Il Labyrintho adolescenziale.

La mia generazione è sopravvissuta alla moto senza casco, alla Panda senza airbag, al telefono grigio della Sip. Abbiamo assistito impotenti alla fine di Dallas e Happy Days, siamo usciti indenni dalle canzoni di Nino D’Angelo e dalle tette di Samantha Fox, magari con qualche diottria in meno, ma comunque salvi. “Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin” , diceva Jennifer Connelly in Labyrinth, ma tutte queste imprese eroiche sono niente in confronto alla prova estrema di relazionarsi con una figlia adolescente.

Capita all’improvviso, la sera le dai il bacio della buonanotte, guardi quel fagottino di ottanta centimetri, le rimbocchi le coperte e la lasci nella sua cameretta rosa confetto in compagnia di Winnie the Pooh e il lampadario di Peppa Pig. La vai a svegliare la mattina e trovi una tizia di un metro e quaranta con lo smalto nero, la stanza è tappezzata con i poster di Fedez, sul comodino il libro di uno youtuber di sedici anni dal titolo “La biografia di un uomo di successo”, Winnie the Pooh è impiccato al soffitto con il cavo del lampadario. In pratica hai dato la buonanotte a Biancaneve e il buongiorno alla sorella di Lady Gaga. Nel dubbio inizi a girare per casa con l’indice della mano destra sovrapposto a quello della sinistra a formare un crocifisso mentre reciti il Padrenostro stringendo un rosario mariano.

Da questo momento dovrai ripartire da zero, tutto ciò che avevi imparato sulla gestione di una figlia è stato spazzato via, proverai la stessa sensazione di smarrimento di quando il Furby cambiava personalità senza un motivo apparente.

Nessuno ti prepara a questo cambiamento repentino, voglio dire, fanno il libretto di istruzione per le televisioni in hd, assolutamente inutile peraltro, anche un bambino saprebbe installarlo, ci sono manuali per il montaggio della scrivania Ikea, anch’essi inutili, neanche un ingegnere astrofisico non riuscirebbe ad utilizzare tutte le viti. Ecco, quando diventi genitore l’ostetrica dovrebbe consegnarti il neonato con le istruzioni.

Se la situazione non fosse già abbastanza complicata ci pensano i social e i programmi tv a renderla drammatica. Il vero carico da undici nella relazione padre – Furby ehm figlia, ce lo mettono i talent musicali. Amici e X Factor su tutti. Ogni anno queste fucine del superfluo ci inondano con folletti saltellanti che si atteggiano a rockstar navigate. Ma non si limitano solo a cantare, essendo “bastardi inside” questi istrionici saltimbanchi fanno di tutto: creano capi d’abbigliamento, oggetti di design, scrivono libri, disegnano quadri improbabili. Ma soprattutto… organizzano i “Firmacopie”.

Per chi non lo sapesse il Firmacopie consiste nello stare in fila all’addiaccio per 48 chilometri per incontrare il “fenomeno” del momento con lo scopo di farsi autografare il suo cd, o libro (ahahah, libro, ahahahah), o qualunque altra cosa abbia creato la mente contorta del suo manager. Durata della fila 28 giorni, durata dell’incontro 13 secondi netti compresi i preliminari.

Il galateo adolescenziale prevede che tu debba stare con il sangue del tuo sangue per tutta la durata della fila, senza sbuffare, senza lamentarti e tenendo in spalla il suo zaino contenente probabilmente un tombino di ghisa a giudicare dal peso. State insieme fino all’ingresso, quando è il vostro turno la tua dolce bambina ti guarda come Ozzy Osburne farebbe con un pipistrello e sentenzia un «Te aspettami all’uscita».

In che senso??? Ho praticamente due ferri da stiro nelle scarpe, una scoliosi deformate e ora non posso entrare? Eh no cazzo, io entro e mi faccio autografare il tombino di ghisa con la fiamma ossidrica

Invece non entri e ti avvicini al recinto dei genitori in attesa. Lo riconosci subito, è uno spazio poco transennato all’interno del quale ci sono esemplari di quarantenni che fumano tenendo in mano lo smartphone, alcuni provano a socializzare fra di loro, altri si scambiano consigli su come domare le paturnie dei propri figli in tempesta ormonale. I più attrezzati si portano dietro anche la frusta e lo sgabello per dare dimostrazioni pratiche. I passanti li guardano compassionevoli, poi scattano foto e le mettono su Instagram con l’hastag #stopanimalialcirco.

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato il profilo Facebook o Instagram dei propri figli. Lo facciamo tutti, ci raccontiamo che è nostro dovere controllarli e metterli in guardia dai pericoli, sì, nobili intenzioni, in realtà siamo curiosi come le scimmie e cerchiamo di scoprire qualche “altarino”. Insomma, siamo un po’ giudiziosi e un po’ merde. Forse più merde.

Comunque si fanno scoperte clamorose leggendo i profili social degli adolescenti. Una su tutte: conoscono benissimo l’inglese. Alla loro età noi volevamo la cittadinanza anglosassone se riuscivamo a scrivere correttamente “The cat is on the table”. Loro postano foto con didascalie in un inglese perfetto, comunicano fra di loro in questa lingua universale mentre noi siamo ancora lì a chiederci quando entrerà in vigore l’esperanto.

Ma se li guardiamo bene un po’ ci somigliano, ci criticano, come facevamo noi con i loro nonni e citano strofe dei loro cantanti preferiti, proprio come noi.

Anche i loro gusti cinematografici ricordano un po’ i nostri, parlano con le frasi delle loro pellicole preferite, ieri per esempio mia figlia ha chiuso un nostro dialogo con «… tu non hai alcun potere su di me»- Anche a lei piace Labyrinth,, che tenera eh, la mia bambina, eh?

“Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte quanto la tua e il mio regno altrettanto grande… tu non hai alcun potere su di me.” (dal film Labyrinth – Dove tutto è possibile).

 

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La besciamella divina.

Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, con mamma, nonna e zia. Figlio unico e nipote unico, mio padre si manifestava all’ora di cena e non seguiva le dinamiche famigliari. Lui lavorava.

Tutta questa frequentazione femminile mi ha portato a carpire i segreti più nascosti della tradizione culinaria. In pratica quando entravo in cucina nei giorni di festa era come entrare in massoneria.

La ricetta che più ha segnato la mia infanzia è quella della besciamella. Non tanto per gli ingredienti ma per la preparazione del prodigioso impasto. Era un rito esoterico, chi riusciva a farlo entrava di diritto nell’albo degli alchimisti del ventunesimo secolo.

Mia nonna era la gran visir, la mamma e la zia le sue fedeli adepte. Il rituale era pressappoco questo.

