Tutta colpa di Foppa Pedretti.

Ci sono domande che attanagliano il genere umano fin dalla notte dei tempi:

«è nato prima l’uovo o la gallina?»,

«come si è formato l’universo?»,

«la Juve quest’anno vincerà la Champions?».

Ma la regina di tutte le questioni irrisolte che ci perseguita dai tempi di Neanderthal è:

«perché un uomo deve accompagnare la sua fidanzata/moglie/compagna in giro per negozi?».

Voglio dire, apparentemente non c’è uno straccio di motivo valido.

È giusto annotare che il comportamento del maschio alfa che si trova nella situazione di accompagnatore cambia radicalmente con il prolungarsi della relazione amorosa.

Di solito c’è un rapporto direttamente proporzionale tra i due fattori: più la relazione è lunga, più lui si rompe i coglioni fuori dal negozio.

Questo ineluttabile assioma cartesiano è facilmente individuabile mettendosi seduti su una panchina della via principale di una qualsiasi città e osservare. Tra l’altro, Cartesio non si è mai sposato. Per dire.

Nelle coppie appena formate, quelle che sono nel pieno dell’esaltazione amorosa, per intenderci, il soggetto maschile è fiero ed entusiasta di accompagnare la sua metà della mela in un qualsiasi negozio. Indipendente che al suo interno ci siano prodotti cosmetici o cure omeopatiche per le ragadi anali del volpino di pomerania, Il paladino dell’amor cortese avrà un sorriso a tremila denti e pronuncerà frasi del tipo:

«certo passerottino, scegliamo insieme il mascara, sarò onorato anche di darti il mio parere sulla tonalità dello smalto che più ti si addice». Poi però, gentili donzelle, non vi lamentate se il vostro cavalier servente inizierà a farsi le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Dopo circa due anni dall’inizio della sfavillante storia d’amore l’accompagnatore baldanzoso ed entusiasta si trasforma in un “servo muto”. Avete presente quella specie di appendiabiti che si trova nelle camere da letto? No, non ha i pedali, quella è la cyclette.

L’uomo all’alba della biennale della relazione sembra l’albero delle idee di Foppa Pedretti. Tiene appese alle braccia buste di ogni sorta, la borsa della compagna tenuta a tracolla e prega il cielo di non avere un’erezione per non fornire altri appigli.

Lei deve avere le mani libere per esaminare la mercanzia, lui la testa occupata per non coniare nuove bestemmie.

Dal quinto al settimo anno di relazione l’accompagnatore assume le sembianze di pastore maremmano. Aspetta fuori facendo la guardia al malloppo, perché entrare in un negozio con merce comprata altrove “pare brutto”.

Lo scodinzolante guardiano rimane immobile in un angolo, all’ombra se è fortunato, altrimenti a schiumare Sali minerali sotto il sole a picco. Lei nel frattempo entra a dare un’occhiatina.

In realtà l’ingresso del negozio è uno stargate.

Una volta varcata la soglia il tempo non segue più un percorso lineare. Lei gira fra le corsie in quell’atmosfera ovattata di pizzi e merletti e musiche di Radio Subasio. I minuti vengono percepiti come battiti di ciglia e raggiunge l’uscita convinta di aver girato l’intero negozio in uno schiocco di dita. Per lui che invece aspetta fuori, l’attesa sembra infinita. Il suo tempo segue quello della sua natura di canide e un’ora ne vale sette. Il povero animale da compagnia può trascorrere le vacanze estive aspettando il ritorno della sua dama. Alla fine dell’attesa lo ritrovano immerso in un lago di sudore come le mozzarelle Santa Lucia.

Dal settimo al decimo anno le soste nei negozi diventano, per l’incolpevole convivente, come le stazioni della Via Crucis. Di solito infatti il pover’uomo cade tre volte sotto il peso del fardello che trasporta. Nessuno lo deve aiutare ad alzarsi altrimenti verrà squalificato come Dorando Pietri alle olimpiadi del 1908. Non può bere né mangiare e se per caso si azzarda a pronunciare con un filo di voce frasi del tipo «cara, ti voglio un bene dell’anima ma mi sarei leggermente rotto i coglioni», sarà immediatamente additato come eretico e fustigato in pubblica piazza.

Dopo i dieci anni di relazione l’uomo busta sapiens inizia a prendere coscienza di sé.

