IL TITOLO È EMILIO.

Finalmente ci siamo, il libro è pronto. Esce ufficialmente venerdì 19 luglio. Da oggi è in pre-ordine sul sito di Gemma Edizioni. È un sogno che si realizza, volevo ringraziare tutti voi che avete avuto la pazienza di leggermi in questi anni e che mi avete dato il coraggio di continuare a scrivere. Spero di non deludere nessuno. Questo è un nuovo punto di partenza. Grazie infinite. Di cuore.

Francesco.

#IlTitoloèEmilio #GemmaEdizioni

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Hasta l’abete addobbato siempre!

E’ tempo di addobbi, le città si vestono a festa, con luminarie e stelle comete per le vie. Luci ovunque, bianche, rosse, gialle, verdi e per i più bastardi, blu. Queste sono le peggiori, viste da lontano sembrano posti blocco. Le vedi, smadonni, capisci che è un terrazzo e non una volante, sospiri, ti penti, ma ormai anche per questo Santo Natale ti sei giocato la santità.

Ma il vero spirito natalizio si vive nelle case, tutti intorno all’albero.Ci sono regole universali e precise per realizzare un albero di Natale come dio comanda.

Per prima cosa c’è da risolvere il dilemma “albero finto o albero vero”. Qui l’umanità si divide, un po’ come accade fra i fanatici di Iphone o Samsung, Playstation o Xbox, Ronaldo o Messi. L’albero sintetico è senza anima, se fai l’albero vero uccidi una pianta. L’albero finto è tossico, l’albero vero non lo puoi riutilizzare e via così all’infinito. Scuole di pensiero che corrono su linee parallele e non si incontreranno mai. Come i Modà e la buona musica. Il mio albero è sintetico, non per motivi morali ma pratici. Se metto in casa un abete vero il cane ci piscia sopra almeno quattro volte al giorno. Problema risolto.

Una volta piazzato l’albero al centro della sala il protocollo prevede che vengano messe le luci. Mai e dico mai, mettere prima le palline. Questo è un assioma cartesiano: “se non metti prima le luci le uniche palline che rimarranno sull’albero saranno le tue”.

Prima però di mettere luci sull’albero c’è un’altra operazione fondamentale da svolgere: verificare se si accendono. Datemi retta, lasciate perdere l’ottimismo del “tanto funzionano”. Neanche per sogno. Funzionano solo se le provate prima. Se non lo fate e le mettete fiduciosi state pur certi che non si accenderanno mai. Lo so, l’anno prima le hai riposte nella scatola ancora calde di luce e dopo undici mesi non danno più segni di vita. E’ uno dei più intricati misteri cosmici. Il compianto Stephen Hawking preferì dedicare la sua vita allo studio dei buchi neri piuttosto che all’enigma delle lucine bianche. Per dire.

In media ogni famiglia ha tre gruppi di lucine da mettere sull’albero e in media, ogni anno, almeno uno dei tre non funziona. Poco male, direte voi, si ricomprano. Certo, il problema è trovarle dello stesso colore.

Fino a qualche anno fa erano di moda le normalissime luci ”bianco caldo”. Oggi è più facile trovare un panda gigante in superstrada. Sparite, ora sono tutte a led e di un bianco asettico. Roba che quando le metti sull’albero la sala da pranzo diventa una sala operatoria. Alla fine ti arrendi e ogni anno compri una scatola diversa. Il risultato è interessante. Il tuo albero di Natale sembra un casello autostradale con una fila di luci rosse, una verde e una gialla che si accende solo se ci passi sotto con il telepass.

L’allestimento delle luci è un’impresa titanica. Si intrecciano, se ne schiacci una smettono di funzionare tutte, le tue, quelle del tuo vicino e dei tuoi parenti fino al sesto grado. E’ impossibile dare una disposizione uniforme. Di solito la parte bassa dell’abete sembra la campagna modenese in una notte di nebbia fitta. Invece la parte la puoi guardare solo con gli occhiali da saldatore, come per l’eclissi solare. Dai, diciamocelo, mettere le luci sull’albero è una gran rottura di coglioni. Non per niente è un compito riservato esclusivamente all’uomo. Oltretutto va fatto anche con una certa rapidità perché…«finché non hai messo le luci non possiamo iniziare ad appendere le decorazioni. Quindi vedi di darti una mossa». Noi cerchiamo di terminare il compito nel più breve tempo possibile, rischiando più volte di volare dalla scala e impiccarci con il filo delle luci, per poi scoprire che per i successivi quattro giorni non ci saranno accenni di decorazioni sull’abete. Ogni tanto il povero albero cede alla disperazione e inizia a produrre bacche rosse. Lo fanno in particolar modo quelli sintetici comprati a saldo nel negozio cinese sotto casa.

Le decorazioni dell’albero sono la massima espressione della creatività umana. Palline colorate, pupazzetti di ogni tipo, angioletti, animaletti vari e puntali storti. Il sacro e il provano che vanno a braccetto.

Mia madre per esempio mette nel punto focale dell’albero l’immagine di Padre Pio da giovane. E’ una foto che un giorno trovò sotto al mio letto.«Ved? È un segnale, significa che ti protegge», disse perentoria senza darmi modo di controbattere. Da allora ogni Natale tira fuori quella foto sbiadita del Santo di Pietralcina quando era ancora un ragazzo e la mette in bella mostra al centro dell’abete. Ogni tanto ci passa davanti, si fa il segno della croce e gli manda un bacio. Poi si volta verso di me e fa un cenno come a dire «Dai, fallo anche tu». La guardo allargando le braccia «dai mamma, il segno della croce non mi pare il caso», però, per accontentarla almeno in parte, mi metto a mani giunte e accenno un inchino veloce.

In realtà quella è una foto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara, con i capelli corti e senza sigaro. Non ho il coraggio di dirlo a mia madre e poi, tutto sommato, al centro dell’albero non ci sta neanche male.

L’albero più originale che abbia mai visto in vita mia lo fa il mio amico d’infanzia. E’ sempre identico a quello dell’anno precedente, ma proprio gemelli monozigoti. L’angioletto sul terzo ramo a destra, la palla rossa con la scritta “casinò di Sanremo” tre gradi a sud est, la renna che si gratta il culo con le corna va messa appena sotto al puntale. Una precisione maniacale che si tramanda di anno in anno. Il ripetersi infinito di una trama unica e inimitabile che si specchia costante in sé stessa. Tutto molto interessante, l’abete identico a quello precedente, se vogliamo è un po’ come metafora della vita. Il mio amico ne va fiero. Peccato che il primo albero che fece fosse addobbato veramente di merda.

