Tutta colpa di Foppa Pedretti.

Ci sono domande che attanagliano il genere umano fin dalla notte dei tempi:

«è nato prima l’uovo o la gallina?»,

«come si è formato l’universo?»,

«la Juve quest’anno vincerà la Champions?».

Ma la regina di tutte le questioni irrisolte che ci perseguita dai tempi di Neanderthal è:

«perché un uomo deve accompagnare la sua fidanzata/moglie/compagna in giro per negozi?».

Voglio dire, apparentemente non c’è uno straccio di motivo valido.

È giusto annotare che il comportamento del maschio alfa che si trova nella situazione di accompagnatore cambia radicalmente con il prolungarsi della relazione amorosa.

Di solito c’è un rapporto direttamente proporzionale tra i due fattori: più la relazione è lunga, più lui si rompe i coglioni fuori dal negozio.

Questo ineluttabile assioma cartesiano è facilmente individuabile mettendosi seduti su una panchina della via principale di una qualsiasi città e osservare. Tra l’altro, Cartesio non si è mai sposato. Per dire.

Nelle coppie appena formate, quelle che sono nel pieno dell’esaltazione amorosa, per intenderci, il soggetto maschile è fiero ed entusiasta di accompagnare la sua metà della mela in un qualsiasi negozio. Indipendente che al suo interno ci siano prodotti cosmetici o cure omeopatiche per le ragadi anali del volpino di pomerania, Il paladino dell’amor cortese avrà un sorriso a tremila denti e pronuncerà frasi del tipo:

«certo passerottino, scegliamo insieme il mascara, sarò onorato anche di darti il mio parere sulla tonalità dello smalto che più ti si addice». Poi però, gentili donzelle, non vi lamentate se il vostro cavalier servente inizierà a farsi le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Dopo circa due anni dall’inizio della sfavillante storia d’amore l’accompagnatore baldanzoso ed entusiasta si trasforma in un “servo muto”. Avete presente quella specie di appendiabiti che si trova nelle camere da letto? No, non ha i pedali, quella è la cyclette.

L’uomo all’alba della biennale della relazione sembra l’albero delle idee di Foppa Pedretti. Tiene appese alle braccia buste di ogni sorta, la borsa della compagna tenuta a tracolla e prega il cielo di non avere un’erezione per non fornire altri appigli.

Lei deve avere le mani libere per esaminare la mercanzia, lui la testa occupata per non coniare nuove bestemmie.

Dal quinto al settimo anno di relazione l’accompagnatore assume le sembianze di pastore maremmano. Aspetta fuori facendo la guardia al malloppo, perché entrare in un negozio con merce comprata altrove “pare brutto”.

Lo scodinzolante guardiano rimane immobile in un angolo, all’ombra se è fortunato, altrimenti a schiumare Sali minerali sotto il sole a picco. Lei nel frattempo entra a dare un’occhiatina.

In realtà l’ingresso del negozio è uno stargate.

Una volta varcata la soglia il tempo non segue più un percorso lineare. Lei gira fra le corsie in quell’atmosfera ovattata di pizzi e merletti e musiche di Radio Subasio. I minuti vengono percepiti come battiti di ciglia e raggiunge l’uscita convinta di aver girato l’intero negozio in uno schiocco di dita. Per lui che invece aspetta fuori, l’attesa sembra infinita. Il suo tempo segue quello della sua natura di canide e un’ora ne vale sette. Il povero animale da compagnia può trascorrere le vacanze estive aspettando il ritorno della sua dama. Alla fine dell’attesa lo ritrovano immerso in un lago di sudore come le mozzarelle Santa Lucia.

Dal settimo al decimo anno le soste nei negozi diventano, per l’incolpevole convivente, come le stazioni della Via Crucis. Di solito infatti il pover’uomo cade tre volte sotto il peso del fardello che trasporta. Nessuno lo deve aiutare ad alzarsi altrimenti verrà squalificato come Dorando Pietri alle olimpiadi del 1908. Non può bere né mangiare e se per caso si azzarda a pronunciare con un filo di voce frasi del tipo «cara, ti voglio un bene dell’anima ma mi sarei leggermente rotto i coglioni», sarà immediatamente additato come eretico e fustigato in pubblica piazza.

Dopo i dieci anni di relazione l’uomo busta sapiens inizia a prendere coscienza di sé.

Familiarizza con altri individui della stessa specie, scambiandosi opinioni e battute sui vari culi femminili che solcano l’orizzonte. Molto spesso organizzano tornei di calcetto lungo la via principale, usando le buste della Benetton come pali delle porte e la lampada “luna piena” della Maison du monde come pallone.

Alla luce di queste considerazioni, il primo pensiero che nasce spontaneo è:

«ma chi ce lo fa fare?».

In effetti, noi portatori seriali di buste, progettiamo rivolte, inneggiamo alla lotta di classe e formiamo gruppi sovversivi su whatsapp per combattere lo sfruttamento a colpi di meme.

Ma alla fine desistiamo dal procurar battaglia e rimaniamo nella nostra condizione passività. Però non ci sottovalutate, la nostra non è mancanza di coraggio.

La verità è che evitiamo lo scontro perché loro, l’altra metà del cielo, hanno una cosa che noi voglia tantissimo e no, non è il telecomando di Sky.

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La besciamella divina.

Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, con mamma, nonna e zia. Figlio unico e nipote unico, mio padre si manifestava all’ora di cena e non seguiva le dinamiche famigliari. Lui lavorava.

Tutta questa frequentazione femminile mi ha portato a carpire i segreti più nascosti della tradizione culinaria. In pratica quando entravo in cucina nei giorni di festa era come entrare in massoneria.

La ricetta che più ha segnato la mia infanzia è quella della besciamella. Non tanto per gli ingredienti ma per la preparazione del prodigioso impasto. Era un rito esoterico, chi riusciva a farlo entrava di diritto nell’albo degli alchimisti del ventunesimo secolo.

Mia nonna era la gran visir, la mamma e la zia le sue fedeli adepte. Il rituale era pressappoco questo.

Prendi un pentolone, lo fai scaldare a fuoco lento, ci butti dentro una adeguata quantità di latte. farina, sale e noce moscata. Il burro no che faceva grasso e basta e comunque per dolce c’era il mascarpone, quindi andava bene così.

Una volta preparata la pozione arrivava la fase più delicata, mescolare gli ingredienti. C’erano regole ben precise, se sbagliavi qualcosa la besciamella “impazziva” e la nonna si incazzava come una cavalletta. (impazziva, dal greco “or’a son’o ca’zzi” = faceva i grumi).

In questa situazione di terrorismo psicologico era fondamentale scegliere la persona giusta addetta al mescolamento.

Innanzi tutto doveva essere una donna, fin qui niente di particolare.

Non doveva avere il ciclo. O meglio, non doveva averlo lei, ma neanche le sue parenti fino al terzo grado. Qui iniziava un giro di telefonate alle cugine, alle zie lontane, alle sorelle delle cugine perché non si sa mai. Roba del tipo «Pronto, scusa se ti disturbo, quando ti sono venute l’ultima volta? Ah, ok, ma sei regolare? Mi leggi i valori delle ultime analisi?». Ci sono massaie che hanno preso una laurea in ginecologia prima di poter fare la besciamella. Ma non era finita qui, se qualcuna delle assistenti aveva il ciclo non poteva per nessun motivo avvicinarsi e tantomeno toccare la persona addetta al mescolamento, pena sfilata per le vie del centro con la lettera scarlatta C di “ciclo”.

