Il bacio della vita

  

La stanza è avvolta in un buio che notte non è, al centro un fascio di luce, come fosse una cascata, scavata fra due pareti nere come la paura dell’ignoto.

Claudio continua a girare intorno a quella pianura artificiale, mentre la nebbia che nebbia non è si sta addensando sempre di più, prendendolo alla gola, come quando stai per saltare giù, come quando non sai come andrà a finire ma nonostante tutto continui ad avanzare, come quando chiudi gli occhi ed aspetti e sono momenti interminabili e rimani immobile, senza dubitare e alla fine arriva e ti scava nella bocca. E’ il bacio della vita.

Gira intorno studiando la prossima mossa, prendendo i punti di riferimento per eseguire le traiettorie sicure, che su questo altopiano è tutto perfetto, non ci sono sorprese o inciampi o insidie celate nel terreno. Puoi piantare certezze e traguardi raggiungibili, in quest’aria verde di polvere tagliente hai il tuo destino fra le mani, non avrai nessuno disposto a prendersi le colpe dei tuoi insuccessi e potrai goderti il pieno merito delle vittorie. Perché questa è una dimensione strappata alle dinamiche della vita, regolata da geometrie precise e assolute.

Claudio ha lo sguardo fisso sul campo di battaglia, è sempre così, ogni volta che sta per sferrare il colpo decisivo, si abbassa e trattiene il fiato, potrebbe stare senza respirare per un tempo indefinito, finché resta giù l’aria non serve, come se fosse un fermo immagine mentre tutto intorno ci sono persone affannate ad inseguire secondi irraggiungibili.
E’ sempre così l’attimo che precede l’inizio della lotta, Claudio lo vive come fosse un formula matematica, un copione da ripetere, una serie di gesti abituali che portano nella loro ritualità tutta la sicurezza del mondo.
Passa la mano sull’erba che erba non è, sente sotto le dita la terra perfettamente liscia, come la pelle di una donna tra l’orecchio e la spalla, ne sente l’odore, il calore di quella luce bruciare nelle vene delle mani. In piedi, con il petto quasi appoggiato al terreno di quel finto prato, in cui finché non ti muovi non corri nessun pericolo, come quando cerchi di non farti notare, aspettando l’attimo ideale per uscire allo scoperto e fare il bomba libera tutti.

Claudio tira indietro la spada, come a caricare il colpo, come se in quel colpo ci fossero racchiuse tutte le sue speranze, il riscatto da una vita spoglia, il perdono di tutti i suoi sbagli.
E’ una questione di millimetri, è sempre una questione di millimetri. Il proiettile che si ferma ad un respiro dal cuore, la distanza dei baci non dati, il confine tra realtà e illusione. Tutta roba di pochi millimetri. La spada di Claudio deve colpire il bersaglio, proprio nel centro, esattamente e irrimediabilmente, nel centro.

Il colpo è stato sferrato, adesso Claudio può restare giù e chiudere gli occhi e finalmente sognare. Immaginare gli effetti della sua azione, i danni procurati e quelli evitati, restare giù, come fosse una cosa normale, come quando ascolti una canzone e ti viene da piangere, una cosa normale, come quando stai bene e ti trattieni ancora un po’, cercando di rimandare di qualche secondo il minuto successivo, solo qualche secondo, che profuma di eterno.

Il punto dove colpire, l’effetto da trasmettere alla spada, le linee fantasiose e intolleranti sulle quali far rotolare una palla di cannone carica di speranza. Tutto deve essere preciso, perfetto e assolutamente calcolato.

Dentro un buio che notte non è, su di un prato che prato non è, sotto una luce che luna non è, avvolto in una nebbia che nebbia non è, in una stanza di vita che reale non è, Claudio apre gli occhi e vede una palla bianca disegnare origami all’interno di un tavolo da biliardo, rimbalzare tra le sponde e fermarsi esattamente nel punto sperato.
La lampada che scende dal soffitto fermandosi ad un metro dal tavolo verde, illumina perfettamente il perimetro del biliardo, fino ai bordi e non oltre, come fossero frontiere invalicabili, per escludere allo sguardo dei giocatori tutto il superfluo che li circonda, che tanto non serve vedere oltre, che al di là della luce ci sono solo cose secondarie, trascurabili. Al di là della luce non esistono traiettorie perfette. Al di là della luce c’è soltanto il mondo di sempre.

