L’onestà del camaleonte.

Maschera

Piccola premessa da paraculo: questo post è rimasto per molto tempo nelle bozze, una sorta di opera incompiuta, la mia piccolissima “Sagrada Familia”, perchè anche se parlo in terza persona è chiaramente personale, troppo personale, dietro l’insistenza di una mia nuova amica di blog (che rimarrà privata, si perchè incredibilmente ho anche una vita privata…ma poco) mi deciderò a pubblicarlo…prima o poi…

I cavalieri medievali indossavano l’armatura, riuscivano a compiere gesti eroici, uscire incolumi dalle insidie della battaglia grazie a quel pesante fardello che li proteggeva e permetteva loro di sopravvivere a quel mondo di duelli, spade, principesse e regni da salvare.
Oggi, le nostre armature sono le maschere che quotidianamente indossiamo per muoverci in campi di battaglia diversi ma non meno cruenti, perchè, siamo tutti dei guerrieri fragili con una corazza troppo leggera. E allora indossare una maschera rende ogni cosa molto più semplice. Aiuta a nascondere l’identità e a renderla irriconoscibile. Le maschere hanno da sempre permesso di fare ciò che ai volti è proibito.

Ne hai indossate tantissime e continui a creartele di nuove, ormai hai l’armadio pieno e le hai cambiate così tante che il ricordo del tuo viso originale sbiadisce ogni giorno di più. Sono diventate indispensabili, come la cocaina per un tossico, E allora quando ti trovi perso ne indossi una, perchè è molto più semplice essere il giullare di corte che Guy Fawkes, il Cappellaio matto che Giovanni Tolu, Bradley Cooper che Roy Lee Dennis.

Non puoi permetterti il lusso di farti trovare nudo e indifeso, perchè hai un disperato bisogno di amore e di accettazione, e allora ti lasci prendere la mano e le sovrapponi, una sull’altra e ti dici che quella sarà l’ultima, che sei tu che decidi e puoi smettere quando vuoi. E intanto te ne metti una nuova.
Ora sei il figlio devoto, poi il marito sui cui poter contare, poi il padre affettuoso, l’imbonitore capace, il duro, l’amico, il cialtrone, il serio, il misterioso, il figlio di puttana. Ma “Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?” (L. Pirandello)

Indossare una maschera è un qualcosa di tangibile, o più spesso intangibile, utilizzato da ciascuno di noi per celare la propria identità, nella vita di tutti i giorni, nel mondo digitale-virtuale e nel mondo reale, online e offline.
Cerchiamo tutti di essere dei Romeo dal volto camuffato che riescono ad entrare in casa Capuleti e danzare con Giulietta riuscendo ad evitare la sfida con Tebaldo

E allora continuiamo a trascorrere così le nostre esistenze, intrappolati senza saper riconoscere e scindere il nostro vero animo dalla maschera che si porta e così, questa diventa l’arma che copre gli occhi, che riveste l’animo e oscura l’indole.
Perchè in fin dei conti non interessa quasi a nessuno scoprire cosa nascondi dietro, non c’è la curiosità di sbirciare oltre la tenda, perchè magari oltre la tenda non ci sono saltimbanchi e ballerine, ma solo visi comuni in attesa di essere truccati per andare in scena.
Perciò ci accontentiamo della realtà come appare e non ci preoccupiamo di altro, che va bene così, non sveliamo il mistero, è sempre meglio mostrare un volto che sorride piuttosto che un uomo che si dispera perchè rivuole la sua vita.

Forse siamo tutti degli impavidi cavalieri, o più semplicemente dei fuggiaschi che si adattano come camaleonti e plasmano la loro personalità per risultare più idonei e meno complicati, che poi spesso nascondersi e fuggire è comunque una forma d’arte o quantomeno di sopravvivenza.
Perciò niente moralismi sull’essere sinceri e mostrarsi per quello che siamo, per una volta cerchiamo di essere onesti, accettiamo a cuor leggero di lasciare nell’ombra Clark Kent e Don Diego della Vega, che non ci sono indifesi da salvare o ingiustizie da sanare, ma semplicemente situazioni diverse da affrontare. E poi, che vi credete, anche i moralisti hanno le loro belle gatte da pelare. Tutta gente seria che disquisisce di rock alla Jethro Tull e poi ascolta i Modà.In fin dei conti è giusto tenere nascosti alcuni segreti, non svelare tutto in un’unica soluzione, ma imparare a leggersi fra le righe, viaggiare a vista, con “questo boato che abbiamo sotto il respiro”, nel continuo gioco crudele della vita, che a volta ci fa uomini e a volte ci rende camaleonti.

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Perchè gli inglesi la sanno lunga in fatto di suine.

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So che detto così puo’ risultare un proclama estemporaneo, ma per il mio lavoro (si vabbè…lavoro) è consigliabile guardare i cartoni animati.
Fra tutte le diavolerie che cerco di vendere per portarmi a casa un tozzo di pane e mezza razione di croccantini per il cane (anche se lui è di gusti difficili perciò a volte ci scambiamo la cena) c’è il meraviglioso mondo dei giocattoli, perciò spesso mi sparo un paio d’ore di Ray Gulp. Yoyo, Disney Channel e altri dai nomi impronunciabili per studiare le pubblicità con le quali i grandi geni del marketing manipolano la volontà dei piccoli spettatori. Probabilmente lo scopo finale è quello di aiutare le famiglie che vivono al limite della soglia di povertà a scendere definitivamente sotto tale soglia. Così senti bambini di sei anni che fanno le bizze per il Clem Pad da centocinquanta euro dicendo al povero genitore di turno: “tanto se non me lo compri tu, lo chiedo a Babbo Natale”.
Ecco, questo è un accorato appello ai bambini di tutto il mondo. Sentite piccoli ingegneri del Lego Creator, Babbo Natale si fa un mazzo così per raccattare un po’ di mangime per le sue renne, il capo dei folletti gli scartavetra le palle tutti i santi giorni facendogli presente che non ha ancora raggiunto il badget del fatturato, il direttore del Monte dei Paschi di Rovaniem gli ricorda che la rata del muto incombe. Il povero vecchio non puo’ far altro che prendere atto di tutto ciò, meditare sulle possibili soluzioni e alla fine proclamare un laconico “si vabbè….’sticazzi”. Perciò attenti, che quest’anno Babbo Natale potrebbe prendersi gioco di voi, quindi anche se vi sentite grandi perchè avete la stessa taglia di pantaloni di Brunetta, state in campana.

Comunque, Santa Claus a parte, guardando i cartoni della new generation non riesco a trattenermi dal fare confronti con quelli della nostra. La medioeval generation.

