Tra il sogno e lo sparo.

Da un momento all’altro sentirò lo sparo. Lo sguardo è fisso a puntare qualcosa che non c’è. Un punto astratto come il respiro del mare. I muscoli tesi, che se il vento soffiasse un po’ più forte ne sentiresti il suono. Il respiro in attesa di un segnale, il via libera ai bombardamenti.

Tutto rimane sospeso, nell’attimo che precede lo sparo. Come l’anteprima di un bacio attesa da un tempo eterno.

Ci siamo quasi, me lo sento. E allora chiudo gli occhi, che forse nessuno mi vede, forse nessuno verrà a chiedermi se ho paura. Chiudo gli occhi, l’istante prima del boato e in quell’universo in attesa ci vedo mio padre, in un giorno che pioveva, a guardare verso la finestra, oltre i muri dei palazzi di quel quartiere popolare, oltre l’autostrada che tagliava l’orizzonte. Guardava oltre i fumi delle fabbriche, a cercare qualcosa che lo facesse sentire meno solo. Un’intuizione di felicità. Lui faceva vagare lo sguardo e alla fine lo trovava. Il mare aperto.

In quei secondi che anticipano la corsa del proiettile ci vedo mia madre seduta sui gradini, con il maglione verde incrociato sul davanti e una gonna a quadri, che sorride, si portale mani ai lati della bocca, nel gesto inconsueto di amplificare la sua voce. Gonfia il petto, quasi ad inalare tutto l’ossigeno del mondo e con i polmoni pieni di sgomento mi grida “Scappa”, proprio così, “Scappa, come fai tu, a prendere l’anima per la coda. Scappa. E non pensare a niente.” Proprio così, dice. E si vede che è felice.

In quei secondi lì, quelli prima del delirio, ci vedo Agata degli spilli, intenta a cucire l’abito della festa, di una festa qualunque. Una festa di qualcun altro. Lascia cadere il filo del tessuto e dei pensieri, mi prende il viso fra le mani. E si capisce che mi ama. Lei che mi permette di alimentare questa assurda convinzione di lasciare sempre tutti alle spalle. Non sarà così, ma lei me lo lascia credere. Perché quando ami qualcuno non ti passa neanche per la mente di svegliarlo dai suoi sogni. Agata è così, quasi un’idea, qualcosa che assomiglia a quei giorni in cui esci di casa e l’inverno è finito.

E’ il momento dello sparo, apro gli occhi e guardo verso un’intuizione, E lo vedo anch’io. Il mare aperto. E inizio a scappare, nel modo in cui so fare solo io, più veloce che posso, a cercare un vento che mi asciughi l’anima. Guardami Agata, guardami adesso, mentre volo verso la incosciente convinzione. Guardi mentre lascio tutti alle spalle.

E ormai la vedo, la linea bianca del traguardo, posso quasi sentirne l’odore. Scappo verso quel confine fra la gloria e la disfatta. Mi aspetta, come una buona idea.

Adesso che tutto è compiuto riprendo il normale battito del tempo, in attesa di un pretesto per arrivare sulla prossima linea di partenza e scappare nuovamente. Perché forse il senso di una vita intera sta tutto lì, in quei cento metri che separano la follia di un sogno da un colpo di pistola.

 

Un regalo fastidioso. Pubblicità Regresso.

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Allora, come dire…avrei fatto una cosa, no, niente di illegale (spero), insomma…lo dico?….ok, lo dico: ho pubblicato un ebook ahahahah, sì, anch’io ho avuto la vostra stessa reazione. Prometto solennemente che non andrò dalla Clerici, vestito da massaia a preparare il petto di pollo in agrodolce. Giuro.

Non è un romanzo, è solo una raccolta di post, il motivo? Boh.

L’ho fatto solo per aiutarvi con i regali di Natale a quelli che vi stanno antipatici, avete presente quei parenti insopportabili ai quali vorresti far loro un regalo fastidioso? Eccolo qua!

Questo è il link incriminato: http://www.amazon.it/PINOCCHIO-NON-CE-PIU-pensatori-ebook/dp/B00QQWH0PY/ref=sr_1_fkmr2_3?ie=UTF8&qid=1418126460&sr=8-3-fkmr2&keywords=Pinocchio+non+c%27è+più

Alice si è persa nel “Deserto”

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Lo ammetto, la Big City mi mette ansia, mi innervosisce un po’ e solo l’idea di doverci andare inizia a disturbarmi già da tre giorni prima.
Non è grandissima la mia Big City, no, non è Roma, neanche Milano, no, quelle sono davvero troppo Big per noi gente di provincia, non scherziamo, sono fuori dalla nostra portata, non riusciamo neanche a concepirne l’idea, troppa gente sconosciuta, troppe cose strane, ci sentiremmo fuori posto, come quando vai ad una festa con tantissima gente e cerchi disperatamente lo sguardo di qualcuno che conosci, giusto per sentirti un po’ a tuo agio. Ma nelle smisurate Big City qualcuno che conosci non c’è mai.

No, ci basta la nostra media Big City per farci sentire come se fossimo vestiti da metalmeccanici al raduno degli azionisti Fiat, e allora cerchiamo di nasconderci un po’, almeno, io lo faccio eccome, cerco il barretto fuori mano, dove fanno il panino classico dei posti fuori mano, accompagnato da un bicchiere di Coca che sa di Sprite e il caffè che sa di fosso.
Ieri mi sono spinto oltre, sono andato decisamente fuori mano, avete presente quelle strade di confine, quelle che sei ancora nel perimetro cittadino ma se lanci un sasso cade in un’altra provincia? ecco, quelle strade lì, che costeggiano i container del porto e i fumi della zona industriale, mi sentivo decisamente al sicuro, talmente al sicuro che al posto del solito panino scongelato a metà ho preferito cercare un posto qualunque per mangiarmi un piatto di pasta.