Prendi un pentolone, lo fai scaldare a fuoco lento, ci butti dentro una adeguata quantità di latte. farina, sale e noce moscata. Il burro no che faceva grasso e basta e comunque per dolce c’era il mascarpone, quindi andava bene così.

Una volta preparata la pozione arrivava la fase più delicata, mescolare gli ingredienti. C’erano regole ben precise, se sbagliavi qualcosa la besciamella “impazziva” e la nonna si incazzava come una cavalletta. (impazziva, dal greco “or’a son’o ca’zzi” = faceva i grumi).

In questa situazione di terrorismo psicologico era fondamentale scegliere la persona giusta addetta al mescolamento.

Innanzi tutto doveva essere una donna, fin qui niente di particolare.

Non doveva avere il ciclo. O meglio, non doveva averlo lei, ma neanche le sue parenti fino al terzo grado. Qui iniziava un giro di telefonate alle cugine, alle zie lontane, alle sorelle delle cugine perché non si sa mai. Roba del tipo «Pronto, scusa se ti disturbo, quando ti sono venute l’ultima volta? Ah, ok, ma sei regolare? Mi leggi i valori delle ultime analisi?». Ci sono massaie che hanno preso una laurea in ginecologia prima di poter fare la besciamella. Ma non era finita qui, se qualcuna delle assistenti aveva il ciclo non poteva per nessun motivo avvicinarsi e tantomeno toccare la persona addetta al mescolamento, pena sfilata per le vie del centro con la lettera scarlatta C di “ciclo”.

Seconda regola fondamentale: l’impasto andava girato solo e soltanto con la mano destra. La sinistra era quella del diavolo, i mancini erano figli del demonio e infatti facevano delle besciamelle di merda. Se vi sposate con una donna mancina fatele cucinare il cinghiale, l’abbacchio, il pesce siluro, il gatto Silvestro, qualunque cosa ma mai le lasagne. E soprattutto se notate che inizia a parlare azteco rivolgetevi a un esorcista. Questa cosa di mescolare solo con il braccio destro ha portato le massaie ad avere un bicipite tipo Silvester Stallone in “Over the top”.

Terza regola: girare il mestolo in senso orario. Se lo giri nell’altro senso dai uno schiaffo alla Madonna. A questo punto io me ne uscivo sempre con la stessa affermazione «Nonna, dipende da dove si è seduta la Madonna, se sta a sinistra il ceffone lo becca ugualmente, no?» La nonna mi guardava come se mi fossi pulito le scarpe sulla tovaglia di lino, si faceva il segno della croce alzando lo sguardo verso il soffitto e parlando sottovoce direttamente con l’Interessata, poi si rivolgeva a me dicendo «Se continui così vedrai cosa ti succede». Io la sera andavo a dormire con il terrore che mi venisse il ciclo.

Quarta regola: la “mescolatrice” non doveva togliere lo sguardo dalla pozione. Poteva sbattere le palpebre, ma non più di una volta al minuto. Non di rado venivano chiamati i cronometristi della federazione internazionale di atletica per prendere i tempi. Come scattava il sessantesimo secondo nella stanza rimbombava un «Sbatti!». L’addetta alla mescolanza doveva essere indifferente a qualsiasi distrazione, al telefono che squillava, alle richieste di soccorso e alle corna di Ridge durante la centoventisettemilionesima puntata di Beautiful. Di solito la mescolatrice veniva isolata tramite l’inserimento della testa dentro un casco da parrucchiera impostato sulla modalità di rumore “Reattore nella valle dell’eco”.

Quinta ma più importante regola. La regola regina: se sei arrabbiata la besciamella “impazzisce”. Vale anche se inizi calma e ti incazzi mentre mescoli. Quindi l’ordine era di parlare sottovoce, niente movimenti bruschi e se non potevi fare a meno di parlare alla mescolatrice dovevi prima fare un’ora di meditazione zen e poi rivolgerti a lei con «Cara perdona la mia invadenza… » Era consigliabile farlo con un sorriso devoto, a mani giunte e possibilmente essere in odore di santità.

Se tutto andava bene la mescolatrice veniva portata in trionfo per tutto il quartiere, con caroselli e cori da stadio tipo “Siam venuti fin qui, siam venuti fin qui, per mangiare lasagne così”.

Adesso le cose sono cambiate, le famiglie sono meno numerose, c’è il padre che lavora, la madre che lavora e i figli che non si riesce a capire se siano destri o mancini perché usano lo smartphone con entrambe le mani. Ma non dobbiamo disperare, oggi esiste la “mescolatrice” perfetta. Non ha il ciclo, mai, non è mancina, gira l’impasto in senso orario, non si distrae per nessun motivo al mondo e non si incazza neanche se lasci la tavoletta del water alzata. Costa più di mille euro e si chiama Bymby.

Fa un impasto strepitoso, niente da dire, ma io continuo a sognare le donne della mia famiglia e la loro besciamella della Madonna.

Pane, mozzarella, yogurt e maledetto ultimo quindici.

Per noi ragazzi degli anni ’80 una delle soddisfazioni più grandi era riuscire a risolvere “il gioco dei quindici”. Per quelli cresciuti a Playstation e YouPorn (che quindi non lo sanno), il mitico “quindici” consisteva in un rompicapo: una tabellina di forma quadrata all’interno della quale c’erano 15 tessere numerate da spostare e mettere in ordine da 1 a 15, per l’appunto. Ok, detto così sembra una cazzata, ma vi assicuro che c’erano persone che organizzavano caroselli in piazza e fuochi d’artificio ogni volta che riuscivano a risolvere il diabolico giochino.

Era tutta una questione di logica e mosse giuste. Arrivavi all’ultima tessera e ti ritrovavi il 15 al posto del 14, ma era quasi fatta. Spostavi il 12, facevi posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… partiva il trittico magico:  “vaffanculo”- cazzotto sul tavolo – giochino di merda rinviato di piede a 90 metri. Stile Dino Zoff.

Non c’era niente da fare, arrivavi ad un passo dal traguardo, sbagliavi una mossa e ti si incasinava tutto. Un po’ come nella vita.

Ecco, dovessi fare un paragone con i tempi moderni, direi, senza ombra di dubbio che “il gioco dei quindici” è come fare la spesa al supermercato con il Salvatempo. Qualcosa di apparentemente innocuo, innocente e rassicurante, praticamente Maculay Culkin in “L’innocenza del diavolo”. Vediamo nel dettaglio il dramma umano che può abbattersi su un uomo medio italico alle prese con questo strumento del Maligno.

Il preludio alla tragedia inizia con toni soft, come in tutti i film horror che si rispettino.