Negli anni ottanta io ero un bambino, come dire, semi trasparete, nel senso che non si notava la mia presenza, quando capitava di essere invitato ai compleanni dei miei colleghi scolaretti, dopo circa ventisette secondi tendevo a prendere i colori della carta da parati. Spesso mi vestivo direttamente come la tappezzeria del divano. E vaffanculo. Cercavo di colmare la mancanza di vita sociale rifugiandomi nella grande madre televisiva, perciò il pomeriggio dalle 14 alle 18 non mi facevo trovare da nessuno. Anche perchè nessuno aveva la minima intenzione di cercarmi, (ok, la smetto con questa atmosfera da piccola fiammiferaia).

E allora si iniziava con quelli fanta sentimentali tipo  Il fantastico mondo di Paul dove il protagonista insieme alla sua Nina sfidava tutta una serie di mostri con l’aiuto di un orsacchiotto che sputava raggi laser dagli occhi. Ecco in quel periodo mi regalarono l’orsetto di Coccolino che si trovava insieme al flacone, lo decapitai all’istante.
Oppure la Dolce signora Minù che se usava un particolare cucchiaino da caffè si rimpiccioliva di brutto. Quando veniva la vicina dell’Abruzzo con l’alito che sapeva di cane bagnato tiravo fuori tutta l’argenteria e gliela sventolavo davanti. Lei non si rimpiccioliva mai, ma mi guardava con aria compassionevole e poi consigliava a mia madre di portarmi da un esorcista.

Poi c’erano quelli sportivi come Grand Prix il campionissimo oppure il mitico Judo Boy che aveva un sigla fantastica di cui comprendevo metà delle parole tipo “Judo boy judo” per me era “Judo va ‘gnudo” e infatti non capivo per quale motivo fosse sempre vestito…

Infine i robot, si ok, Ufo Robot,  Jeeg Robot, Mazinga…tutta roba commerciale, no, il mio preferito in assoluto era Astroganga, che a guardarlo adesso mi rendo conto che assomiglia decisamente a Calderoli e infatti, lo ammetto, faceva decisamente cagare, ma mi piaceva essere alternativo.

Che dire, devo veramente fare un confronto con quelli di oggi?, sarò buono, ne prendo uno a caso…Peppa Pig.  E’ bello vedere i bambini completamente invasati seguire le gesta di una famigliola di maiali dalla testa con una forma equivoca. Se si perdono un episodio diventano come i Gremlins una volta bagnati. E’ un cartone animato inglese e praticamente la famiglia reale britannica sta sterminando le giovani menti tramite un maiale (femmina). Che se avessero un po’ di pazienza i maschi del futuro se la caverebbero benissimo da soli, fa più danni un maiale (femmina) di uno sciame di cavallette. Il padre di Peppa poi, è lo stereotipo del padre perfetto: gioca sempre con i figli, impacciato, ingrassato e bonario. Vedo padri alti e prestanti che hanno fatto apposta tre figli perchè giochino fra di loro e li lascino in pace Non c’è partita, sono perdenti su tutti i fronti

Ci stiamo tutti “pinkizzando”, perciò non ci resta che riderci sopra,  non prima di esserci buttati per terra a pancia all’aria. Ma a 40 anni alla lunga il mal di schiena poi rischia di non passare più.

Perciò rassegnamoci, ai nosti tempi ci mettevamo l’asciugamano sulle spalle a mo’ di mantello e lanciavamo i raggi gamma. I nostri figli probabilmente inizieranno a grugnire, c’è solo da sperare che almeno lo facciano in inglese. “God save the Queen. But also Peppa Pig”

I capelli delle donne dicono molte cose. Non necessariamente a bassa voce

colori capelli

Alcuni anni fa per lavoro, sono stato costretto a seguire un corso di psicologia “spicciola”, che secondo l’illustre relatore, avrebbe dovuto aiutare noi partecipanti, a decifrare i tratti caratteriali  della persona che avevamo davanti, studiando semplicemente i piccoli gesti che accompagnavano la nostra discussione.

Non so se avete mai partecipato a uno di questi “happening” auto celebrativi,. In sostanza sono organizzati da personaggi in giacca e cravatta, che usano continuamente termini inglesi, come “competitor” (per dire concorrenza),  “human resouces” (per definire i clienti) e “businnes information” (per darti un calcio nel culo).. Sono dispensatori di sorrisi smaglianti, hanno tutti almeno un paio di master, che te in confronto ti senti uno pluri-ripetente del primo anno del Cepu. Tutti  abbronzati e profumati di dopobarba al tartufo di Norcia, ti ripetono in continuazione che sei nell’azienda giusta al momento giusto. Ecco, a queste parole toccati subito le palle, perchè nella maggior parte dei casi l’azienda chiuderà nel giro di due mesi per bancarotta.

Inutile dire che a metà della prima lezione la maggior parte di noi era già nella fase REM del sonno e il novantanove percento di quelli rimasti svegli stava mandando sms a tutti i contatti della rubrica. Uno solo, seduto in prima fila, annuiva ritmicamente e prendeva appunti interessato, ma guardandolo bene, si potevano scorgere gli auricolari collegati all’ipod con la musica degli Iron Maiden “a palla”.

Comunque sia, pur avendo assistito come spettatore (assolutamente) passivo, dopo quel corso ho iniziato ad osservare un po’ di più i gesti e i piccoli cambiamenti delle persone.

Uno su tutti è individuabile nella relazione che intercorre fra lo stato d’animo femminile e il taglio dei capelli.

Quasi sistematicamente, subito dopo la fine di una relazione, l’uomo si lascia un po’ andare. E dicendo “un po’” sono stato decisamente troppo buono. Lo vedi girovagare con la barba di quindici giorni e le mutande di ventidue, capelli pettinati con i petardi e un paio di mosche che gli tengono compagnia. Bottiglia da 66cl di birra nella mano destra e mozzicone  di Nazionali senza filtro nella sinistra, a volte si sbaglia, aspira la bottiglia e ingoia il mozzicone, ma non ci fa caso, prima o poi uscirà. Il mozzicone intendo.

La donna no. Dopo un periodo più o meno lungo di pianti, montagne di fazzoletti scottex (quasi dieci piani di smoccicamenti), pomeriggi estivi passati nel letto con la trapunta invernale e la tisana bollente e interminabili sedute di coccole al gatto, che il povero felino ne uscirà ricoperto di fazzoletti tipo la mummia di Tutankhamon, dopo tutto questo…la donna sboccia.

Inizia a vestirsi con abiti variopinti, tipo Jimmy Hendrix, tacco dodici e borsa rossa Luis Vuitton (anche taroccata, tanto chi vuoi che se ne accorga). Ma sempre.ogni volta che si chiude una storia, la donna deve assolutaente tagliarsi i capelli: E’ un evento naturale, come appiccicare il chewingum sotto il banco o spruzzare acqua dal tergicristallo mentre sorpassi un gruppo di ciclisti. Le senti parlare e dicono tutte la stessa cosa “oh, gli ho dato un taglio netto” e non sei del tutto sicuro che stiano parlando solo dei capelli.