“Olliuchenit” non ti temo.

Sono allergico all’aloe, alle uova di lompo, alle bacche di goji e a tutto il cibo esotico in generale, Questo per dire che amo le cose semplici, specialmente in cucina. Non piacciono esperimenti strani e soprattutto detesto esplorare sapori sconosciuti. Sì, lo so, che state passando in rassegna tutti i doppi sensi a sfondo sessuale noti al genere umano, ma io sto parlando semplicemente della mia idea culinaria. Scritto tutto attaccato.

Le mie convinzioni gastronomiche si rafforzano ogni volta che qualcuno mi trascina, spesso con l’inganno, in qualche locale dove si dilettano in ricette di cucina alternativa. La settimana scorsa, i miei colleghi di lavoro con uno stratagemma che non sto qui a spiegarvi, mi hanno fatto mettere piede per la prima volta in vita in un ristorante giapponese all you can eat. Che all’inizio ero convinto che “olliuchenit” fosse proprio il nome del ristorante. Per quelli come me cresciuti con il mito di “DanielSan, dai la cera togli la cera” in Giappone può succedere di tutto. Comunque i miei commensali hanno subito provveduto a spiegarmi con parole chiare e dirette il concetto di “all you can eat”: «France, non rompere i coglioni, la traduzione letterale è semplice: mangi quello che cazzo ti pare e paghi quindici euro». Già qui il primo dubbio mi ha assalito: la moneta giapponese è lo Yen, quindi non può essere una traduzione letterale. Comunque ho evitato di farlo notare altrimenti dicono che sono antipatico. Come quando qualcuno parla e io gli correggo i verbi. Quello mi guarda come se gli avessi rigato la macchina. Io ci rimango di merda ma vorrei dirgli quello che mi diceva mia madre ogni volta che mi tirava una ciabatta «Sappi che fa più male a me che a te».

Comunque il concetto è chiaro e io so già che assisterò dal vivo alla più alta rappresentazione dell’era preistorica che il genere umano sia in grado di mettere in scena. Ovvero: metti dieci persone intorno a un tavolo senza limiti sul menù e vedrai l’uomo di Neanderthal, in 3D e con il dolby surround, purtroppo. Di solito quando si va in questi posti esotici c’è sempre un membro della compagnia che ne sa più di tutti gli altri. E’ un abituè del locale, conosce per nome i camerieri e probabilmente con quello che ha speso lì dentro ha sistemato tutti i loro parenti e anche quelli del maestro Miyagi. Entriamo dentro, il personale ci accoglie con un inchino, il nostro compagno “esperto” prende subito in mano la situazione.

Ci accompagna al suo solito tavolo e dice al cameriere di portare i menù e il wasabi. Dopo trenta secondi arrivano due ciotole contenenti un impasto verde tipo i succhi gastrici che vomitava mia figlia quando mangiò il Didò e dieci volumi con il numero di pagine di “Guerra e pace”. Erano i menù. Mi astengo volentieri dall’assaggiare il wasabi e mi concentro sui piatti da ordinare. Sfoglio il libro sacro almeno una decina di volte alla fine azzardo e faccio la mia scelta: patatine fritte! (e vaffanculo al sushi, sashimi e Didò).

I miei compagni di merende iniziano a segnare su un foglio le loro ordinazioni ripetendomi continuamente «questo lo devi provare, è squisito». Uno di loro ordina addirittura i ravioli alla bolognese. Finalmente qualcuno che tiene alta la bandiera della cucina italiana.

Arrivano le pietanze. Il cameriere si presenta con un carrello delle stesse dimensioni del rimorchio di un cingolato Pirelli. Inizia a disporre tutto sul tavolo con un sorriso come a dire “mo’ so cazzi vostri”, in un perfetto dialetto di Hokkaido.

Improvvisamente il nostro banchetto viene sommerso da bocconi bizzarri e colorati, Tutti a base di riso, pesce e ingredienti misteriosi. Riso con salmone, riso e tonno, riso e alghe, risi e bisi, riso e chiwawa, riso sorriso e quanto mi viene da ridere. I mezzo a questo tripudio di ilarità spiccano i ravioli. Prendo coraggio e ne assaggio uno. In quel momento capisco che c’è un errore sul menù. Non sono tortellini “alla” bolognese ma “con” bolognese. Il ripieno è sicuramente fatto con i resti di un contadino della provincia di Modena. Uno di quelli scomparsi nel nulla che gli abitanti dei poderi vicini descrivono ancora come un tipo solitario e taciturno.

A metà del pasto iniziano a verificarsi fenomeni strani: i simpatici bocconcini di pesce non finiscono mai! Sembra il videogioco di Pac Man, più ne mangi più si ricreano. Mi viene il dubbio che il pesce non sia crudo ma vivo e appena ti distrai ne approfitta per accoppiarsi e riprodursi.

Anche le mie patatine fritte sembrano soffrire della stessa sindrome. Oltretutto sono fritte nell’olio Motul con centoventimila chilometri percorsi e l’antigelo Paraflu da cambiare.

Il pensiero “cazzomene, io le lascio nel piatto” inizia farsi strada nella mia testa e mi sento sollevato

Quando ormai anche l’ultimo commensale sta per cedere e perdere i sensi si manifesta nuovamente il cameriere che con i suoi occhietti a mandorla sfoggia stavolta un vero e proprio sorriso di rivincita personale esclamando:

«Signori avete finito?, posso iniziare a contare?».

Contare? cosa deve contare?

L’amico esperto con un master in “inculazioni giapponesi” emerge dal letargo e con un filo di voce bisbiglia:

«Quello che avanza ce lo fanno pagare a parte».

Cosa??? In quel preciso momento mi sento come Lucignolo nel paese dei balocchi quando capisce che si sta trasformando in asino. Anche gli altri membri del gruppo hanno uno scatto emotivo e realizzano che a occhio e croce sul tavolo c’è una cifra pari al pil della Nuova Zelanda. Inizia così una frenetica azione di occultamento delle prove. Qualcuno si mette il sashimi in bocca conservandolo all’interno delle gote, tipo criceto. Altri con un’azione da veri bastardi senza gloria iniziano a lanciare palline di riso stocazzoshimi sui tavoli vicini, ma la tecnica di nascondismo più usata in assoluto è quella di avvolgere tutto ciò che si trova nei piatti dentro a fazzoletti di carta e seppellirlo nelle tasche dei giubbotti.