Seconda regola fondamentale: l’impasto andava girato solo e soltanto con la mano destra. La sinistra era quella del diavolo, i mancini erano figli del demonio e infatti facevano delle besciamelle di merda. Se vi sposate con una donna mancina fatele cucinare il cinghiale, l’abbacchio, il pesce siluro, il gatto Silvestro, qualunque cosa ma mai le lasagne. E soprattutto se notate che inizia a parlare azteco rivolgetevi a un esorcista. Questa cosa di mescolare solo con il braccio destro ha portato le massaie ad avere un bicipite tipo Silvester Stallone in “Over the top”.

Terza regola: girare il mestolo in senso orario. Se lo giri nell’altro senso dai uno schiaffo alla Madonna. A questo punto io me ne uscivo sempre con la stessa affermazione «Nonna, dipende da dove si è seduta la Madonna, se sta a sinistra il ceffone lo becca ugualmente, no?» La nonna mi guardava come se mi fossi pulito le scarpe sulla tovaglia di lino, si faceva il segno della croce alzando lo sguardo verso il soffitto e parlando sottovoce direttamente con l’Interessata, poi si rivolgeva a me dicendo «Se continui così vedrai cosa ti succede». Io la sera andavo a dormire con il terrore che mi venisse il ciclo.

Quarta regola: la “mescolatrice” non doveva togliere lo sguardo dalla pozione. Poteva sbattere le palpebre, ma non più di una volta al minuto. Non di rado venivano chiamati i cronometristi della federazione internazionale di atletica per prendere i tempi. Come scattava il sessantesimo secondo nella stanza rimbombava un «Sbatti!». L’addetta alla mescolanza doveva essere indifferente a qualsiasi distrazione, al telefono che squillava, alle richieste di soccorso e alle corna di Ridge durante la centoventisettemilionesima puntata di Beautiful. Di solito la mescolatrice veniva isolata tramite l’inserimento della testa dentro un casco da parrucchiera impostato sulla modalità di rumore “Reattore nella valle dell’eco”.

Quinta ma più importante regola. La regola regina: se sei arrabbiata la besciamella “impazzisce”. Vale anche se inizi calma e ti incazzi mentre mescoli. Quindi l’ordine era di parlare sottovoce, niente movimenti bruschi e se non potevi fare a meno di parlare alla mescolatrice dovevi prima fare un’ora di meditazione zen e poi rivolgerti a lei con «Cara perdona la mia invadenza… » Era consigliabile farlo con un sorriso devoto, a mani giunte e possibilmente essere in odore di santità.

Se tutto andava bene la mescolatrice veniva portata in trionfo per tutto il quartiere, con caroselli e cori da stadio tipo “Siam venuti fin qui, siam venuti fin qui, per mangiare lasagne così”.

Adesso le cose sono cambiate, le famiglie sono meno numerose, c’è il padre che lavora, la madre che lavora e i figli che non si riesce a capire se siano destri o mancini perché usano lo smartphone con entrambe le mani. Ma non dobbiamo disperare, oggi esiste la “mescolatrice” perfetta. Non ha il ciclo, mai, non è mancina, gira l’impasto in senso orario, non si distrae per nessun motivo al mondo e non si incazza neanche se lasci la tavoletta del water alzata. Costa più di mille euro e si chiama Bymby.

Fa un impasto strepitoso, niente da dire, ma io continuo a sognare le donne della mia famiglia e la loro besciamella della Madonna.

Pane, mozzarella, yogurt e maledetto ultimo quindici.

Per noi ragazzi degli anni ’80 una delle soddisfazioni più grandi era riuscire a risolvere “il gioco dei quindici”. Per quelli cresciuti a Playstation e YouPorn (che quindi non lo sanno), il mitico “quindici” consisteva in un rompicapo: una tabellina di forma quadrata all’interno della quale c’erano 15 tessere numerate da spostare e mettere in ordine da 1 a 15, per l’appunto. Ok, detto così sembra una cazzata, ma vi assicuro che c’erano persone che organizzavano caroselli in piazza e fuochi d’artificio ogni volta che riuscivano a risolvere il diabolico giochino.

Era tutta una questione di logica e mosse giuste. Arrivavi all’ultima tessera e ti ritrovavi il 15 al posto del 14, ma era quasi fatta. Spostavi il 12, facevi posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… partiva il trittico magico:  “vaffanculo”- cazzotto sul tavolo – giochino di merda rinviato di piede a 90 metri. Stile Dino Zoff.

Non c’era niente da fare, arrivavi ad un passo dal traguardo, sbagliavi una mossa e ti si incasinava tutto. Un po’ come nella vita.

Ecco, dovessi fare un paragone con i tempi moderni, direi, senza ombra di dubbio che “il gioco dei quindici” è come fare la spesa al supermercato con il Salvatempo. Qualcosa di apparentemente innocuo, innocente e rassicurante, praticamente Maculay Culkin in “L’innocenza del diavolo”. Vediamo nel dettaglio il dramma umano che può abbattersi su un uomo medio italico alle prese con questo strumento del Maligno.

Il preludio alla tragedia inizia con toni soft, come in tutti i film horror che si rispettino.

Sono le undici di una domenica mattina, c’è il marito sul divano, la televisione sintonizzata sull’oroscopo di Paolo Fox di bianco vestito che pronostica, con una certa soddisfazione, una settimana di merda per i segni d’aria, per quelli doppi in particolare, per i gemelli nello specifico. Ma non per tutti i gemelli, solo per quelli seduti sul divano alle undici di mattina. La moglie è in cucina, cioè, la moglie del tizio sul divano è in cucina, quella di Paolo Fox invece starà sicuramente riposando perché fa un lavoro particolare, che la tiene fuori la notte. No, non è l’astronoma. Torniamo a noi, l’atmosfera pre-prandiale della piccola famiglia viene bruscamente interrotta da una frase proveniente dalla cucina e che per il marito “divanato” ha lo stesso effetto che ha il fischietto ad ultrasuoni sui i cani. Che non capiscono bene da dove arrivi, ma sanno che seguirà una rottura di palle. La frase in questione è «Se per caso esci mi servirebbe…». Il finale non importa, ormai l’uccello padulo ha già spiccato il volo e si sta inesorabilmente avvicinando. L’uomo perde conoscenza per ventidue secondi e quando torna in sé capta soltanto «… tanto fai presto perché c’è il salvatempo». In altre parole, il povero martire dovrà andare al supermercato sotto casa a fare la spesa. Oddio, “la spesa”è una parola grossa, deve comprare pane, mozzarella e yogurt. Non necessariamente in quest’ordine.