Prende tra le dita la sigaretta e dà il suo contributo al velo pesante di fumo che avvolge la sala, riprende contatto con la realtà, quella imperfetta, quella degli inciampi improvvisi, delle assolute incertezze.

Percepisce di nuovo la sua esistenza prenderlo sottobraccio e camminargli a fianco, tornano i timori e le angosce. Riprende a vivere aspettando il momento ideale per tornare a morire un po’.
Quel momento in cui sentire ancora il bacio della vita.

“La distanza è immensa, punge finché è densa, solo un bacio è capace di riportar la pace” (Bramante).

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Gianna per tutti.

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Le tende erano chiuse, ma nella stanza c’era comunque troppa luce, il neon pungeva lo sguardo, rendendo l’atmosfera troppo bianca, troppo asettica, troppo irreale. Era senza dubbio la dimensione più appropriata, distante e irreale.

Gianna se ne stava nel letto, immobile a fissare il soffitto, quasi senza accorgersene, a guardare un film senza una trama precisa, un po’ come la sua vita che viveva senza un copione da seguire, un po’ come veniva e un po’ perché è così che vanno prese le esistenze vere, con la voglia di vedere cosa si nasconde dietro l’angolo e la bramosia di assaporare sulla lingua gli istanti che verranno. Sì, è decisamente così che certe esistenze vanno vissute.

Se ne stava lì, rapita dalla musica dei suoi auricolari e il sottofondo fastidioso dei pensieri. Parole confuse che si susseguono come i fotogrammi impressi su di un rullino, uno di quelli nati difettosi, che non si avvolgono bene sul finale e sovrappongono le ultime pose. Solo che lei ne aveva un numero vicino a infinito, di ultime pose.

Gianna non si chiama Gianna, ma questo non lo sa nessuno, un giorno cambiò il suo nome perché non le piaceva molto, non lo sopportava molto e poi la spaventava. Molto. Lo aveva ricevuto in dote da sua nonna, come si usava nelle famiglie di qualche generazione fa, il nome di una donna che non aveva avuto il tempo di conoscere, consumata dalla malattia a 33 anni. Se lo sentiva addosso come un cappotto in pieno agosto, una sorta di eredità non voluta. Perció da piccola prese le forbici e si ritagliò un nome su misura. Divenne Gianna, per tutti.

Distolse un attimo lo sguardo dal soffitto per assicurarsi che le gocce scendessero ancora regolari. Gocce di veleno, come se non ce ne fosse già abbastanza sparso per il mondo. Veleno per curare altro veleno, come quando racconti una bugia per coprirne un’altra e qualche volta funziona pure, riesci a farla franca, ma non ti senti migliore di nessuno. Hai solo avuto più fortuna e la tua giusta dose di dolore, di giorni passati a vomitare l’anima, di cazzotti alle pareti fino a lasciare sul muro l’impronta delle nocche, e di veleno.

Gianna adesso non sopportava più niente, le parole di finta compassione delle persone che conosceva appena, le giornate con quel sole di fine ottobre che non potevano essere vissute,  come se fossero regali incarcerati dietro ad una scatola di vetro, da bramare senza poterli aprire, da ammirare a due millimetri di distanza, tendendo le mani senza poterli toccare, senza sentirli tuoi. Non sopportava più niente, neanche quella maledetta luce al neon. Decise di chiudere gli occhi, come si fa con un sipario alla fine di una commedia, togliendo lo sguardo agli spettatori, lasciandoli ignari del fermento che si nasconde dietro la tenda, privandoli della esistenza vera degli attori. Chiuse gli occhi con il terrore e l’incofessabile speranza di non riaprirli più.