E girato l’angolo della raffineria che appesta mezza città lo trovo, “il deserto”, è il nome del locale, cazzo è perfetto, entro.

Solo che…era strapieno e ci saranno state una ventina di persone che smadonavvano aspettando che qualche stronzo si decidesse a liberare un posto. Almeno queste erano le parole del marchese Unto de Untis che attendeva davanti a me.
Come fanno un po’ tutti mentre sono in fila ad aspettare, inizio a guardarmi intorno e a studiare la varia umanità che affolla quel posto.
Niente tavoli singoli, solo tavolate di persone sconosciute fra loro che mangiano gomito a gomito e si passano la lanterna del vino.

E allora mi sono reso conto che nel giro di 60 metri quadrati ci saranno state 120 persone tutte diverse, e che in quel “deserto” avresti potuto trovarci chiunque, dal direttore di banca con la camicia inamidata al camionista con il tatuaggio di Padre Pio, dalla segretaria pettinata come Grace Kelly alla mignotta persa nei suoi pensieri con la forchetta a mezz’aria, lo sguardo verso il pontile e un sorriso a metà, che ricorda Lili Marlene dell’Alice di De Gregori, si la ricorda eccome.

Si ok, sorvolo, sulla cameriera che ti porta i bicchieri che ustionano e ti guarda come dire “ciccio, so’ usciti dalla lavastavoglie, che cazzo guardi” e tu pensi che al posto del brillantante abbiano messo la lava dell’Etna, sul fatto che ciò che devi bere lo decidono dalla cucina, e non si discute, si, ok, il mangiare lo scegli tu, ma non ti allargare. E allora ripieghi su una sicura frittura e quando arriva la tipa dei bicchieri esclama “cocco, è tua la piattata di paranza e scoppiettini?”….”ehm…si…”….”oh, guarda che se un è tua torno e te li levo anche se l’hai biascicati” (detto in dialetto). E così mangio alla svelta, incrociando le dita nella speranza che “la piattata” sia veramente mia, e cercando di capire che diavolo siano gli “scoppiettini”.
E il caffè, ecco il caffè te lo bevi nel bicchiere di vetro, non ci son cazzi e se ti azzardi un “in tazza per favore”, il Mastro Lido dietro il bancone ti guarda torto …”seee certo, in tazza…ma vaffanculo va”. E intanto distribuisce il ponce al rum come se piovesse.

E lì, in quel “Deserto” non importa a nessuno chi sei, non sono li per giudicarti, puoi vestirti in giacca e cravatta o con la tuta costellata di olio sudore e bestemmie, è uguale, la cameriera ti guarderà il culo comunque, l’acqua te la porteranno del rubinetto comunque e il caffè sarà nel vetro, sempre, comunque.
Si, è un pò il paese delle meraviglie, la cameriera è la regina di cuori, il ragazzo dell’acqua lo Stregatto e il barista il cappellaio matto, sicuramente ci sarà anche il Bianconiglio, magari è in cucina a far ballare i coperchi e le padelle, che ricicla gli avanzi di scoppiettini e ci fa un cacciucco. Lili Marlene la troverai sempre sempre seduta nell’angolo in fondo a destra, che guarda oltre i vetri, sospira, non mangia e risponde alle telefonate dei clienti. Ma tutto questo Alice non lo sa.

Come dici? Il caffè lo vuoi in tazza?…ma vaffanculo va.

Il deserto non è deludente, neppure qui, su questo limitare, dove comincia appena. La sua immensità sovrasta tutto, ingrandisce tutto e, in sua presenza la meschinità degli esseri si dimentica“. Pierre Loti

Questa è la mia Big City

Premi, ringraziamenti e un velo di anarchia.

E’ tempo di premi e di ringraziamenti.

Sono estremamente vagabondo, per natura, e in questo periodo questa condizione si è amplificata enormemente, così, mi accingo a compilare questo post “cumulativo”, per rendere omaggio a coloro che si sono ricordati di me e al grido di “voglia di ringraziare saltami addosso, fammi ringraziare più che posso” mi trascino dal divano al pc e mi metto all’opera.

Ah, spero di non dimenticarmi di nessuno, se così fosse (e probabilmente lo sarà), siate comprensivi, fatemelo notare e, citando lo zio Willy ” Puk Pinocchio i danni vi rifonderà”.

LIEBSTER

ImmagineSono onorato e ringrazio come se non ci fosse un domani:

Fulvialuna: i suoi suggerimenti in fatto di libri sono per me molto preziosi e, cosa più importante, mi fanno sentire un ignorante totale. Sono belle sensazioni.

Pontomedusa: qui si vola alto. Lei ha lo spirito guida, una sua personalissima guida di sopravvivenza e probabilmente anche la guida Michelin. Non so a voi, ma come direbbero dalle mie parti “a me mi fa schiantà da ride” (l’accademia della crusca non credo approverebbe)

Carrie: Che dire…da fan accanito di Sex and the city sto facendo le capriole, anche se, lo ammetto, la mia preferita era Samantha…chissà perchè…

DARDOS

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Carzy Alice: qui c’è tutto ciò che possiamo desiderare, pensieri, citazioni, racconti…se guardate bene potete veder passare il Bianconiglio. Ve lo assicuro.