Pane, mozzarella, yogurt. Pane-mozzarella-yogurt. Panemozzarellayogurt. Ce la può fare. Per sicurezza però si scrive il biglietto con la lista. Anzi, lo fa scrivere alla moglie. Perché in questo caso il biglietto non serve a ricordare i prodotti da comprare (#panemozzarellayogurt) ma sarà usato come prova regina a favore dell’imputato durante il processo protocollato come “ti sei dimenticato lo zucchero”. Eh no signor giudice, il foglietto parla chiaro “panemozzarellayogurt”, le altre parole indecifrabili sono imprecazioni scritte da me durante il tragitto casa-banco frigo, che comunque sono completamente estranee a questo dibattimento. Quindi, cari amici uomini, mai, e dico MAI, buttare la lista della spesa nell’immondizia. Va conservata vent’anni, come i pagamenti del 7 e 40.

Quando state per uscire la vostra compagna di vita vi ricorderà di prendere il telefono, voi non sapete il motivo, ma lei sì. Bene, siete pronti. Panemozzarellayogurt non ti temo.

Il nostro eroe giunge all’ingresso del supermercato. L’entrata è luminosa e accogliente, le porte si aprono automaticamente e una brezza di lavanda e rosmarino lo spinge a varcare la soglia.

È iniziato “il gioco dei quindici” e i primi quattro numeri sono andati via lisci. Grazie al cazzo, sei appena entrato.

La prima vera difficoltà consiste nel prelievo della pistola Salvatempo. Il problema è che ce ne sono centinaia, una parete intera di pistole da fare invidia al poligono di tiro di Pontedera Il nostro impavido ne prende una a caso. Bloccata. Prova con un’altra. Bloccata. Legge le istruzioni sul pannello, passa la tessera del supermercato sotto la banda luminosa e… non succede niente. Riprova, una pistola si accende, ok, il caricatore è pieno. Che guerra sia..

Inizia a scivolare con la schiena lungo le pareti dei surgelati, fa capolino per controllare il campo, poi impugna la sua arma con entrambe le mani e la punta verso il pensionato al banco dell’insalata gridando «Crepa fottuto vietcong!».

Il nostro cowboy continua a ripassare mentalmente la lista “panemozzarellayougurt”, rilegge il biglietto, perché non si sa mai. “Pane, porcatroia, mozzarella, merda, che coglioni, yogurt, Paolo Fox untore”.

Prende il numeretto per il banco del pane.

«Mezzo chilo di pane», chiede alla commessa che lo guarda con compassione.

«Pane come? Casalingo, rosetta? Baguette?», risponde la stronzetta con occhi beffardi. Ma che ne so, pane, maremma maiala, pane e basta. Pensa lui digrignando i denti.

«Casalingo… », risponde infine con la voce rotta da un brivido di terrore.

«Sì, ma casalingo chiaro o casalingo scuro?», rilancia la bastarda.

«Ma lei lavora insieme alla moglie di Paolo Fox?», chiede lui facendo scrocchiare le nocche delle mani.

«Come dice?».

«Ho detto, casalingo chiaro, per favore. Però me lo deve lanciare gridando “pool” così lo prendo al volo con il Salvatempo».

Ok, sistemati anche i numeri da 4 a 8. Il nostro giochino procede.

Panemozzarellayogurt.

E’ la volta della mozzarella. Lì, il nostro tiratore scelto, si ricorda le parole di sua madre quando lo mandava a prendere il latte e lui usciva con il terrore di incontrare Gianni Morandi. «Prendi quello dietro che scade più tardi». Probabilmente lo stesso principio si può applicare anche alle mozzarelle.

Panemozzarellayogurt.

Ecco, il nostro condottiero è arrivato alla scelta dello yogurt. Ma quanti tipi ne fanno? Ai frutti di bosco, a tutti i tipi di frutta di tutto il Fantacazzobosco, vegetali, senza latte, col bifidus, leggero, alto, basso, grasso, snello, brutto, bello, Riccardo, Riccardo (che quello fa i corredi ma mi sta sui coglioni come il bifidus). Yogurt! Sant’iddio, che ci vuole? Prendi un barattolo bianco, un pennarello indelebile e ci scrivi sopra “Yogurt”, con lo slogan “C’è questo, se non ti piace vaffanculo”.

Panemozzarellayogurt.

La lista della spesa è finita! Sistemati i numeri da 9 a 12! Ormai ci siamo.

Il nostro beniamino si avvicina alla cassa quando improvvisamente… gli squilla il telefono.

«Ciao, sei ancora lì?, perché mi servirebbe il lievito di birra». Lei lo sapeva che ti sarebbe servito il telefono, ricordi?

«No, mi dispiace, sono appena uscito, ma se vuoi torno dentro, rifaccio tutta la fila, c’è tantissima gente, forse qualcuno non sopravviverà, ma se ti serve torno dentro».

Il lievito di birra non ha la più pallida idea di cosa sia e poi il nostro paladino è astemio e la birra proprio gli fa schifo.

Ok, dopo lo scampato pericolo non rimane che andare alla cassa e pagare. Il 13, 14 e 15 e il rompicapo sarà risolto.

Ma chi decide di schierarsi dalla parte del crimine brandendo la pistola del Salvatempo deve essere emarginato. Non ha diritto a interagire con una cassiera in carne e ossa, è obbligato a usare il suo ultimo proiettile sparando contro un monitor cercando di colpire il bersaglio con la scritta “Concludi la spesa”. E non ci pensare neanche a fallire il colpo. Non esiste una seconda chance. Il nostro novello Capitan Futuro chiude l’occhio sinistro, mano sul grilletto, fiato sospeso, un condor vola alto nel cielo. Bang! Bersaglio centrato. Colpito e affondato.

Ma qualcosa va storto. Il monitor inizia a diventare rosso e lampeggiare, una sorta di allarme atomico che destabilizza tutti i presenti. Il nostro Actarus di Ufo Robot si sente al centro dell’attenzione come quando da bambino fece la pipì nella vasca della piscina e l’acqua si colorò di un verde acceso. Ma quella era semplice ammoniaca a contatto con un reagente qui si tratta di… RILETTURA!!!

E’ qualcosa di umiliante, la rilettura, come se ti dicessero «hai la faccia di chi ha tre omicidi sulla coscienza. Meglio controllare», non ispiri fiducia. E allora il nostro Terminator inizia davvero a sudare freddo, gli passa tutta la vita davanti, inizia a ripercorrere a ritroso ogni singola mossa dal momento in cui ha messo piede in quel maledetto supermercato. «Ci sarà caricato anche il pensionato? Ho sparato al culo della commessa, se ne accorgeranno?».

Il controllo va buon fine, nessun reato evidente riscontrato. Ora il nostro Power Ranger può uscire.

Il 9 va al suo posto, il 10 e 11 lo seguono, il 12, il 13, solo il solito 15 al posto del 14.

Già, l’uscita. Il nostro maschio alfa arriva al cancelletto automatico ma… non si apre! Il primo istinto è scavalcarlo ma il direttore del supermercato lo sta guardando con un’espressione che dice «se ti azzardi a farlo ti mando a schiacciare i ricci col culo». E’ in confusione, chiede l’aiuto del pubblico ma quelli alzano il dito medio, non rimane che la telefonata a casa. Senti che il telefono sta squillando, dall’altra parte una voce amica non dice neanche “pronto”, ma esordisce con  «devi mettere il codice a barre dello scontrino sotto il lettore. Lo sapevo che non ero uscito, ti aspetto a casa, dobbiamo parlare».

