Un inchino accennato.

Poche righe per ringrarvi tutti, nessuno escluso, per averci letto, sopportato, supportato. Ultimamente siamo un po’ latitanti ma restiamo comunque nei paraggi, che l’idea di allontanarsi troppo ci spaventa. Tipo quelli che vivono in periferia ma poi non possono fare a meno di un giro in centro, per cambiare un po’ lo sguardo, per lasciare trucioli di vita ai bordi della piazza centrale, per nuotare un po’ nelle esistenze altrui asciugando la propria.

Quindi no, non ci allontaneremo troppo, ci troverete sempre nella nostra periferia, se passate di qua ci sarà sempre qualcosa da bere, che noi ci ostiniamo a raccontare illusioni.

Quindi eccoci qua, io e miei personaggi, ringraziando davvero con un sorriso pulito e un inchino accennato.

Ci vedremo al più presto nella piazza centrale, nel frattempo viviamo davvero.

(Ah sì, mi ero quasi dimenticato…che l’anno sia così come lo volete).

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Valentina in attesa della neve.

 Valentina tiene gli occhi dietro un vetro, da lì vede la vita e le si appannano i respiri. Lei guarda verso il cielo. Potrebbe nevicare.

 Ma non succede mai che nevichi sul mare, sarebbe qualcosa di imperfetto, sono incompatibili il mare con la neve, come il sole e la sua ombra, come quando dici che va tutto bene mentre ti sembra di morire. Lei lo sa che non nevica sul mare, ma ha imparato ad illudersi con poco e allora prende un passo più leggero, che non si può mai sapere e continua ad aspettare. Come faceva da ragazza, quando attendeva “quella” telefonata, aveva la certezza che non sarebbe mai arrivata, ma non si rassegnava e fissava la cornetta, che non c’era cosa più bella al mondo che stare lì in attesa, che il solo pensiero che potesse succedere davvero la scaldava come un abbraccio di madre. E questo era un buon motivo, sì, decisamente un buon motivo, per non smettere di illudersi.

 Valentina aveva quindici anni quando capì di esser sola, quando iniziò la sua vita in parallelo, fatta di strade prese contromano, come quando ti dicono di arrenderti e senti il freddo della canna di pistola sulla tempia e chiudi gli occhi e pensi sia finita e aspetti un ultimo rumore. Quasi un po’ ci speri che si muova il dito sul grilletto, che alla fine sarebbe solo un ultimo istante di dolore, magari neanche così atroce, sarebbe questione di un secondo, niente in confronto ai giorni che ti aspettano spietati. Finalmente tutto sarebbe compiuto e tu potresti smettere di rincorrere scampoli di vita e forse, per la prima volta, dopo un tempo indefinito, sederti e tirare il fiato.

 Stava seduta su una panchina dei giardini di Villa Fabbricotti, vicino al lungomare, con un freddo pungente che non dava tregua e non capiva se arrivasse da fuori o da dentro il respiro, davvero non capiva. Avrebbe giurato di sentire la temperatura del parco diminuire ad ogni movimento del suo diaframma. Ma quelle erano solo irreali sensazioni, come quando ti sembra di vedere un viso conosciuto che si affaccia al bordo estremo degli occhi, poi ti volti, cercando una conferma e ti convinci dell’abbaglio.

 Aveva quindici anni, un giubbotto di pelle nero, una maglietta con la scritta “I am mine”, i jeans strappati non certo per essere alla moda e un paio di anfibi, presi in prestito al banco del mercato e mai restituiti. Quasi un po’ le dispiaceva di non essere elegante, ma non poteva immaginare che quello sarebbe stato il primo giorno della sua nuova vita, che poi, a pensarci, non sarebbe cambiato molto, non prometteva comunque un granché, questo giorno. E neanche la sua vita.

Se ne stava lì seduta, con gli auricolari che vomitavano distratti “Mad World” di Gary Jules, che a pensarci adesso sembrerebbe che quelle note avessero avuto quasi un senso, sembrerebbe proprio così. Ma non lo avevano, un senso, quello note. Neanche i suoi insulsi pensieri ne avevano, un senso. In quell’istante qualunque, gettato a caso come note improvvisate, squillò il telefono. Una voce categorica la informò che sua madre non c’era più. Che lì, su due piedi, il primo pensiero che le attraversò la testa fu “sai che novità”. Ma al respiro successivo realizzò che stavolta c’era un piccolissimo “per sempre” a fare la differenza. Lieve, sottile, impalpabile differenza.

 Vedeva le persone che passavano lungo la strada, alcune la guardavano di sfuggita, come si guardano i pescatori seduti al tramonto in cima al molo, che la loro presenza non aggiunge niente agli ultimi colori del giorno. Lei vedeva passare tutte quelle persone e immaginava le loro vite, le loro domeniche coi parenti, tutti a tavola, davanti ad un sorriso ipocrita fatto di tagliatelle e vino rosso. Che per lei, la domenica era solo un tramezzino e una birra media, come gli altri giorni, come tutti gli altri giorni normali della gente che le passava davanti. La domenica si sentiva come loro.