Sono le undici di una domenica mattina, c’è il marito sul divano, la televisione sintonizzata sull’oroscopo di Paolo Fox di bianco vestito che pronostica, con una certa soddisfazione, una settimana di merda per i segni d’aria, per quelli doppi in particolare, per i gemelli nello specifico. Ma non per tutti i gemelli, solo per quelli seduti sul divano alle undici di mattina. La moglie è in cucina, cioè, la moglie del tizio sul divano è in cucina, quella di Paolo Fox invece starà sicuramente riposando perché fa un lavoro particolare, che la tiene fuori la notte. No, non è l’astronoma. Torniamo a noi, l’atmosfera pre-prandiale della piccola famiglia viene bruscamente interrotta da una frase proveniente dalla cucina e che per il marito “divanato” ha lo stesso effetto che ha il fischietto ad ultrasuoni sui i cani. Che non capiscono bene da dove arrivi, ma sanno che seguirà una rottura di palle. La frase in questione è «Se per caso esci mi servirebbe…». Il finale non importa, ormai l’uccello padulo ha già spiccato il volo e si sta inesorabilmente avvicinando. L’uomo perde conoscenza per ventidue secondi e quando torna in sé capta soltanto «… tanto fai presto perché c’è il salvatempo». In altre parole, il povero martire dovrà andare al supermercato sotto casa a fare la spesa. Oddio, “la spesa”è una parola grossa, deve comprare pane, mozzarella e yogurt. Non necessariamente in quest’ordine.

Pane, mozzarella, yogurt. Pane-mozzarella-yogurt. Panemozzarellayogurt. Ce la può fare. Per sicurezza però si scrive il biglietto con la lista. Anzi, lo fa scrivere alla moglie. Perché in questo caso il biglietto non serve a ricordare i prodotti da comprare (#panemozzarellayogurt) ma sarà usato come prova regina a favore dell’imputato durante il processo protocollato come “ti sei dimenticato lo zucchero”. Eh no signor giudice, il foglietto parla chiaro “panemozzarellayogurt”, le altre parole indecifrabili sono imprecazioni scritte da me durante il tragitto casa-banco frigo, che comunque sono completamente estranee a questo dibattimento. Quindi, cari amici uomini, mai, e dico MAI, buttare la lista della spesa nell’immondizia. Va conservata vent’anni, come i pagamenti del 7 e 40.

Quando state per uscire la vostra compagna di vita vi ricorderà di prendere il telefono, voi non sapete il motivo, ma lei sì. Bene, siete pronti. Panemozzarellayogurt non ti temo.

Il nostro eroe giunge all’ingresso del supermercato. L’entrata è luminosa e accogliente, le porte si aprono automaticamente e una brezza di lavanda e rosmarino lo spinge a varcare la soglia.

È iniziato “il gioco dei quindici” e i primi quattro numeri sono andati via lisci. Grazie al cazzo, sei appena entrato.

La prima vera difficoltà consiste nel prelievo della pistola Salvatempo. Il problema è che ce ne sono centinaia, una parete intera di pistole da fare invidia al poligono di tiro di Pontedera Il nostro impavido ne prende una a caso. Bloccata. Prova con un’altra. Bloccata. Legge le istruzioni sul pannello, passa la tessera del supermercato sotto la banda luminosa e… non succede niente. Riprova, una pistola si accende, ok, il caricatore è pieno. Che guerra sia..

Inizia a scivolare con la schiena lungo le pareti dei surgelati, fa capolino per controllare il campo, poi impugna la sua arma con entrambe le mani e la punta verso il pensionato al banco dell’insalata gridando «Crepa fottuto vietcong!».

Il nostro cowboy continua a ripassare mentalmente la lista “panemozzarellayougurt”, rilegge il biglietto, perché non si sa mai. “Pane, porcatroia, mozzarella, merda, che coglioni, yogurt, Paolo Fox untore”.

Prende il numeretto per il banco del pane.

«Mezzo chilo di pane», chiede alla commessa che lo guarda con compassione.

«Pane come? Casalingo, rosetta? Baguette?», risponde la stronzetta con occhi beffardi. Ma che ne so, pane, maremma maiala, pane e basta. Pensa lui digrignando i denti.

«Casalingo… », risponde infine con la voce rotta da un brivido di terrore.

«Sì, ma casalingo chiaro o casalingo scuro?», rilancia la bastarda.

«Ma lei lavora insieme alla moglie di Paolo Fox?», chiede lui facendo scrocchiare le nocche delle mani.

«Come dice?».

«Ho detto, casalingo chiaro, per favore. Però me lo deve lanciare gridando “pool” così lo prendo al volo con il Salvatempo».

Ok, sistemati anche i numeri da 4 a 8. Il nostro giochino procede.

Panemozzarellayogurt.

E’ la volta della mozzarella. Lì, il nostro tiratore scelto, si ricorda le parole di sua madre quando lo mandava a prendere il latte e lui usciva con il terrore di incontrare Gianni Morandi. «Prendi quello dietro che scade più tardi». Probabilmente lo stesso principio si può applicare anche alle mozzarelle.

Panemozzarellayogurt.

Ecco, il nostro condottiero è arrivato alla scelta dello yogurt. Ma quanti tipi ne fanno? Ai frutti di bosco, a tutti i tipi di frutta di tutto il Fantacazzobosco, vegetali, senza latte, col bifidus, leggero, alto, basso, grasso, snello, brutto, bello, Riccardo, Riccardo (che quello fa i corredi ma mi sta sui coglioni come il bifidus). Yogurt! Sant’iddio, che ci vuole? Prendi un barattolo bianco, un pennarello indelebile e ci scrivi sopra “Yogurt”, con lo slogan “C’è questo, se non ti piace vaffanculo”.

Panemozzarellayogurt.

La lista della spesa è finita! Sistemati i numeri da 9 a 12! Ormai ci siamo.

Il nostro beniamino si avvicina alla cassa quando improvvisamente… gli squilla il telefono.

«Ciao, sei ancora lì?, perché mi servirebbe il lievito di birra». Lei lo sapeva che ti sarebbe servito il telefono, ricordi?

«No, mi dispiace, sono appena uscito, ma se vuoi torno dentro, rifaccio tutta la fila, c’è tantissima gente, forse qualcuno non sopravviverà, ma se ti serve torno dentro».

Il lievito di birra non ha la più pallida idea di cosa sia e poi il nostro paladino è astemio e la birra proprio gli fa schifo.

Ok, dopo lo scampato pericolo non rimane che andare alla cassa e pagare. Il 13, 14 e 15 e il rompicapo sarà risolto.

Ma chi decide di schierarsi dalla parte del crimine brandendo la pistola del Salvatempo deve essere emarginato. Non ha diritto a interagire con una cassiera in carne e ossa, è obbligato a usare il suo ultimo proiettile sparando contro un monitor cercando di colpire il bersaglio con la scritta “Concludi la spesa”. E non ci pensare neanche a fallire il colpo. Non esiste una seconda chance. Il nostro novello Capitan Futuro chiude l’occhio sinistro, mano sul grilletto, fiato sospeso, un condor vola alto nel cielo. Bang! Bersaglio centrato. Colpito e affondato.