Finalmente hai il via libera, ma non puoi prendere la porta a sinistra perché è riservata all’ingresso, quella centrale è volutamente occultata da due piante di baobab, alla tua destra ci sono le frecce con scritto “Partenza” tipo Il gioco dell’oca. Ho visto gente che per uscire dai supermercati è salita sul tetto dello stabile chiedendo un elicottero e una Alfa Sud con 120 mila euro nel bagagliaio in banconote di piccolo taglio. La fuga non è mai andata a buon fine perché dove cazzo la trovi una Alfa Sud di questi tempi?

Incredibilmente il nostro Ranatan arriva a casa ma il pane casalingo doveva essere di quello scuro, la mozzarella è scaduta da tredici minuti, perciò quando l’hai presa era ancora buona, è scaduta a te! E lo yogurt doveva essere quello da bere e non in vasetto.

E allora al nostro Medioman non rimane altro da fare se non spostare il 12, far posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… “vaffanculo”-  cazzotto sul tavolo – rinviare lontano il giochino di merda. Stile Dino Zoff.

Il sabato viene sempre prima della domenica.

I giorni della settimana vanno via lisci. Sveglia alle sei, quaranta minuti per passare dalla tazza della colazione a quella del cesso, un’ora per arrivare sul posto di lavoro, rientro a casa per cena. Un saluto a mia figlia, che nel frattempo è cresciuta di due millimetri e mezzo, uno a mia moglie, che non è cresciuta in altezza ma in luminosità e l’ultimo saluto al cane, secondo componente di sesso maschile della famiglia, adottato con il chiaro scopo, mio, di pareggiare i conti e non essere più in minoranza. Dopo due mesi il tenero cucciolino aveva già capito come girava il mondo e mi ha trascinato dal veterinario sotto casa per farsi castrare.

Tutto questo si ripete in loop e mi sembra di essere Drew Barrymore in Cinquanta volte il primo bacio se non fosse che lei ha le tette. No, quelle le ho anch’io. Se non fosse che lei non ha la barb… no, neanche. Se non fosse che lei ha i capelli. Ecco.

Sembra tutto abbastanza ripetitivo ma poi arriva il sabato. E lì le sicure abitudini vengono sbaragliate. Il sabato mattina mia figlia va a scuola ma io non lavoro, quindi posso dormire di più. Cioè, potrei. Alle sette in punto suona la sveglia, teoricamente è per la fanciulla e la mamma, ma mi sveglio io. Qui iniziano i dilemmi. Se mi alzo per andare in bagno scatta la tagliola del «dato che sei in piedi la accompagni tu?». Non sono in piedi!, mi sto trascinando verso il bagno perché ho la vescica come una zampogna, ma il piano era di rimettermi a dormire. Di solito la mia coscienza mi morde forte e rispondo con un «certo tesoro, mi sono alzato per quello». Accompagnando la frase con un cazzotto virtuale allo spigolo della porta per sfogare l’amarezza, che tanto è buio e nessuno mi vede.

Oppure c’è il piano B: fingere spudoratamente di dormire. Qui apro una piccola parentesi.

Ogni tanto mi capita di andare a letto quando lei sta già dormendo. Sì bambini, dopo aver sfatato il mito di Babbo Natale è giunto il momento di darvi un’altra delusione: le mamme dormono! E se le svegliate si incazzano pure e nella loro semi incoscienza sono capaci di dire cose che a confronto Jack lo squartatore è il nonno di Heidi. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te falla ubriacare? È una stronzata pazzesca. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te svegliala nella fase rem. Quindi quando entro in camera, al buio, cerco di fare meno rumore possibile. Perché la verità mi farebbe male, lo so. In poche parole mi trasformo in un ibrido fra un ninja e un anticristo. Cammino in punta di piedi, livello di rumore tendente allo zero decibel, al secondo passo pesto la presa multipla del televisore, rumore esterno zero decibel, rumore dell’intima imprecazione diecimila decibel; poi è la volta di un classico, il mignolo contro lo spigolo del letto. Qui il rumore blasfemico deve essere un po’ più alto perché vibra leggermente la porta a vetri, faccio per entrare nel letto e do una testata al manubrio della cyclette. Ancora nessun suono esterno, stavolta non parte neanche l’imprecazione al divino perché perdo conoscenza. Ci addormentiamo così, io e il mio trauma cranico.

La situazione cambia quando il sabato mattina io fingo di dormire e loro si alzano. Sembra di stare al mercato rionale del pesce azzurro mentre passa la banda di paese con gli sbandieratori di Siena. Luci che si accendono e si spengono creando un mix tra San Siro e il Cocoricò, porte che sbattono, frasi lanciate per il corridoio tipo «hai preso la merendaaa?», «mamma che scarpe mi devo mettereee?», «uomo in mareeee». In mezzo a tutto questo ci sono io che ormai ho affinato la tecnica dell’opossum: mi fingo morto.

Il sabato mattina va via così, con me che giro per casa come se avessi l’hangover cronico fino all’ora in cui esco per andare a prendere mia figlia a scuola. Perché, i maschi alfa me ne daranno atto, il sabato mattina i padri vanno a prendere i figli a scuola. Senza se e senza ma.

E in quei quaranta metri quadri di cortile che ti separano dal sangue del tuo sangue le differenze fra uomini e donne emergono in tutta la loro magnificenza.

Le donne fanno gruppo, si scambiano opinioni, stringono alleanze. Nei cortili della scuola le donne decidono chi mandare al governo. E ci riescono.

Gli uomini no, noi ci salutiamo a malapena, abbiamo cose molto più importanti a cui pensare. Noi mandiamo culi nei gruppi whatsapp, ascoltiamo messaggi vocali a tutto volume perché ancora non abbiamo scoperto che se metti l’iphone all’orecchio puoi sentirlo solo tu senza rompere i coglioni a nessuno. Noi uomini interagiamo con altri simili, ma a distanza, come se guardare in faccia qualcuno mentre si parla ci inibisse. E allora rimaniamo lì con il nostro surrogato di vita in mano ad aspettare di essere risvegliati da una voce familiare che ci dice:

«Ciao babbo».

«Ciao tesoro, com’è andata a scuola?», diciamo, senza alzare lo sguardo dal telefono.

«Bene».

Perché va sempre bene. Cazzo, quando andavo a scuola io mi facevano un mazzo come un portaombrelli.

Arriviamo all’auto, i padri più compassionevoli portano lo zaino dei figli ma continuano a mandare messaggi whatsapp. Guidiamo fino a casa concentrati sulla strada, parcheggiamo, riprendiamo lo zaino, perché siamo persone di cuore e terminiamo la conversazione “culi n’aria”. Arriviamo in casa e nostra moglie ci guarda strano ma non ne capiamo il motivo. Poi vediamo nostra figlia che si manifesta nell’angolo buio della cucina. Qualcosa non torna, ci voltiamo verso la persona che ci ha accompagnato nel tragitto scuola-casa guardandola in faccia per la prima volta e tutto si fa chiaro. Ho varcato la porta d’ingresso tenendo per mano un dodicenne rumeno.

Ma tutto è bene quel che finisce bene, il pomeriggio del sabato fila via senza troppi sobbalzi, l’adolescente rumeno è stato riconsegnato ai legittimi genitori che in cambio mi hanno dato due forme di kashkaval, il nostro caciocavallo, ma rumeno. La domenica finisce prima di riuscire a dire apericena e in un attimo sono pronto a rientrare nei panni di Drew Barrymore, con qualche capello in meno.