Andiamo a pagare il conto con aria indifferente, vestiti come zampognari e con un cucciolo di tonno pinna gialla che si agita dentro la tasca destra della giacca.

Le successive dodici ore le passiamo seduti sulla tazza del cesso bestemmiando in giapponese e cercando su Facebook i parenti del contadino emiliano per avere la ricetta ufficiale dei ravioli.

Quindi vi prego, lasciatemi alle mie allergie esotiche e al mio cacciucco di pesce cotto bene. Lasciatemi al mio concetto di cucina culinaria, scritto anche separato.

La gente che sta bene.

(Mamma, se stai per leggere questa cosa rilassati, non è autobiografica).

Finalmente ho molto tempo libero, è un desiderio che ho espresso tante volte e ora qualcuno mi ha ascoltato. A quarantanove anni ho perso il lavoro. Un calcio nel culo e via, Come diceva Oscar Wilde “ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non puoi avere. La seconda è ottenerla”.

«Ci dispiace ma questo ramo dell’azienda verrà chiuso», mi hanno detto, «ma non si preoccupi, alla prima occasione la richiamiamo. E poi, un uomo con le sue capacità non avrà problemi a trovare un altro impiego». C’è solo un piccolissimo particolare: un uomo con le mie capacità, quando si ritrova disoccupato perde immediatamente il grado di “uomo”.

Ma chi se ne frega, vediamo il lato positivo. Posso fare ciò che voglio. Conoscere un sacco di gente nuova, ogni giorno, almeno una decina di facce sconosciute che mi fanno sempre le stesse domande. Mi squadrano da dietro la scrivania. Con la loro giacca di un blu rassicurante, segnano le mie risposte su un foglio impegnandosi a celare, con pessimi risultati, un sorriso inopportuno quando dico la mia età. Molti mi congedano con la frase «le sue conoscenze sarebbero sprecate per la nostra azienda, si merita qualcosa di meglio». Mi ricordano quei fidanzati che si separano e uno dice all’altro «ti lascio perché ti meriti di meglio». Che cazzo di frase è? Fatti i cazzi tuoi, io voglio una storia di merda. Voglio un lavoro di merda.

Dicono «ti aiuterà la famiglia», certo, come no. Mia moglie mi ha lasciato quattro anni fa, perché mi “meritavo qualcosa di meglio”. Lei invece si è sacrificata per me e adesso convive con un direttore di banca. E’ sempre stata una donna altruista e si vocifera che sia anche in odore di santità.

M dai, non mi lamento, mi restano gli amici, quelli veri. Loro ci sono sempre, è bello passare del tempo insieme. Sì insomma, quei tredici secondi. Il tempo necessario per incrociare il mio sguardo e cambiare strada. D’altronde sono “la gggente che sta bbbene”, si sono salvati dal cataclisma e adesso si sentono tutti un po’ più Flavio Briatore. Come lui si tengono alla larga da certe persone perché potrebbero attaccare la povertà. Fosse per loro girerebbero con una mascherina sulla bocca come i cinesi, magari brandizzatata Dolce e Gabbana. Alcuni vecchi amici mi guardano con disprezzo, altri con compassione. Potendo scegliere preferisco la prima. E’ molto meno umiliante, credetemi.

Ma non importa, sono riuscito comunque a farmene di nuovi, di amici intendo. Ho scoperto per esempio che alcuni dei pensionati che vengono a vedere il cantiere della nuova metropolitana hanno un cuore grande così. Si chiama cardiomegalia e si può curare con una sana alimentazione. Altri invece di grande hanno la prostata e quella è come le corna: te le tieni così e basta.

La mia condizione ha un altro lato positivo, molto positivo direi. Ogni notte posso dormire in un posto diverso. Tanto che insieme a un mio socio clochard stiamo progettando un’applicazione: BarboniAdvisor. Rileva la tua posizione e ti dice in tempo reale se ci sono sottoponti, panchine attrezzate, portici e androni accoglienti intorno a te. Se scarichi la versione a pagamento hai diritto anche a un chilo di cartone quattro metri per due.

In tutto questo tempo da portatore sano di disoccupazione ho capito che il lavoro è l’unità di misura della tua dignità. (e su questa, caro Oscar Wilde, scansati proprio). Se consegni bevande a domicilio puoi salvare la vita al Papa, ma rimarrai sempre “l’omino dell’acqua”. Non c’è un cazzo da fare.

Ma ormai non ho più di questi problemi, vivo la mia disoccupazione con serenità, come quelli della pubblicità del Tena Lady. Ecco, ci vorrebbe un assorbente per noi poveri, perché siamo fra voi, ci trovate sugli autobus, nei sottoscala della metro o fuori da qualche supermercato. Ogni tanto sorridiamo, almeno un paio di volte al giorno beviamo, cerchiamo di limitarci ma due o tre volte a settimana cediamo alla tentazione e mangiamo qualcosa. Facciamo di tutto per trattenerci ma spesso ci scappa pure di respirare. Quindi, datemi ascolto, voi che state bene, datevi una mossa e iniziate a distribuire al più presto il Tena Povery. Perché ce la mettiamo tutta, ma iniziamo a puzzare troppo di umanità. E questa sì che è una piaga sociale.

Filastrocca di un piccolo eroe di provincia. Dove tutto finisce o forse comincia.

La mia sveglia che suona alle sei di mattina,

svaniscono i sogni la realtà si avvicina,

mi muovo nel buio con passo felpato

se faccio un rumore sarò lapidato,

cammino a tastoni scendendo la scala

ma la porta ha uno spigolo e la mamma maiala,

il gomito sbatte e un urlo trattengo

ma ripasso il rosario come un camerlengo.

Salgo in auto  con gli occhi ancora impastati

Sono cento i chilometri che attendono ingrati,

giro la chiave intontito e accendo la radio,

nella testa ho un ultrà con la tromba da stadio.

C’è un’ora di strada, inizia il viaggio

Probabilmente ho una taglia per vagabondaggio,

son quattro anni che lavoro lontano da casa

forse è così che si sentono gli astronauti alla Nasa.