Laura: un mondo, il suo, che sfugge a qualunque definizione, che personalmente considero una gran dote.

SUPERTELEMINCHIONE

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Ecco, senza nulla togliere agli altri, ma questo premio è sicuramente il più ambito. Appena l’ha saputo Sorrentino mi ha chiamato scongiurandomi di fare uno scambio con il suo misero Oscar…seee..figuriamoci Paolino Sorrentino piccolino…non ci penso neanche. Il merito di tutto questo è di Giacani, e non riuscirò mai a ringraziarlo abbastanza.

Bene, ora capite anche voi che rispondere alle domande sarebbe per me uno sforzo fuori dal normale, perciò non ve la prendete, ma proprio “non ce la posso fa’”

Infine, farò le nomination, ma con criteri tutti miei, senza badare al numero dei nominati, e soprattutto…i premi sono qui, scegliete voi quello che vi piace di più, ora non vorrei influenzarvi, ma Sorrentino…

Mille nuovi orizzonti: rifatevi gli occhi. Invidia pura.

Uhm!: Un nome una garanzia.

Assocorale: quando si dice arte.

Macchiato con zucchero: a suo tempo accettai il consiglio di farci un salto. Fossi in voi farei altrettanto.

Lettera C: squarci di vita quotidiana.

Viaggio al termine della notte: essere ironici senza troppi giri di parole.

Vissi di tacco 12, vissi d’amore: aperto da poco, conosciuto da poco. Colpo di fulmine.

Nata L’altroieri: è un blog nato da poco, ma che ti chiede già le chiavi di casa.

Ve lo dico in un orecchio: il suo nick è Gnappetta. C’è bisogno di aggiungere altro?.

365 giorni senza uomini: Non ci andate, vi prego, il titolo è falso e tendenzioso.

Cronache di un pigiama rosa: si mangia, si ride, si sta davvero bene.

Lara dice no: vestitevi di blu e fatevi avanti.

Hate couture: consigli pratici per sopravvivere nel fantabosco.

Colpo di tacco: donne, andate a farle visita, è un blog di moda, è fashion, trendy…ahahah…prendete esempio…ahahah…fatemi sapere.

Si, ci siamo…quanti blog sono?…boh…va bene così.

Tutti insieme senza invito.

Foto post social

Lo avete pagato il canone Rai?, io si, controvoglia, bestemmiando come un turco e all’ultimo minuto dell’ultimo giorno…ma alla fine l’ho fatto.

Il fastidio non era dovuto solo ad una questione economica, che comunque c’è ed è pesante, ma anche per una questione di “utilizzo”. Ho realizzato che potrei benissimo fare a meno della televisione. Ecco, detto in questi termini potrebbe suonare quasi come un pensiero edificante, in realtà non è proprio così. La realtà è che abbiamo a disposizione dei validi surrogati del televisore, anzi, questo elettrodomestico, in se per se, sta diventando un ripiego bello e buono. Il mondo per fortuna (o per disgrazia, ma personalmente propendo per la prima) si è evoluto e internet è stato la nitroglicerina di questa propulsione. Tutto ciò che desideriamo lo troviamo in rete: serie tv, partite di calcio, film, eventi ecc. Praticamente negli ultimi tempi uso la tv solo come strumento necessario per avvincenti sfide alla playstation.

La questione assume contorni leggermente più pesanti se pensiamo che con l’avvento della tecnologia non siamo più soli.

I nostri amici di facebook, i followers di twitter, i contatti di Instagram, Pinterest e via dicendo ci seguono ovunque. Vengono sempre con noi anche se usciamo a fare una passeggiata. Anche quando siamo con la nostra dolce metà. Anche se non hanno l’invito.

Siamo tutti un po’ dipendenti da tablet e smartphone, cambia però il livello di “intossicazione”. Tecnicamente sono strumenti catalogati come “droghe leggere”, ma la linea di visione con quelle “pesanti” è più sottile di quanto si possa credere. Rimanerne irremediabilmente affascinati è molto semplice. Di solito i più contagiati siamo noi uomini. Ci sono quelli che usano queste tecnologie in modo assiduo, ma entro certi limiti, sono quelli che hanno mantenuto il senso della misura e riescono ancora a preferire un sorriso vero da un “like” virtuale. Poi ci sono gli “smanettatori seriali compulsivi”, che controllano il telefono ogni tre secondi netti, rispondono ai post degli amici, twittano su qualsiasi argomento, dalle leggi che regolano l’universo alle emorroidi del cane Dudù.

Per cercare di farci uscire dal tunnel, le nostre compagne posso tentare un approccio soft. Ad esempio cercare di organizzare un programma insieme, un’uscita, una serata interessante, sforzarsi di trovare qualcosa di alternativo e stimolante. Si, anche quello che pensate voi potrebbe essere un’alternativa valida. Certo, concedeteci un po’ di metadone, chessò, lasciateci almeno di controllare la posta elettronica ogni trentacinque minuti. Secondo me una terapia d’urto particolarmente aggressiva non è consigliabile. Noi uomini con il telefonino in mano siamo come i bambini con i giocattoli, Se ci obbligate a farne a meno ogni vostra distrazione sarà sfruttata per dare una sbirciata fugace a quel mattoncino senza tasti, saremo distratti e con l’orecchio teso a captare qualunque suono che assomigli anche lontanamente ad una notifica. Anche il “din” del timer del microonde ci farà sobbalzare dalla sedia.
Ma voi donne avete il sacrosanto diritto di richiedere attenzioni, perciò incazzatevi pure, anzi, se proprio non riusciamo a distogliere lo sguardo dalla nostra bacheca facebook siete autorizzate a battere i pugni sul tavolo, strapparci il telefono di mano e saltarci addosso violentandoci. Ah, vi avviso, è inutile cercare di ingelosirci parlando bene dell’idraulico. Se la wi fi funziona non vi sentiremo neppure. Anche porre aut aut tipo: o ruzzle o io, non è consigliabile, specialmente se siamo nel bel mezzo della manche decisiva.

