Aurora è stata qui.

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I momenti migliori per partire son quelli in cui tutti sono avvolti da una sorta di fermento, impegnati in qualcosa, momenti in cui nessuno sembra avere il tempo di fermarsi e riflettere, fermarsi e osservare. Una febbrile e dolce malinconia, dove quasi piangi. E non sai perché, ti convinci che quello sia l’attimo perfetto per andare oltre. E non sai dove.

Ricordo che pioveva quel giorno, il giorno in cui Aurora ha deciso di partire, pioveva di una pioggia strana, forse perché quella non era la stagione dei temporali, forse era solo un insulso tentativo di trattenerla in questa insulsa città, perché in fondo si somigliavano, lei e questa città, aspra e sincera, che si veste elegante nei giorni solenni e poi corre a bere vino nelle balere del porto, che sorride, con gli occhi nocciola e una ruga d’intesa agli angoli della bocca, che compra collane sulle bancarelle del lungomare e fa un giro di valzer con un ragazzo di settant’anni, che guarda qualcuno partire e sorride sapendo di avergli nascosto un pezzetto di vita nelle tasche del cappotto. Perché puoi allontanarti da qui, ma non potrai mai andartene. Vive così questa città, vive così anche Aurora.

Alla fine di un cammino fatto insieme possiamo soffermarci su due cose: su quello che è stato o su quello che resta. Aurora, ovunque sia, da sempre, guarda a quello che è stato. E’ il suo modo di incatenare i luoghi e le persone, perché lasciarle andare per sempre è un pensiero che non riesce a concepire, è la sua scatola di vetro trasparante in cui nascondere le strette di mano e gli sguardi imbarazzati. Un bisogno pungente ed ostinato di non sentirsi mai completamente da sola, che a stare troppo da soli rischiamo di perderci e lei lo sa bene.
In quello che è stato ci sono gli sbuffi d’allegria, le parole scambiate con la gente del porto, ci sono labbra da assaggiare e un buio pesto in cui potersi riconoscere.
E allora sì, decisamente, si sofferma su ciò che è stato, che fa meno male, decisamente. Che quello che resta inganna la mente e peggiora i ricordi. Decisamente. Sarebbe come camminare per i giardini di Granada e guardarsi le scarpe. Come baciare qualcuno senza chiudere gli occhi.

Perché in quello che resta lei rivive i profumi e la voce graffiante di magnolia e tabacco, di quel mattino d’Aprile in cui lui venne a dirle che non ci sarebbe più stato e lei lo guardò con un paio di occhi limpidi, quasi come a dire “abbi cura di te”, perché in quello che resta c’è un’altra partenza senza voltarsi, altri incroci da evitare, altri segnali di divieto. In quello che resta ci sono abitudini da scordare, o almeno, abitudini a cui dover rinunciare. Con quello che resta è costretta a farci i conti e lei, i conti, proprio non riesce a farli. Neanche con se stessa.
Non sa proprio che farsene, di tutto quello che resta.

Sono passati diversi anni da quando sei andata via, hai mantenuto la parola e non sei più tornata, che via da qui c’era una vita da inseguire, ma da qui non te sei mai andata, lo capisci parlando con la gente del porto, che sono immobili da tutta una vita e sembra quasi che non riescano a vedere il mondo che li attraversa, invece a quel mondo gli rubano il segreto, gli rubano perfino l’aria dai polmoni e sul momento neanche lo capisci, te ne accorgi solamente quando ti avvicini ad uno loro e chiedi “ti ricordi di Aurora?” E tra un colpo di tosse e una boccata al sigaro, quello ti risponde “Aurora è sempre stata qui” appoggiandosi due dita sopra al petto, proprio all’altezza del cuore.
Perché anche la gente di questa città ha scelto di puntare su ciò che è stato, proprio come ha fatto Aurora, perché si somigliano davvero, lei e questa città.

Oggi è uno di quei giorni che piove, se osservi bene te ne accorgi che è una pioggia strana, proprio uno di quei giorni in cui ti chiedi che farà quella donna che scelse l’attimo perfetto per partire e la immagini appoggiata ad un lampione, avvolta nel calore di un cappotto fuori moda, che mette le mani in tasca per essere sicura di trovarci un pezzetto di vita tenuto nascosto da chissà quanti anni. Sorride e come sempre, si sente meno sola.
Non ha bisogno di tornare, Aurora è sempre stata qui.