Familiarizza con altri individui della stessa specie, scambiandosi opinioni e battute sui vari culi femminili che solcano l’orizzonte. Molto spesso organizzano tornei di calcetto lungo la via principale, usando le buste della Benetton come pali delle porte e la lampada “luna piena” della Maison du monde come pallone.

Alla luce di queste considerazioni, il primo pensiero che nasce spontaneo è:

«ma chi ce lo fa fare?».

In effetti, noi portatori seriali di buste, progettiamo rivolte, inneggiamo alla lotta di classe e formiamo gruppi sovversivi su whatsapp per combattere lo sfruttamento a colpi di meme.

Ma alla fine desistiamo dal procurar battaglia e rimaniamo nella nostra condizione passività. Però non ci sottovalutate, la nostra non è mancanza di coraggio.

La verità è che evitiamo lo scontro perché loro, l’altra metà del cielo, hanno una cosa che noi voglia tantissimo e no, non è il telecomando di Sky.

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Limbes. (parte 1 di boh)

Questo è una parte di un qualcosa a cui non riesco a dare un senso logico, ma che comunque ha il diritto di prendere aria. Forse ci saranno altre parti, forse no, lasciamo fare al caso.

Chi arriva a Limbes si ritrova davanti a questo lago che si illude di essere mare, acqua che travisa lo sguardo dei passanti, nascondendo alla vista gli argini della riva opposta. Un tappeto liquido che porta con sé una nebbia complice. Il mago e l’assistente, imprescindibili l’uno dall’altra. È questo che fa il presuntuoso lago, ammalia le menti, offuscandone la percezione, come una donna che sfuma il perimetro della pelle con abiti morbidi nel tentativo di regalarsi un profilo migliore.

Le persone giungo qui attraversando il lago, si materializzano lentamente, oltre i rovi della nebbia. Sono un punto in lontananza che, col passare dei minuti, prende la forma di una barca. Arrivavano remando. Tutti. Come se dall’altra parte non esistessero barche a motore. Hanno lo sguardo fisso davanti a loro, mentre affogano i remi nel lago facendoli riemergere prima che sia troppo tardi. Poi rimettono i legni di nuovo in acqua e poi in aria. In un eterno equilibrio fra la vita e la morte.

Quelli che arrivano qui hanno una luce. Tutti. Fosse anche solo una candela, una lampada a olio o chissà quale altra diavoleria che a contatto con la foschia si trasforma in un alone biancastro. Li vedi in lontananza, con questa idea di faro messa sulla prua, sembrano anime sfuggite a un castigo, e forse lo sono. Forse quel castigo se lo portano dentro. Appena toccano terra la loro luce svanisce, come a sancire la fine di un viaggio che non ha più bisogno di schiarite.

Era quasi l’inizio di un nuovo autunno quando Piero giunse a Limbes, più che un paese, uno sputo di mondo. Uno di quei luoghi che molti chiamerebbero frazione, come a sottolinearne l’inferiorità. In posti come questo la vita segue logiche alternative, chi vive qui non si fa troppe domande su ciò che accade, qui le persone si limitano a prendere atto, adeguandosi al naturale svolgimento degli eventi. Limbes è una frazione, così come lo sono le emozioni rispetto a un amore, un posto piccolissimo con l’infinito del mondo a disegnarne i confini. Tutti quelli che sbarcavano qui cercavano qualcosa, Piero giunse in cerca di un perdono.

Arrivò come arrivavano tutti gli altri, su di una barca a remi, ma non aveva nessun tipo di luce sulla prua, niente lampade, niente candele, niente di niente. Solo lui e la sua barca. E un pianoforte sopra. Un pianoforte a mezza coda, nero, come se ne vedono pochi in giro. Linee morbide, suono leggermente graffiato, in altre parole un connubio perfetto di legno, corde e bestemmie. Come diavolo fosse riuscito a trascinarlo fin qui senza far affondare la barca rimane un mistero. Gli abitanti di Limbes si limitarono a prenderne atto.

Scese dalla sua barca trascinando a fatica il pianoforte sulla terraferma, tornò a prendere lo sgabello e si sedette davanti al suo strumento, poi con lo sguardo perso chissà dove appoggiò le dita sui tasti bianchi e neri. L’intenzione di iniziare a suonare non lo sfiorò neanche per un attimo.