Ma non solo, spesso cambiano anche colore. E ogni colore ha un suo significato. Altrochè se ce l’ha.

Vogliamo parlare delle bionde? Sono solari, lucenti, quasi eteree, poi (alcune eh, non vi incazzate subito) si piegano in avanti e scopri il tatuaggione tribale che fa bella mostra di sè appena sopra l’elastico del perizoma bianco interdentale e lì capisci che. forse non sarà in odore di santità, ma tu hai la prova inconfutabile che Dio esiste e per dimostrarlo, scatti una foto con lo smatphone, giusto per farla vedere agli amici durante la riunione parrocchiale del mercoledi sera.

Le more, la bellezza mediterranea per antonomasia, procaci e determinate, quasi tutte abbronzate, le guardi e ne rimani ammaliato, potrebbero guidare una moto o impastare una pizza e sarebbero comunque eroticamente perfette. Certo, a volte fanno entrambe le cose insieme e ti ritrovi a cenare con una pizza che sa di nafta, ma loro sfoderano un sorriso e ti chiedono “com’è?” e tu rispondi “buonissima”. Mentri tenti di tagliare il carburatore.

E infine (ma non ultime) le rosse tinte. Ecco, qui è un po’ più complicato. Credo di parlare a nome di gran parte del popolo maschile, la donna rossa ispira proprio un sentimento di protezione estrema, nel senso che la vedi e vorresti farle scudo con il tuo corpo, possibilmente saltandole addosso.
Psst, avvicinatevi, avvicinate l’orecchio, vi voglio dire una cosa a bassa voce, senza farmi sentire da loro…dicevo…pare che le donne che si tingono i capelli (e a volte non solo quelli) di rosso, abbiano un intenso bisogno di sesso, oh mica lo dico io. l’ha detto Alberoni (che nessuno sa di preciso che funzione abbia nella società) e pure un mio amico (usando un proverbio popolare a sfondo ornitologico).

Comunque ad onor del vero, ci tengo a dirvi che il mio amico, al solo scopo di dimostrare la veridicità del suo proverbio, è andato da una ragazza con i capelli rossi dicendole, senza troppi giri di parole, che lui sarebbe stato disponibile per una notte di passione. Mentre lo raccontava si massaggiava la guancia, sulla quale, la rossa valchiria aveva impresso le sue altrettanto valchiriose cinque dita.
Possibile?, non voglio crederci, la teoria delle ragazze che si tingono di rosso è falsa?!?!?, no, mi rifiuto !!!, sicuramente quella sarà stata una “rossa naturale”.

Sorvolo volutamente su colori tricotici “alternativi” tipo verde ramarro, blu cianotico e viola rigurgito di sbornia. Non saprei classificarli non avendo a disposizione luoghi comuni e detti popolari.

Comunque al corso aziendale, ho assimilato un sacco di nozioni fondamentali per capire la psicologia del tuo interlocutore, ad esempio, se al momento della stretta di mano, chi vi sta di fronte, vi gira il polso mettendo la sua al di sopra della vostra, ha uno spiccato istinto alla dominazione (la relatrice si chiamava Grazia Alcazzo). Questa informazione era gratis, per le altre dovete pagare i cinquecento euro di quota e vi si apriranno le porte della conoscienza.

Alla fine ho ceduto. 158509 Enzo Camerino

Mi ero ripromesso di non scrivere nessun post sulla giornata di oggi, dedicata ai diritti umani, la giornata della memoria, per ricordare le stragi naziste e i campi di sterminio.
Non mi andava proprio, non per insulse idee politiche, ma semplicemente perchè spesso queste sono occasioni per dar sfogo a tutte le ipocrisie possibili. Un pò come andare nei cimiteri il due novembre. E solo quel giorno li, perchè la tradizione ce lo impone.

Poi è accaduta una cosa che ancora non riesco a spiegarmi bene, o forse semplicemente non ha bisogno di essere spiegata.
Ho guardato, come spesso accade, distrattamente il telegiornale su La7, sentivo in sottofondo la voce picchiettante di Mentana ma non ascoltavo ciò che diceva. Fino a quando, alla fine ha presentato un ospite. Enzo Camerino. Onestamente non sapevo chi fosse quel signore anziano che mi guardava con gli occhi scintillanti, finchè Mentana non gli ha chiesto di mostrare il braccio.
In quel numero tatuato ho letto tutto l’orrore e l’umiliazione che un essere umano può provare per mano dei suoi simili.
Come ho detto all’inizio, è una cosa che non riesco a spiegarmi bene, ma mentre parlava ho percepito le sue sofferenze. Un’onda che mi è arrivata all’anima e l’ha presa a schiaffi. Non era un film o un documentario, era un uomo reale che mostrava al mondo il grado di abominio che può raggiungere l’animo umano.

Lo so benissimo che è difficile non cadere nella retorica parlando di questi argomenti, ma in quelle parole c’era racchiuso tutto. La paura, la sofferenza fisica e quella psicologica, la morte, l’odio, l’umiliazione profonda. Chi le pronunciava non cercava compassione, cercava solamente di fare in modo che ciò che aveva visto e vissuto non fosse stato vano, che non venisse perduto.

Ho iniziato a piangere per la rabbia e lo sdegno per i patimenti e per tutti gli Enzo Camerino che non ce l’hanno fatta. Per la più grande delle torture: la privazione della dignità.

Dopo ho spento il televisore perchè ascoltare illustri membri dell’attuale classe dirigente disquisire sulle disgrazie giudiziarie di un puttaniere ottantenne, mi pareva fuori luogo.

Una doppietta è per sempre.

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Io non sono un patito di auto, non ho conoscenze tecniche particolari e se apro il cofano non riesco a distinguere lo spinterogeno dal motorino di avviamento, per dire. Quando si ferma il motore l’unica cosa che riesco a fare decentemente è spingere. Non sono aggiornato sugli ultimissimi modelli in uscita e comprerò quattroruote al massimo due volte l’anno, infine non sono uno di quelli che si è rotolato per terra quando ho appreso la notizia che quest’anno il Motor Show non si farà, mi dispiace molto di più per le gnocche che per le auto.

Però il mio lato sentimentale prima o poi spunta fuori e se faccio una velocissima carrellata non posso non ammettere che ogni auto che ho posseduto (nel senso di guidato, per ora riesco a trattenermi dal fare cose contro natura con tubi di scappamento) hanno segnato un passaggio importante della mia vita.