Alla radio notizie di politica interna,

i discorsi alla cazzo di chi ci governa,

poi Giusy Ferreri, Irama e Calcutta

se una canzone è di merda la trasmettono tutta,

sotto al sedile di chi a volte viaggia con me

si nascondono penne, ricordi e forse un bidet.

Mentre seguo la strada senza cambiare corsia,

ripenso agli amici che sono andati via.

Mi rivedo a vent’anni insieme a Samuele,

volato a Milano con il suo ukulule,

sognava un futuro come un capogiro

a fare il cantante e riempire San Siro,

sugli accordi volava come un moderno Uomo Ragno,

ma si è arrugginito come uno scaldabagno,

è finito a Segrate a fare il precario,

e sui sogni di un tempo è calato il sipario,

col costume di Spiderman ci ha fatto un falò

si è scordato le note del giro di Sol.

Il più bello di tutti di quell’era maldestra

era Dario il forzuto che viveva in palestra,

di tutta la banda era il capotribù

vestiva sempre di verde come un moderno Hulk,

mostrava i bicipiti con espressioni feroci,

e con le chiappe del culo ci schiacciava le noci.

In un giorno di pioggia è partito per Roma,

a far la guardia del corpo di una showgirl in perizoma,

e in una sera bastarda di cocaina e splendore

per difendere una escort ha picchiato un assessore.

E’ stato in galera come un criminale

Poi Si è fatto 6 anni con la condizionale.

I suoi abiti verdi son finiti in soffitta,

ora aggiusta le auto e lo chiamano Er Marmitta.

Abbiamo imparato una cosa in questi anni

i supereroi in provincia fanno solo dei danni

se ci date i poteri ci facciamo del male,

è come dar le infradito a Babbo Natale,

forse il nostro è soltanto un cammino fatale

condannati per sempre a una vita normale.

Perché a noi il successo fa spavento e disarma

Forse a noi il destino ci ha cagato nel karma.

Torno a casa ogni giorno senza gesti eclatanti

Non ho salvato il pianeta da alieni inquietanti,

ma mentre salgo le scale sono sorridente

a mia moglie e a mia figlia vado bene ugualmente,

e mi vedo a ottant’anni senza un superpotere

io sarò solo un vecchio. E loro il mio cantiere.

Mi convinco ogni tanto che ci vuole coraggio,

Ad affrontare ogni giorno sempre all’arrembaggio

E aggirare i problemi come se fossero boe.

Forse anch’io. nel mio piccolo, sono un supereroe.

Tutta colpa di Foppa Pedretti.

Ci sono domande che attanagliano il genere umano fin dalla notte dei tempi:

«è nato prima l’uovo o la gallina?»,

«come si è formato l’universo?»,

«la Juve quest’anno vincerà la Champions?».

Ma la regina di tutte le questioni irrisolte che ci perseguita dai tempi di Neanderthal è:

«perché un uomo deve accompagnare la sua fidanzata/moglie/compagna in giro per negozi?».

Voglio dire, apparentemente non c’è uno straccio di motivo valido.

È giusto annotare che il comportamento del maschio alfa che si trova nella situazione di accompagnatore cambia radicalmente con il prolungarsi della relazione amorosa.

Di solito c’è un rapporto direttamente proporzionale tra i due fattori: più la relazione è lunga, più lui si rompe i coglioni fuori dal negozio.

Questo ineluttabile assioma cartesiano è facilmente individuabile mettendosi seduti su una panchina della via principale di una qualsiasi città e osservare. Tra l’altro, Cartesio non si è mai sposato. Per dire.

Nelle coppie appena formate, quelle che sono nel pieno dell’esaltazione amorosa, per intenderci, il soggetto maschile è fiero ed entusiasta di accompagnare la sua metà della mela in un qualsiasi negozio. Indipendente che al suo interno ci siano prodotti cosmetici o cure omeopatiche per le ragadi anali del volpino di pomerania, Il paladino dell’amor cortese avrà un sorriso a tremila denti e pronuncerà frasi del tipo:

«certo passerottino, scegliamo insieme il mascara, sarò onorato anche di darti il mio parere sulla tonalità dello smalto che più ti si addice». Poi però, gentili donzelle, non vi lamentate se il vostro cavalier servente inizierà a farsi le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Dopo circa due anni dall’inizio della sfavillante storia d’amore l’accompagnatore baldanzoso ed entusiasta si trasforma in un “servo muto”. Avete presente quella specie di appendiabiti che si trova nelle camere da letto? No, non ha i pedali, quella è la cyclette.

L’uomo all’alba della biennale della relazione sembra l’albero delle idee di Foppa Pedretti. Tiene appese alle braccia buste di ogni sorta, la borsa della compagna tenuta a tracolla e prega il cielo di non avere un’erezione per non fornire altri appigli.

Lei deve avere le mani libere per esaminare la mercanzia, lui la testa occupata per non coniare nuove bestemmie.

Dal quinto al settimo anno di relazione l’accompagnatore assume le sembianze di pastore maremmano. Aspetta fuori facendo la guardia al malloppo, perché entrare in un negozio con merce comprata altrove “pare brutto”.

Lo scodinzolante guardiano rimane immobile in un angolo, all’ombra se è fortunato, altrimenti a schiumare Sali minerali sotto il sole a picco. Lei nel frattempo entra a dare un’occhiatina.

In realtà l’ingresso del negozio è uno stargate.

Una volta varcata la soglia il tempo non segue più un percorso lineare. Lei gira fra le corsie in quell’atmosfera ovattata di pizzi e merletti e musiche di Radio Subasio. I minuti vengono percepiti come battiti di ciglia e raggiunge l’uscita convinta di aver girato l’intero negozio in uno schiocco di dita. Per lui che invece aspetta fuori, l’attesa sembra infinita. Il suo tempo segue quello della sua natura di canide e un’ora ne vale sette. Il povero animale da compagnia può trascorrere le vacanze estive aspettando il ritorno della sua dama. Alla fine dell’attesa lo ritrovano immerso in un lago di sudore come le mozzarelle Santa Lucia.

Dal settimo al decimo anno le soste nei negozi diventano, per l’incolpevole convivente, come le stazioni della Via Crucis. Di solito infatti il pover’uomo cade tre volte sotto il peso del fardello che trasporta. Nessuno lo deve aiutare ad alzarsi altrimenti verrà squalificato come Dorando Pietri alle olimpiadi del 1908. Non può bere né mangiare e se per caso si azzarda a pronunciare con un filo di voce frasi del tipo «cara, ti voglio un bene dell’anima ma mi sarei leggermente rotto i coglioni», sarà immediatamente additato come eretico e fustigato in pubblica piazza.