La cosa che vi chiedo, (e che vi chiede tutto il genere maschile) è quella di dare il buon esempio. Vale ancora il principio del bambino (quarantenne). Fate bene a sgridarci se stiamo sempre a giocare con i soldatini, ma voi evitate di pettinare la Barbie non appena avete un attimo di pausa. In altre parole: dimostratevi migliori di noi, rimandate lo scambio di messaggi con la vostra amica d’infanzia a quando saremo usciti di casa, insegnateci la grande arte di resistere alle tentazioni, che vi assicuro abbiamo un gran bisogno di impararla.

Quando siamo immersi in questo universo ovattato il tempo si dilata, così la pausa pranzo si protrae fino all’ora di cena, arriviamo a casa stravolti e con gli occhi iniettati di sangue, millantiamo problemi di lavoro in realtà ci girano le balle perchè a metà pomeriggio la batteria ci ha abbandonato e non avevamo il cavetto da collegare all’accendisigari dell’auto. Avete mai notato qualche macchina parcheggiata davanti ad una banca con il motore acceso?, ecco, non allarmatevi, non c’è nessuna rapina in corso, è semplicemente un povero disgraziato che sta ricaricando il telefonino. Con mezzo serbatoio ti assicuri il 20% di autonomia….mica male.

Secondo me varrebbe la pena di alzare gli occhi da uno schermo di quattro pollici, perché magari di fronte a noi c’è una femmina di quattro miliardi di pixel in carne e ossa e pure in hd che non aspetta altro di essere digitata. E forse capiremo che quello di twitter non è l’unico volatile con il quale poter interagire.

Ho visto Parigi ma ero sotto anestesia.

Ultimamente vedo più spesso la guardia medica di mia madre.
Sarà l’età che avanza, sarà che voglio fare il figo e non c’ho più il fisico (come disse la mamma di Einstein quando il bimbo andò via di casa), fatto sta che questa notte/mattina mi son ritrovato nell’ormai familiare ambulatorio.

Mi sono svegliato nel cuore della notte con un mal di denti da prendere a craniate un bisonte. Ora, diciamocelo, sono un uomo e questo non gioca a mio favore. La prima cosa che un maschio adulti si sente ripetere quando sta male è quella di non riuscire a sopportare il dolore, pare infatti che un giorno, un vattelapesca di dottore (ma io sospetto…dottoressa) abbia stabilito che la soglia di sopportazione maschile sia di gran lunga inferiore a quella delle donne. Il discriminante è il parto. Sempre e comunque.
Puoi finire scorticato vivo e patire le pene dell’inferno, ma arriverà sempre una donna, in particolare una mamma, ovviamente non la tua (ma a volte anche la tua si lascia andare) che ti dirà con mento alto e sguardo fiero “tsè io ti farei provare i dolori del parto, vedrai che dopo gli altri sarebbero passeggiate di salute”.

Ma che cazz…ehm caspita di paragone è?…allora io ti farei provare a pulire i cessi durante il militare…vedrai che dopo ti sembrerà di camminare in campi di lavanda..
Lo so, in questo momento mi sto inimicando le simpatie di tutte le donne che mi seguono…ma abbiate fede, saprò farmi perdonare.

Insomma, io non ho mai partorito, e, a meno di clamorosi sviluppi genetici, dubito che proverò quel tipo di dolore, ma anche il mio “misero” mal di denti può dire la sua in fatto di dolore. Tra l’altro non mi sono neanche impressionato più di tanto, a parte allertare l’elisoccorso (questa me l’hanno suggerita su facebook) e iniziare a scrivere le mie ultime volontà, per il resto niente di che.

Il medico che mi visita è quello dell’aloe, ma stavolta è vestito e ha pure rinnovato il campionario delle bestemmie. Sbadiglia, sbuffa, scuote la testa…cazzo l’ho svegliato, mi dispiace….mi sento in colpa, ma il mio premolare mi riporta alla realtà, se non mi da qualcosa gli salto in testa come un mastino napoletano. Prende una fiala e una siringa…si avvicina e mi propone una domanda spiazzante “preferisci sulle chiappe o in bocca?”…oh…non scherziamo…che domande sono…non capisco ma nel dubbio rispondo “chiappe! Se non altro sono libero di protestare” (questa è un pò articolata, infatti lui non l’ha capita e m’ha somministrato il Tora-Dol per via sub-linguale).

L’effetto è pressoché immediato, riprendo ad essere nel pieno della mia (semi) facoltà mentale, salgo in macchina ed è ancora buio…e qui…scatta qualcosa….