Ma qualcosa va storto. Il monitor inizia a diventare rosso e lampeggiare, una sorta di allarme atomico che destabilizza tutti i presenti. Il nostro Actarus di Ufo Robot si sente al centro dell’attenzione come quando da bambino fece la pipì nella vasca della piscina e l’acqua si colorò di un verde acceso. Ma quella era semplice ammoniaca a contatto con un reagente qui si tratta di… RILETTURA!!!

E’ qualcosa di umiliante, la rilettura, come se ti dicessero «hai la faccia di chi ha tre omicidi sulla coscienza. Meglio controllare», non ispiri fiducia. E allora il nostro Terminator inizia davvero a sudare freddo, gli passa tutta la vita davanti, inizia a ripercorrere a ritroso ogni singola mossa dal momento in cui ha messo piede in quel maledetto supermercato. «Ci sarà caricato anche il pensionato? Ho sparato al culo della commessa, se ne accorgeranno?».

Il controllo va buon fine, nessun reato evidente riscontrato. Ora il nostro Power Ranger può uscire.

Il 9 va al suo posto, il 10 e 11 lo seguono, il 12, il 13, solo il solito 15 al posto del 14.

Già, l’uscita. Il nostro maschio alfa arriva al cancelletto automatico ma… non si apre! Il primo istinto è scavalcarlo ma il direttore del supermercato lo sta guardando con un’espressione che dice «se ti azzardi a farlo ti mando a schiacciare i ricci col culo». E’ in confusione, chiede l’aiuto del pubblico ma quelli alzano il dito medio, non rimane che la telefonata a casa. Senti che il telefono sta squillando, dall’altra parte una voce amica non dice neanche “pronto”, ma esordisce con  «devi mettere il codice a barre dello scontrino sotto il lettore. Lo sapevo che non ero uscito, ti aspetto a casa, dobbiamo parlare».

Finalmente hai il via libera, ma non puoi prendere la porta a sinistra perché è riservata all’ingresso, quella centrale è volutamente occultata da due piante di baobab, alla tua destra ci sono le frecce con scritto “Partenza” tipo Il gioco dell’oca. Ho visto gente che per uscire dai supermercati è salita sul tetto dello stabile chiedendo un elicottero e una Alfa Sud con 120 mila euro nel bagagliaio in banconote di piccolo taglio. La fuga non è mai andata a buon fine perché dove cazzo la trovi una Alfa Sud di questi tempi?

Incredibilmente il nostro Ranatan arriva a casa ma il pane casalingo doveva essere di quello scuro, la mozzarella è scaduta da tredici minuti, perciò quando l’hai presa era ancora buona, è scaduta a te! E lo yogurt doveva essere quello da bere e non in vasetto.

E allora al nostro Medioman non rimane altro da fare se non spostare il 12, far posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… “vaffanculo”-  cazzotto sul tavolo – rinviare lontano il giochino di merda. Stile Dino Zoff.

Il sabato viene sempre prima della domenica.

I giorni della settimana vanno via lisci. Sveglia alle sei, quaranta minuti per passare dalla tazza della colazione a quella del cesso, un’ora per arrivare sul posto di lavoro, rientro a casa per cena. Un saluto a mia figlia, che nel frattempo è cresciuta di due millimetri e mezzo, uno a mia moglie, che non è cresciuta in altezza ma in luminosità e l’ultimo saluto al cane, secondo componente di sesso maschile della famiglia, adottato con il chiaro scopo, mio, di pareggiare i conti e non essere più in minoranza. Dopo due mesi il tenero cucciolino aveva già capito come girava il mondo e mi ha trascinato dal veterinario sotto casa per farsi castrare.

Tutto questo si ripete in loop e mi sembra di essere Drew Barrymore in Cinquanta volte il primo bacio se non fosse che lei ha le tette. No, quelle le ho anch’io. Se non fosse che lei non ha la barb… no, neanche. Se non fosse che lei ha i capelli. Ecco.

Sembra tutto abbastanza ripetitivo ma poi arriva il sabato. E lì le sicure abitudini vengono sbaragliate. Il sabato mattina mia figlia va a scuola ma io non lavoro, quindi posso dormire di più. Cioè, potrei. Alle sette in punto suona la sveglia, teoricamente è per la fanciulla e la mamma, ma mi sveglio io. Qui iniziano i dilemmi. Se mi alzo per andare in bagno scatta la tagliola del «dato che sei in piedi la accompagni tu?». Non sono in piedi!, mi sto trascinando verso il bagno perché ho la vescica come una zampogna, ma il piano era di rimettermi a dormire. Di solito la mia coscienza mi morde forte e rispondo con un «certo tesoro, mi sono alzato per quello». Accompagnando la frase con un cazzotto virtuale allo spigolo della porta per sfogare l’amarezza, che tanto è buio e nessuno mi vede.

Oppure c’è il piano B: fingere spudoratamente di dormire. Qui apro una piccola parentesi.

Ogni tanto mi capita di andare a letto quando lei sta già dormendo. Sì bambini, dopo aver sfatato il mito di Babbo Natale è giunto il momento di darvi un’altra delusione: le mamme dormono! E se le svegliate si incazzano pure e nella loro semi incoscienza sono capaci di dire cose che a confronto Jack lo squartatore è il nonno di Heidi. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te falla ubriacare? È una stronzata pazzesca. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te svegliala nella fase rem. Quindi quando entro in camera, al buio, cerco di fare meno rumore possibile. Perché la verità mi farebbe male, lo so. In poche parole mi trasformo in un ibrido fra un ninja e un anticristo. Cammino in punta di piedi, livello di rumore tendente allo zero decibel, al secondo passo pesto la presa multipla del televisore, rumore esterno zero decibel, rumore dell’intima imprecazione diecimila decibel; poi è la volta di un classico, il mignolo contro lo spigolo del letto. Qui il rumore blasfemico deve essere un po’ più alto perché vibra leggermente la porta a vetri, faccio per entrare nel letto e do una testata al manubrio della cyclette. Ancora nessun suono esterno, stavolta non parte neanche l’imprecazione al divino perché perdo conoscenza. Ci addormentiamo così, io e il mio trauma cranico.

La situazione cambia quando il sabato mattina io fingo di dormire e loro si alzano. Sembra di stare al mercato rionale del pesce azzurro mentre passa la banda di paese con gli sbandieratori di Siena. Luci che si accendono e si spengono creando un mix tra San Siro e il Cocoricò, porte che sbattono, frasi lanciate per il corridoio tipo «hai preso la merendaaa?», «mamma che scarpe mi devo mettereee?», «uomo in mareeee». In mezzo a tutto questo ci sono io che ormai ho affinato la tecnica dell’opossum: mi fingo morto.

