Pignoramenti e matrimoni. Scegli il male minore.

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Un giorno assolato di inizio Luglio passa il postino, il cane fuori in giardino gli abbaia più forte del solito. I cani, si sa, fiutano il pericolo e anche stavolta. la regola è confermata.

Mi affretto a prendere la busta abbandonata nella cassetta, la apro impaziente e salgo in casa come se avessi calciato sopra la traversa il rigore decisivo alla finale di champions league. Mia moglie cerca di indovinarne il contenuto, visto che a me manca il fiato e sono praticamente paralizzato dal dolore. “E’ una bolletta?”, “un’ingiunzione?”, “ci pignorano l’auto?”, “hanno dato la grazia a Silvio?”…insomma, tutte cose estremamente negative, io rispondo “no, peggio, tesoro (lo dico solo in momenti drammatici) dobbiamo essere forti…ci hanno invitato ad un matrimonio…l’otto di Agosto”

“Sei un cretino, mi hai fatto prendere un colpo” e mentre lo dice, per punizione, mi depila con il Silk-épil. Giusto per ricambiare lo spavento. Così, con le lacrime agli occhi e completamente glabro, mi chiedo come mai quelle persone ce l’abbiano tanto con me, avevo fatto qualche sgarbo irrimediabile in passato?, così, a memoria, non mi risultava. E allora perchè… Giuro, avrei veramente preferito una lettera di Equitalia, si, perchè, in qualche modo l’avresti sfangata, magari in quaranta rate, ma la risolvevi, perchè saranno pure spietati, ma in fondo, capiscono il problema…qui no, non c’è via di scampo. Ti è arivata questa busta, in carta di riso, bella calligrafia che recita: “La Signoria Vostra è invitata a partecipare….”. Cosa??? la signoria vostra?!?! (volutamente minuscolo), oh, ma sono io, il tuo amico che ti aspettava in auto mentre tu buttavi nel fiume lo Scarabeo (inteso come motorino e non come insetto, anche se a occhio nudo era difficile notare la differenza) del tipo che ti aveva sfregiato la Panda, e altri piccoli reati che non sto qui ad elencare. E ora mi dai del “lei”???…piuttosto dimmi…”senti, mi vieni a dare una mano in questo giorno difficile?” (capirai fra qualche anno…).

Ma poi, mi chiedo, è da persone sane di mente organizzare un matrimonio d’agosto?, dovremmo chiedere l’intervento della Digos, cioè, due che si sposano d’agosto potrebbero anche mettere una bomba da qualche parte, possono potenzialmente compiere qualsiasi gesto scellerato, tipo, che so, mettere il Dietor nella panna….

Nell’invito c’è specificato chiaramente, che la cena sarà a buffet…la tua lunga esperienza di drammatici cenoni ti suggerisce che non sarà una cosa piacevole, scordati camerieri e inchini, dovrai muovere il culo e, armato di ascia e piccone, cercare di fare fuori più nemici possibile per arrivare alla conquista dell’ultima porzione di patatine fritte. Una sorta di sagra paesana, intrisa di persone in doppiopetto e con uno spiccato istinto omicida.

Il problema maggiore è decidere cosa indossare. La mia idea di bermuda e infradito è stata prontamente bocciata. La sentenza giunge categorica: devi vestirti elegante! Capirai, farmi indossare abiti seri è come mettere la cravatta al maiale. Ok, scatta l’ora del riciclo: giacca e pantaloni del battesimo della nipote, camicia della convention di lavoro, scarpe del “MIO” matrimonio e cravatta della cresima, funerale, matrimonio, battesimo di una serie infinita di parenti e amici…si, sempre quella, confesso che a volte l’ho usata anche come fascia per il sudore della fronte durante le partite di calcetto del martedi.

Capitolo auto. La devi lavare, lucidare, aspirare, spolverare…insomma se ne avessi comprata una nuova avresti speso meno. Naturalmente tutte queste operazioni vanno fatte il giorno prima, così durante la notte il piccione ha tempo di cagarci sopra, il gatto lascerà le impronte sul tettino e cadranno anche ventiquattro gocce di pioggia, che visto il periodo, provengono dall’Africa e segneranno la carrozzeria come se avessi fatto la Parigi-Dakar.

Il regalo l’hai fatto insieme ad altre due coppie di amici. Anche loro non se ne fanno una ragione e dicono “strano…l’ho visto due settimane fa…e stava bene…chi poteva immaginare…” (tutti sposati da qualche hanno…se non fosse stato chiaro). Hai scoperto che è trendy fare le liste di nozze in un’agenzia di viaggi. Che tu pensi, quale parte dell’aereo compreranno i futuri sposi con i tuoi centoquanta euro? Poi, vai a capire, che moda sarà…una volta terminata la lista che fanno? si montano il Jumbo in giardino come se l’avessero comprato all’Ikea?…mah…

Comunque sei pronto, arrivi a casa del futuro marito, suoni il citofono, una voce metallica chiede “chi è?”…vorresti seriamente rispondere “…’stocazzo”…ma preferisci…”sono quello dello Scarabeo…lei è in arresto”…lui “si…magari, guarda non ne posso più..” e te…”eh..aspetta a dirlo” lui “si, lo so..sarà una giornata pesante” e te in cuor tuo pensi “niente, in confronto a quelle che ti aspettano”…tua moglie ti da una gomitata, perche dopo un po’ di tempo riescono a leggerti nel pensiero, le mogli…come quando torni a casa dal lavoro, con un sorriso smagliante, stai per andarle incontro, e lei ti accoglie con un “Scordatela!”