Oltrepassò il soffitto, andando alla ricerca di qualcosa che la potesse meravigliare ancora, prendendosi il posto al finestrino di quell’assurdo viaggio astrale. Voleva spingersi in alto, oltre i tetti delle case, oltre i sogni della gente, oltre le speranze disilluse, le promesse disattese, in una solitudine dolorosa e perfetta dove fare i conti con sè stessa. Un luogo talmente isolato e sicuro in cui poter trovare la lucidità per dare il giusto valore alle cose, in cui poter scegliere serenamente di vivere, o morire. Passavano le immagini di suo padre, saltato giù dal treno dell’esistenza troppo presto, quelle di suo marito, con lo sguardo perso chissà dove, a guardare un nuovo giorno che forse non sarebbe mai arrivato, vedeva le mani insicure dei suoi figli, ancora troppo fragili per essere lasciati al mondo degli inganni. Vedeva i suoi 47 anni, mandati giù come un bicchiere di vino dopo aver attraversato il deserto, che finisce troppo in fretta e tu hai ancora sete e ne vorresti ancora, ma non hai il coraggio di chiederlo, non hai nessun dio a cui sacrificare la tua disperazione.

In quel momento capisce esattamente che i ricordi, gli affetti, i giorni passati come le auto che attraversano il casello, sono solo fogli scarabocchiati messi come capita in fondo all’anima e non sono di sua proprietà, li ha solo in custodia e soprattutto non le salvarenno la vita. Gianna deve salvarsi da sola, comunque vada, che sia disfatta o vera gloria, se vuole farlo, lo deve fare da sola e soprattutto, lo deve fare adesso. Deve semplicemente scegliere e le scelte si sa, comportano rinuncie, forse rimpianti, sicuramente nuove battaglie. Di solito la scelta più facile è considerata sbagliata, ma lei se n’è sempre fregata delle convenzioni, questa era la sua stramaledetta vita e si sentiva libera di scendere giù quando voleva, in questa traversata in mare aperto era lei a decidere la rotta e adesso avrebbe voluto mettere i motori a tutta forza e puntare dritto verso la scogliera. Avere il posto in prima fila per godersi lo spettacolo della sua fine, voleva abbandonare il campo di battaglia, deporre finalmente le armi e con la punta della spada infilzare quel tarlo operoso e costantemente affamato che le divorava l’esistenza, i momenti davvero felici e la dignità. Smetterla una volta per tutte di essere forte, che alla fine lo fai solo per alleviare le sofferenze altrui, ingrassando le tue. Adesso era tempo di aprire gli occhi e comunicare al mondo la sua scelta.

“….il fazzoletto signora, le è caduto il fazzoletto, mi sente?” La voce le arrivava da lontano, come se avesse percorso migliaia di chilometri per giungere lì, Gianna a fatica aprì gli occhi, sul lettino alla sua sinistra c’era l’immagine sfuocata di una donna, anzi una ragazza, avrà avuto vent’anni ma ne dimostrava almeno trenta e parlava, parlava in continuazione, dio quanto parlava, degli studi che avrebbe fatto, dei figli che avrebbe avuto, del mare, del viaggio che doveva fare a Vienna per Natale. Parlava senza l’ombra di un dubbio, come chi ha la certezza assoluta di raggiungere la mèta e si meraviglierebbe del contrario. La sicurezza spavalda e un po’ sfacciata di chi sa di avere una mano vincente e non ne fa mistero.

” Dicevo, io mi chiamo Miriam e lei?” Gianna rimase sospesa ancora qualche secondo, “Piacere sono Giovanna, sono al terzo ciclo di chemio. Stavo pensando che anch’io sarò a Vienna per Natale, magari potremmo fare in modo di stare un po’ insieme”.

Non era ancora tempo di abbandonare il campo di battaglia.

“Si guarisce da una sofferenza solo a condizione di sperimentarla pienamente” (Marcel Proust).