Dopo i dieci anni di relazione l’uomo busta sapiens inizia a prendere coscienza di sé.

Familiarizza con altri individui della stessa specie, scambiandosi opinioni e battute sui vari culi femminili che solcano l’orizzonte. Molto spesso organizzano tornei di calcetto lungo la via principale, usando le buste della Benetton come pali delle porte e la lampada “luna piena” della Maison du monde come pallone.

Alla luce di queste considerazioni, il primo pensiero che nasce spontaneo è:

«ma chi ce lo fa fare?».

In effetti, noi portatori seriali di buste, progettiamo rivolte, inneggiamo alla lotta di classe e formiamo gruppi sovversivi su whatsapp per combattere lo sfruttamento a colpi di meme.

Ma alla fine desistiamo dal procurar battaglia e rimaniamo nella nostra condizione passività. Però non ci sottovalutate, la nostra non è mancanza di coraggio.

La verità è che evitiamo lo scontro perché loro, l’altra metà del cielo, hanno una cosa che noi voglia tantissimo e no, non è il telecomando di Sky.

Il barbiere e Berlinguer.

Alcuni mesi fa il mio barbiere di fiducia è andato definitivamente in pensione. Lui, è stato il primo a tagliarmi i capelli, era il custode dei miei segreti, alcuni leggeri, altri più compromettenti. Quando le persone si sedevano su quelle poltrone piroettanti si sentivano coccolati e al sicuro, era quindi normale sciogliere la lingua e lasciar correre quel flusso di coscienza che è la tua vita.

In posti come quello in cui vivo i legami con certe figure sono forse più autentici e quando qualcuno cambia vita finisce per cambiare inesorabilmente anche quella di tutti gli altri. Perché qui viviamo così. E ne andiamo fieri.

Questo è il mio tributo e il mio modo per dire “Grazie di tutto”.

Via Firenze sembra l’autostrada del sole, quattro corsie e auto che sfrecciano a tutta velocità, realizzi di essere in piena città soltanto quando arrivi al semaforo e lo trovi rosso. Improvvisamente sei circondato da uno sciame di scooter, come quando decidi di fare un pic-nic e appena tiri fuori il panino ti rendi conto che sarai costretto a condividerlo con settecento mosche che fino ad un secondo prima se ne stavano nascoste nelle loro trincee aspettando il momento giusto per attaccare, le bastarde.

Guardi tutti quei centauri, alcuni normalissimi altri più pittoreschi. Il tipo davanti a te ha una scritta sulla parte posteriore del casco, ma non distingui bene le parole, ti sporgi in avanti premendo il petto sul volante della tua auto, stringi gli occhi nello sforzo estremo di codificare quelle sillabe e alla fine le tue diottrie ti permettono di appropriarti di quella frase dal profondo significato filosofico “Il montone esce dal gregge e lo butta nel culo a chi legge”.

Rimani un attimo a rimuginare sul senso della vita, nel frattempo è scattato il nero, cioè, il semaforo è in quella fase in cui si è spenta la lampadina del rosso ma non si è ancora accesa quella della verde. In una frazione di micro secondo gli scooteristi davanti evaporano come se avessero il plutonio nel serbatoio, la luce del semaforo dà il liberi tutti e l’automobilista dietro di te abbassa il finestrino, fa uscire la testa e con voce di tuono ti sveglia dal tuo torpore «Guarda che questo è il massimo eh, più verde di così non diventa».

Prosegui dritto e al primo incrocio che trovi svolti a sinistra, perché come diceva tuo nonno tra una scatarrata e l’altra «Bimbo, quando nella vita non sai che cazzo fare svolta a sinistra, male che vada ci trovi la tazza del cesso». I proclami di tuo nonno era difficili da capire. Comunque segui il consiglio, imbocchi una strada anonima e d’improvviso ti trovi catapultato nel 1930. Intorno a te solo palazzi che sembrano caserme, una chiesa, un tabaccaio e una sede del Partito Comunista con annessa bandiera che sventola imperterrita. Perché da queste parti se ne fregano del centrodestra, centrosinistra, centrocentro e se chiedi a qualcuno di qui cosa ne pensa dei pentastellati lui ti risponderà «pentastellami stocazzo». Qui sono comunisti. Tutti. Da sempre. E sono contro, anche se non si sa bene contro chi o cosa, non importa, l’importante è che tu sappia che loro sono contro. Loro vivono qui, in questo quartiere, si lamentano delle strade, dei palazzi con i cornicioni che cadono, dei marciapiedi tempestati di merde di cane. Si lamentano di tutto e te lo dicono, ma se ti azzardi a dire che hanno ragione si incazzano come pantere. Perché qui sei a Shangai e devi portare rispetto, se vuoi fare come ti pare vai a farlo in centro con i fighetti del quartiere Venezia.

Questa è Livorno e questo è il quartiere Shangai, anzi Sciangai perché qui scrivono come parlano. Il nome lo deve alla densità della popolazione paragonabile a quella dell’omonima città cinese. La gente di qui non ha la più pallida idea di dove si trovi la vera Shangai, sa soltanto che anche lì sono tutti comunisti e questo è sufficiente.

Se guardi bene, oltre la chiesa, il tabaccaio e la bandiera con la falce e il martello, laggiù, alla fine della strada, c’è un barbiere.

L’insegna parla chiaro “Barbiere”, sottotitolo “da Lido”. Non è un parrucchiere e ci tiene a farlo sapere, lui è specializzato in barbe, poi se non gli fai girare i coglioni ti taglia anche i capelli. Quei ventisette metri quadrati facevano da cornice a quattro sedie di legno chiaro liscio, ovviamente senza cuscini, su ognuna c’è un numero di Novella 2000 di almeno quindici anni fa. Una foto di Berlinguer che sorride sulla parete di sinistra, accanto c’è la maglia numero 10 di Igor Protti con autografo originale, poi una foto di Berlinguer con il pugno alzato. Sulla parete frontale la bandiera del Livorno Calcio, subito dopo la foto di Berlinguer con Pertini. Sulla parete di destra c’è una lavagna dove qualcuno ha scritto “Se la merda fosse oro Pisa sarebbe un tesoro”, subito dopo c’è la foto di Benigni che tiene in braccio Berlinguer. Più in basso c’è un lavandino con la doccia che esce dalla ceramica e una sedia, sempre di legno chiaro e liscio, però questa è girevole. Insomma, è un posto da uomini.