“Abbiamo tutti un pezzettino di passato che va in rovina o che viene venduto pezzo per pezzo. Solo che per la maggior parte delle persone non è un giardino; è il modo in cui pensavamo a qualcosa o qualcuno.” (Amor Towles).

A proposito di donne che lasciano il segno Roxanne – Police

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Valentina in attesa della neve.

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Valentina tiene gli occhi dietro un vetro, da lì vede la vita e le si appannano i respiri. Lei guarda verso il cielo. Potrebbe nevicare.

Ma non succede mai che nevichi sul mare, sarebbe qualcosa di imperfetto, sono incompatibili il mare con la neve, come il sole e la sua ombra, come quando dici che va tutto bene mentre ti sembra di morire. Lei lo sa che non nevica sul mare, ma ha imparato ad illudersi con poco e allora prende un passo più leggero, che non si può mai sapere e continua ad aspettarla, come faceva da ragazzina, quando aspettava “quella” telefonata, aveva la certezza che non sarebbe mai arrivata, ma non si rassegnava e fissava la cornetta, che non c’era cosa più bella al mondo che stare lì in attesa, che il solo pensiero che potesse succedere davvero la scaldava come un abbraccio di madre. E questo era un buon motivo, sì, decisamente un buon motivo, per non smettere di illudersi.

Valentina aveva quindici anni quando capì di esser sola, quando iniziò la sua vita in parallelo, fatta di strade prese contromano, come quando ti dicono di arrenderti e senti il freddo della canna di pistola sulla tempia e chiudi gli occhi e pensi sia finita e aspetti un ultimo rumore. E quasi un po’ ci speri che si muova il dito sul grilletto, che finalmente tutto sarebbe compiuto e tu potresti smettere di rincorrere i tuoi giorni. E magari, per la prima volta, sederti e tirare il fiato. Aveva quindici anni, un giubbotto di pelle nero, una maglietta con la scritta “I am mine”, i jeans strappati non certo per essere alla moda e un paio di anfibi, presi in prestito al banco del mercato e mai restituiti. E quasi un po’ le dispiaceva di non essere elegante, non poteva immaginare che sarebbe stato il primo giorno della sua nuova vita, che poi, a pensarci, non sarebbe cambiato molto, non sarebbe stato comunque un granché, questo giorno. E neanche la sua vita.

Avrebbe voluto qualcuno a cui appoggiarsi e invece ha dovuto cavarsela da sola, si potrebbe dire che ci è proprio cresciuta, da sola. Tutte le persone che ha incontrato erano sbagliate, sempre e comunque sbagliate, come se continuasse a mangiare chicchi d’uva da un grappolo infettato dal male di vivere. “Persone sbagliate”, ti dice con un gesto delle labbra che somiglia ad un sorriso, persone e decisioni, come fossero complementari, che una cosa quasi non esisterebbe senza l’altra. Sbagliate, una dopo l’altra fino a convincersi di essere lei ad essere sbagliata.

E allora Valentina è cresciuta troppo in fretta, che non poteva permettersi il lusso di aspettare, è cresciuta senza percorsi da seguire, senza nessuno a dirle come si fa, senza un paio di braccia sicure per cacciare via la notte, e lei davvero non sapeva come fare. Non lo poteva sapere. Poteva solo improvvisare. Come fanno gli artisti di strada, che se lasci una moneta, ti regalano un inchino.

Ma alla fine si è convinta, che certe esistenze non puoi mica decidere di sceglierle, come certe giornate uggiose di fine Ottobre, che arrivano anche se non le aspettavi, non le scegli, puoi solo decidere di cambiarle, o almeno, ci puoi provare. Se ti rimane un misero sussulto di vita, ci puoi provare. Ha imparato che avere una vita difficile non è una colpa, ma neanche un alibi, Ha imparato che a quelle come lei nessuno farà sconti e piangersi addosso serve solo a far crescere il senso di pena e la fame di carezze.

Valentina cammina senza fretta, lancia un sorriso a Cisco il matto, che aspetta appeso ad un angolo di finire la sua birra, oltrepassa il bar “quattro mori”, dove un giorno chiese due spiccioli ad un passante per regalarsi un pranzo, arriva sotto i portici al numero quaranta, guarda verso il cielo e sente il calore di un abbraccio e pensa che quello è stato l’ultimo regalo che le ha fatto sua madre. E da quel giorno sta solo cercando di meritarselo, quel regalo.