Il sabato mattina va via così, con me che giro per casa come se avessi l’hangover cronico fino all’ora in cui esco per andare a prendere mia figlia a scuola. Perché, i maschi alfa me ne daranno atto, il sabato mattina i padri vanno a prendere i figli a scuola. Senza se e senza ma.

E in quei quaranta metri quadri di cortile che ti separano dal sangue del tuo sangue le differenze fra uomini e donne emergono in tutta la loro magnificenza.

Le donne fanno gruppo, si scambiano opinioni, stringono alleanze. Nei cortili della scuola le donne decidono chi mandare al governo. E ci riescono.

Gli uomini no, noi ci salutiamo a malapena, abbiamo cose molto più importanti a cui pensare. Noi mandiamo culi nei gruppi whatsapp, ascoltiamo messaggi vocali a tutto volume perché ancora non abbiamo scoperto che se metti l’iphone all’orecchio puoi sentirlo solo tu senza rompere i coglioni a nessuno. Noi uomini interagiamo con altri simili, ma a distanza, come se guardare in faccia qualcuno mentre si parla ci inibisse. E allora rimaniamo lì con il nostro surrogato di vita in mano ad aspettare di essere risvegliati da una voce familiare che ci dice:

«Ciao babbo».

«Ciao tesoro, com’è andata a scuola?», diciamo, senza alzare lo sguardo dal telefono.

«Bene».

Perché va sempre bene. Cazzo, quando andavo a scuola io mi facevano un mazzo come un portaombrelli.

Arriviamo all’auto, i padri più compassionevoli portano lo zaino dei figli ma continuano a mandare messaggi whatsapp. Guidiamo fino a casa concentrati sulla strada, parcheggiamo, riprendiamo lo zaino, perché siamo persone di cuore e terminiamo la conversazione “culi n’aria”. Arriviamo in casa e nostra moglie ci guarda strano ma non ne capiamo il motivo. Poi vediamo nostra figlia che si manifesta nell’angolo buio della cucina. Qualcosa non torna, ci voltiamo verso la persona che ci ha accompagnato nel tragitto scuola-casa guardandola in faccia per la prima volta e tutto si fa chiaro. Ho varcato la porta d’ingresso tenendo per mano un dodicenne rumeno.

Ma tutto è bene quel che finisce bene, il pomeriggio del sabato fila via senza troppi sobbalzi, l’adolescente rumeno è stato riconsegnato ai legittimi genitori che in cambio mi hanno dato due forme di kashkaval, il nostro caciocavallo, ma rumeno. La domenica finisce prima di riuscire a dire apericena e in un attimo sono pronto a rientrare nei panni di Drew Barrymore, con qualche capello in meno.

Ogni tanto però mi sveglio in piena notte, mi siedo sul letto e sento i respiri della casa, quello di mia moglie vicino a me, di mia figlia nella stanza accanto, quello dell’eunuco quadrupede, non so neanche che giorno della settimana sia, non ha importanza, noi continueremo ad affrontare all’infinito il sabato mattina. Come se fosse il primo.

Tra il sogno e lo sparo.

Da un momento all’altro sentirò lo sparo. Lo sguardo è fisso a puntare qualcosa che non c’è. Un punto astratto come il respiro del mare. I muscoli tesi, che se il vento soffiasse un po’ più forte ne sentiresti il suono. Il respiro in attesa di un segnale, il via libera ai bombardamenti.

Tutto rimane sospeso, nell’attimo che precede lo sparo. Come l’anteprima di un bacio attesa da un tempo eterno.

Ci siamo quasi, me lo sento. E allora chiudo gli occhi, che forse nessuno mi vede, forse nessuno verrà a chiedermi se ho paura. Chiudo gli occhi, l’istante prima del boato e in quell’universo in attesa ci vedo mio padre, in un giorno che pioveva, a guardare verso la finestra, oltre i muri dei palazzi di quel quartiere popolare, oltre l’autostrada che tagliava l’orizzonte. Guardava oltre i fumi delle fabbriche, a cercare qualcosa che lo facesse sentire meno solo. Un’intuizione di felicità. Lui faceva vagare lo sguardo e alla fine lo trovava. Il mare aperto.

In quei secondi che anticipano la corsa del proiettile ci vedo mia madre seduta sui gradini, con il maglione verde incrociato sul davanti e una gonna a quadri, che sorride, si portale mani ai lati della bocca, nel gesto inconsueto di amplificare la sua voce. Gonfia il petto, quasi ad inalare tutto l’ossigeno del mondo e con i polmoni pieni di sgomento mi grida “Scappa”, proprio così, “Scappa, come fai tu, a prendere l’anima per la coda. Scappa. E non pensare a niente.” Proprio così, dice. E si vede che è felice.

In quei secondi lì, quelli prima del delirio, ci vedo Agata degli spilli, intenta a cucire l’abito della festa, di una festa qualunque. Una festa di qualcun altro. Lascia cadere il filo del tessuto e dei pensieri, mi prende il viso fra le mani. E si capisce che mi ama. Lei che mi permette di alimentare questa assurda convinzione di lasciare sempre tutti alle spalle. Non sarà così, ma lei me lo lascia credere. Perché quando ami qualcuno non ti passa neanche per la mente di svegliarlo dai suoi sogni. Agata è così, quasi un’idea, qualcosa che assomiglia a quei giorni in cui esci di casa e l’inverno è finito.

E’ il momento dello sparo, apro gli occhi e guardo verso un’intuizione, E lo vedo anch’io. Il mare aperto. E inizio a scappare, nel modo in cui so fare solo io, più veloce che posso, a cercare un vento che mi asciughi l’anima. Guardami Agata, guardami adesso, mentre volo verso la incosciente convinzione. Guardi mentre lascio tutti alle spalle.

E ormai la vedo, la linea bianca del traguardo, posso quasi sentirne l’odore. Scappo verso quel confine fra la gloria e la disfatta. Mi aspetta, come una buona idea.

Adesso che tutto è compiuto riprendo il normale battito del tempo, in attesa di un pretesto per arrivare sulla prossima linea di partenza e scappare nuovamente. Perché forse il senso di una vita intera sta tutto lì, in quei cento metri che separano la follia di un sogno da un colpo di pistola.

 

Un regalo fastidioso. Pubblicità Regresso.

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Allora, come dire…avrei fatto una cosa, no, niente di illegale (spero), insomma…lo dico?….ok, lo dico: ho pubblicato un ebook ahahahah, sì, anch’io ho avuto la vostra stessa reazione. Prometto solennemente che non andrò dalla Clerici, vestito da massaia a preparare il petto di pollo in agrodolce. Giuro.