Nato grazie al contributo di una persona che mi ha raccontato la sua esperienza. Ne sono onorato e la ringrazio dal profondo. Questo racconto è dedicato a lei, al piccolo Tommy e a tutti coloro che mi insegnano ad apprezzare  la vera essenza della vita. Grazie infinite. Di cuore.

Come colonna sonora ho scelto questa: The a Team – Ed Sheeran.

In bianco e nero.

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Non l’ho guardata bene, ma sarei pronto a giurare che aveva una sigaretta fra le dita, la portava alla bocca con movimenti precisi, tenendola fra le labbra, come qualcosa di prezioso, come quando metti qualcosa di fragile al sicuro fra due cuscini, un po’ per evitare danni irreparabili e un po’ per avere la tranquillità di aver fatto la cosa giusta. Non saprei dire con esattezza la marca, forse iniziava per M, sì, direi proprio che iniziava per M, ma sono sicuro che non fosse Marlboro, ne sono assolutamente certo, sarebbe troppo facile e troppo scontato e lei sicuramente non era una donna facile. E neanche scontata. Merit, ecco, Merit sarebbe la marca perfetta, sobria ma assolutamente seducente. Sì, potessi scommettere tutti i miei soldi, punterei su Merit.

Non l’ho guardata bene, ma la bocca era bellissima, senza niente da aggiungere nè da togliere, importante ma non sfacciata, capace di sorrisi appena accennati, altri decisi nella misura giusta per mostrare il bianco dei denti, altri ancora aperti, come a far entrare aria leggera e restituirla al mondo carica di vita.

Non l’ho guardata bene, ma gli occhi erano verdi, assolutamente verdi, come i fondali nei pressi delle scogliere, quando ti trovi a nuotare in quelle acque e ti basterebbero due bracciate per essere al sicuro sulla terra ferma, ma proprio non ci riesci, sei costretto a cedere all’impeto delle correnti e più ci provi, più prendi consapevolezza che i tuoi sforzi saranno vani. E un po’ ti arrendi, un po’ rinunci. Un po’ capisci che non hai nessuna intenzione di essere salvato. Proprio nessuna.

Gli occhi erano verdi, con un perimetro nero, definito e assoluto, come fosse una linea di confine, un passaggio di frontiera, per tenere fuori insidiosi contrabbandieri. Una circonferenza severa che protegge le esistenze di chi ci vive dentro. Le protegge e le abbraccia. Forte.

Non l’ho guardata bene, ma le ho visto i pensieri in controluce, liberi e sinceri, con fragranze di salvia e incenso, vagavano chiassosi, seguendo geometrie perfette e maledettamente affascinanti.

L’ho vista di sfuggita, in fin dei conti era solo un viso buttato sopra un tavolo con una casualità premeditata, un volto sfuocato impresso in una foto in bianco e nero. Non saprei dire se fosse bella, davvero non saprei. Non l’ho guardata bene.

C’era una musica al di là della piazza, di più davvero non posso dire. (Brandi Carlile – What Can I Say)

La musica di Matilde.

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Erano le 23:30 e il regionale 11740 arrivava distratto al binario 6, distratto e leggero, con rumori e fischi conosciuti, talmente conosciuti che passavano inosservati. Silenziosi direi.
Matilde guardò fuori dal finestrino del vagone, il cartello appeso al soffitto diceva “Firenze S.M.N.”. Se ne stava lì, immobile, il cartello, come un’altalena sopra i visi della gente, con quel nome freddo e tassativo, avvisandola che era giunto il momento di scendere. Dal vagone, dal libro che teneva fra le mani e dalla sua vita. Anche se ancora non lo sapeva.

Le stazioni, alla fine, sono tutte uguali, un po’ deserte, un po’ distanti dal mondo, le persone parlano sottovoce come se fossero in chiesa, o almeno, così le immaginava Matilde. Tutte quelle persone che camminano sicure, come se stessero attraversando un incrocio con il verde al semaforo, si sfiorano senza toccarsi, si vedono senza guardarsi. Ma in tutte le stazioni, qualunque sia la stagione, in tutte, sempre, soffia uno strano vento freddo.