Piero Giuliani trascorreva le giornate sulla spiaggia, con quel lago a fare da sentinella, seduto al suo pianoforte. Applicava un rituale consolidato: lasciava cadere la giacca delicatamente, arrotolando le maniche della camicia appena sotto al gomito e si sgranchiva le mani. Gesti  precisi, armoniosi e impeccabili. Posava le dita sui tasti, senza affondare il colpo. E apriva gli occhi, rimaneva così fino alla fine del giorno, senza suonare neanche una nota. Con lo sguardo teso verso un qualcosa che vedeva solo lui, oltre la spiaggia, oltre il sipario di nebbia. Oltre ogni cosa visibile. Se qualcuno avesse avuto il coraggio di domandargli cosa stesse guardando, lui avrebbe risposto perentorio – Il mare aperto –.  Lo avrebbe detto come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Guardando quell’immagine dalla strada si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un quadro, uno di quelli appoggiati momentaneamente in un angolo, tra il pavimento e la parete, che interrompono le linee ordinate della stanza . Era la visione di un pianoforte a mezza cosa in attesa che il suo condottiero si decidesse a prendere le briglie per iniziare una cavalcata a perdifiato. Quella meraviglia di strumento era un alveare che racchiudeva uno sciame di note, pungenti e smaniose, che proprio non ne volevano sapere di rimanere chiuse in quella prigione di corde e legno. Si dimenavano, sbattevano contro le pareti, alcune perfino imploravano l’uomo seduto di fronte a loro di renderle libere. Lui non le guardava neanche, teneva lo sguardo teso verso d  solo sa cosa, avvicinava le dita a quel tappeto di tasti, senza sfiorarli. Con movimenti impercettibili faceva salire quelle note su per le mani, lungo le braccia, le lasciava confluire al centro del torace, su per il collo, in mezzo alla gola. Un tumulto di suoni armoniosi, graffianti, come quando non c’è via di scampo; ma anche ballate dolci, di quelle che ti profumano i pensieri , notturni leggeri, capaci di prenderti per mano e portarti a spasso per i tuoi sogni. Tutta quella musica, silenziosa e testarda arrivava alla sua mente, fermandosi al centro di un’emozione. E moriva.

Dal pianoforte non usciva nessuna melodia,  ma in realtà Piero Giuliani stava suonando. Perché ognuno suona la propria musica, che  lo voglia o no e nella mente di Piero si affollavano armonie composte molti anni prima, suoni che lo tormentavano, odori che diventano nodi irrisolti. Insieme ai suoni arrivavano immagini, perché è questo il meccanismo diabolico dei ricordi. Vedeva una sposa innamorata e sognante, una bambina intenta a raccogliersi i capelli in una treccia, ma vedeva anche le liti furibonde, quella donna in una camera bianca d’ospedale, quella bambina che non riusciva a capire la forza devastante di certe malattie della mente. In mezzo a tutto questo c’era la musica, pronta a curare i patimenti creandone di nuovi, l’antidoto e il veleno. Piero Giuliani non riusciva a fare a meno di quella dolcissima ossessione. In qualche modo salire su un palco e iniziare a suonare era la sua salvezza e allo stesso tempo la sua condanna.

Guardando quell’immagine dalla strada si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un uomo che guardava lontano in cerca di un’ispirazione, in realtà Piero Giuliani stava seduto sulla riva del lago in attesa di un perdono.

Il barbiere e Berlinguer.

Alcuni mesi fa il mio barbiere di fiducia è andato definitivamente in pensione. Lui, è stato il primo a tagliarmi i capelli, era il custode dei miei segreti, alcuni leggeri, altri più compromettenti. Quando le persone si sedevano su quelle poltrone piroettanti si sentivano coccolati e al sicuro, era quindi normale sciogliere la lingua e lasciar correre quel flusso di coscienza che è la tua vita.

In posti come quello in cui vivo i legami con certe figure sono forse più autentici e quando qualcuno cambia vita finisce per cambiare inesorabilmente anche quella di tutti gli altri. Perché qui viviamo così. E ne andiamo fieri.

Questo è il mio tributo e il mio modo per dire “Grazie di tutto”.

Via Firenze sembra l’autostrada del sole, quattro corsie e auto che sfrecciano a tutta velocità, realizzi di essere in piena città soltanto quando arrivi al semaforo e lo trovi rosso. Improvvisamente sei circondato da uno sciame di scooter, come quando decidi di fare un pic-nic e appena tiri fuori il panino ti rendi conto che sarai costretto a condividerlo con settecento mosche che fino ad un secondo prima se ne stavano nascoste nelle loro trincee aspettando il momento giusto per attaccare, le bastarde.