La prima in assoluto fu l’auto dello zio Piero. Una vecchia 127, il colore vero non l’ho mai saputo, era completamente rugginosa, la teneva parcheggiata nel fienile e con un altro paio di ragazzetti ci divertivamo a viaggiare con la fantasia, aveva i cuscini di pelle di vacca e se sterzavi troppo veloce il volante ti rimaneva in mano, sui sedili posteriori ci facevano bisboccia le galline. Era un viaggio immaginario senza marce e senza fari, coi Black Sabbat e qualche sigaretta, gli adesivi sul cruscotto, sant’Antonio e i Rolling Stones, Padre Pio e i Ramones. Sognavamo pensando: “quale vita ci aspetterà in fondo al prato, quando apriremo il cancello, che strada faremo e che macchina lucida e chissà chi avremo seduto sul sedile qui di fianco”. Era la fine degli anni ottanta e sui muri non c’erano scritte di morte ma “Francesco ama Chiara”.

Invece la prima automobile “vera”, che si metteva in moto e caminava, per intenderci, è stata la mitica 500, non quella di oggi da fighetti, ma quella con il motore dietro al sedile, quella che per fare rifornimento dovevi aprire il cofano davanti, quella che se non facevi “la doppietta” emetteva una grattata del cambio che si giravano tutti per strada e poi c’era sempre il buontempone che sghignazzando gridava “hai cambiato?” e tu che dentro al tuo misero abitacolo rispondevi in un livornese stretto “no, sto sempre col tegame di tu’ ma’” (la traduzione la potete trovare sul dizionario Zanichelli “dall’italiano al labronico”). Ecco, quella. Mi era stata regalata da un parente che neanche conoscevo, probabilmente aveva commesso qualche crimine e la mia famiglia lo stava ricattando, altrimenti non si spiega il folle dono, certo, è anche vero che si sta parlando del 1994 e l’auto in questione aveva già un venticinquina di anni, comunque chissenefrega adesso era mia. Beveva come un alcolizzato il giorno della vendemmia ed era di un improbabile color salmone. In realtà non era uscita così dalla fabbrica, il colore originale della carrozzeria era un celestino chiaro, ma i segni del tempo erano decisamenti evidenti. Un giorno mio padre comprò la tinta per verniciare la caldaia a legna del garage, ma abbondò con la quantità dei barattoli, e siccome in casa dei miei genitori non si buttava via mai niente, lui si fece prendere la mano dal pennello e la mia 500 dal quel giorno divenne dello stesso colore….della caldaia, appunto. Tanto che spesso aprivo lo sportello e buttavo sul sedile una fascina di legna, per fortuna mi sono sempre fermato un attimo prima di accendere il fiammifero. Ah dimenticavo, lei si chiamava Paolina. (L’auto intendo, la lei “umana” forse Michela…sinceramente non ricordo)

Poi fu la volta di Camilla. Una Panda 1000 rossa fiammante, la mia prima vera auto nuova!!! L’auto della mia adolescenza e anche un po’ oltre. Aveva il cambio sincronizzato, ma io riuscivo a “grattare” ugualmente perchè insistevo nel fare la doppietta, eccheccazzo, ormai avevo imparato e non volevo smettere più. Quella è stata l’auto del primo tamponamento, del primo viaggio Livorno – Firenze tutto in superstrada e tutto in quarta marcia perchè nessuno mi aveva avvisato che oltre a quella c’era pure la quinta, del primo cannone, della prima multa perchè facevamo i “freni a mano” nel parcheggio della stazione, della prima volta che marinai la scuola, del primo pugno preso e del primo bacio dato …si si lo so dove volete andare a parare, si ok, è stata pure l’auto della “prima volta” che non sto qui a descrivere ma non potete immaginare che testata diedi al vetro dello sportello posteriore nel momento in cui scoprii che aveva i sedili ribaltabili. (tutti optional che sulla Paolina te li sognavi e basta). Ammetto che in quel periodo ci furono almeno tre “lei umane”, che detto così sembra un discreto risultato, ma se lo spalmiamo in sette anni già si ridimensiona.

Ecco da lì in poi ne ho cambiate altre quattro (di auto), sono cresciuto (più che altro di peso) e ho smesso di battezzarle con nome di donne…e infatti ho smesso pure di cambiare donne. Però ogni tanto “una doppietta”, così per sfizio me la faccio ancora, perchè sarebbe bello qualche volta poter prendere la vita in terza-frizione-folle-colpo di accelleratore-frizione-quarta e via così.

Mio padre ha cambiato la caldaia, adesso è bianca e va a metano, la mia auto invece è nera e va a GPL, ultimamamente deve aver dato una mano di vernice al pannello del termostato. Ieri sono stato a casa sua e c’era una bici bianca, un paio di sedie di cucina bianche, i cuscini del divano bianchi e anche il cane mi sembrava leggermente più candido…ma forse lui era semplicemente lavato.

Dodici uomini e un “Gallo Nero” (taggami ‘stogatto)

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La domanda è molto semplice: esiste un’età in cui si dovrebbe smettere di fare cene fra amici uomini?

Tendenzialmente la risposta è no, si, forse in alcuni casi è la classica risposta di circostanza, magari qualcuno ne farebbe volentieri a meno, oppure altri, forse la maggioranza, la vivono come un’occasione per fuggire dalla routine quotidiana, che comprende mogli, figli, cani da portare a spasso e buste di immondizia da gettare, sperando di incrociare, lungo il tragitto che li separa dal cassonetto, la figlia della fruttivendola che ha un culo che da solo ti svela il terzo segreto di Fatima.

Personalmente non mi capita spesso di cenare fuori, a dirla tutta non ne sento neanche il bisogno, ma un paio di giorni fa mi giunge un messaggio e aprendo il suo contenuto mi si è manifestato un invito per una reunion fra vecchi amici. Un pò come quando apri l’uovo di Pasqua e appare l’anellino di stagno col fiorellino sopra. Già rotto.

La mia leggendaria pigrizia post- lavoro (che poi alla fine è uguale a quella “pre” lavoro e “durante” lavoro) mi fa rispondere con una frase laconica e inattaccabile: “sono da un cliente, ci penso e poi ti faccio sapere”, che tradotto nel mio linguaggio sarebbe: “sto prendendo tempo per inventarmi una scusa plausibile per non venire”.
Torno a casa, confesso che non ci pensavo neanche più, dopo tre ore mi arriva un altro messaggio: “dhe ciccio, pensaci dell’altro” (è in fedele dialetto livornese, ma rende bene il concetto).
Confesso che ho temuto seriamente di trovarmi nel copione del film “La cena dei cretini”, non so se lo conoscete: un gruppo di amici si ritrova e ognuno di loro deve portare con sé un cretino (che ovviamente non sospetta niente), colui che porta il cretino…più cretino vince un favoloso premio (confesso che sulla scia di questo copione, ho partecipato una volta ad una…cena delle cozze, ma non ne vado fiero, anche perchè non ho vinto).