Ogni tanto però mi sveglio in piena notte, mi siedo sul letto e sento i respiri della casa, quello di mia moglie vicino a me, di mia figlia nella stanza accanto, quello dell’eunuco quadrupede, non so neanche che giorno della settimana sia, non ha importanza, noi continueremo ad affrontare all’infinito il sabato mattina. Come se fosse il primo.

Il nostro duemila.

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La mia generazione ha perso, diceva Gaber. Forse è vero, forse no, ma sicuramente non è tutta colpa nostra.

Noi l’impegno ce l’abbiamo messo davvero, siamo stati sognatori e realisti, dolci e spietati, agguerriti e accomodanti. Ma lo facevamo nei momenti sbagliati, eravamo fuori tempo, sempre una battuta dopo o una in anticipo, andavamo in sette ottave mentre il mondo si sa, gira solo in quattro quarti.

Abbiamo avuto speranze e delusioni, siamo scampati alle stragi di mafia, alle moto senza casco e alle auto senza airbag, c’è andata di lusso. Giravamo spensierati per le vie della stazione alle due di notte e nessuno ci ha mai minacciato con una siringa, giocavamo nei cortili fangosi senza prendere nessuna malattia fulminante, e la terra dei fuochi era ancora un paradiso di cui andare fieri.

Noi siamo quelli che si ricordano la pipa di Pertini e che sanno terminare lo slogan “se ti piace la frutta….”. Quelli che sono cresciuti con l’idea di “casa e bottega”, che già andare al liceo a dieci chilometri da casa era roba da grandi. Quelli che le torri gemelle se le ricordano infilate in un paio di pantaloni di Jeans in una pubblicità della Lee.

Ci abbiamo provato veramente a lottare per i nostri ideali, volevamo cambiare il mondo, ma non ce l’hanno mai permesso, noi andavamo con i megafoni e loro con i bazooka, ed è un vero peccato, siamo sopravvissuti ai Sanremo di Pippo Baudo ma ci siamo arresi al primo Batman di Anagni che passava di qua. Abbiamo vinto i mondiali contro la Germania, ma mentre Zoff alzava la coppa qualcuno di loro ci stava rubando il portafoglio.

Ma noi siamo ancora qui, stiamo facendo il nostro viaggio con il nostro sogno preso a nolo, qualcuno sta senza aprire bocca per dare un senso a tutto, e cerchiamo di capire quale sia la posta in gioco, sperando di trovare quella risposta che non c’è, quando ci chiederanno se siamo esistiti per davvero.

Ma forse siamo ancora in tempo, forse qualcosa si è salvato, non voglio crederci che sia tutto perduto, si, il duemila è arrivato e se n’è andato senza lasciare traccia, ma il nostro duemila è ancora per strada, noi siamo migliori di quello che ci vogliono far credere, siamo quelli che non vanno alle feste romane vestiti da maiali, quelli che considerano Cesare Battisti un terrorista e non un artista (checchè ne dicano i francesi), quelli che imprecano ma alla fine il canone rai lo pagano.

Noi che ci aggiriamo intorno agli “anta” senza il manuale di istruzioni, che ci stupiamo ancora con poco, e facciamo sempre quella faccia un pò così, come quando abbiamo visto per la prima volta Pippo Baudo con i capelli bianchi, che odoriamo ancora di Bar Sport e di tornei di calcio balilla
Perchè forse abbiamo perso le nostre scommesse e non cambieremo proprio un bel niente, ma finchè anche noi riusciremo a non farci cambiare, se saremo capaci di restare aggrappati ai nostri principi, finchè ci sarà qualcuno che riuscirà a dire certi “no”, ecco, alla fine, ne sono certo, a modo suo, la mia generazione avrà vinto.

Aspettavamo il Duemila

Fate l’amore, non fate i Furby.

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Non è solo la fretta ad essere cattiva consigliera, lo è anche la paura.

Da qualche tempo la principessina di casa manifestava richieste di “fratellanza” e non in senso cristiano del termine. Aveva fatto capire a chiare lettere che le sarebbe piaciuto abbandonare il suo status di figlia unica per potersi prendere cura di un nuovo cucciolo. Stavolta umano.

Le tecniche per cercare di convincerla a desistere sono state molteplici, ma vane, lei minacciava ripetutamente di “chiederlo a Babbo Natale”, come fece a suo tempo per Cicciobello pipì popò.
Trovandomi in piena crisi di panico, anche perchè Babbo natale notoriamente non si fa mai i cavoli suoi, ho sfoderato tutte le mie doti diplomatiche, degne un console americano nella striscia di Gaza. “Guarda che poi di notte si sveglia e piange”, “userà tutti i tuoi giocattoli, facendoli a pezzi peggio del mostro di Firenze”, “la mamma non avrà più tempo per te perchè dovrà prendersi cura di lei” (perchè nel frattempo aveva anche deciso che doveva essere una sorellina).

Alla fine la tattica ha dato i suoi frutti: “ok babbo, niente sorellina, voglio il Furby!!!”

“Ottimo, mi pare un giusto compromesso”, pensava il povero uomo illuso.

Passato il terrore di un nuovo periglioso cammino fatto di pappette e pannolini, adesso vivo con l’ansia dell’urto accidentale.
Entrare in casa, stravaccarsi sul divano, dare un colpo con il gomito ad un sacchettino di pulci azzurro di Prussia, sentire una voce aliena che dice frasi sconnesse come l’onorevole Razzi quando parla della patrimoniale e leggere lo sgomento sul viso di mia moglie…è un tutt’uno!
Già, perchè questo stronzetto di robottino è estremamente subdolo, lui non dorme! MAI!!!, lui sonnecchia, come gli operai dello stabilimento Solvay durante il turno di notte. Basta un minimo rumore, tipo il cane che scodinzola e lui si riattiva (come i bambini), dovrai insegnargli a non fare i rutti a tavola (come ai bambini), chiede da mangiare in continuazione (come i bambini), più gli parli e più lui impara (come i bambini) e se gli tiri la coda scoreggia (qui la differenza sta solo nell’avere la coda)…perciò tanto valeva avere un bambino, se non altro la fase di…”inserimento pile” sarebbe stata sicuramente più soddisfacente.
Poi ha molteplici personalità, la più gettonata sembra essere il “figlio di mignotta”: chiede di essere abbracciato e mentre lo fai lui ti sfila il portafoglio e cambia il nome alle cose, tipo “finanziamento pubblico” con “rimborso elettorale” e “ICI” con “imu/tares/tarsi/suppostone”.

Cercando su internet ho trovato testimonianze deliranti: qualcuno l’ha chiuso nell’armadio, ma lui continua a parlare, altri l’hanno messo in punizione perchè ha ruttato in Duomo durante la Santa Messa natalizia, altri ancora stanno pensando di darlo in affido a un’altra famiglia.

Io lo confesso, mi ci sto affezionando, ormai è diventato uno di noi e dopo che si è addormentato durante il pranzo di Natale rincoglionito dai discorsi della suocera, ho deciso di inserirlo di diritto nello stato di famiglia.