Ma il cancelletto si apre. E mentre salite le scale che vi separano dal vostro amico/sposo, la guardi, lei sorride e realizzi che non vorresti essere in nessun altro posto.

Ti rilassi e cerchi di divertirti, perchè, in fondo , il divertimento nasce sempre da un dramma e una tragedia…

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Se sei sveglio conti le pecore, se sei in ritardo…i semafori

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Le persone cambiano, le abitudini anche, putroppo non sempre in meglio.

Il caso specifico che voglio andare a sviscerare è stata la mia metamorfosi nella gestione del tempo. Secoli fa, ero giovane, bello (?) e…puntuale, ma gli anni e le esperienze della vita mi hanno fatto perdere questo mio, chiamiamolo, pregio che mi ha portato solo sofferenze (dai su, lasciatemi fare un po’ il melodrammatico).

Solo le persone puntuali hanno un’idea delle difficoltà di gestire l’affollamento dei demoni quando si aspetta qualcuno che ritarda. So, diciamo, per esperienza diretta, che i nevrotici preferiscono arrivare un’ora prima che dieci minuti dopo. Per questo mi ha molto stupito leggere nei sui “Diari” che Kafka non riusciva ad essere puntuale. (ok, battuta articolata più adatta a frequentatori di circoli letterari di sinistra che raggiungono l’apice del piacere durante la visione di film in polacco con sottotitoli in ucraino). Arrivare in orario è una condanna, sei costretto a trovare dei diversivi per ingannare l’attesa, mettere le dita nel naso è uno dei più gettonati. Capita così di veder arrivare una persona trafelata e con la faccia colpevole e chiedere “è tanto che aspetti?” e l’altro “no no, tranquillo, sono arrivato da poco” e nel dire questo si gira fra le mani una sfera artigianale grande come un pallone da beach volley. (questa è decisamente più greve, da bar sport dopo un paio di birre medie).

Altra pratica molto in voga fra chi attende è il passeggiare avanti e indietro, passi così in rassegna nell’ordine: le vetrine di una libreria, un negozio di abbigliamento equestre, un’impresa di pompe funebri. Certo, il tuo aggiamento insospettisce i commessi, quello della libreria telefona a quello delle selle “oh, fai tutti gli scontrini che fuori c’è un finanziere nuovo…ha una faccia da coglione…” e il cassamortaro esce sulla porta chiedendoti “buongiorno, ha bisogno?”…”no grazie…” e lui “si certo…dicono tutti così”, ti tocchi le palle e comunque, ti riprometti di andare dal medico il prima possibile per farti un ciclo di analisi. Comunque sia, dopo un po’, presi dal timore, tutti tirano giù le saracinesche.

I puntuali, poi, non sono amati: chi arriva in orario accoglie sempre l’altro con una accusa sulla faccia. Non c’è scusa che tenga, sei in ritardo e questa è una cosa che non potrai cambiare mai più e lo odierai per un periodo infinito di tempo. I puntuali passano per perfettini e grandissimi rompicoglioni. Hai un appuntamento a casa di amici, ti presenti in perfetto orario, suoni alla porta e senti lei che dice “Cazzo, è già arrivato…boia che palle, devo ancora finire di sistemare tutto, ma a che ora gli avevi detto???”, una volta sono arrivato con un leggero anticipo, lui è venuto ad aprirmi tirando su la zip dei pantaloni e lei ha percorso il tratto camera da letto-bagno in sette secondi netti coperta da un lenzuolo, tipo Casper.

Insomma, mentre sei li, abbarbicato all’angolo della cantonata, giungi al punto di ebollizione dell’attesa e si produce il fenomeno per cui quasi speri che l’altro non arrivi più, per avere ragione di odiarlo definitivamente. E invece quello arriva. Quasi sempre.

Ma è davvero così importante che l’altro arrivi in tempo, o che, semplicemente, arrivi? Avresti voglia di andartene dopo dieci minuti, una volta tenuto conto che la persona che stai aspettando non è Kafka.

Ma come dicevo all’inizio, le persone cambiano e io sono passato dalla parte del nemico. Arrivo sistematicamente con almeno quindici minuti di ritardo.

In realtà impiego quel lasso di tempo che mi farà odiare in cose futili che potrei sicuramente rimandare, tipo rispondere ad un commento su facebook, scaricare la posta o giocare la finale di Champions League a PES. Si, perchè al contrario di ciò che possano pensare coloro che attendono, chi è in ritardo, nella maggior parte dei casi, non sta facendo un emerito cazzo. Vuole semplicemente dare di se l’impressione di una persona piena di impegni.