Non mi capita spesso di guidare mentre tutti stanno dormendo, tantomeno mi capita di farlo nella mia città, è una sensazione strana, ne approfitto e faccio il “giro lungo”, arrivo in centro ed è deserto, è silenzioso, è bellissimo. Decido di fare due passi per il corso, lo so, non è una cosa da persone sane di mente, ma cavolo, sono sotto anestetico….posso permettermelo.
Non l’avevo mai vista sotto queste veste, anzi, l’avevo vista, ma non l’avevo mai guardata, eppure lei era sempre stata lì, con le sue insegne, la piazza con la fontana, l’hotel a ore vicino alla stazione, che ti prendono per pappone anche se ci vai con la tua bisnonna, il duomo, le due banche, il panettiere che conosco da una vita e mi chiama dicendomi “oh…che cazzo ci fai in giro a quest’ora?” – “niente, facevo due passi” lui scuote la testa urlandomi “cambia spacciatore !!!” , il silenzio è quasi totale, quasi mi imbarazzo a camminare, ho timore dei miei passi, del mio telefonino che scatta foto, come se stessi vedendo per la prima volta quelle case e quelle vie, che a pensarci, forse è veramente la prima volta che le guardo così. E adesso posso tendere l’orecchio, e se ascolto bene lo sento, si cavolo lo sento… Il rumore di fondo della città, il suo respiro e lo sento così bene che mi pare anche di percepire il saliscendi dei suoi polmoni, il petto che si gonfia.
Torno in macchina, dalla radio esce una canzone in francese, perfetta per quell’atmosfera da tardo decadentismo parigino.

Questa è la mia città con la giusta misura, non troppo invadente, nè troppo indifferente, ci accoglie, ci protegge col suo pezzo di mare, ci guarda passare pensierosa e sognante, ci lascia partire ed incrocia le dita.

In realtà questo post è nato appena sono rientrato a casa, non volevo rischiare di perdere certi suoni e certi odori, e poi come dice il Liga “sarà che anche qui, le quattro del mattino, sarà che anche qui l’angoscia e un pò di vino”…il tempo che abbia inizio in pieno l’effetto dell’analgesico e quando riapro gli occhi è giorno fatto. Com’è giusto che sia.

Perchè la mia “piccola città” mi guarda e sorride. (lo so, vi aspettavate il Guccio…e invece…noi siamo un po’ più rock).

Anche Superman veste vintage.

ImmagineCambiano i capi di stato, cambiano i modi di comunicare, cambiano i costumi….di carnevale.

La crisi non accenna a diminuire, ma la voglia di divertirsi sembra non risentirne troppo, il carnevale è alle porte e le vetrine dei negozi brulicano di maschere, mascherine, ricchi premi e cotillon. Abbigliamenti improponibili e costumi raffinati, ma le mode si evolvono e i personaggi “storici” hanno ceduto il passo a quelli di nuova generazione.

Parlando su facebook con un’amica d’infanzia, sono tornati alla mente ricordi di un tempo ormai passato.  Siamo entrambi figli di ferrovieri ormai in pensione, ma che ogni tanto non disdegnano di presentarsi sul binario 1 della stazione muniti di cappello e fischietto.

Durante il periodo del carnevale, la festa per eccellenza era quella organizzata per i piccoli futuri dipendenti delle Ferrovie dello Stato nei locali del Dopolavo Ferroviario (appunto).
L’orario di inizio dei bagordi era previsto per le 16:00 in punto, ma i nostri padri ci accompagnavano sempre con almeno venti minuti di ritardo. Quando si dice la forza dell’abitudine… L’organizzazione era perfetta, la festa era aperta a tutti i bambini, anche a quelli meno fortunati, tipo i figli dei piloti d’aereo, l’ingresso di solito era presidiato da due energumeni che facevano a tutti, la stessa domanda di rito ” che lavoro fa tuo padre?”. Ora, la risposta giusta era “ferroviere”. In quel caso ti spettava di diritto un sacco da 10 chili di coriandoli, un vassoio di bomboloni e un biglietto di prima classe per il viaggio di inaguazione del Frecciarossa sulla tratta Parigi Saint Tropez. Tutti gli altri mestieri erano considerati “di serie b”, al figlio del notaio, per esempio, veniva data una manciata di coriandoli raccattata da terra, una pasta alla crema di due anni prima e un biglietto per il rapido dei pendolari sulla tratta Taranto-Ancona. Perchè parafrasando Orwell: “tutti i bambini sono uguali, ma quelli dei ferrovieri sono più uguali egli altri”.

I costumi erano quelli classici, gli intramontabili e soprattutto riciclati di anno in anno, di fratello in fratello…perfino di fratello in sorella.

C’erano una ventina di cowboy senza macchia e senza paura, trentadue fatine che facevano a gara a chi trasformava più gente in rospi, e per alcuni non dovevano neanche sforzarsi più di tanto, e almeno 74 Zorro, tutti uguali. Tanto che spesso quando le mamme tornavano a casa dicevano “santo cielo figlio mio come sei cresciuto”. Non era cresciuto, semplicemente si erano accaparrate lo Zorro sbagliato.

Io ero Superman, e lo sono stato per almeno 8 anni. La prima volta che indossai il costume dovetti fare i rombocchi ai pantaloni fino al ginocchio. sembrava che avessi i polpacci di un terzino del Gubbio. Alle ultime due feste invece mi presentai con le maniche all’avambraccio e i pantaloni a metà coscia, parevo una via di mezzo fra Pinocchio (non a caso) e un alluvionato di Olbia.