Per stare al sicuro però seguo tre semplici regole: mai esporlo alla luce, mai farlo bagnare, mai nutrirlo dopo mezzanotte.
Perchè come dice Giobbe Covatta “nella città di Sodoma nessuno si affacciava al davanzale perchè anche in famiglia ci si fidava poco”.

Pillole di saggezza livornese

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Ok, dopo un certo numero di post semi-seri è giunto il momento di scriverne uno “cialtrone”.

Allora, ormai credo che sia chiaro a tutti che sono toscano, i più perspicaci avranno capito anche che vivo in provincia di Livorno. Ebbene, questo post vuole essere un omaggio alla mia città/provincia, perciò ho deciso di aumentare le vostre conoscenze culturali illuminandovi su alcuni pittoreschi modi di dire che potrebbero tornarvi utili nel caso vi capitasse di passare da queste parti. Detto in altre parole vi sto fornendo una mini guida per evitare perculeggiamenti trovandovi a parlare con qualche indigeno di queste zone.

Innanzi tutto, evitate assolutamente di “parlare bene” degli abitanti della provincia di Pisa, diciamo che…non corre buon sangue (per usare un eufemismo), in campo culinario potete andare sul sicuro ordinando un bel piatto di cacciucco e poi andare dal Civili (locale che ha fatto la storia di questa città) e ordinare un ponce. Ecco, dopo evitate di guidare e di accendervi una sigaretta…se non ci credete…provate pure, infine c’è un luogo di culto da visitare assolutamente: i 4 mori, monumento di dubbio gusto a cui nessuno sa dare un significato preciso, ma ormai c’è e buttarlo via non è il caso.

Premetto che evitare di essere scurrile sarà una bella faticaccia. Da queste parti non siamo molto raffinati, sono luoghi popolati da gente semplice che va a prendere l’aperitivo col trattore. Ah, dimenticavo, scriverò in dialetto e metterò accanto la traduzione. (forse) Ok,ci provo, auguratemi buona fortuna.

  • Sei simpati’o come un gatto attaccato a’ ‘oglioni – La tua antipatia mi sta enormemente infastidendo.
  • Si stava meglio quando si cenava co’ la paglia delle seggiole – Si stava meglio quando si stava peggio (un classico) spesso accompagnato da: “quando c’era Lui, caro lei…” il “lui” in questione è uno dei più famosi dittatori italiani, no…non quello contemporaneo…l’altro.
  • A entrà son zucchini a uscì son coomeri – ( coomeri = cocomeri/angurie) si dice riferito ad una situazione apparentemente facile da gestire che poi invece si rivela altamente impegnativa. (l’orfizio di entrata e (soprattutto) quello di uscita credo siano chiari a tutti)
  • Se le maiale volassero a te ti darebbero da mangià con la fionda – Se le fanciulle di facili costumi avessero il dono della levitazione, le altre persone ti fornirebbero il cibo tramite una piccola arma da lancio manuale. C’è anche una versione, per così dire, maschile:”se i cornuti volassero sarebbe sempre nuvoloso”.
  • Ma vòi insegnà a babbo a pipà? – non vorrai mica istruire tuo padre circa l’atto del concepimento?. Di solito si usa in presenza di una persona che pretende di insegnarti qualcosa di cui tu sei già docente universitario.
  • Vento di ponente: acqua fino a ‘oglioni e pesci niente. – Quando spira il vento di tramontana, il livello dell’acqua si alza e l’incauto pescatore potrebbe ritrovarsi con i genitali sommersi, del tutto o in parte, e con nessun pesce catturato.
  • Conti vanto ir 2 di brisca – (vanto=quanto)  Il tuo potere decisionale è praticamente nullo. Durante una partita, con il 2 di briscola non ci prendi neanche il biglietto del tram.
  • Tutto fà, disse quello che pisciava in mare – ho cercato di dare il mio contributo, anche se piccolo. Puo’ essere anche usato nella versione “meglio poco che niente”.
  • Te voi mangià l’ovo in culo alla gallina – (voi=vuoi) Tu sei troppo impaziente, i risultati arrivaranno, ma devi sapere aspettare.
  • Brutta di viso ma sotto ‘r paradiso.  – Dicesi di donna dai lineamenti poco piacenti, presupponendo che per bilanciare la cosa, la natura l’abbia dotata di fascino in zone meno visibili.
  • Meglio lei ignuda ‘he te vestit’ a festa! – E’ piu piacevole alla vista il corpo desnudo di quella fanciulla piuttosto che il tuo con abiti eleganti.
  • A Livorno, ‘r peggio portuale sona ‘r violino ‘o’ piedi.- A Livorno, siamo tutti veramente raffinati, basti pensare che il portuale più indecoroso suona il violino con gli arti inferiori.

Boia dhe bimbi, io c’ho provato, spero d’esse stato un ber ganzone. Che qui…un si frigge mi’a coll’acqua (questa era per i miei amici livornesi che sicuramente mi faranno un sacco di critiche…)

Per terminare l’opera vi invito a consultare il vocabolario livornese, edito in tutte le lingue del mondo. La leggenda narra che abbia venduto un paio di copie in più della Bibbia, ma non lo dicono in giro per timore di ritorsioni da parte di qualcuno in alto….molto in alto.

Infine vi invito caldamente ad allargare lo sguardo e gustarvi questa canzone de “i Licantropi”, probabilmente capirete “il giusto”..e forse è anche meglio così. Comunque se siete curiosi…son qui per rispondere a tutte le domande.

Naturalmente mi aspetto una lauta ricompensa da parte della pro-loco livornese.

E’ nato prima Babbo Natale o Bruno Vespa?

babbo-natale-maniaco

E’ indubbiamente (quasi) Natale.

In questo particolare periodo dell’anno il genere umano si divide in due grandi categorie. Voi lo amate, lo aspettate per undici mesi con ansia e siete convinti che sia un periodo magico, giusto?
Ottimo. Siete festività-compatibili.

E’ splendido sentirsi così, immersi nella gioia degli acquisti, impazienti di addobbare la sala con festoni, ghirlande, angioletti, comprare l’abete i primi di settembre e piazzarlo fiero e maestoso vicino al divano già a metà novembre. C’è tutto un universo da vivere, fatto di regali, pacchettini, luminare, cene, panettoni aziendali e bottiglie di spumante. Ecco, se in questo tripudio di bontà, euforia, manicaretti e tanti cari auguri vi dovesse avanzare un briciolo di tempo, dedicate un pensiero, una parola gentile e una fetta di pandoro anche a noi: i festività-incompatibili.
Perchè, il nostro spirito natalizio è leggermente diverso. E’ vero, siamo incompatibili, ma ci stiamo lavorando su.

Di solito ci rendiamo conto che sta arrivando il Natale perchè vediamo Bruno Vespa che va a fare propaganda, quasi a reti unificate,al suo nuovo libro. Lo vedi dappertutto: a tutti i telegiornali, alle previsioni del tempo, ai programmi di cucina…Ieri sono entrato in un bar e ho chiesto un caffè macchiato, da dietro il bancone è spuntato Bruno Vespa dicendo “macchiato freddo o caldo?. A proposito, lo sai che ho scritto un nuovo libro?” Ecco, l’appuntamento con Vespa(siano), è seguito a ruota dal nuovo film di merda di Cristian De Sica, che dopo aver rotto le balle ai villaggi turistici di tutto il mondo, ora ha finalmente cambiato genere, niente più vacanze di natale, no, si è evoluto, ha deciso di rompere le balle proprio a tutti, in effetti, perchè limitarsi solo alle località turistiche?