Matilde controlla le lettere che corrono veloci sul tabellone degli orari, il treno per Bologna è stato cancellato, soppresso, svanito nel nulla. Il prossimo parte alle 4:35.
Vorrebbe chiedere informazioni, ma non può e comunque, non servirebbe. Tira fuori un blocchetto dalla borsa e una penna dalla tasca dei jeans, sta per scrivere qualcosa, poi ci ripensa, alza gli occhi al cielo e decide di uscire da quella dimensione  di finta realtà, tiene la penna fra le dita, è il suo ago per far scoppiare la sua bolla e riprendere contatto con la vita.

Matilde cammina verso l’uscita leggendo i messaggi dei cartelli appesi al muro, Andrea verso l’entrata leggendo i messaggi di un addio appeso al telefono. Si scontrano. Un impatto frontale, uno scontro devastante e senza sangue, l’incidente di un risveglio. Non c’era nessun incrocio, nessun semaforo da rispettare, nessuna direzione precisa da inseguire, forse è per questo che si sono sfiorati e toccati, visti e guardati.

“Perdonami ero distratto, ti sei fatta male?” Matilde sorride e dice no con la testa,
“Per farmi perdonare posso offrirti da bere?” lei sorride, non risponde ma sorride. Ancora,
“Ma non sei italiana? Capisci la mia lingua?” lei annuisce e Andrea prende il “Sì” come risposta, lo prende per entrambe le domande.
“Ok, facciamo così, parlo solo io, tu ascolti e basta, ci stai?”. Lei sorride e quello è il “Sì” più bello che potesse pronunciare.

Camminano vicini, lui parla dei suoi progetti, di un amore finito all’improvviso, dell’estate che sta per arrivare, che dicono sarà una delle più calde del secolo.
Parla di un viaggio a Copenaghen, della gente di lassù che sorride con un suono di monete cadute in un piatto di vetro, parla della musica, di come l’ha amato e tradito e poi amato ancora e poi tradito. Ancora. Tira fuori l’ipod dalla tasca della giacca, dicendo “ascolta e se ti piace, fammelo capire. Se ti piace sorridi.”. Lei non sorride, ma si mette a ballare, su un tempo tutto suo, fregandosene della cassa e del rullante della batteria, balla anche se la musica è finita da un pezzo, balla perché ha bisogno di farlo, perché è il suo modo di andare oltre le parole della gente, oltre i pensieri, oltre i pregiudizi. Ad occhi chiusi balla, come se il tempo si fosse dilatato,balla perché questa notte sta per finire e chissà quando ce ne sarà un’altra così, balla tenendo le mani di Andrea che non dice niente. E sorride.

Sono le 4:30 del mattino, il treno per Bologna sta arrivando, Matilde lascia la mano di Andrea, tira fuori un blocchetto dalla borsa e una penna dalla tasca dei jeans, la usa come un ago per far esplodere la bolla che la tiene prigioniera, scrive qualcosa, si avvicina ad Andrea, gli mette la mano destra sul petto, all’altezza del cuore, con la sinistra  gli lascia un foglio fra le dita, lo guarda negli occhi, lo bacia sulle labbra. Sorride.

4.40, il treno è stato inghiottito dalle luci del mattino, Andrea legge le parole disegnate sopra il foglio “Mi chiamo Matilde, almeno credo, non sono straniera, almeno credo, non ho mai udito nessun suono in tutta la mia vita, ma se l’amore è una musica, allora stanotte ti ho amato”.

Perché a certe notti, come a certi amori, non servono parole da pronunciare, cadono così, come cade l’umidità sopra i panni stesi al tramonto. Perché certe emozioni non hanno bisogno di essere tradotte, non vanno spiegate, sarebbe riduttivo, devono essere così: perfette e indefinite. Perché capirsi senza parole è come baciarsi al buio dei portoni, è prendersi le mani incrociando le dita in un un’unica esistenza, è avere qualcuno che arriva alle spalle mettendoti le braccia intorno alla vita. Intorno a tutta la tua vita.