Non è un romanzo, è solo una raccolta di post, il motivo? Boh.

L’ho fatto solo per aiutarvi con i regali di Natale a quelli che vi stanno antipatici, avete presente quei parenti insopportabili ai quali vorresti far loro un regalo fastidioso? Eccolo qua!

Questo è il link incriminato: http://www.amazon.it/PINOCCHIO-NON-CE-PIU-pensatori-ebook/dp/B00QQWH0PY/ref=sr_1_fkmr2_3?ie=UTF8&qid=1418126460&sr=8-3-fkmr2&keywords=Pinocchio+non+c%27è+più

Alice si è persa nel “Deserto”

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Lo ammetto, la Big City mi mette ansia, mi innervosisce un po’ e solo l’idea di doverci andare inizia a disturbarmi già da tre giorni prima.
Non è grandissima la mia Big City, no, non è Roma, neanche Milano, no, quelle sono davvero troppo Big per noi gente di provincia, non scherziamo, sono fuori dalla nostra portata, non riusciamo neanche a concepirne l’idea, troppa gente sconosciuta, troppe cose strane, ci sentiremmo fuori posto, come quando vai ad una festa con tantissima gente e cerchi disperatamente lo sguardo di qualcuno che conosci, giusto per sentirti un po’ a tuo agio. Ma nelle smisurate Big City qualcuno che conosci non c’è mai.

No, ci basta la nostra media Big City per farci sentire come se fossimo vestiti da metalmeccanici al raduno degli azionisti Fiat, e allora cerchiamo di nasconderci un po’, almeno, io lo faccio eccome, cerco il barretto fuori mano, dove fanno il panino classico dei posti fuori mano, accompagnato da un bicchiere di Coca che sa di Sprite e il caffè che sa di fosso.
Ieri mi sono spinto oltre, sono andato decisamente fuori mano, avete presente quelle strade di confine, quelle che sei ancora nel perimetro cittadino ma se lanci un sasso cade in un’altra provincia? ecco, quelle strade lì, che costeggiano i container del porto e i fumi della zona industriale, mi sentivo decisamente al sicuro, talmente al sicuro che al posto del solito panino scongelato a metà ho preferito cercare un posto qualunque per mangiarmi un piatto di pasta.

E girato l’angolo della raffineria che appesta mezza città lo trovo, “il deserto”, è il nome del locale, cazzo è perfetto, entro.

Solo che…era strapieno e ci saranno state una ventina di persone che smadonavvano aspettando che qualche stronzo si decidesse a liberare un posto. Almeno queste erano le parole del marchese Unto de Untis che attendeva davanti a me.
Come fanno un po’ tutti mentre sono in fila ad aspettare, inizio a guardarmi intorno e a studiare la varia umanità che affolla quel posto.
Niente tavoli singoli, solo tavolate di persone sconosciute fra loro che mangiano gomito a gomito e si passano la lanterna del vino.

E allora mi sono reso conto che nel giro di 60 metri quadrati ci saranno state 120 persone tutte diverse, e che in quel “deserto” avresti potuto trovarci chiunque, dal direttore di banca con la camicia inamidata al camionista con il tatuaggio di Padre Pio, dalla segretaria pettinata come Grace Kelly alla mignotta persa nei suoi pensieri con la forchetta a mezz’aria, lo sguardo verso il pontile e un sorriso a metà, che ricorda Lili Marlene dell’Alice di De Gregori, si la ricorda eccome.

Si ok, sorvolo, sulla cameriera che ti porta i bicchieri che ustionano e ti guarda come dire “ciccio, so’ usciti dalla lavastavoglie, che cazzo guardi” e tu pensi che al posto del brillantante abbiano messo la lava dell’Etna, sul fatto che ciò che devi bere lo decidono dalla cucina, e non si discute, si, ok, il mangiare lo scegli tu, ma non ti allargare. E allora ripieghi su una sicura frittura e quando arriva la tipa dei bicchieri esclama “cocco, è tua la piattata di paranza e scoppiettini?”….”ehm…si…”….”oh, guarda che se un è tua torno e te li levo anche se l’hai biascicati” (detto in dialetto). E così mangio alla svelta, incrociando le dita nella speranza che “la piattata” sia veramente mia, e cercando di capire che diavolo siano gli “scoppiettini”.
E il caffè, ecco il caffè te lo bevi nel bicchiere di vetro, non ci son cazzi e se ti azzardi un “in tazza per favore”, il Mastro Lido dietro il bancone ti guarda torto …”seee certo, in tazza…ma vaffanculo va”. E intanto distribuisce il ponce al rum come se piovesse.

E lì, in quel “Deserto” non importa a nessuno chi sei, non sono li per giudicarti, puoi vestirti in giacca e cravatta o con la tuta costellata di olio sudore e bestemmie, è uguale, la cameriera ti guarderà il culo comunque, l’acqua te la porteranno del rubinetto comunque e il caffè sarà nel vetro, sempre, comunque.
Si, è un pò il paese delle meraviglie, la cameriera è la regina di cuori, il ragazzo dell’acqua lo Stregatto e il barista il cappellaio matto, sicuramente ci sarà anche il Bianconiglio, magari è in cucina a far ballare i coperchi e le padelle, che ricicla gli avanzi di scoppiettini e ci fa un cacciucco. Lili Marlene la troverai sempre sempre seduta nell’angolo in fondo a destra, che guarda oltre i vetri, sospira, non mangia e risponde alle telefonate dei clienti. Ma tutto questo Alice non lo sa.

Come dici? Il caffè lo vuoi in tazza?…ma vaffanculo va.

Il deserto non è deludente, neppure qui, su questo limitare, dove comincia appena. La sua immensità sovrasta tutto, ingrandisce tutto e, in sua presenza la meschinità degli esseri si dimentica“. Pierre Loti

Questa è la mia Big City

Premi, ringraziamenti e un velo di anarchia.

E’ tempo di premi e di ringraziamenti.

Sono estremamente vagabondo, per natura, e in questo periodo questa condizione si è amplificata enormemente, così, mi accingo a compilare questo post “cumulativo”, per rendere omaggio a coloro che si sono ricordati di me e al grido di “voglia di ringraziare saltami addosso, fammi ringraziare più che posso” mi trascino dal divano al pc e mi metto all’opera.

Ah, spero di non dimenticarmi di nessuno, se così fosse (e probabilmente lo sarà), siate comprensivi, fatemelo notare e, citando lo zio Willy ” Puk Pinocchio i danni vi rifonderà”.

LIEBSTER

ImmagineSono onorato e ringrazio come se non ci fosse un domani:

Fulvialuna: i suoi suggerimenti in fatto di libri sono per me molto preziosi e, cosa più importante, mi fanno sentire un ignorante totale. Sono belle sensazioni.