Insomma, la faccio breve, ho deciso di andare.
Ma si, una cena fra veri uomini, a base di grigliata di carne, vino chianti, rigorosamente Gallo nero, spumante e acqua leggermente frizzante. Per me. Prevedevo risate, prese di culo, calvizie incipienti e pance alla Bud Spencer. Per sicurezza mi sono imboscato il mio fedele blocchetto nella tasca della felpa. Convinto che ci sarebbe stato da prendere succulenti appunti.

E quindi eccoci qua, una dozzina di ex ragazzotti, sulla soglia dei quaranta, seduti ad un tavolo, che fra di loro non si chiamano mai con il nome di battesimo. Fra uomini non usa, vengono coniati dei pittoreschi soprannomi tipo: ‘Ciccione’, ‘Testa di cazzo’, ‘Buffone’, ‘Godzilla’, qualcuno confessa scelte discutibili, ci raccontiamo aneddoti che conosciamo a memoria ma che ci fanno ancora piegare in due dalle risate. La grigliata fa schifo, non si riesce neanche a capire a quale tipo di animale appartenga la costola che stiamo mangiando, ma notiamo che mancano un paio di gatti che ci gironzolavano intorno prima che ci sedessimo a tavola.
Parliamo pochissimo di donne e troppo di calcio, si, forse stiamo invecchiando un pò.
Effettivamente se riesci a ricordarti le gesta di Carlo Ancelotti con il pallone fra i piedi, forse un pò di candeline le hai spente.
Poi alle cene fra uomini c’è sempre l’ostacolo della divisione del conto. Ci presentiamo tutti alla cassa con banconote da cinquanta, che il padrone per fare i resti è costretto a fare un salto in sacrestia, e alla fine c’è sempre lo sfigato che deve pagare di più, perchè la crisi si fa sentire anche durante il rito dell’offertorio.

Probabilmente non vogliamo arrenderci al tempo, si, perchè siamo in quell’età che avresti voglia di fare le cose che facevi dieci anni fa e invece ti ritrovi a riflettere su quelle che farai fra dieci anni, un misto fra il desiderio di salire nuovamente sul Tagadà del Luna Park (che non ho ancora capito se è una giostra internazionale o se esiste solo nella mia provincia) ed evitare di farlo perchè se ti giochi il legamento crociato poi come farai ad andare a lavorare per estinguere il tuo mutuo cinquantennale?
E allora ti accontenti di fare la tua comparsata su facebook e di lasciare commenti insulsi, principalmente per essere al passo coi tempi, perchè, diciamocelo, che cazzo gliene frega alla gente se hai forato la macchina in superstrada, ma tu lo scrivi lo stesso e per essere sicuro che ti notino ci tagghi pure una ventina di persone.

E allora, queste cene servono per farci comprendere che siamo cambiati e per compatire quei due o tre che non l’hanno capito e si presentano con i bermuda e il bomber double face dei primi anni novanta, grigio fuori e arancio a.n.a.s. dentro.

Durante questi incontri ti viene naturale fare dei bilanci e ti domandi se le cose siano andate veramente come le immaginavi, se la tua e la loro vita abbia preso la piega sperata, alcuni si sono “realizzati”, altri sono ancora “under construction”, qualcuno ha preso schiaffi dal destino e li ha presi così forte che porta ancora il segno delle cinque dita sulla guancia, ma per un paio d’ore abbiamo lasciato tutte le nostre inquietudini fuori dal locale, come se sulla porta ci fosse il cartello “noi non possiamo entrare”. Consapevoli che una volta usciti le nostre esistenze avrebbero comunque ripreso il loro corso regolare. E la bacheca del tuo profilo sarebbe stata lì pronta a testimoniarlo.

Ci siamo salutati promettendoci di ripetere presto questa cosa, sapendo già che non sarà così. Ma sono quelle cose che si dicono senza crederci, solo per il piacere di sentirsi per un attimo nuovamente a fare gli scemi nel centro del Tagadà.

Marziani e venusiane ovvero: goniometri e Andy Warhol

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Voglio essere onesto con voi (come sempre, del resto), questo post avrebbe dovuto essere incentrato su ciò di cui parlano le donne quando sono al riparo da orecchie indiscrete.

L’idea mi era venuta un paio di mesi fa, quando, per motivi e modi che non sto qui a descrivere, mi sono lasciato trascinare in spiaggia per approfittare del solleone. Sono stato combattuto fra quella proposta oppure accettare un lavoro in miniera. Alla fine la scelta è ricaduta sulla spiaggia, ma solo perchè non ci sono miniere nelle vicinanze.

Mi presento a metà pomeriggio e realizzo subito che la situazione sarebbe stata una buona fonte di ispirazione per almeno sei futuri post. Ero l’unico uomo immerso in gruppo di cinque donne. Si, lo so, gli uomini in questo momento mi sono vicini e a differenza di quello che qualcuno potrebbe immaginare, non mi stanno affatto invidiando. Si, perchè se sei in compagnia di una donna sei praticamente ignorato dal resto dei bagnanti, già con due, inizi ad attirare qualche occhiata di curiosità/invidia/compassione, con cinque non c’è gara, sei superfluo come come lo zucchero a velo sul tiramisù

Morale della favola, mi sono sdraiato, e armato di cuffiette e lettore mp3 ero pronto a godermi il bagno di sole, sudore, salmastro, sabbia e sputacchiate lasciate dai vari venditori di cocco. Che poi mi sono sempre chiesto cosa spinga i bagnanti a comprare pezzetti di cocco immersi in un secchio, con la temperatura dell’acqua pari a quelle delle terme di Porretta (e pulita come le fogne di Nairobi) e pagarli quanto un’intera piantagione. Ma d’altronde c’è chi si registra le puntate di “Uomini e donne” e quindi tutto è plausibile.

Torniamo a noi. Ero lì che mi ascoltavo l’ultimo successo di Mimmo Locasciulli, quando le pile del mio fedele apperecchietto sono passate a miglior vita. Sul momento…il dramma!!! Decido comunque di fare finta di niente e tenermi quelle mute diavolerie piantate nelle orecchie.

Allora, non so se qualcuno ci ha mai fatto caso, ma quando le donne temono di essere sentite da orecchie indiscrete, comunicano fra loro a ultrasuoni, come i delfini (avrei voluto dire “come le balene”, ma alcuni termini loro li fraintendono sempre), sono ventriloque non c’è niente da fare, se qualcuna non riesce a parlare tenendo le labbra chiuse, si mette comunque la mano davanti alla bocca, come Totti quando lo fanno sedere in panchina. Oh, tranquille, noi uomini siamo incapaci di capire bene quando ci urlate le cose, figuriamoci se sappiamo leggere il labiale e comunque, rilassatevi che non credo ci sia nessuna telecamera di Sky sport puntata su di voi.