Oggi è diverso, passata la festa gabbato lu santu. Il senso del vintage è sparito, i costumi dei bambini non si riutilazzano più (tranne in rari casi, lo dico perchè già prevedo uno scatenarsi di commenti di mamme agguerrite del tipo “eh no caro, io al mio bambino di 36 anni faccio mettere ancora il costumino di Topolino…ormai è tradizione). Non si va più sui classici e i personaggi del momento cambiano a ritmi vertiginosi. Ci sono i Ninja Turtles, ma chi le indossaa di solito non conosce il nome del pittore (“guarda babbo, sono la tartaruga Klimt” – “Davvero?….non sapevo che Clinton usasse il suo pennello per farci dei quadri”) e per le bambine c’è…ovviamente…Peppa Pig la simpatica (?) e dolce (???) maialina, porcellina, suina….protagonista dell’omonimo cartone. Ah, ho scoperto che fanno anche la versione per adulti, ma preferisco non addentrarmi nel merito….i doppi sensi si sprecherebbero.

Il costume più assurdo però l’ho visto mentre ero in compagnia di un amico. Sfogliando vecchie foto ci è capitata fra le mani una che lo ritrareva conciato in modo improponibile. Pareva un Budda avvolto nella carta igienica Regina (con tutto il rispetto per il Budda…e il signor Regina), L’ho preso per il culo per ore, anche perchè nè lui nè sua madre sono riusciti a capire da che cosa fosse mascherato.

Insomma, siamo cresciuti, abbiamo cambiato le nostre abitudini e i nostri stili di vita, chi più chi meno, ma siamo rimasti fondamentalmente dei nostalgici. Come quei ferrovieri in pensione che sospirano di fronte ad un passaggio a livello.

Ah, quasi dimenticavo…A distanza di un paio di giorni, alle due e quarantacinque di notte mi squilla il cellulare. Numero anonimo. Rispondo gonfio di sonno “pronto…” Dall’altra parte una voce familiare che pronuncia solo quattro semplici parole “da principe arabo. Merda!”. Click.
E bravo. Il bimbo a notte fonda ha avuto l’illuminazione.

Luis Miguel e i “gggiovani” d’oggi.

Luis

Sono un ragazzo, non ci sono discussioni, su questo punto non sono disposto a trattare.
Si ok, ogni tanto al bar ordino un caffè decaffeinato, ma è un dettaglio trascurabile, lo faccio solo per non agitarmi troppo, sia chiaro.

È ovvio che sono un ragazzo, vent’anni fa compravo i cd di Baglioni e di Madonna, ora invece le scarico da torrent itunes, perchè sono al passo coi tempi, anzi ho allargato anche i miei orizzonti, adesso ascolto anche Miguel Bosè e Scialpi, che è sempre stato l’idolo delle ragazze della mia età.

Faccio sport: d’estate in piscina all’aperto, certo non faccio più 50 vasche di seguito, mi limito a 3, fermandomi 7 volte a respirare, ma solo perchè dove vado io non ci sono le corsie e la gente nuota alla cazzo, e poi calcetto, mi sono evoluto, sono passato da ala destra al ruolo di portiere, fisso, merito del mio fisico che si è sviluppato e copre il 95% della porta, si lo ammetto, quando arrivo a casa ho un pò di mal di schiena, ma provate voi a raccogliere minimo 27 palloni in fondo alla rete, poi mi dite.

Faccio parte di quella categoria che chiamano “i ragazzi di oggi” come cantava Luis Miguel a uno degli ultimi Sanremo, quello del 1985 se non sbaglio, ed è un sollievo. Al solo pensiero di essere un uomo di mezza età “mi prende male”, guardo queste donne mature che spingono passeggini per il centro e mi si stringe il cuore, poverette. Ieri una di queste mi ha salutato, ho risposto per educazione, chissà con chi mi aveva confuso, colpa dell’età avanzata, certo, a guardarla bene assomigliava tantissimo ad una mia compagna di banco delle medie, ma figuriamoci, non poteva essere lei, al massimo sua madre.

Mi piace interagire con i miei coetanei, scambiarmi “il cinque” con loro per una una battuta esilarante sulla crisi economica, e poi sono educati, spesso quando mi presento rispondono: “piacere di conoscerla signore”
Da vero ragazzo responsabile inizio a pensare al futuro, cerco di essere “avanti”, ho smesso di preoccuparmi del lavoro, adesso mi dedico a pianificare l’elenco degli hobby che coltiverò dopo la pensione, si ma, solo per essere previdente, solo per scrupolo, anche perchè a questa età voglio godermi la vita, infatti passo le serate a guardare in streaming i film che sono attualmente nelle sale. Ieri sera ho visto “non ci resta che piangere”, favoloso, secondo me avrà un bel successo di pubblico.

Sono spensierato, viaggio con i finestrini (semi aperti, molto semi, praticamente un filo d’aria per la sopravvivenza) ascoltando Radio 24 “a palla”
Ho rispetto del mio fisico, non esagero con l’alcool, si dai, a voi lo posso dire…sabato scorso mi sono “sballato” con una granita al tamarindo, però oh, mi raccomando, mantenete il segreto, comunque ho rimediato subito: la sera dopo ho cenato con una tazza di caffellatte e quattro fette biscottate Monviso. E alle 21:30 mi sono addormentato guardando “C’è posta per te”.

Ogni tanto parlando con il padrone del bar sotto casa mia mi sale il magone, appena iniziamo un discorso lui parte con “eh…bei tempi quando….”, e attacca con una filippica sugli anni migliori della sua vita (tipo quel giovane cantante alternativo…come si chiama? 5? 2?…ah no Zero, si chiama Zero), si vede che è una persona che vive di ricordi, e pensare che ha due anni meno di me, boh, quasi quasi una di queste sere lo invito a partecipare all’avvincente torneo di scopone scientifico con i ragazzi della bocciofila.

