Nina con l’ossigeno che ha.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Vai verso la fontana e lancia una moneta. Lei sarà paziente, starà lì ad aspettare il tuo ritorno, come le cose che ti lasci alle spalle, come le persone a cui dici addio. Che non dicono niente, dissimulano i dispiaceri, ma un po’ ci sperano di poterti rivedere.

Se mai ti capitasse di passare di qua non aspettarti cose enormi, che qui la gente fa poco rumore, ma se hai voglia di vedere ci trovi Nina appesa ai bordi dei portici, seduta, immobile come le statue in fondo al mare. Ha fatto fuori un impostore e un grande amore, cose di poco conto tutto sommato. E’ fuggita da una città grande come un dispiacere, ha messo un paio di libri in una borsa, un paio di ricordi inutili, un paio di giorni perfetti per farsi male, un paio di pillole per attutire i boati dei respiri.  Ha stretto tutto con un nodo nervoso, uno di quelli che non fanno entrare l’aria, di quelli che devi accontentarti dell’ossigeno che c’è. E alla fine impari a non sprecarne neanche un po’.

Nina la guardi e lo capisci che lei è così. Lo capisci che vive con un nodo nervoso che le stringe la vita. E non passa l’aria. Lei è così. Nina vive con l’ossigeno che ha.

Se per errore o per fortuna ti capitasse di passare di qua non aspettarti strade trafficate, che qui la gente sceglie con cura i percorsi da seguire, ma se hai il fegato di sfidare le apparenze ci trovi un testardo. Lui sta in piedi, appena oltre il buio di un portone. Sta lì e guarda l’orizzonte. Ogni tanto sospira, parla poco, annega in bestemmie di catarro, un sigaro nella mano destra e lo spray contro la morte nella sinistra.  Quando riesce a far circolare il fiato nei polmoni racconta di una nave, di un timone da tenere stretto come un crocifisso, di tempeste che sfuggono all’umana percezione. Racconta di una donna lasciata ad aspettarlo nelle viscere di un paese senza porti in cui attraccare. Dice di averla lasciata lì, come si fa con le schegge sottopelle, che le tieni a tormentarti ancora un po’, perché è così deve essere, le lasci lì sapendo che non smetteranno mai di aspettare che tu le vada a liberare.

Questo è Alberto, ma chiamatelo capitano, non puoi sbagliarti, sta in piedi e guarda le altre vite passargli davanti, guarda i muri, i passanti incatenati nei loro paltò, guarda le mani degli amanti, che è da come si incrociano le dita che si intuisce il loro destino.

Alberto lo guardi e lo capisci subito ciò che vede. Lo capisci che indovina i destini della gente, perché lui comanda ancora la sua nave. Alberto è un testardo e in tutte quelle vite che gli tagliano l’orizzonte lui si ostina a guardarci dentro. E a vederci il mare.

Se per un imbroglio del destino ti capitasse di passare di qua portati dietro tutta l’esistenza che hai, non lasciarne indietro neanche un pezzo, che qui non puoi barare, qui non c’è nessun colpevole, qui siamo tutti in attesa di giudizio, di una sentenza che forse neanche arriverà. Questa è la sacrestia della cattedrale, l’angolo nascosto allo sguardo dei passanti.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Perciò non esitare, vai verso la fontana e lancia una moneta, seguine la traiettoria. Adesso non ti resta che aspettare il ritorno di qualcuno.

Nina e Alberto si sono amati davvero, di un amore travolgente e disperato. Si sono amati ma non lo ricordano più. Si sono ritrovati in questo posto, in mezzo ad altri folli come loro, come pesci in un acquario. In questo angolo di vita parallela che molti chiamano manicomio.

Ma voi che siete sani non stateli a sentire, loro sono solo due attimi sfuggiti al normale corso del tempo. E fra questi muri, in queste stanze che sanno di disinfettante e inganni della mente, ogni giorno si ritrovano, quasi per caso, senza accorgersi della reciproca presenza, a gettare una moneta nella fontana del cortile. Ne seguono il volo e un attimo prima che il metallo venga inghiottito dall’acqua Alberto stringe i pugni, guarda oltre il cancello e si ostina a vederci il mare. Nina sente l’anima leggera, sente il nome di qualcuno salirle per la gola, ma poi trattiene il fiato. Godendosi l’ossigeno che ha.

“Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.” (Arthur Schopenhauer).

In un posto come questo dobbiamo aggrapparci alla nostra vita che seduce..

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