In quartieri come quello di Sciangai la figura del barbiere aveva un ruolo fondamentale per gli equilibri della vita quotidiana. Lido era molto più di un semplice tagliatore di barbe e capelli. Sotto i suoi sapienti colpi di forbici e rasoio le persone si sentivano coccolate e inclini ad aprire l’armadio per far uscire qualche scheletro. In realtà si instaurava una sorta di scambio, una regola non scritta che prevedeva “io ti racconto qualcosa di mio e tu mi racconti qualcosa di qualcun altro” Lui era un confessore, anche più di padre Luciano, parroco del quartiere, che andava a tagliarsi i capelli solo per tenersi aggiornato sugli accadimenti che i suoi parrocchiani evitavano di raccontargli durante il sacramento confessionale. Lido ascoltava i tuoi peccati e alla fine ti assolveva usando una formula liturgica che non lasciava scampo, una sorta di sentenza universale valida per qualsiasi occasione, come il completo nero con camicia bianca che è un passpartout per matrimoni, battesimi e ricorrenze varie in cui è richiesta una certa eleganza. La frase che decretava la fine di ogni confessione era «vaini e corna chi ce l’ha son sua». (Vaini=soldi). Dopo questa sentenza l’interlocutore si sentiva pienamente assolto e Lido poteva riprendere a sferragliare con lame e pettini.

Lui è il tipico barbiere che non te le manda a dire, se avevi dei capelli di merda te lo faceva capire chiaramente con metafore alquanto colorite tipo:

«Buongiorno Lido, tutto bene?»

«Boia dè, o che capelli hai? Sei venuto col motoscafo?»

«Lascia perdere i capelli Lido, dimmi piuttosto qualche pettegolezzo dell’ultimo minuto»

«Se vuoi le novità di questo porto: o piove, o tira vento, o sòna a morto». Rispondeva il barbiere senza esitazione.

Lido ha tagliato barbe e capelli a tutti i maschi del quartiere, anzi, ormai per i più giovani entrare per la prima volta in quel mondo che sapeva di aria calda e dopobarba era un rito di iniziazione. Una vera e propria cerimonia.

Il giorno stabilito era di solito un sabato alle 15, il padre si metteva i pantaloni migliori e giacca di velluto, anche in pieno agosto, prendeva il suo figlio maschio sottobraccio e uscivano di casa dicendo alle donne della famiglia «Noi andiamo a diventare grandi». La madre aveva già preparato la sfoglia per le lasagne e la nonna era intenta a cucinare il ragù con la cipolla e la carota, che “queste donne moderne sanno ‘na sega di come si cucina” pensava fra sé e sé.

Il padre percorreva quei trecento metri che li separavano dalla bottega di Lido guardandosi intorno compiaciuto, rispondendo «eh già» a chi chiedeva «ma è già così grande?». Il ragazzo stringeva le mani a quelli che gli si paravano davanti facendogli i complimenti. Come se diventare grande fosse un merito conquistato sul campo.

Entravano trionfanti, il padre e il figlio, Lido faceva volteggiare la sedia girevole e per l’occasione aveva messo sulla spalliera un cuscino con la foto di Berlinguer. Per la seduta aveva lasciato perdere, perché non ce la faceva proprio a mettere la faccia di quel grande uomo sotto il culo di qualcuno.

«Allora giovanotto, come li facciamo questi capelli?» chiedeva Lido brandendo in aria pettine e forbici.

«A spazzola!» Rispondeva il ragazzo con l’aria sicura di uno che ha studiato anni per farsi trovare pronto a quella domanda.

Lido non aveva sentito la risposta ma se ne fregava, tanto questi sbarbati li vogliono tutti a spazzola.

E mentre sentiva le ciocche cadere il giovane si immaginava il momento in cui avrebbe fatto ritorno dai suoi amici. Lo avrebbero accolto in trionfo, adesso era grande. Forse era così che si sentivano quelli che guidavano la macchina per la prima volta, quelli che facevano ritorno a casa dopo il primo viaggio da soli, quelli che davano il primo bacio. Forse era così che si sentivano quelli che sapevano di essere amati da una donna per la prima volta.

Alla fine uscivano insieme, il padre e il ragazzo, ma stavolta non si toccavano, camminavano fianco a fianco, come due soldati di pari grado. Lido li guardava allontanarsi di spalle e scuoteva la testa, dietro di lui Berlinguer sembrava avere un sorriso un po’ più largo.

Filastrocca di Natale (o qualcosa di simile).

Natale che arriva sui tetti e le case, c’è un babbo panciuto che porta i regali,

si annusa nell’aria la neve che cade, si esprimono in coro desideri ancestrali

 

A Natale in cucina si sente l’odore di fritto, ragù e gamberi in fiore,

lo senti nel naso e ti impregna i vestiti, ti resterà addosso come sui muri i graffiti,

ma oggi è Natale e tutto è concesso anche se puzzerai senza averne ritegno,

proverai a ignorarlo ma senza successo, l’odore che hai addosso ti resta in eterno,

ma sopporti paziente quell’alone palese anche se sembri uscito da un ristorante cinese,

 

A Natale i parenti si guardan cortesi, è il preludio perfetto di discorsi inattesi,

con alcuni di loro ti mostri cordiale, mentre altri li guardi come un killer seriale,

suona al citofono lo zio un po’ pazzo, quando chiedi chi è risponde stocazzo

 

Il Natale è mia madre con la parannanza, per lei è festa ma non abbastanza.

Sedetevi a tavola come meglio credete, si sarà fatta un mazzo grosso come l’abete,

antipasti di mare e crostini toscani, se avanza qualcosa si mangia domani,

alla fine del pranzo ci si mette a parlare, si parla di Mario abbandonato all’altare,

è la terza volta che viene tradito, se continua così non sarà mai marito,

chissà che non pensi di cambiare sponda, se i cornuti volassero lui mangerebbe con la fionda.

 

Il Natale è mio padre che stappa il prosecco, gliel’ha dato un suo amico pare venga da Lecco,

non sa neanche dov’è quel posto lontano per mio babbo dopo Massa è tutta Milano,

lui conosce la storia della Livorno mai doma, ma a sud di Grosseto per lui inizia Roma.