Lo scenario cambia radicalmente quando parlano con la certezza che nessun altro possa ascoltare la loro conversazione. Ecco, in questo caso il volume della voce supera di parecchi decibel quello dell’Hollywood di Milano in Corso Como. Urlano come Beppe Grillo al “V-day”. Quello era il caso in cui mi trovavo in quel momento.

Però non capivo, il discorso era già iniziato e mi sfuggiva l’argomento, c’era una che diceva “…si..è da morsi”, ah ok, parlano di ricette di cucina, un’altra che ribatteva “eh…anche tre volte di seguito”, no, parlano del corso di fitness, infine quando l’ultima ha esordito dicendo “…prima di sposarci lo facevamo anche sui tetti” ho finalmente realizzato che parlavano di…découpage. Si ma, perchè disegnare sul tetto se nessuno poi puo’ vedere la tua opera?…mah…mistero

Certo, è proprio vero che veniamo da due pianeti diversi. Noi uomini quando siamo in gruppo parliamo solo di donne e angoli retti. In loro invece arde il sacro fuoco dell’arte. Beate loro.

Liebster Award

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Rieccomi, si lo so, alcuni di voi diranno “che palle”, e va bhe, andiamo per ordine: sono stato fuori (anche di testa) per un paio di giorni, diciamo un rigurgito di ferie, ok, e qui coloro che hanno evitato il “che palle” non si tratterranno dal “chissenefrega”, ora vengo al punto.

Fra le varie notifiche che l’app di WordPress si è diligenteente prodigata a snocciolarmi, c’è stata quella del Liebster Award (si, un altro Award, allora?), li sul momento ho lasciato perdere poi alcune considerazioni mi hanno fatto tornare sui miei passi.

Innanzi tutto, se qualcuno ha nominato il mio blog, sarà una persona inteligentissima, bellissima e sicuramente diventerà il prossimo presidente del consiglio, quindi è consigliabile farselo/a amico/a.

In secondo luogo questo Award è riservato ai piccoli blog, si insomma dai, a noi sfigatelli che esultiamo se raggiungiamo le cinque visite giornaliere e al traguardo dei cento followers ci sputtaniamo la tredicisima con un paio di fette di prosciutto (cotto, che costa meno) e squacquerone.

Infine è un premio tedesco, e sappiamo tutti come sono i tedeschi, fanno il bagno al mare in dicembre ma non si tolgono i calzini. Non vorrei deluderli, si potrebbero incazzare come pantere e portarci lo spread al valore di colesterolo di un mangiatore di crauti.

Ma passiamo alle regole del Liebster Award, premio che nasce in Germania che premia
i piccoli blog, ed eccole qua sotto:

1. Ringraziare il blog che ti ha nominato e assegnato il premio
2. Rispondere alle undici domande richieste dal blog(ger) che ti ha nominato/a
3. Scrivere 11 cose che parlano di te
4. Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower
5. Formulare le tue 11 domande per il/la blogger che nominerai
6. Informare i blogger del premio assegnato.

Ok, quindi un ringraziamento a http://eleganzadellorca.wordpress.com/ (Missblackfish) per aver trovato il coraggio di nominarmi, anche se la sua reputazione sarà irrimediabilmente compromessa (conosco un buon analista che ti aiuterà a superare questa cosa). E anche il mitico Zeus, lui è veramente un mito, un nuovo amico e un profondo conoscitore di musica. Alla donna straordinaria proprietara de I calamari, cavolo lei è una scrittrice vera, ha pubblicato dei libri!!! Mi viene quasi di darle del “lei”. Aggiungo alla lista dei ringraziamenti una blogger scoperta da poco ed è stata ammirazione al primo sguardo, la Mrs Fog e i suoi Diari Alaskani infine un ringraziamento alla signorina Luce di A qualcuno piace cinema per le splendide recensioni che ci regala nel suo blog.
Ora entro in cabina, mi metto le cuffie e rispondo alle undici domande…(in questo momento sono incapace di intendere e volere. Sia messo a verbale)

1.  bianco o nero Nero, perchè sfina (quindi da evitare come colore per il profilattico)
2.  ottimista o pessimista Direi ottimista (anche se, questo è un periodo di merda che non finirà mai)
3.  pregio e difetto che ti contraddistinguePregio l’umiltà, difetto…non saprei, sono il più bravo di tutti sempre e comunque. (si però erano due domande…)
4. una fobia o una paura Ho paura dei geki (anche se Gasparri tutto ‘gnudo non deve essere un fiore)
5. formica o cicalaDirei, una formica che adora la cicala (che dalle mie parti non è esattamente intesa come insetto..anzi..ce ne fosse…)
6. artista musicale preferito (max 3 dai) Pat Metheny (che non so come si scrive, ma tanto chi vuoi che lo conosca), Vasco (a tratti), Guccini (a tratti più lunghi)
7. scrittore preferito (max 3)Paulo Coehlo, lo zio Willy (William Shakespeare), Roberto Saviano (e non solo come scrittore).
8. film preferito (max 3)Blade Runner, L’attimo fuggente, …lo chiamavano Trinità (a parimerito con “Anche gli angeli mangiano fagioli”)
9. non usciresti mai senza… un’idea meravigliosa (tipo Cesare Ragazzi)
10. se fossi un oggetto sareiUn divano (e sto facendo di tutto per diventarlo veramente)
11.c’è una porta bianca chiusa davanti a te, fai per abbassare la maniglia per entrare, cosa c’è dietro? – Un freddo cane, del formaggio e un paio di pomodori raggrinziti…cavolo sono entrato in un frigorifero.

Ok, queste invece sono le domande di Zeus.

– ti piaci? cioè, ma veramente? – Mi piaccio a tratti, ma in quei tratti mi piaccio talmente tanto che mi sposerei.
– libro attualmente sul comodino? – Come smettere di farsi le seghe mentali (Giuro, lo sto leggendo veramente)
– dove abiti attualmente? – Semplicissimo: al semaforo vai a destra, poi dritto per un centinaio di metri…magari quando sei lì domanda…
– Ti vedi nello stesso posto fra 5 anni? – Sul divano intendi?…certamente si.
– che sport fai? se fai sport… – Sport?!?!? ah si…Pro Evolution Soccer…con la Wii.
– se guardi fuori dalla finestra cosa vedi?  – La vicina in perizoma, è un metro e 30 per 96 chili…preferirei vedere il casello autostradale.
– cibo preferito? – Tutto ciò che fa male
– film preferito? – Ho risposto alla tua collega sopra…sono pigro e non ripeterò…
– secondo te ci sto mettendo tanto a scrivere queste domande? – Non quanto me a scrivere le risposte
– ti piacerebbe essere il padrone assoluto del mondo? – Fra 22 anni sarò il padrone di casa mia, dopo vedrò se accendere un altro mutuo.
– ti sei divertito a rispondere a queste domande che ti hanno fatto perdere almeno 3 minuti del tuo preziosissimo tempo?  – Diciamo pure…tre giorni. Comunque, mi sono divertito…ora posso togliermi le cuffie?

