Carolina Mai abbastanza.

mai abbastanza

Carolina parla poco e cammina senza far rumore, si nasconde dalla vita perché non è come vorrebbe, perché non riesce a smettere di sentirsi in difetto. Non riesce a sentirsi mai “abbastanza”. E nessuno sa perchè, ma lei sussurra una canzone.

Lei cammina e va lontano, ma mai abbastanza, lei lavora e sputa l’anima a lavare i pavimenti, a lustrare le maniglie di portoni, che custodiscono famiglie in doppiopetto, che salgono le scale e la salutano come quando accarezzi la testa di un cane, come quando sorridi come a dire “ti guardo per sentirmi migliore, ti guardo ancora per convicermi di nuovo”. Lei china sulla scale sputa l’anima e i sospiri d’ammoniaca e se lo chiede e sottovoce si risponde “mai abbastanza”.

Carolina occhi scuri come il fondo della notte, si ferma un attimo e ti guarda come a dire “non azzardarti far domande, non devi accorgerti di me, è inutile che insisti, non ti lascerò entrare”. Ti sorride come a dire “adesso lasciami passare, come i viaggiatori alle stazioni, che appena son passati non ricordi neanche il viso, neanche il suono della voce, neanche se siano mai esistiti veramente”.

E si guarda Carolina, nello specchio dell’ingresso e vede zigomi sabbiosi come le dune che scalava a dieci anni, vede guance screpolate, come gli affreschi nelle chiese sconsacrate, che ti senti a disagio solo a vederle a lontano. Dovrebbero esserci anche gli occhi, forse nascosti chissà dove, ma tira a indovinare, meglio non rischiare di incrociarli in quello specchio, che lei lo sa che fanno male, ti si piantano addosso, ti tormentano, ti ricordano che respiri ancora. Decisamente è meglio non rischiare.

Carolina che tiene un diploma e trenta grammi di speranze in un cassetto, che se lo apre sente l’odore di quei giorni di risate, di pasticcini e luci al neon e tutti a dire “adesso sì che sei speciale, adesso esci e fatti valere e trova un uomo e metti su famiglia, che è così che si deve fare”.

Ma lei già lo sapeva di non esserne capace, di non sapere come fare, di non essere mai abbastanza.

Lei ha un figlio che ha vent’anni, vive a Londra per amore e un marito di quaranta fuggito chissà dove e non è vero che il tempo cura le ferite, per lei ogni giorno che finisce non fa altro che aumentare il sale sulla pelle, i pensieri fanno male e si piazzano di taglio sul respiro, come i gradini che torturano le ginocchia. Che a pensarci la sua storia è un po’ così, un dolore lieve e costante, che ti logora e ti scava, implacabile, incessante.

Carolina che si sdraia sulla sera, come fanno le tovaglie sopra i tavoli, quelle che sono un po’ fuori misura e lasciano uno spigolo scoperto alle intemperie. Si sdraia per abitudine, in un silenzio devastante, in una solitudine che disturba.

Tiene una foto sotto al cuscino, c’è un bambino che sorride, ha i suoi, occhi neri come il fondo della notte, lei si raggomitola i pensieri e si addormenta sussurrando una canzone. Il mondo fuori è soddisfatto. Carolina mai abbastanza.

La canzone che sussura l’ha sentita un giorno, chissà dove e fa così: Da adesso in poi.

“Come le lampade hanno bisogno di petrolio, così gli uomini hanno bisogno di essere nutriti di una certa quantità di ammirazione. Quando non sono abbastanza ammirati, muoiono”, (Henry de MontherlantPietà per le donne).

Dedicato a tutti quelli che non riescono a vedere il proprio valore.

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Giovanni Mezzomago.

mago

Giovanni si trascina per le strade con un mantello nel taschino e una chitarra sulla spalla, si dondola i pensieri appeso ad un’altalena.

Voleva essere solo un mago, incantare serpenti e sguardi di orizzonti, lui, mezzo sangue e mezzo vento, mezza vita da riempire. Regalare stupore agli occhi dei presenti, passare attraverso muri e angosce, confini e risate.
Far apparire pianeti e visioni, paure e illusioni, ricordi e colori.

Giovanni fra le note, a salire sopra un palco, con il mitra sotto braccio, che dispensa incantesimi e canzoni, senza cilindro nè bacchetta, ma con la voce lancia coltelli e pozioni, Giovanni che soffia aria dentro agli occhi, sopra i visi di quel pubblico pagante, che lo acclama e lo pretende, che gli chiede meraviglie, quel popolo irrequieto che reclama nuovi sogni.

Giovanni sognava una vita all’arrembaggio in giro per il mondo, spingere note jazz dentro un sassofono, far scorrere le dita sopra una tastiera. E invece si ritrova con un’esistenza intera passata a girare per le strade di quartiere, a far scorrere le mani sopra la canna di un fucile e le sue dita a premere il grilletto. Che in certi mondi a nessuno frega un cazzo se sei bravo in incantesimi, conta solo restare vivi, conta solo farsi rispettare.

E Giovanni ne ha piantate di pallottole nei cuori, come bersagli al tiro a segno, ne ha toccati di petti senza vita, come fossero maglioni sui banchi del mercato, da quando aveva dodici anni è cresciuto senza padre, è cresciuto senza anima, è cresciuto rubando sogni altrui e ne ha rubati talmente tanti che non riesce più a contarli. Talmente tanti che ha soffocato i suoi, sotto cumuli di vendette e disperazione.

E ogni volta che il proiettile partiva tornavano alla mente le parole di suo padre “la vita di un uomo si vede dal modo che ha di ballare. Tu balli come se non ne avessi il diritto”. Ha deluso le persone che voleva avvicinare, è riuscito a farsi odiare quando cercava un po’ di sole, ha fatto scorta di parole per i vuoti da riempire.

Adesso è padre e guarda il mare, il suo animo è completo, non fa più tuonare il suo fucile, ha trovato la sua pace, i suoi nemici sono lontani se ne è perso anche l’odore, la sua guerra è ormai finita come il giorno all’orizzonte e questa sera così chiara lascia solo un misero ricordo degli spari e delle urla, come il raggio verde del tramonto.

Sull’altalena c’è sua figlia che guarda indietro e che sorride, c’è sua moglie sulla spiaggia che li osserva da lontano. Non conoscono la storia, sono ignare sul passato, non immaginano il tempo in cui tutti lo chiamavano “il drago senza cuore”, non lo devono sapere. lui ha ripreso anche a suonare e fare incantesimi a metà, si rifiuta di ballare. Per loro sarà sempre Giovanni mezzo mago.

“I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso” (Milan Kundera).

Perché ognuno ha la propria guerra da combattere – Talkin’ bout a revolution.