Ma la cosa che mi intristisce di più in assoluto è vedere questi “matusa” atteggiarsi a giovani di belle speranze. Dai, siete passati, out, ancien, rassegnatevi, fate largo a noi della nuova generazione, siete solo dei ridicoli a vestirvi con il piumino attillato, jeans scoloriti e le hogan rosse ai piedi, ma per favore, lasciate perdere, queste cose fatele fare a noi.

Noi del profondo ’70, gli ultimi ad avare il telefono a ruota della Sip, ma i primi a smanettare con il Commodore 64.

Da bambino chiedevo sempre quanto tempo ci sarebbe voluto per diventare adulti, adesso so la risposta: un attimo.

Il rosario delle pheeghe.

Pheega 2

Ieri navigavo senza mèta nel web. Oh, cos’è questo coro di “seeeeeee”?!?!?. Ok, lo confesso, stavo cercando gli scatti selfie di Martina Colombari (ma dopo mi son pentito e ho fatto l’abbonamento a Famiglia Cristiana), ok, dicevo, mentre ero lì, ho realizzato che sto iniziando ad avere difficoltà a relazionarmi con le altre persone. Ora non saprei dire se a scatenare questi pensieri profondi siano state le tette della Colombari o il fatto che la mia connessione ci mettesse un secolo a caricarle, ma gli eventi sono lì a dimostrare la mia tesi.

Da quando sono diventato un essere “tecnologicamente avanzato”, le mie interazioni con il mondo esterno sono fatte prevalentemente di “mi piace”, emoticon di whatsapp o al massimo commenti insulsi su argomenti di pubblico interesse. L’uso della parola orale sta diminuendo a vista d’occhio e di conseguenza anche il modo di rapportarmi alle persone in carne e ossa diventa più faticoso.
Il problema di fondo è che nella maggior parte dei casi mi trovo a parlare con gente che io chiamo “veggenti”, cioè riescono a sapere cose sul mio conto prima ancora che gliele dica io. Precisiamo, non sono il tipo che mette proprio tutti gli affaracci sui su facebook, si, insomma, ci scrivo qualche cavolata cercando di fare il brillante, evito per esempio di pubblicare cose tipo “ho un callo sotto i piedi” oppure “oggi piove, governo ladro”, provo in qualche modo a mantenere un minimo alone di mistero. Con scarsissimi risultati a quanto pare.  Non mi preoccupo, per esempio, di togliere l’opzione “localizzazione”, così quando incontro qualche amico “feisbucchiano” fuori dal recinto dell’etere, la prima cosa che mi dice è “o cosa ci facevi l’altra sera alla trattoria di Alvato lo zozzone?”. Già, che ci facevo…forse il ragazzo immagine?

Praticamente mi viene a mancare “l’effetto sorpresa” che è da sempre uno dei miei cavalli di battaglia. E rimango così, senza parole, oppure con argomenti già inflazionati dalla rete. Qualunque cosa esca dalla mia bocca, la risposta è sempre la stessa “ah si si, lo so, l’ho letto su facebook”. Ok, allora di cosa ti parlo? Provo con l’argomento a piacere?

La verità è che forse ci stiamo abituando a comunicare solo attraverso i tasti, stiamo un po’ perdendo il dono della parola, che per qualcuno non sarebbe neanche un male.

Sei lì, dal tuo parrucchiere di fiducia, il mio per esempio è un coiffeur per signore, e non sai che dire. Cavolo, una volta il parrucchiere/barbiere sapeva più peccati del parroco del paese, insomma, i giornalisti di novella 2000 andavano da lui per avere nuovi gossip, non ti giudicava, ascoltava i tuoi peccati e non ti dava la penitenza, te la cavavi con uno shampoo alla camomilla e il dopobarba Aqua Velva, che ti sembrava di mettere il viso nel forno a microonde da quanto ti bruciava e dopo ti venivano due gote rosse come il babbuino della Guinea durante la stagione degli amori. Non a caso il serial killer Gary Ridgway la usava come antisettico per coprire l’odore delle vittime. Per dire.
Se prima era una specie di barbiere di Siviglia, adesso sembra uno sciampista di Orbetello: niente confessioni, niente sputtanamenti di coppie fedigrafe, niente di niente, solo una carrellata di teste fonate, mesciate, rasate, tutte rigorosamente mute e chine. Si chine sullo smartphone. Sembra di stare alla messa del 2 novembre in una chiesina dell’entroterra siciliano, tutte queste comari col capo basso, solo che invece di snocciolare il rosario, scandagliano la lista degli amici per taggarli nella foto postata con il nuovo taglio di capelli sulla bacheca. Così, prima che il solerte parrucchiere abbia finito la messa in piega, loro hanno già collezionato 127 mi piace e 34 commenti, tutti uguali: “wow sei pheega” (che questo nuovo slang mi sta contagiando e per essere alla moda inizio a scrivere phorno, phagioli e phiglio…anzi, grandissimo phiglio…). Se vi capita di passare di fronte ad un parrucchiere e vedere il negozio vuoto, state tranquilli, probabilmente è bravissimo a fare il suo lavoro, semplicemente gli manca il wi-fi.