E queste sono di I calamari

1. Chi sei? – Non saprei, ho la carta d’identità scaduta da otto anni.

2. Dove vai? – Ad aiutare quelli che non fanno niente.

3. Chi ha creato l’Universo? – Lo stesso che ha creato la nutella

4. Chi ha creato quello che ha creato l’Universo? – A sentire ciò che dice…l’ha creato Silvio, o comunque sia, ha sicuramente dato una mano.

5. Hai un’automobile? – Ne ho una ventina, della Burago scala 1:18…mica pizza e fichi.

6. Hai una bicicletta? – Certo, la tengo in camera da letto, si chiama cyclette, è ottima per appoggiarci i panni.

7. Mia zia ha 91 anni. Hai anche tu una zia di 91 anni? – No, ma mio cugino ha una nonna di 95…vale?

8. Non importa, non ricordo più cosa volevo domandarti. Risposta libera. – eh, io mi sono dimenticato la risposta. Siamo una coppia perfetta. Hai impegni per martedi sera?…rispondi come ti pare, tanto fra due minuti ce lo siamo già scordato…

9. Quanto conta per te avere uno o più follower? – Conta abbastanza, perchè se uno vuole scrivere solo per se stesso non apre un blog, ma compra un blocco notes.

10. Perché hai aperto un blog? – Perchè fondamentalmente sono un vanitoso e mi piace far sorridere, spesso lo faccio in modo involontario. Ma va bene uguale

11. Perché hai risposto a queste domande (ma sei matto?) – perchè sono educato e poi in qualche modo dovevo impegnare l’intervallo della partita.

Ecco quelle di Diari Alaskani
Che libro stai leggendo? Come smettere di farsi le seghe mentali (Giuro che esiste questo libro…e io ce l’ho!!!)
Il primo personaggio letterario che ti viene in mente? Tinto Brass, un poeta nel suo genere.
Un fiore o un frutto che per te ha un significato particolare e perché? Il cocco, è per me insopportabile, gli altri frutti non saprei, non li ho mai mangiati.
Un quadro per cui provi un affetto particolare? “Il Bacio” di Klimt, il perchè non lo dico, visto che non è richiesto 🙂
Di che colore dipingeresti le pareti di casa? Così…image
Che lavoro volevi fare da piccolo e quale vorresti fare ora?  – Da piccolo il pilota d’aerei, ora…la moglie del pilota d’aerei.
Manga o comics?  – Boh…non mangio verdura…
Tre qualità fondamentali in un amico – Ricchezza, generosità, titolo nobiliare.
La ricetta che ti viene meglio – Prosciutto al cartoccio: apri il cartoccio e mangi il prosciutto
Che significato dai al Natale? un significato scolastico, Natale era l’autista del bus che tutte le mattine mi portava a scuola.
Un consiglio che mi daresti a proposito del mio blog? Dovresti far pagare il biglietto per entrare, perchè è troppo bello., ovviamente io mi aspetterei il pass.

Ora è la volta delle domande di Luce.

  1. Perché hai aperto il tuo blog? – Perche si spendeva meno che aprire che aprire una pizzeria.
  2. Come ti chiami realmente? – Silvio B. ma non posso dire altro, potrei essere intercettato…cribbio! (non è vero, non mi chiamo Silvio, e nemmeno B…)
  3. Film e libro preferiti? :) – Non vale, sono due domande in una….ho già risposto sopra…sono pigro…
  4. Quale genere di film preferisci guardare? – esclusi quelli vietati ai minori intendi?….direi i thriller
  5. C’è un oggetto di cui senti di non poter fare a meno? – il navigatore, decisamente quello.
  6. Ci racconti un ricordo a cui sei particolarmente legato/a? – Un giorno ho visto da lontano una mia amica, le sono arrivato alle spalle, le ho tappato gli occhi dicendo “chi sono?”…bhe, ha sbagliato persona….e pure io.
  7. Un lavoro che proprio non faresti mai nella tua vita e uno per cui saresti negato/a? :D – ancora due domande insieme, ok dai rispondo: non farei mai il muratore, perchè sono negato (ahahah ti ho fregata…con una risposta me la son cavata)
  8. Paesi, città e/o regioni che hai visitato e qual è stato quello che ti ha colpito di più? – Copenaghen, ma non ci vivrei, fa un freddo becco.
  9. Parlare di sesso, in generale, è un tabù per te? – assolutamente no, ammesso che poi dalla teoria si passi alla pratica.
  10. Se potessi cambiare qualcosa del tuo aspetto fisico e del tuo carattere, quale sarebbe? – Assolutamente niente, se sono nato cos’ un motivo c’è, se poi qualcuno si degnasse pure di dirmelo non sarebbe male.
  11. Qual è il tuo piatto preferito? :) – Un piatto beige con le rondini disegnate, vinto nell’86 con i punti del Mulino Bianco.

Ok, 11 cose che parlano di me (che interesseranno appunto, a undici persone, compresi parenti e amici)

  1. Non mi piace viaggiare in aereo, a meno che non mi sia permesso di stare con i piedi sul cruscotto.
  2. Non mi sono mai messo un paio di sci in vita mia, questa è una delle informazioni che metto nel curriculum vitae, l’ultimo l’ho inviato al centro primo soccorso della Marmolada..sto aspettando fiducioso.
  3. Non conosco minimamente il funzionamento di qualsiasi motore, quando mi si ferma l’auto l’unica cosa che riesco a fare (discretamente) è spingere.
  4. Se mi dovessi mettere a fare l’imbianchino vi consiglio vivamente di aprire un’impresa di pulizie, fareste sicuramente più soldi di me.
  5. Quando devo appendere un quadro, di solito butto giù la parete e mi ritrovo con il chiodo in mano e il quadro appoggiato per terra.
  6. Non bevo alcolici, ma quando non devo guidare, un bicchierone di acqua gasata non me lo toglie nessuno.
  7. Se mi si scarica la batteria del cellulare posso fare gesti inconsulti, tipo accendere la sigaretta dalla parte del filtro.
  8. Sono educato ma dico un sacco di parolacce, praticamente quando mando a fanculo qualcuno gli do del “lei”.
  9. Mi piace cucinare, ma faccio di tutto per non darlo a vedere, anche se nel mobile di cucina ho tutta la raccolta di Suor Germana. (no. oh, non è vero…ho la raccolta, ma non so cucinare).
  10. Quando ascolto troppo Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia.
  11. Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa (questa è di Woody Allen…ma vale uguale).