Pontomedusa: qui si vola alto. Lei ha lo spirito guida, una sua personalissima guida di sopravvivenza e probabilmente anche la guida Michelin. Non so a voi, ma come direbbero dalle mie parti “a me mi fa schiantà da ride” (l’accademia della crusca non credo approverebbe)

Carrie: Che dire…da fan accanito di Sex and the city sto facendo le capriole, anche se, lo ammetto, la mia preferita era Samantha…chissà perchè…

DARDOS

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Carzy Alice: qui c’è tutto ciò che possiamo desiderare, pensieri, citazioni, racconti…se guardate bene potete veder passare il Bianconiglio. Ve lo assicuro.

Laura: un mondo, il suo, che sfugge a qualunque definizione, che personalmente considero una gran dote.

SUPERTELEMINCHIONE

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Ecco, senza nulla togliere agli altri, ma questo premio è sicuramente il più ambito. Appena l’ha saputo Sorrentino mi ha chiamato scongiurandomi di fare uno scambio con il suo misero Oscar…seee..figuriamoci Paolino Sorrentino piccolino…non ci penso neanche. Il merito di tutto questo è di Giacani, e non riuscirò mai a ringraziarlo abbastanza.

Bene, ora capite anche voi che rispondere alle domande sarebbe per me uno sforzo fuori dal normale, perciò non ve la prendete, ma proprio “non ce la posso fa’”

Infine, farò le nomination, ma con criteri tutti miei, senza badare al numero dei nominati, e soprattutto…i premi sono qui, scegliete voi quello che vi piace di più, ora non vorrei influenzarvi, ma Sorrentino…

Mille nuovi orizzonti: rifatevi gli occhi. Invidia pura.

Uhm!: Un nome una garanzia.

Assocorale: quando si dice arte.

Macchiato con zucchero: a suo tempo accettai il consiglio di farci un salto. Fossi in voi farei altrettanto.

Lettera C: squarci di vita quotidiana.

Viaggio al termine della notte: essere ironici senza troppi giri di parole.

Vissi di tacco 12, vissi d’amore: aperto da poco, conosciuto da poco. Colpo di fulmine.

Nata L’altroieri: è un blog nato da poco, ma che ti chiede già le chiavi di casa.

Ve lo dico in un orecchio: il suo nick è Gnappetta. C’è bisogno di aggiungere altro?.

365 giorni senza uomini: Non ci andate, vi prego, il titolo è falso e tendenzioso.

Cronache di un pigiama rosa: si mangia, si ride, si sta davvero bene.

Lara dice no: vestitevi di blu e fatevi avanti.

Hate couture: consigli pratici per sopravvivere nel fantabosco.

Colpo di tacco: donne, andate a farle visita, è un blog di moda, è fashion, trendy…ahahah…prendete esempio…ahahah…fatemi sapere.

Si, ci siamo…quanti blog sono?…boh…va bene così.

Tutti insieme senza invito.

Foto post social

Lo avete pagato il canone Rai?, io si, controvoglia, bestemmiando come un turco e all’ultimo minuto dell’ultimo giorno…ma alla fine l’ho fatto.

Il fastidio non era dovuto solo ad una questione economica, che comunque c’è ed è pesante, ma anche per una questione di “utilizzo”. Ho realizzato che potrei benissimo fare a meno della televisione. Ecco, detto in questi termini potrebbe suonare quasi come un pensiero edificante, in realtà non è proprio così. La realtà è che abbiamo a disposizione dei validi surrogati del televisore, anzi, questo elettrodomestico, in se per se, sta diventando un ripiego bello e buono. Il mondo per fortuna (o per disgrazia, ma personalmente propendo per la prima) si è evoluto e internet è stato la nitroglicerina di questa propulsione. Tutto ciò che desideriamo lo troviamo in rete: serie tv, partite di calcio, film, eventi ecc. Praticamente negli ultimi tempi uso la tv solo come strumento necessario per avvincenti sfide alla playstation.

La questione assume contorni leggermente più pesanti se pensiamo che con l’avvento della tecnologia non siamo più soli.

I nostri amici di facebook, i followers di twitter, i contatti di Instagram, Pinterest e via dicendo ci seguono ovunque. Vengono sempre con noi anche se usciamo a fare una passeggiata. Anche quando siamo con la nostra dolce metà. Anche se non hanno l’invito.

Siamo tutti un po’ dipendenti da tablet e smartphone, cambia però il livello di “intossicazione”. Tecnicamente sono strumenti catalogati come “droghe leggere”, ma la linea di visione con quelle “pesanti” è più sottile di quanto si possa credere. Rimanerne irremediabilmente affascinati è molto semplice. Di solito i più contagiati siamo noi uomini. Ci sono quelli che usano queste tecnologie in modo assiduo, ma entro certi limiti, sono quelli che hanno mantenuto il senso della misura e riescono ancora a preferire un sorriso vero da un “like” virtuale. Poi ci sono gli “smanettatori seriali compulsivi”, che controllano il telefono ogni tre secondi netti, rispondono ai post degli amici, twittano su qualsiasi argomento, dalle leggi che regolano l’universo alle emorroidi del cane Dudù.

Per cercare di farci uscire dal tunnel, le nostre compagne posso tentare un approccio soft. Ad esempio cercare di organizzare un programma insieme, un’uscita, una serata interessante, sforzarsi di trovare qualcosa di alternativo e stimolante. Si, anche quello che pensate voi potrebbe essere un’alternativa valida. Certo, concedeteci un po’ di metadone, chessò, lasciateci almeno di controllare la posta elettronica ogni trentacinque minuti. Secondo me una terapia d’urto particolarmente aggressiva non è consigliabile. Noi uomini con il telefonino in mano siamo come i bambini con i giocattoli, Se ci obbligate a farne a meno ogni vostra distrazione sarà sfruttata per dare una sbirciata fugace a quel mattoncino senza tasti, saremo distratti e con l’orecchio teso a captare qualunque suono che assomigli anche lontanamente ad una notifica. Anche il “din” del timer del microonde ci farà sobbalzare dalla sedia.
Ma voi donne avete il sacrosanto diritto di richiedere attenzioni, perciò incazzatevi pure, anzi, se proprio non riusciamo a distogliere lo sguardo dalla nostra bacheca facebook siete autorizzate a battere i pugni sul tavolo, strapparci il telefono di mano e saltarci addosso violentandoci. Ah, vi avviso, è inutile cercare di ingelosirci parlando bene dell’idraulico. Se la wi fi funziona non vi sentiremo neppure. Anche porre aut aut tipo: o ruzzle o io, non è consigliabile, specialmente se siamo nel bel mezzo della manche decisiva.