Secondo me il problema non è da sottovalutare, almeno nel mio caso, sono arrivato al punto che preferisco trovarmi in sala d’attesa con sconosciuti piuttosto che con conoscenti per non avere l’obbligo di interagire con loro, oppure di fingere improvvise telefonate quando incontro il mio vicino al cassonetto della differenziata. In certi momenti non solo non so cosa dire, ma addirittura non riesco ad articolare le parole, figuriamoci pronunciare una frase di senso compiuto. Domenica scorsa ero a pranzo dai miei genitori, ad un certo punto il cellulare di mio padre vibra “uffa, chi è che rompe i cogl…ehm le scatole mentre si mangia?”…Ero io, gli avevo mandato un messaggio  “mi passi il sale?”

Uscire di casa sta diventanto una sfida tra le più difficili, leggendo un forum che visito spesso per copiare prendere ispirazione, ho scoperto che ci sono persone che escono di casa e incontrano altre persone. Si guardano senza i filtri di instagram, sorridono senza emoticon, parlano senza digitare e si toccano pure. Ma secondo me è una leggenda metropolitana, come il coccodrillo nelle fogne.

Ho un pinguino dentro al letto e io non sono Bruce Willis.

Pinguino canottieraOggi vorrei cercare di scrivere un nuovo capitolo nella categoria “uomini e donne”, è da un po’ che mi frulla in testa e dopo aver aperto almeno quattro bozze e averle tutte cestinate vediamo se stavolta è quella buona. Anche perchè se continuo così avrò una maggiorazione della tassa sui rifiuti e sinceramente non è proprio il momento migliore.

Care donne, stavolta tocca a voi essere messe sotto torchio, che dai, non posso mica prendermela sempre con i maschietti, su.

Ecco, inizio subito sparando una sentenza: Secondo me una delle cause di divorzio, interruzione di relazione, bruschi addii, è la biancheria da notte femminile. E in particolare, lui, l’abito serale per eccellenza…il pigiama.!
Ho come la sensazione di sentire un caricamento di munizioni in una carabina (quasi quasi cestino anche questa bozza).

I più gettonati sono con gli orsetti, i cuoricini, le bamboline, gattini …in cotone, o peggio flanella, con colori che più che riposo evocano mal d’auto.

Cavolo ma esiste un bon ton anche per la vita di coppia ! Il problema principale è che il consolidamento di una relazione è inversamente proporzionale all’uso di sottovesti e perizomi. La mancanza di formalità di solito porta a lasciarsi andare alle peggio cose e diciamocelo, un pigiamone di flanella è una delle cose peggiori che un maschio sano possa incontrare durante il tragitto dal bagno al materasso. Ma anche per noi uomini adagiarsi è deleterio, quindi è vietatissimo girare per casa con i calzini di spugna bianchi e la tuta bucata, che tanto non ci vede nessuno. Cristo santo, ci vede lei!

E’ un discorso vecchio come il mondo, la relazione inizia in seta frusciante e pizzo e poi finisce sempre in mutandoni a coste e scialle della nonna. Questa decadenza, da entrambe le parti, dovrebbe essere considerato un reato penale. Passare dalla trascuratezza estetica a quella sentimentale è un attimo, perchè dai, anche se brutto da dire, noi uomini (ma anche voi donne, ne son sicuro) abbiamo continuamente bisogno di stimoli “giusti”. Quando nasce una storia il desiderio è bello vivo e vegeto, basta uno sguardo per accendere una miccia e siamo pronti a saltarci addosso anche se uno indossa un parka della Lapponia e l’altra uno sarong cambogiano, dopo qualche anno il desiderio vegeta e basta. E’ necessario quindi dargli un aiutino e uno scafandro di pile (detto pail) con la facciona di un animaletto non è sicuramente la cura migliore. Che poi già ti vedi nella posizione del missionario con quel maledetto pinguino che ti fissa con occhi sbarrati e tu ti deconcentri facendo di tutto per evitare il suo sguardo. Senza successo. Così lui raggiunge il suo scopo e tu che pensi “non scopo” (vi lascio il libero artitrio sulla tonalità degli accenti).

Adesso non voglio fare l’elogio del perizona,degli slip brasiliani o del filo interdentale,  ma ogni tanto belle signore sacrificatevi un minimo, per noi, ma anche per voi, perchè alla fine avrete anche voi la vostra dose di soddisfazione e anche se immagino (e ripeto…immagino) che possa dare fastidio avere qualcosa che si incastra dove non batte il sole, fateci contenti, vi assicuro che il tempo del disagio sarà limitato, certi indumenti non sono fatti per essere indossati a lungo. E noi uomini…dai, noi cadiamo nei soliti luoghi comuni, su, diamoci una pettinata, ora non dico di lavarsi i piedi, ma almeno una sciacquata alle ascelle ogni tanto non ci farebbe male e poi vogliamo deciderci a buttare nella spazzatura quella canottiera bianca da muratore moldavo? Vi svelo un segreto: non siamo sexy con quell’affare addosso, non assomigliamo affatto a Bruce Willis in die hard, ma ad Umberto Bossi col sigaro alla festa della Padania, inoltre passare le domeniche sul divano con la barba incolta, i capelli pettinati con i petardi e le pantofole della squadra del cuore non è sicuramente la terapia d’urto ottimale per risvegliare la libido della partner.

Organizzare un pigiama party con il compagno puo’ essere un’idea carina, ammesso che sia attuata massimo una volta al mese, perchè ritrovarsi una sera si e l’altra pure a sbriciolare croste di pane nel letto e addormentarsi con pezzetti di pizza nei capelli non è romantico, è da senzatetto.

Diamo una rinfrescata al nostro guardaroba notturno e la nostra intimità ci farà un applauso, e se proprio sentiamo il desiderio di vedere animaletti coccolosi non cerchiamoli nell’armadio, facciamoci un giro al bioparco.