tuo coraggio.

Oh, dovunque tu sia, ciao Rino.

“C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta.”(Prima di suonare Nuntereggae più durante un concerto del 1979)

P.s. Questo post avrei dovuto scriverlo il 2 Giugno, perchè 33 anni fa quella era la data, sono un pò fuori tempo. Pazienza.