La cosa che vi chiedo, (e che vi chiede tutto il genere maschile) è quella di dare il buon esempio. Vale ancora il principio del bambino (quarantenne). Fate bene a sgridarci se stiamo sempre a giocare con i soldatini, ma voi evitate di pettinare la Barbie non appena avete un attimo di pausa. In altre parole: dimostratevi migliori di noi, rimandate lo scambio di messaggi con la vostra amica d’infanzia a quando saremo usciti di casa, insegnateci la grande arte di resistere alle tentazioni, che vi assicuro abbiamo un gran bisogno di impararla.

Quando siamo immersi in questo universo ovattato il tempo si dilata, così la pausa pranzo si protrae fino all’ora di cena, arriviamo a casa stravolti e con gli occhi iniettati di sangue, millantiamo problemi di lavoro in realtà ci girano le balle perchè a metà pomeriggio la batteria ci ha abbandonato e non avevamo il cavetto da collegare all’accendisigari dell’auto. Avete mai notato qualche macchina parcheggiata davanti ad una banca con il motore acceso?, ecco, non allarmatevi, non c’è nessuna rapina in corso, è semplicemente un povero disgraziato che sta ricaricando il telefonino. Con mezzo serbatoio ti assicuri il 20% di autonomia….mica male.

Secondo me varrebbe la pena di alzare gli occhi da uno schermo di quattro pollici, perché magari di fronte a noi c’è una femmina di quattro miliardi di pixel in carne e ossa e pure in hd che non aspetta altro di essere digitata. E forse capiremo che quello di twitter non è l’unico volatile con il quale poter interagire.

Ho visto Parigi ma ero sotto anestesia.

Ultimamente vedo più spesso la guardia medica di mia madre.
Sarà l’età che avanza, sarà che voglio fare il figo e non c’ho più il fisico (come disse la mamma di Einstein quando il bimbo andò via di casa), fatto sta che questa notte/mattina mi son ritrovato nell’ormai familiare ambulatorio.

Mi sono svegliato nel cuore della notte con un mal di denti da prendere a craniate un bisonte. Ora, diciamocelo, sono un uomo e questo non gioca a mio favore. La prima cosa che un maschio adulti si sente ripetere quando sta male è quella di non riuscire a sopportare il dolore, pare infatti che un giorno, un vattelapesca di dottore (ma io sospetto…dottoressa) abbia stabilito che la soglia di sopportazione maschile sia di gran lunga inferiore a quella delle donne. Il discriminante è il parto. Sempre e comunque.
Puoi finire scorticato vivo e patire le pene dell’inferno, ma arriverà sempre una donna, in particolare una mamma, ovviamente non la tua (ma a volte anche la tua si lascia andare) che ti dirà con mento alto e sguardo fiero “tsè io ti farei provare i dolori del parto, vedrai che dopo gli altri sarebbero passeggiate di salute”.

Ma che cazz…ehm caspita di paragone è?…allora io ti farei provare a pulire i cessi durante il militare…vedrai che dopo ti sembrerà di camminare in campi di lavanda..
Lo so, in questo momento mi sto inimicando le simpatie di tutte le donne che mi seguono…ma abbiate fede, saprò farmi perdonare.

Insomma, io non ho mai partorito, e, a meno di clamorosi sviluppi genetici, dubito che proverò quel tipo di dolore, ma anche il mio “misero” mal di denti può dire la sua in fatto di dolore. Tra l’altro non mi sono neanche impressionato più di tanto, a parte allertare l’elisoccorso (questa me l’hanno suggerita su facebook) e iniziare a scrivere le mie ultime volontà, per il resto niente di che.

Il medico che mi visita è quello dell’aloe, ma stavolta è vestito e ha pure rinnovato il campionario delle bestemmie. Sbadiglia, sbuffa, scuote la testa…cazzo l’ho svegliato, mi dispiace….mi sento in colpa, ma il mio premolare mi riporta alla realtà, se non mi da qualcosa gli salto in testa come un mastino napoletano. Prende una fiala e una siringa…si avvicina e mi propone una domanda spiazzante “preferisci sulle chiappe o in bocca?”…oh…non scherziamo…che domande sono…non capisco ma nel dubbio rispondo “chiappe! Se non altro sono libero di protestare” (questa è un pò articolata, infatti lui non l’ha capita e m’ha somministrato il Tora-Dol per via sub-linguale).

L’effetto è pressoché immediato, riprendo ad essere nel pieno della mia (semi) facoltà mentale, salgo in macchina ed è ancora buio…e qui…scatta qualcosa….

Non mi capita spesso di guidare mentre tutti stanno dormendo, tantomeno mi capita di farlo nella mia città, è una sensazione strana, ne approfitto e faccio il “giro lungo”, arrivo in centro ed è deserto, è silenzioso, è bellissimo. Decido di fare due passi per il corso, lo so, non è una cosa da persone sane di mente, ma cavolo, sono sotto anestetico….posso permettermelo.
Non l’avevo mai vista sotto queste veste, anzi, l’avevo vista, ma non l’avevo mai guardata, eppure lei era sempre stata lì, con le sue insegne, la piazza con la fontana, l’hotel a ore vicino alla stazione, che ti prendono per pappone anche se ci vai con la tua bisnonna, il duomo, le due banche, il panettiere che conosco da una vita e mi chiama dicendomi “oh…che cazzo ci fai in giro a quest’ora?” – “niente, facevo due passi” lui scuote la testa urlandomi “cambia spacciatore !!!” , il silenzio è quasi totale, quasi mi imbarazzo a camminare, ho timore dei miei passi, del mio telefonino che scatta foto, come se stessi vedendo per la prima volta quelle case e quelle vie, che a pensarci, forse è veramente la prima volta che le guardo così. E adesso posso tendere l’orecchio, e se ascolto bene lo sento, si cavolo lo sento… Il rumore di fondo della città, il suo respiro e lo sento così bene che mi pare anche di percepire il saliscendi dei suoi polmoni, il petto che si gonfia.
Torno in macchina, dalla radio esce una canzone in francese, perfetta per quell’atmosfera da tardo decadentismo parigino.

Questa è la mia città con la giusta misura, non troppo invadente, nè troppo indifferente, ci accoglie, ci protegge col suo pezzo di mare, ci guarda passare pensierosa e sognante, ci lascia partire ed incrocia le dita.

In realtà questo post è nato appena sono rientrato a casa, non volevo rischiare di perdere certi suoni e certi odori, e poi come dice il Liga “sarà che anche qui, le quattro del mattino, sarà che anche qui l’angoscia e un pò di vino”…il tempo che abbia inizio in pieno l’effetto dell’analgesico e quando riapro gli occhi è giorno fatto. Com’è giusto che sia.

Perchè la mia “piccola città” mi guarda e sorride. (lo so, vi aspettavate il Guccio…e invece…noi siamo un po’ più rock).