Ora…via con le nomination, spero che nessuno ci rimanga male (specialmente i nominati, i quali riceveranno a casa il bollettino postale con la cifra per la mia prestazione)

  1. http://ilsuccodimela.wordpress.com/
  2. http://nichirenelena.wordpress.com/
  3. http://dallaltrapartedellacattedra.wordpress.com/
  4. http://vanessasfantasy.wordpress.com/
  5. http://reflussidicoscienza.wordpress.com/
  6. http://ilblogdibarbara.wordpress.com/
  7. http://siamosolostorie.wordpress.com/
  8. http://ventisqueras.wordpress.com/
  9. http://writingontheroadblog.wordpress.com/
  10. http://latisanadellasera.wordpress.com/
  11. http://vivodasola.wordpress.com/

E adesso le MIE 11 domande…

  1. Come si calcola l’area della sfera?
  2. Come si chiamava l’amico dell’ape Maya?
  3. Perchè la Vodafone è passata dalla cicala di Megan Gale alla foca della Littizzetto?
  4. Ho comprato un touch screen ma è senza tasti, mi hanno fregato?
  5. Se mangio una pasticca Falqui dopo la data di scadenza, l’effetto si amplifica?
  6. Se chiamo qualcuno mentre guido e mi dice che è irrangiungibile, devo accellerare?
  7. Perchè l’omino Bianco è nero?
  8. Come si chiamano gli abitanti di Domodossola?
  9. Se mi faccio vent’anni di galera ma sono innocente, dopo ho un omicidio in bonus?
  10. Perchè quando sono (poco) in ritardo trovo sempre davanti a me l’omino col cappello che fa sparire il “poco”?
  11. Ma se non ho il camino da dove passa Babbo Natale per portarmi i regali?

Si, direi che ce l’ho fatta, per scrivere questo post ho impiegato solo quattro ore e ventisette minuti, usando un programma della linea Grazia Alcazzo.

Mi pare di dimenticarmi qualcosa, ma non ricordo cosa.

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“Primo ottobre, è un giorno fantasioso, l’aria è mite, qualcuno fa l’estroso”, cantava un Francesco Nuti d’annata, probabilmente (anzi sicuramente) non era riferito a scenari e personaggi particolari, ma solo all’incombere dell’autunno, però io da buon dissidente disilluso leggermente incazzato, ne approfitto e ne farò un uso politically incorrect.

Si perchè è capitato che alcuni giorni fa mi sia seduto al tramonto sul pontile di Porto Santo Stefano, in faccia all’isola del Giglio, ed era identica a come la vedeva la principessa Soraya nel 1956, ma se mi fosse venuta la sciagurata idea di voltarmi di spalle, verso lo scellerato scempio architettonico di fine anni sessanta, mi sarei trasformato in pietra come se stessi guardando gli occhi della Medusa.

All’orizzonte invece brillava al sole calante quel brandello di terra, che lasciava vagare lo sguardo alla ricerca della torre del Saraceno e del faro del Fenaio. Loro c’erano già, hanno resistito a due guerre mondiali e a questa insopportabile Italia.

Poco distante da me si trovava un piccolo gruppo di persone, munite di binocolo. Se ne fregavano delle torri e dei fari, cercavano disperatamente “la nave”. Ecco, sono loro lo specchio di questo Paese, alla spasmodica ricerca della star del momento, intenti ad ammirare quell’esempio vergognoso di italico orgoglio, con lo stesso entusiasmo con il quale guarderebbero estasiati la Lollo “bersagliera” di “Pane, amore e fantasia”.

Se ti aggiri per le vie del paese, senti alcuni commercianti che parlano fra loro sottovoce e si lamentano un po’:  vorrebbero tenerla lì quella cazzo di nave, perchè porta gente, i traghetti sono sempre pieni, anche in inverno, a Giglio Porto c’è un viavai mai visto, in questi tempi di crisi è proprio quello che ci voleva. Dietro di loro il monte Argentario li osserva sornione e avrebbe una gran voglia di scuotere la testa e ingoiarseli come le zigulì.

Poi d’improvviso scendono i visitatori di ritorno dall’isola, muniti di telefonino e macchina fotografica, si scambiano impressioni da finti indignati, pubblicano la foto su facebook e ottengono più “mi piace” di quelle di Gino Strada con i bambini vittime delle mine anti uomo.

E allora ci dicono che dobbiamo essere orgogliosi, l’abbiamo raddrizzata ed è tutto merito nostro, lo stesso merito che l’ha fatta inclinare (ma questo non ce lo dicono), c’è di che vantarsi, e inchiniamoci allo strepitoso risultato ottenuto, anche se prima di noi qualcuno ha fatto l’inchino con risultati disastrosi (ma questo non ce lo dicono). Ma va bene così, il passato è passato e si sa, noi italiani siamo di memoria corta, (non a caso ammiriamo i pesci rossi) infatti ogni tanto ci dimentichiamo che un paio di poveri cristi sono ancora la sotto e gridano vendetta.

E a guardarla da lontano, anche l’isola ci osserva sconsolata, si scambia un cenno d’intesa con l’Argentario, allarga le braccia come a dire “che posso farci?…io c’era già da prima” e sospira inconsolabile nel vedere l’affanno di coloro che cercano giustificazioni, che ci ripetono come un mantra che dobbiamo essere orgogliosi, orgogliosi, orgogliosi… Bravi, fate bene, ripetiamolo di continuo perchè “Ripeti una bugia 100 volte e diventerà la verità”, diceva Goebbels. Anche se, fossi in voi, cari finti moralisti non dormirei sonni tranquilli, perchè non si sa mai quando qualche cadavere salterà fuori e verrà a mordervi il culo.

Ma forse alla fine, ci meritiamo questi personaggi qui: i capitani coraggiosi, le interviste di Barbara D’Urso, i venditori ambulanti che elargiscono magliette con su scritto “Torni a bordo cazzo!!!”, i politici e gli addetti ai lavori tronfi e soddisfatti che stappano champagne (francese) per un finto “successo” (italiano).

E qui devo ammettere che il buon “Cecco” si sbagliava quando diceva “qualcuno fa l’estroso”, aveva decisamente sottovalutato il numero degli… “estrosi”.

“A volte succede. Nei grandi amori o nelle più gravi crisi della Storia. Nei fallimenti, nei tradimenti, nella desolazione e nell’abbandono. Si raddrizza la schiena. Ci si rivolta.” (letta da qualche parte, ma non ricordo dove, sono italiano, ho la memoria corta).