Ma ormai il ritardo per me è una malattia conclamata, ho cercato di curarmi con rimedi omeopatici, tipo mettere l’orologio avanti di dieci minuti, ma la consapevolezza di tale gesto mi fa guardare le lancette e dire “ma si…è ancora presto”. Durante il tragitto che mi separa all’appuntamento conto tutti i semafori che incontro, i ciclisti che non vanno in fila indiana e gli ometti col cappello, in modo da accampare scuse false ma plausibili. Il problema mi nasce quando il luogo dell’appuntamento è a trecento metri da casa mia, in quel caso, molto probabilmente, arrivo col fiatone giurando sul cane del vicino (che di solito alza la gambetta posteriore destra a ridosso dell’anteriore sinistra della mia auto), che ero fuori città per lavoro, che c’era la coda in austrada a causa del controesodo (anche se siamo al ventuno ottobre) e che il casellante non aveva gli spiccioli per farmi il resto (anche se la scatoletta del telepass fa bella mostra di se sul vetro). Tra i miei amici, mi sono guadagnato il soprannome di “la sposa” il commento più colorito è stato questo: “attento, non sottovalutare questi ritardi, l’ultima volta che la mi’ moglie ne ha avuto uno…è nato Nicola”

Comunque dai, datecene atto, noi ritardatari siamo fantasiosi per necessità, siamo costretti a trovare sempre nuove scuse, le persone ci odiano, ma alla fine ci perdonano, quando arriviamo facciamo gli occhioni dolci da gatto (spesso in calore), diciamo la prima cazzata che ci viene in mente e ci sediamo tutti a tavola a mangiare la pizza ormai semi congelata e la Peroni in ebollizione. E poi da quando ho letto su ilmiopsicologo.it che l’essere in ritardo è una patologia, cerco di condividere il peso di questa mia malattia con le altre persone, perchè come diceva Pascoli “il dolore è più dolor se tace”.

A Berlino, il 7 ottobre del 1989, Gorbaciov disse a Honecker che “la vita avrebbe punito i ritardatari”. Un mese dopo crollò il Muro.

La compagnia di un commesso viaggiatore

Foto post pinocchio

Avviso ai naviganti in questo mare. Il post sarà decisamente diverso dagli altri, è un testo sperimentale, che forse non si ripeterà mai più, o forse inizierà un viaggio parallelo. Non anticipo nient’altro, ora la parola passa a voi.

Ci sono un bel po’ di viaggi, intesi proprio come spostamenti fisici, che di solito affronto da solo, con centinaia di chilometri davanti e un sonno bestiale nella testa. Ma a pensarci bene, proprio solo, non sono mai.

All’autogril prima dell’Appennino c’è Jonny Cash che mi chiede di salire, vuole un passaggio fino alle porte di Bologna, il cappotto è nero come la chitarra, la faccia dura come queste montagne, dice “mi spiace, sono solo un fantasma, ma alza la radio e fammi cantare”. “Dai Jonny, canta pure cry cry cry, ghost riders in the sky, e visto che sei tu, ti lascio anche fumare”.

Sull’autostrada, a Castel San Pietro incontro un genovese malinconico, lo chiamano Faber, ha un sorriso pulito, si ostina ad andare in senso contrario con la sigaretta in bocca, canta di ribelli, emarginati e prostitute, ha una maledetta nostalgia di via del campo. Vorrei chiedergli che fine ha fatto Bocca di Rosa, se Teresa è ancora all’Harrys’ Bar e se è stato assolto Don Raffaè. Dietro alla curva non c’è la lanterna del porto ma arriviamo insieme a Cesenatico.

All’osteria vicino a Faenza c’è un tipo strano che si lancia sul pubblico in delirio, è un po’ barbone e un po’ Dioniso, è una lucertola e un poeta, a torso nudo e pantaloni di pelle, ingoia un acido affogandolo nel J&B.

Andiamo Jim, monta su, che Comacchio non è New York, ma le zanzare sono più cattive, non andremo a suonare al Madison ma da qui a Imola un paio di pezzi ce li cantiamo. Bevi finchè ne hai voglia che non ci sono poliziotti agli incroci. Anche perchè in Italia ormai sono tutti rondò.

Arriva un uomo in fondo alla pianura che sembra un mago con le scarpe a tennis, ha un cilindro e una maglia a righe, una chitarra in miniatura e una sciarpa rossa a nascondere l’anima.

Parla di Gianna e racconta di Aida, sogna nel blu profondo del suo cielo, fa nomi e cognomi e canta in sette ottavi.

Non smettere Rino, resta ancora un po’ che Forlì è vicina e ti offro un caffè, ma lui si volta, alza il braccio e mi saluta, lo guardo andar via senza voltarsi. Come uno che se ne va senza rimpianti.

E al casello di Cesena Nord la stradale mi ha fermato. Fanno il giro dell’auto, guardano l’abitacolo, guardano dappertutto e poi si guardano loro, “ma…è strano, sembravate in cinque dentro la vettura, un minuto fa”… “ci sono solo io, con tutti i miei cd, ma prego, potete controllare”.