Viviamo in provincia, siamo fatti così, ci sentiamo perduti lontano da qui.

 

Il Natale è mia moglie che prepara i biscotti, guardo i gesti precisi, misurati e ridotti,

questi anni passati forse ci hanno cambiato, ma lei è migliorata io so’ rincoglionito,

è stato un tempo felice, a volte incazzato, ma siamo stati bravi e non abbiamo mollato

il momento migliore di ogni giornata è trovarsi vicini comunque sia andata.

 

 

Il Natale è mia figlia che scarta i regali, me la ricordo bambina ma i gesti son uguali,

le brillano gli occhi per quello stupore, il regalo inatteso è sempre il migliore,

me la immagino donna e le auguro piano che trovi qualcuno che la prenda per mano,

tu che sarai l’uomo di questa bambina sappi che in camera ho una carabina

 

Caro Babbo Natale non ho fatto richieste, sono a posto così per la vita e le feste,

ma se passi stanotte con le renne e la slitta butta un occhio quaggiù anche dalla soffitta,

e fra un salto e un rimbalzo, con il tempo che avrai, pensa un poco anche a noi, perché non si sa mai.

Il Labyrintho adolescenziale.

La mia generazione è sopravvissuta alla moto senza casco, alla Panda senza airbag, al telefono grigio della Sip. Abbiamo assistito impotenti alla fine di Dallas e Happy Days, siamo usciti indenni dalle canzoni di Nino D’Angelo e dalle tette di Samantha Fox, magari con qualche diottria in meno, ma comunque salvi. “Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin” , diceva Jennifer Connelly in Labyrinth, ma tutte queste imprese eroiche sono niente in confronto alla prova estrema di relazionarsi con una figlia adolescente.

Capita all’improvviso, la sera le dai il bacio della buonanotte, guardi quel fagottino di ottanta centimetri, le rimbocchi le coperte e la lasci nella sua cameretta rosa confetto in compagnia di Winnie the Pooh e il lampadario di Peppa Pig. La vai a svegliare la mattina e trovi una tizia di un metro e quaranta con lo smalto nero, la stanza è tappezzata con i poster di Fedez, sul comodino il libro di uno youtuber di sedici anni dal titolo “La biografia di un uomo di successo”, Winnie the Pooh è impiccato al soffitto con il cavo del lampadario. In pratica hai dato la buonanotte a Biancaneve e il buongiorno alla sorella di Lady Gaga. Nel dubbio inizi a girare per casa con l’indice della mano destra sovrapposto a quello della sinistra a formare un crocifisso mentre reciti il Padrenostro stringendo un rosario mariano.

Da questo momento dovrai ripartire da zero, tutto ciò che avevi imparato sulla gestione di una figlia è stato spazzato via, proverai la stessa sensazione di smarrimento di quando il Furby cambiava personalità senza un motivo apparente.

Nessuno ti prepara a questo cambiamento repentino, voglio dire, fanno il libretto di istruzione per le televisioni in hd, assolutamente inutile peraltro, anche un bambino saprebbe installarlo, ci sono manuali per il montaggio della scrivania Ikea, anch’essi inutili, neanche un ingegnere astrofisico non riuscirebbe ad utilizzare tutte le viti. Ecco, quando diventi genitore l’ostetrica dovrebbe consegnarti il neonato con le istruzioni.

Se la situazione non fosse già abbastanza complicata ci pensano i social e i programmi tv a renderla drammatica. Il vero carico da undici nella relazione padre – Furby ehm figlia, ce lo mettono i talent musicali. Amici e X Factor su tutti. Ogni anno queste fucine del superfluo ci inondano con folletti saltellanti che si atteggiano a rockstar navigate. Ma non si limitano solo a cantare, essendo “bastardi inside” questi istrionici saltimbanchi fanno di tutto: creano capi d’abbigliamento, oggetti di design, scrivono libri, disegnano quadri improbabili. Ma soprattutto… organizzano i “Firmacopie”.

Per chi non lo sapesse il Firmacopie consiste nello stare in fila all’addiaccio per 48 chilometri per incontrare il “fenomeno” del momento con lo scopo di farsi autografare il suo cd, o libro (ahahah, libro, ahahahah), o qualunque altra cosa abbia creato la mente contorta del suo manager. Durata della fila 28 giorni, durata dell’incontro 13 secondi netti compresi i preliminari.

Il galateo adolescenziale prevede che tu debba stare con il sangue del tuo sangue per tutta la durata della fila, senza sbuffare, senza lamentarti e tenendo in spalla il suo zaino contenente probabilmente un tombino di ghisa a giudicare dal peso. State insieme fino all’ingresso, quando è il vostro turno la tua dolce bambina ti guarda come Ozzy Osburne farebbe con un pipistrello e sentenzia un «Te aspettami all’uscita».

In che senso??? Ho praticamente due ferri da stiro nelle scarpe, una scoliosi deformate e ora non posso entrare? Eh no cazzo, io entro e mi faccio autografare il tombino di ghisa con la fiamma ossidrica

Invece non entri e ti avvicini al recinto dei genitori in attesa. Lo riconosci subito, è uno spazio poco transennato all’interno del quale ci sono esemplari di quarantenni che fumano tenendo in mano lo smartphone, alcuni provano a socializzare fra di loro, altri si scambiano consigli su come domare le paturnie dei propri figli in tempesta ormonale. I più attrezzati si portano dietro anche la frusta e lo sgabello per dare dimostrazioni pratiche. I passanti li guardano compassionevoli, poi scattano foto e le mettono su Instagram con l’hastag #stopanimalialcirco.

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato il profilo Facebook o Instagram dei propri figli. Lo facciamo tutti, ci raccontiamo che è nostro dovere controllarli e metterli in guardia dai pericoli, sì, nobili intenzioni, in realtà siamo curiosi come le scimmie e cerchiamo di scoprire qualche “altarino”. Insomma, siamo un po’ giudiziosi e un po’ merde. Forse più merde.

Comunque si fanno scoperte clamorose leggendo i profili social degli adolescenti. Una su tutte: conoscono benissimo l’inglese. Alla loro età noi volevamo la cittadinanza anglosassone se riuscivamo a scrivere correttamente “The cat is on the table”. Loro postano foto con didascalie in un inglese perfetto, comunicano fra di loro in questa lingua universale mentre noi siamo ancora lì a chiederci quando entrerà in vigore l’esperanto.