Sono le 7 del mattino, Firenze si è svegliata, Andrea cammina distratto per le vie del centro, ha gli auricolari nelle orecchie, un foglietto nel taschino della giacca, sfiora le persone che camminano veloci, le sfiora senza toccarle, le guarda senza vederle.

E sorride..

“E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio” (Tiziano Terzani).

Matilde stanotte ha ballato su questa canzone (Tonight, Tonight – The Smashing Pumpkins)

Tutti i sogni di Barbara.

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Era il 1982, la sera del 5 luglio. Tra qualche mese nei negozi sarebbero usciti i primi cd, l’Argentina avrebbe invaso le Falkland e il mondo avrebbe perso Grace Kelly. Anche se nelle favole a lieto fine le principesse non svaniscono mai.

Il brigadiere se ne stava sulla sua sedia preferita, quella di legno chiaro con l’imbottitura rossa sulla seduta, sulla scrivania una macchina da scrivere d’ordinanza, con la carta d’ordinanza e lui se ne stava lì a buttare giù alcune frasi in rima, amava scrivere poesie, si vedeva che aveva talento, almeno così dicevano i suoi colleghi. Se ne stava lì, raccogliendo i suoi pensieri. D’ordinanza.

Barbara entrò guardandosi intorno, sicura ma sospettosa, come se qualcuno potesse scorgere tutta quanta la sua vita attraverso la maglietta bianca leggera e i pantaloni grigi della tuta da ginnastica. I capelli raccolti in una coda improvvisata. Entrò e si diresse verso la scrivania del brigadiere, con passi lievi, cercando di spostare meno aria possibile.

– Mi hanno derubata – , esordì, quasi senza rendersene conto, quasi senza volerlo, – mi hanno derubata mentre ero in  casa -. Gli occhi si muovevavo veloci, come a cercare una via di fuga in caso di catastrofe naturale.

Il brigadiere guardò fuori dalla finestra, era sera e la città si stava illuminando distrattamente, come solo le città di mare sanno  fare, come se lo facessero per abitudine. Accendono le luci senza togliere lo sguardo dall’acqua in movimento, che non si sa mai cosa potrebbe uscire da là sotto, meglio non distrarsi. L’uomo si passò una mano fra i capelli, forse per mettere da un lato tutte le parole che gli occupavano la mente. Metterle da un lato per fare spazio. E ascoltare.

– Mi dica signorina, che cosa le hanno rubato? – e intanto inseriva un foglio nuovo dentro la macchina da scrivere. Ogni volta era una pagina da riempire, uno spazio bianco e immacolato dove raccogliere le disgrazie di qualcuno, una sorta di confessionale senza una grata per nascondere i segreti e le espressioni.

– Mi hanno rubato tutti i miei sogni -,
– Tutti i miei sogni – ripeté a voce alta il brigadiere, senza fare nessuna espressione di stupore, mentre iniziava a battere le dita sui tasti, in modo quasi ritmato, come se stesse suonando una melodia sentita chissà dove.

– E, di preciso, quanti erano questi sogni? –
Barbara rispose senza avere il bisogno di pensarci, conosceva il numero esatto, li aveva contati uno ad uno mentre sparivano sotto i suoi occhi. – Erano tantissimi, tutti quelli che una ragazza di ventidue anni può avere. Me li hanno rubati tutti quanti -.
Il brigadiere annuiva e continuava a suonare il suo pianoforte. – E quando sarebbe avvenuto questo furto?, è importante, cerchi di ricordare almeno l’ora indicativa – .
Barbara iniziò a tormentarsi il labbro inferiore con i denti, si sforzava di ricordare, di essere precisa, perché era importante, perché lei c’era, era lì, ma che vuoi, in quei momenti mica ti metti a guardare l’orologio, no? cerchi di capire cosa ti stia succedendo, cerchi qualcosa, magari per difenderti. Cerchi aiuto. Magari.
Ma il brigadiere teneva lo sguardo fisso su di lei, attendeva una risposta. – Vede, non ricordo il momento preciso, ma direi che all’incirca il furto è iniziato, sì, più o meno, è iniziato dieci anni fa -.
L’uomo restò immobile, alzò solo gli occhi al cielo. E si mise a contare a ritroso, tenendo il conto con le dita.  Poi riprese a scrivere e a scandire le parole a voce alta – la signorina dichiara che il furto è iniziato nel 1972 –.