Comunque sia, l’incombere della madre di tutte le festività, è per noi sempre motivo di ansia e spesso di liti familiari. Il nodo assoluto da sciogliere è sempre il solito: Natale dai miei, dai tuoi o da noi?. Questo argomento richiede spiccatissime doti diplomatiche, perchè creare tensioni insanabili ed essere estromessi dal testamento è un attimo. Il problema è che, per ogni festività-incompatibile c’è un intero nucleo famigliare che nutre sogni di zampognari, cornamuse e vestiti di babbo natale.

Insieme all’organizzazione logistica, viene il problema dei regali. Una tragedia per noi incompatibili.

Intendiamoci: ci piace fare i regali, anzi, ci piace il gesto di porgere il dono, ma non sopportiamo il gesto dell’acquisto, e non solo per mere questioni economiche.

Prima di tutto dobbiamo decidere cosa regalare, e più parenti abbiamo più testate nel muro dobbiamo battere. Di solito si cerca di prendere informazioni stando attenti agli apprezzamenti che vengono espressi, tipo “bella quella sciarpa…” perciò cari parenti e amici, occhio a quello che dite, perchè dal dieci di settembre in poi, siamo tutti con le orecchie alzate e potreste ritrovarvi sommersi di maglie e guanti. Per la serie “fai attenzione ai desideri che esprimi, potrebbero avverarsi”.  Se proprio non siamo riusciti a carpire informazioni utili (che nel mio caso avviene sistematicamente), facciamo la domanda diretta “cosa ti piace?” e di solito la risposta altrettanto diretta è “non mi serve niente”, che tradotto, sarebbe “ti ho fatto un regalo strepitoso e se tu non mi regali niente ci fai un figura di merda stratosferica”. Insomma, diciamocelo, è cattiveria bella e buona.

Perciò ci adoperiamo e con il morale di un cammello al polo nord, usciamo fuori con il termometro che segna meno due (ma ne percepiamo meno 127) e ci ritroviamo a naufragare in un mare di gente che da tanta parte delle vetrine il guardo esclude, come se non bastasse è tutto un tripudio di Jingle Bells e altre canzoncine di tal guisa cantate da Al Bano, che secondo me dopo l’Epifania viene smontato e rimesso in soffitta come gli abeti di plastica. Il pensiero corre veloce all’opzione “acquisti online”, ma visto che è il 24 (sera) i tempi di consegna non giocano a nostro favore. Comunque scegliamo il regalo, lo diamo alla persona di turno, emozionati e soddisfatti, con aspettative di apprezzamento altissime. Lui/lei lo scarta, lo scruta e…”ah, si, bellino, bellino, grazie” riponendolo di nascosto in un cassetto.

Vogliamo parlare di presepe e albero?. Ok, se ci tenete parliamone.

Il nostro albero è sempre lo stesso, da dodici anni a questa parte, lo riesumiamo dalla soffitta già con le palline appese ai rametti, è alto 12 centimetri, come puffo brontolole, con addobbi microscopici ma con al vertice una cometa a grandezza naturale.

Per non parlare del presepe: è fatto con statuine acquistate nel corso degli anni, da negozi diversi, comprese le ferramenta,  con il bambinello delle dimensioni di cicciobello, il bue e l’asinello in scala uno a centoventi milioni e tre scaricatori di porto di un metro e novanta che per arrotondare si vestono da re magi. Certo, se riesci a guardarlo dalla giusta prospettiva, tipo dalla cima dell’Everest, il complesso non è malaccio. Ecco, poi entri in casa del tuo vicino per fargli gli auguri, lui ti da una bottiglia di Cesarini Sforza e tu una di Bosca Anniversary comprata al discount per un euro e venti. Ispezioni la sua sala e vedi una perfetta ricostruzione di tutta la Terra Santa in scala 1:1 e un albero talmente grande che è visibile anche dalla Luna, come la muraglia cinese.

Per i compatibili il momento del pranzo poi è l’apoteosi del gusto. Nella mia famiglia andava di moda cucinare la faraona (non so perchè parlo al passato), che non ho mai capito che cavolo di animale sia, una gallina? una qualità di ovino? una mummia egizia?. Visto il sapore che aveva direi…risposta C. Con l’avvento dei vari Master chef, Clerici e sorella sfigata della Parodi, le abitudini sono cambiate (ecco perchè parlavo al passato): è tutto un fiorire di termini francesi, tipo “topinambur” e “sac a poche”. Il risultato è che continuo a non sapere cosa sto per mangiare, in compenso mi sta venendo la erre moscia.

Fosse per noi i preparativi per il pranzo natalizio si ridurrebbero ad un paio di sofficini di sottomarca preparati al microonde. Ma si sa, quando il Natale “comanda pietanza” noi rispondiamo solo….crostini!

Capite cari festività-compatibili? noi facciamo una fatica del diavolo per cercare di “natalizzarci”, perciò dai, dateci una mano, almeno a fare l’albero dai, appendete giusto un paio di palline, evitate di fare i preziosi e diteci che regalo desiderate veramente e se ci riuscite, non ci umiliate con un pranzo da centomila portate da far venire il magone a Joe Bastianich (vuoi che muoro?). Insomma, fate qualche cazzata anche voi, che so, fate finta di sbagliare apparecchiando la tavola con il coltello a sinistra. Cose così.

Dai. è Natale, siate buoni.

La baby box. Ovvero: italians do it better.

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Allora la questione è questa: pare che oggi sia uscito un articolo sul Corriere della sera, pare che questo articolo parli di un’abitudine del governo finlandese che consiste nel donare ad ogni nuovo nato una scatola di cartone contenente oggetti utili per il bambino, pare, e dico pare, che una certa Tiasmo e una certa Claire (ma probabilmente anche altri), abbiano voluto dimostrare ai finlandesi che, anche se curano l’igiene orale biascicando il vivident xylit, noi italiani ce ne battiamo le balle e facciamo la nostra scatola (virtuale) mettendoci dentro quello che ci pare. Nel frattempo ci laviamo i denti con la pasta d’acciughe.

Detto questo, quella che segue è la mia personalissima lista di cose che mettere nello scatolone di un neonato.

– una penna e un foglio. Perché se usati bene possono fare più male di una mazza chiodata.

– una foto di Benigni che tiene in braccio Berlinguer. Perché restare un pò bambino ti salverà.

– un cuscino e una coperta. Perché sognare ti renderà libero.

– un plettro. Per far vibrare le corde delle persone che incontrerai.

– un pugno di Cassius Clay. Per ricordarti che i dolori più grandi saranno quelli che ti faranno crescere.

– la borsa del ghiaccio. Perché dopo il cazzottone di Clay credo che ne avrai bisogno.

– una cuffia da piscina. Perché prima o poi nella vita ti devi buttare.

– un biglietto della lotteria, non vincente. Perché la fortuna devi creartela da solo, i soldi facili spesso sono una disgrazia.