Ma se li guardiamo bene un po’ ci somigliano, ci criticano, come facevamo noi con i loro nonni e citano strofe dei loro cantanti preferiti, proprio come noi.

Anche i loro gusti cinematografici ricordano un po’ i nostri, parlano con le frasi delle loro pellicole preferite, ieri per esempio mia figlia ha chiuso un nostro dialogo con «… tu non hai alcun potere su di me»- Anche a lei piace Labyrinth,, che tenera eh, la mia bambina, eh?

“Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte quanto la tua e il mio regno altrettanto grande… tu non hai alcun potere su di me.” (dal film Labyrinth – Dove tutto è possibile).

 

La besciamella divina.

Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, con mamma, nonna e zia. Figlio unico e nipote unico, mio padre si manifestava all’ora di cena e non seguiva le dinamiche famigliari. Lui lavorava.

Tutta questa frequentazione femminile mi ha portato a carpire i segreti più nascosti della tradizione culinaria. In pratica quando entravo in cucina nei giorni di festa era come entrare in massoneria.

La ricetta che più ha segnato la mia infanzia è quella della besciamella. Non tanto per gli ingredienti ma per la preparazione del prodigioso impasto. Era un rito esoterico, chi riusciva a farlo entrava di diritto nell’albo degli alchimisti del ventunesimo secolo.

Mia nonna era la gran visir, la mamma e la zia le sue fedeli adepte. Il rituale era pressappoco questo.

Prendi un pentolone, lo fai scaldare a fuoco lento, ci butti dentro una adeguata quantità di latte. farina, sale e noce moscata. Il burro no che faceva grasso e basta e comunque per dolce c’era il mascarpone, quindi andava bene così.

Una volta preparata la pozione arrivava la fase più delicata, mescolare gli ingredienti. C’erano regole ben precise, se sbagliavi qualcosa la besciamella “impazziva” e la nonna si incazzava come una cavalletta. (impazziva, dal greco “or’a son’o ca’zzi” = faceva i grumi).

In questa situazione di terrorismo psicologico era fondamentale scegliere la persona giusta addetta al mescolamento.

Innanzi tutto doveva essere una donna, fin qui niente di particolare.

Non doveva avere il ciclo. O meglio, non doveva averlo lei, ma neanche le sue parenti fino al terzo grado. Qui iniziava un giro di telefonate alle cugine, alle zie lontane, alle sorelle delle cugine perché non si sa mai. Roba del tipo «Pronto, scusa se ti disturbo, quando ti sono venute l’ultima volta? Ah, ok, ma sei regolare? Mi leggi i valori delle ultime analisi?». Ci sono massaie che hanno preso una laurea in ginecologia prima di poter fare la besciamella. Ma non era finita qui, se qualcuna delle assistenti aveva il ciclo non poteva per nessun motivo avvicinarsi e tantomeno toccare la persona addetta al mescolamento, pena sfilata per le vie del centro con la lettera scarlatta C di “ciclo”.

Seconda regola fondamentale: l’impasto andava girato solo e soltanto con la mano destra. La sinistra era quella del diavolo, i mancini erano figli del demonio e infatti facevano delle besciamelle di merda. Se vi sposate con una donna mancina fatele cucinare il cinghiale, l’abbacchio, il pesce siluro, il gatto Silvestro, qualunque cosa ma mai le lasagne. E soprattutto se notate che inizia a parlare azteco rivolgetevi a un esorcista. Questa cosa di mescolare solo con il braccio destro ha portato le massaie ad avere un bicipite tipo Silvester Stallone in “Over the top”.

Terza regola: girare il mestolo in senso orario. Se lo giri nell’altro senso dai uno schiaffo alla Madonna. A questo punto io me ne uscivo sempre con la stessa affermazione «Nonna, dipende da dove si è seduta la Madonna, se sta a sinistra il ceffone lo becca ugualmente, no?» La nonna mi guardava come se mi fossi pulito le scarpe sulla tovaglia di lino, si faceva il segno della croce alzando lo sguardo verso il soffitto e parlando sottovoce direttamente con l’Interessata, poi si rivolgeva a me dicendo «Se continui così vedrai cosa ti succede». Io la sera andavo a dormire con il terrore che mi venisse il ciclo.

Quarta regola: la “mescolatrice” non doveva togliere lo sguardo dalla pozione. Poteva sbattere le palpebre, ma non più di una volta al minuto. Non di rado venivano chiamati i cronometristi della federazione internazionale di atletica per prendere i tempi. Come scattava il sessantesimo secondo nella stanza rimbombava un «Sbatti!». L’addetta alla mescolanza doveva essere indifferente a qualsiasi distrazione, al telefono che squillava, alle richieste di soccorso e alle corna di Ridge durante la centoventisettemilionesima puntata di Beautiful. Di solito la mescolatrice veniva isolata tramite l’inserimento della testa dentro un casco da parrucchiera impostato sulla modalità di rumore “Reattore nella valle dell’eco”.

Quinta ma più importante regola. La regola regina: se sei arrabbiata la besciamella “impazzisce”. Vale anche se inizi calma e ti incazzi mentre mescoli. Quindi l’ordine era di parlare sottovoce, niente movimenti bruschi e se non potevi fare a meno di parlare alla mescolatrice dovevi prima fare un’ora di meditazione zen e poi rivolgerti a lei con «Cara perdona la mia invadenza… » Era consigliabile farlo con un sorriso devoto, a mani giunte e possibilmente essere in odore di santità.

Se tutto andava bene la mescolatrice veniva portata in trionfo per tutto il quartiere, con caroselli e cori da stadio tipo “Siam venuti fin qui, siam venuti fin qui, per mangiare lasagne così”.

Adesso le cose sono cambiate, le famiglie sono meno numerose, c’è il padre che lavora, la madre che lavora e i figli che non si riesce a capire se siano destri o mancini perché usano lo smartphone con entrambe le mani. Ma non dobbiamo disperare, oggi esiste la “mescolatrice” perfetta. Non ha il ciclo, mai, non è mancina, gira l’impasto in senso orario, non si distrae per nessun motivo al mondo e non si incazza neanche se lasci la tavoletta del water alzata. Costa più di mille euro e si chiama Bymby.

Fa un impasto strepitoso, niente da dire, ma io continuo a sognare le donne della mia famiglia e la loro besciamella della Madonna.