– E cosa contenevano questi sogni signorina?, perché i sogni contengono sempre qualcosa, vede, il valore reale non è dato dal sogno in sè per sè, ma da ciò che ha al suo interno –
– C’erano tante cose dentro, non saprei neanche dirle quante, un’infinità di cose sparse, messe un po’ a casaccio, un po’ come veniva. Non sono mai stata brava a mettere ordine fra le cose mie. Ah sì, però una la ricordo bene. C’era l’amore. Ne sono certa. Un amore grande così, forse anche un po’ più grande, fatto di cose piccole così, forse anche un po’ più piccole, erano sorrisi, sguardi, progetti, sospiri, pianti, corse, abbracci, cose così, che prese da sole possono sembrare senza valore, ma tutte insieme hanno un senso infinito. Sì, sicuramente c’era l’amore. Ne sono certa.-

Faceva caldo quella sera, ogni tanto il brigadiere si voltava a guardare il ventilatore sul lato destro della scrivania, per essere sicuro che fosse acceso. Lo era. Ma faceva caldo ugualmente.

– E il desiderio di fidarmi di qualcuno. E forse anche di me stessa. Lo scriva per favore. E poi anche certi piccoli gesti, che so, il dorso di una mano sul viso, un bacio sulla spalla, un paio di gambe intrecciate alle mie, due occhi che ti danno coraggio. Ecco, cose di questo tipo. Scriva anche queste per favore -.
L’uomo adesso teneva gli occhi fissi sul foglio, vedeva le lettere che lentamente lo coloravano di scuro, lettere precise, una di fianco all’altra. Guardava il foglio e un po’ si compiaceva del fatto di non aver sbagliato a premere neanche un tasto.

– E la musica, brigadiere, anche la musica. Quella che metti in sottofondo, quella che non disturba, quella che incolla insieme tutti i dettagli di un solo istante. Quell’istante che diventa ricordo, che quando senti quella musica lì, riaffiora alla mente e magari sorridi e te ne freghi di essere su un tram affollato in mezzo a gente sconosciuta, in una chiesa, o in un negozio del centro. Te ne freghi. E sorridi. Quella musica non ce l’ho più e dubito davvero di riuscire a trovarla di nuovo -.

Certo, la musica, anche lui la teneva in sottofondo mentre scriveva le sue poesie, un po’ lo distraeva e un po’ lo ispirava, a volte faceva male altre volte alleviava i dolori. Il veleno e l’antidoto. Ma non gli sembrò il caso di esprimere a voce alta questi pensieri.

– Signorina, ma lei ha dato l’allarme? Ha chiesto aiuto?, non aveva un telefono vicino per chiamare qui in caserma e avvertirci che era in atto un furto? –