– una mappa stradale. Perché è un attimo perdersi in questo mondo e chiedere ai passanti non è consigliabile.

– una chiave. Ma starà a te scoprire quale porta apre. Perché io posso darti gli strumenti, ma dovrai essere tu a saperli usare bene.

– un film di Troisi. Perché a essere sempre seri….sai che due coglioni.

– un pallone di cuoio. Così se incontrerai un bimbo finlandese potrete fare una partita e dato che i finlandesi a calcio sono negati, gli farai un culo così.

– un termometro. Per simulare una febbre improvvisa la mattina, prima del compito di matematica.

– un libro di grammatica. Perché potresti essere anche un genio, ma se coniughi male i verbi non sarai credibile. (Se lo avrei avuto anch’io potrei essere un fenomeno).

– Un mazzo di carte e un bicchiere di vino. Perché, in compagnia di un buon amico ti faranno stare bene. Anche se sa tanto di casa del popolo.

– un cd originale. Anche se non sarà facile trovarlo. Vederne uno equivale a fotografare lo Yeti.

– il numero di telefono della figlia della portinaia. Perché se assomiglia alla madre…ti darà grandi soddisfazioni.

– un biglietto di sola andata. Perché io devo lasciarti libero, sarai tu a decidere se tornare. In ogni caso sarò sempre qui.

Si, direi che la scatola è pronta. Solo una cosa, vorrei dire al bambino che verrà di non avere troppa fretta, di prendersela comoda, anche perché qui, obiettivamente, la situazione non è buona.

Ok, ora che ho completato la mia lista passo la palla a voi. Mi aspetto un bel tiro all’incrocio dei pali.

Raccomandazioni per farmi arrivare lontano.

io e me

Ciao, Tu ancora non mi conosci, o meglio mi conosci già, ma non lo sai, in realtà siamo due facce della stessa medaglia, due linee parallelle che non si incontreranno mai. E se si incontrano, comunque non si salutano.

Tu sei un bambino di sei anni, vivi nel 1980, io sono lo stesso bambino ma ne ho quasi 40, ho già vissuto la tua vita e sono qui per darti un paio di dritte.

Quest’anno Babbo Natale ti porterà il Diaclone e diventerà pazzo per trovartelo, costerà una fortuna, ma anche se ha il mutuo da pagare riuscirà a fartelo avere, perchè Babbo Natale è infallibile, non ci son cazzi. Sarà l’ultimo natale in cui scriverai la tua letterina, dai non fare quella faccia, sono almeno sei mesi che non ci credi più, ma hai capito che per il momento ti conviene tenere segreta la cosa, si ma non preoccuparti, i regali continueranno ad arrivare, ah a proposito…anche della befana…ne vogliamo parlare? va bhe dai, ormai per quest’anno appendi la calza al termosifone, ma poi diglielo a quel pover’uomo di tuo padre che non importa che esca fuori a mezzanotte senza il piumino addosso per andare a prenderti le caramelle che tiene nascoste in garage da almeno sei mesi. Che poi a te quelle schifezze gommose manco ti piacciono, ma ormai devi stare al gioco e farai finta di mangiarle. invece le sputerai nella ciotola del gatto, che povera bestia, sta lievitando come le labbra di Moira Orfei.

A proposito del gatto: fossi in te eviterei di dargli una martellata sulla zampa, no, non fare quel broncio dispiaciuto, ti assicuro che lo farai, fra meno di un anno, mentre stai giocando con i playmobil, entrerà in camera tua e tu lo farai prigioniero costringendolo a dirti la parola d’ordine…che ovviamente sarà sbagliata. Si comunque sarà una botta lieve, se la caverà con poco, ma diciamo che un certo bonus di vite se l’è giocato.

Per una decina d’anni sarai un bambino estremamente timido, occhialuto, con una pettinatura assurda a “leccata di mucca”. Non spaventarti, considera che a 40 sarai ancora discretamente timido, la pettinatura sarà sempre decisamente assurda, ma con un certo brizzolato che fa tanto George Clooney “de’ noartri”, sarai occhialuto a tratti, perchè non li hai mai amati e non li amerai mai, ma non si puo passare tutta la vita andando a tastoni. O magari si puo’.
 Ma vai tranquillo, a 17 anni sboccerai. Andrai in giro con “il chiodo” (la giacca di pelle intendo, l’altro chiodo fisso lo avrai già da un paio d’anni), capelloni che sanno tanto di Napo Orsocapo e stivali Camperos neri che indosseresti anche in pieno Luglio. Che ho detto? “sbocciato”?…ecco, forse ho esagerato un po’. Certo però che la Ibanez blu elettrico che comprerai nel 1997 renderà il quadro più confortante, C’è da dire che non ti montaterai la testa, assolutamente no, ti sentirai direttamente Dio. L’amerai, come solo una cosa irraggiungibile puo’ essere amata, sentirla vibrare sotto le tue dita sarà come tuffarsi nella neve con la febbre a quaranta. Con lei romperai le palle a tutti i tuoi amici, suonerai in un liceo femminile di Copenaghen vestito da vichingo e strapperai un paio di baci ad una tipa sulla spiaggia. Vorrai strapparle anche altro, ma l’arrivo del suo ragazzo renderà tutto un tantino più complicato. Ecco, un suggerimento: anzichè correre verso il molo, prendi in direzione della pineta, magari sarai più fortunato ed eviterai di girare per una settimana con un occhio degno di un panda cinese.

A luglio dell’anno dopo fumerai la tua prima sigaretta, vomiterai anche i tortellini del veglione di capodanno, giurerai che non lo farai mai più. Eh, com’è andata?…meglio non sapere…cazzo, aspetta m’è cascata la cenere sulla tastiera…ok, dicevamo?…. Proverai anche un paio di sigarette…come dire…”addizionate”, si ok, un po’ più di un paio, ma durerà poco, come dici? se io ho smesso?, certo che ho smesso…da quanto?..oddio…ok, te lo dico da quanto…dunque…che ore sono?. No davvero ne fumerai meno di sei in tutta la tua vita. L’ultima da militare la notte del congedo. Giuro. Croce sul cuore.

Ti romperai una caviglia un primo maggio, il naso l’ultimo giorno di scuola e il crociato del ginocchio a trentasei anni facendo lo scemo sui rollerblade, che dai, lo sappiamo entrambi che a senso dell’equilibrio siamo davvero messi male.

Avrai pochissime ragazze, forse è anche per questo che continuerai a portare gli occhiali, sarai un po’ stronzo e un po’ vittima, direi che tutto sommato ci puoi anche stare, poteva andarti peggio.

Che altro…vediamo…ah si, un giorno aprirai un blog, come?, cos’è un blog?, eh, magari te lo dico fra una ventina d’anni, quando l’avrò capito anch’io.

Dai, è il momento dei saluti. Un giorno ci incontreremo e capiremo se siamo vissuti per davvero. Nel frattempo, cerca di fare buon viaggio. Prendila un po’ più con filosofia e non arrenderti. Mai.

Studia, mi raccomando, fammi arrivare il più lontano possibile, sano e salvo. E non mangiare tutta quella cioccolata, sennò arriverai a quarant’anni con un quindicina di chili da smaltire. Trattami bene,  

Ciao.

Fai il bravo.