Ma senza ipocrisia.

Le tornarono alla mente immagini sbiadite, di estati passate da tempo e le pareva di sentire ancora i piedi affondare nella sabbia, la fatica salire dallo stomaco, come quando devi sostenere lo sguardo di qualcuno, qualcuno migliore di te, qualcuno che non conosce la vita ma deve dirti come si fa.

 La sente ancora la voce di sua madre, che la chiama da lontano, che le dice di sbrigarsi, che le ripete che non riuscirà mai a combinare niente di buono, che farà la fine di suo padre. Che poi chissà che fine avrà fatto, suo padre. Sua madre invece era rimasta, ma era altrove, si percepiva chiaramente la sua smania di movimenti distanti, come fosse un fastidio dover fermarsi anche solo un istante. Che poi, alla fine, veniva da chiedersi chi dei due fosse più distante. Più devastante.

 Erano questi i pensieri che le pulsavano nelle tempie, che la infastidivano come zanzare in una sera di luglio, pensieri inopportuni, che si scontravano con la realtà di quel momento così solenne, forse avrebbe dovuto piangere a dirotto. Forse avrebbe dovuto provare pietà e riuscire a perdonare gli errori di sua madre, ma davvero non ci riusciva, non poteva farlo, perché sentiva che non c’era proprio niente da dover perdonare. Concedere a qualcuno il proprio perdono significa reputarsi migliori, elargire beneficenze stucchevoli, come il signore del maniero che regala briciole di pane alla plebe. Ma Valentina non aveva briciole da donare e non c’era nessun maniero, davvero non c’era nessun motivo al mondo, per potersi sentire migliori.

 Avrebbe solo voluto qualcuno a cui appoggiarsi e invece ha dovuto sempre cavarsela da sola, si potrebbe dire che ci è proprio cresciuta, da sola. Tutte le persone che ha incontrato erano sbagliate, sempre e comunque sbagliate, come se continuasse a mangiare chicchi d’uva da un grappolo

infettato dal male di vivere. “Persone sbagliate”, ti dice con un gesto delle labbra che somiglia ad un sorriso, persone e decisioni, come fossero complementari, che una cosa quasi non esisterebbe senza l’altra. Sbagliate, una dopo l’altra fino a convincersi di essere lei quella sbagliata.

 Valentina ha dovuto accelerare i suoi anni migliori, non poteva permettersi il lusso di aspettare, è cresciuta senza percorsi da seguire, senza nessuno a dirle come si fa, senza un paio di braccia sicure per cacciare via la notte e lei davvero non sapeva come fare. Non lo poteva sapere. Poteva solo improvvisare. Come fanno gli artisti di strada, che se lasci una moneta, ti regalano un inchino. E’ arrivata a quarant’anni nel giro di un minuto, con decisioni prese contromano, controvoglia, contro

il disappunto dei benpensanti, trascinandosi dietro l’esistenza, fra le grida del porto e i sussurri di emozioni.

 Ma alla fine si è convinta, che certe esistenze non puoi mica decidere di sceglierle, come certe giornate uggiose di fine Ottobre, che arrivano anche se non le aspettavi, non le scegli, puoi solo decidere di cambiarle, o almeno, ci puoi provare. Se ti rimane un misero sussulto di vita, ci puoi provare. Ha imparato che avere una vita difficile non è una colpa, ma neanche un alibi, che a quelle come lei nessuno farà sconti e piangersi addosso serve solo a far crescere il senso di pena e la fame di carezze.

 Valentina cammina senza fretta, lancia un sorriso a Cisco il matto, che aspetta appeso ad un angolo di finire la sua birra, oltrepassa il bar “quattro mori”, dove un giorno chiese due spiccioli ad un passante per regalarsi un pranzo, guarda i traghetti lasciare la banchina, pensa che nonostante tutto quello spazio, il comandante farà sempre la stessa rotta, che anche in mare ci sono traiettorie da seguire, linee indefinite ma tassative, che alla fine sono sempre pochi quelli che guidano e tantissimi quelli che si lasciano trasportare, contenti e soddisfatti che il viaggio sia andato a buon

fine, sì, soddisfatti, come se fosse stato merito loro. Arriva sotto i portici al numero quaranta, guarda verso il cielo, sente sulle ossa il calore di un abbraccio e pensa che quello è stato l’ultimo regalo che le ha fatto sua madre. Da quel giorno sta solo cercando di meritarselo, quel regalo.

Adesso è quasi buio, forse è meglio rientrare, che per stasera non c’è più niente da salvare, ma domani sarà un giorno nuovo di zecca, con qualche sogno da cullare, qualche altra illusione contro cui fare a pugni. Il fatto che domani sia Natale è solo un inutile dettaglio. L’aria è più fredda e il tempo sta cambiando. Potrebbe nevicare
Questo è il mio contributo per il numero speciale di Natale della rivista Writers. Potete scaricare l’intero numero qui: WRITERS