Adesso è quasi buio, forse è meglio rientrare, che per stasera non c’è più niente da salvare, ma domani sarà un giorno nuovo di zecca. E potrebbe nevicare.

“Ogni esperienza vissuta, ogni realtà con la quale siamo venuti a contatto nella vita, è uno scalpello che ha creato la statua della nostra esistenza modellandola, plasmandola, modificandola. Noi siamo parte di tutto quanto ci è accaduto” (Orison Swett Marden)

In quelle giornate uggiose Valentina chiude gli occhi e ascolta il suono del primo giorno della sua vita (Bright Eyes – First day of my life)

Tommaso appeso a un filo.

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Tommaso viveva da un tempo infinito nella crepa di un muro, una di quelle che la vita lascia scoperte, quasi distrattamente, una di quelle scappatoie tra la parete e il soffitto, fatte apposta per sorvegliare, anche se non sai bene che cosa, forse il panorama, forse il mondo sotto di te. Forse, semplicemente, la vita degli altri.

Viveva nella sua quieta e dolce malinconia, dove piangi senza saperne il motivo ed esulti creando stupore e compassione, ti trascini lungo giorni sempre uguali, quasi aspettando una sventura senza conoscerne il nome. Viveva così Tommaso, costruendo ragnatele sulle esistenze altrui, calandosi dal suo filo alla ricerca di qualcosa che lo meravigliasse. Alla fine lo trovò.

Monica entrò nella stanza, così, senza avvertire, entrò e basta, come fanno i temporali in mezzo al cielo, che cambiano in un attimo l’aria polverosa dei giorni sovrapposti. Entrò scortata da un profumo di mattino da inseguire e da una scia di capelli, che ti sembra davvero di vederla, depositata sul cuscino, che ti guarda e ti sorride, profumata e tiepida.

Tommaso scese lungo il muro per essere sicuro di esser vivo, si guardarono negli occhi un solo istante e lui ci vide l’infinito, forse era questo l’amore che tutti desideravano tanto, il grande amore che tutti sognano, capace di lanciare i sentimenti oltre i bordi del mondo conosciuto. Capì che anche gli insetti sanno amare, non si sarebbe fermato, come fanno certi amori diversi, che si arrendono perché la vetta da scalare è troppo alta, che mettono barriere ai propri sogni.
Da quel momento avrebbe negato l’evidenza, perché l’amore non fa sconti e se ne frega anche dei ragni, avrebbe distorto la realtà, avrebbe visto false coincidenze, esagerato certi gesti, avrebbe spento ogni protesta, accellerato i venti dentro al torace, ma soprattutto, si sarebbe illuso.

Volle sognare, correndo il rischio di ritrovarsi spento e devastato, perché la passione oltrepassa le paure e sminuisce i dubbi, ma quello per Monica era un amore troppo esagerato e spietato che nessuna ragnatela avrebbe potuto contenere. Era inutile tentare di ignorarlo, non c’era nessun motivo al mondo per cercare di restare ancora appeso a questo maledetto filo. Finalmente riuscì a fare ciò che aspettava da una vita, lasciarsi andare, fare il salto e volare.

Volava Tommaso, volava e piangeva, perché l’amore può far male e lui non aveva più tempo per curarsi le ferite. E se i ragni urlano lui urlava, come fanno i ribelli davanti alle ingiustizie, che preferiscono morire piuttosto che rassegnarsi ad un’esistenza senza sogni. Urlava per tutti quegli insetti senza voce nè coraggio, che implorano un po’ di pietà per la loro disperazione.
Lui scelse di morire, morire fra le sue braccia, morire perché non si è mai visto un amore più sbagliato di una donna che sorride ad un ragno.

Un soffio di vento mosse le tende del salone, forse erano le emozioni di Tommaso che prendevano il volo, come fanno certi giorni sbagliati, come i sogni liberati dall’armadio, come quando qualcuno entra all’improvviso in una stanza, come fanno i sentimenti incompresi. Nel gioco crudele dell’amore che a volte ci fa uomini e a volte ci rende insetti appesi a un filo.

Tendiamo nel vuoto molteplici fili di ragno per formare la tela che possa trattenere la felicità. (Augusta Amiel-Lapeyre Pensieri selvaggi)”

Dedicato a tutti i ragni che scelgono di volare. Take Me to Church – Hozier.

Liberamente ispirato al cortometraggio “Il sorriso di Diana”,