– Vede signor brigadiere, non è così semplice, mi è servito molto tempo per realizzare che mi stavano derubando, che lo stavano facendo dal profondo, che lo stavano facendo davvero intendo. E mi sentivo in colpa. E poi ho provato a chiedere aiuto, ma in certi casi gridare al ladro non serve a niente, rischi solo di peggiorare le cose. Ci ho provato, ma forse non gridavo abbastanza forte o forse non riuscivo a farmi capire bene, neanche mia madre mi sentiva, no, non sentiva, o forse non voleva sentire, no, ho bisogno di pensare che non sentisse. Ho bisogno di pensarlo. Sbagliavo, sì, sicuramente sbagliavo qualcosa, ne ero certa, ma giuro, non saprei dire che cosa. Giuro. E poi in quel momento riuscivo a fidarmi ancora delle persone, magari qualcuno si sarebbe insospettito e sarebbe corso ad aiutarmi. Ma non è arrivato mai nessuno. Mai. E io mi sentivo in colpa.
Sono stata un’ingenua, lo so, ma che ne sapevo io, che ne sapevo che mi avrebbero rubato tutto, specialmente l’amore. Che ne potevo sapere dell’amore, ti dicono tutti che è bello, che è prezioso, che sei fortunata ad averlo. E io signor brigadiere ci credevo davvero, lo tenevo stretto, che neanche sapevo quale fosse il modo giusto di conservarlo, non c’è un’etichetta sopra con le istruzioni, non ci sono procedure scritte da seguire, per me l’amore era quello e anche il modo di conservarlo. Era quello. E ci credevo davvero. E invece una mattina mi sono alzata e mi sono resa conto che non c’era più, non c’era più niente, non avevo più niente. Il vuoto. Mi avevano derubata. Di tutti i miei sogni. Io mi sono sentita svuotata. E in colpa -.

– Ma ha sospetti su qualcuno?, riesce a darmi qualche particolare in più?, io capisco il suo stato d’animo, ma se vuole davvero ritrovare i suoi sogni, ogni dettaglio è importante, lo capisce questo? potremmo almeno catturare il ladro. E sarebbe già un buon inizio. –

– Ho detto tutto quello che potevo dire, non posso spiegare come siano andate esattamente le cose, cerchi di capire, non posso farlo. E’ successo quello che le ho raccontantato: una mattina mi sono svegliata e ho scoperto – sospiro profondo, uno di quei sospiri che ha percorso migliaia di chilometri per arrivare fin lì, fino alle soglie del coraggio. – ho scoperto di essere stata derubata. Di tutti i miei sogni. Non posso dirle di più. –

– Bene signorina, abbiamo quasi finito, un attimo di pazienza e le consegno la deposizione da firmare -.

Il brigadiere cambiò il foglio nella macchina da scrivere, probabilmente conteneva cose non corrette, lui era un tipo preciso, non poteva rischiare di fare brutte figure. Scrisse tutto da capo, senza guardare il primo foglio, senza copiare, si ricordava  perfettamente ogni singola parola. Sorrise e lo fece leggere a Barbara. Lei lo studiò attentamente, molto attentamente, guardò l’uomo davanti a sè, posò nuovamente gli occhi sul foglio che stava tremando fra le sue mani, lo fissò per un istante interminabile, imprimendosi a fuoco nella mente quelle righe scritte con parole ordinate e precise. Tolse con due dita una lacrima che le scendeva sulla guancia. Prese la penna e lo firmò.

Era la notte del 5 luglio 1982 quando Barbara uscì dalla caserma, tra qualche mese nei negozi sarebbero usciti i primi cd, l’Argentina avrebbe invaso le Falkland e quella sera l’Italia aveva vinto la coppa del mondo.

Nella caserma di una città di mare c’era un brigadiere seduto sopra la sua sedia preferita, sulla scrivania di fronte a lui un ventilatore cigolava inutilmente, tra la macchina da scrivere e il posacenere c’era un foglio, scritto senza errori, con le lettere ordinate e precise. Sopra si potevano leggere queste parole:

“Livorno, 5 Luglio 1982,

in data odierna, la qui presente Bonsignori Barbara, nata a Livorno il 19/03/1960 dichiara di aver subito in maniera reiterata, atti carnali a scopo di libidine dal di lei padre. Dichiara inoltre di esserne stata profondamente danneggiata, nel fisico e nel morale”

Da lì a poco il mondo avrebbe perso Grace Kelly. Anche se nelle favole a lieto fine le principesse non svaniscono mai.

“Strappa all’uomo comune le illusioni e con lo stesso colpo gli strappi anche la felicità” (Henrik Ibsen).

Direi che è il momento di scomodare gli INXS e la loro bellissima ragazza.

*Questo testo è ispirato ad una scena di un video, visto di sfuggita e del quale non conosco il titolo. I fatti e i nomi dei personaggi sono assolutamente frutto di fantasia.