Guardi tutti quei centauri, alcuni normalissimi altri più pittoreschi. Il tipo davanti a te ha una scritta sulla parte posteriore del casco, ma non distingui bene le parole, ti sporgi in avanti premendo il petto sul volante della tua auto, stringi gli occhi nello sforzo estremo di codificare quelle sillabe e alla fine le tue diottrie ti permettono di appropriarti di quella frase dal profondo significato filosofico “Il montone esce dal gregge e lo butta nel culo a chi legge”.

Rimani un attimo a rimuginare sul senso della vita, nel frattempo è scattato il nero, cioè, il semaforo è in quella fase in cui si è spenta la lampadina del rosso ma non si è ancora accesa quella della verde. In una frazione di micro secondo gli scooteristi davanti evaporano come se avessero il plutonio nel serbatoio, la luce del semaforo dà il liberi tutti e l’automobilista dietro di te abbassa il finestrino, fa uscire la testa e con voce di tuono ti sveglia dal tuo torpore «Guarda che questo è il massimo eh, più verde di così non diventa».

Prosegui dritto e al primo incrocio che trovi svolti a sinistra, perché come diceva tuo nonno tra una scatarrata e l’altra «Bimbo, quando nella vita non sai che cazzo fare svolta a sinistra, male che vada ci trovi la tazza del cesso». I proclami di tuo nonno era difficili da capire. Comunque segui il consiglio, imbocchi una strada anonima e d’improvviso ti trovi catapultato nel 1930. Intorno a te solo palazzi che sembrano caserme, una chiesa, un tabaccaio e una sede del Partito Comunista con annessa bandiera che sventola imperterrita. Perché da queste parti se ne fregano del centrodestra, centrosinistra, centrocentro e se chiedi a qualcuno di qui cosa ne pensa dei pentastellati lui ti risponderà «pentastellami stocazzo». Qui sono comunisti. Tutti. Da sempre. E sono contro, anche se non si sa bene contro chi o cosa, non importa, l’importante è che tu sappia che loro sono contro. Loro vivono qui, in questo quartiere, si lamentano delle strade, dei palazzi con i cornicioni che cadono, dei marciapiedi tempestati di merde di cane. Si lamentano di tutto e te lo dicono, ma se ti azzardi a dire che hanno ragione si incazzano come pantere. Perché qui sei a Shangai e devi portare rispetto, se vuoi fare come ti pare vai a farlo in centro con i fighetti del quartiere Venezia.

Questa è Livorno e questo è il quartiere Shangai, anzi Sciangai perché qui scrivono come parlano. Il nome lo deve alla densità della popolazione paragonabile a quella dell’omonima città cinese. La gente di qui non ha la più pallida idea di dove si trovi la vera Shangai, sa soltanto che anche lì sono tutti comunisti e questo è sufficiente.

Se guardi bene, oltre la chiesa, il tabaccaio e la bandiera con la falce e il martello, laggiù, alla fine della strada, c’è un barbiere.

L’insegna parla chiaro “Barbiere”, sottotitolo “da Lido”. Non è un parrucchiere e ci tiene a farlo sapere, lui è specializzato in barbe, poi se non gli fai girare i coglioni ti taglia anche i capelli. Quei ventisette metri quadrati facevano da cornice a quattro sedie di legno chiaro liscio, ovviamente senza cuscini, su ognuna c’è un numero di Novella 2000 di almeno quindici anni fa. Una foto di Berlinguer che sorride sulla parete di sinistra, accanto c’è la maglia numero 10 di Igor Protti con autografo originale, poi una foto di Berlinguer con il pugno alzato. Sulla parete frontale la bandiera del Livorno Calcio, subito dopo la foto di Berlinguer con Pertini. Sulla parete di destra c’è una lavagna dove qualcuno ha scritto “Se la merda fosse oro Pisa sarebbe un tesoro”, subito dopo c’è la foto di Benigni che tiene in braccio Berlinguer. Più in basso c’è un lavandino con la doccia che esce dalla ceramica e una sedia, sempre di legno chiaro e liscio, però questa è girevole. Insomma, è un posto da uomini.

In quartieri come quello di Sciangai la figura del barbiere aveva un ruolo fondamentale per gli equilibri della vita quotidiana. Lido era molto più di un semplice tagliatore di barbe e capelli. Sotto i suoi sapienti colpi di forbici e rasoio le persone si sentivano coccolate e inclini ad aprire l’armadio per far uscire qualche scheletro. In realtà si instaurava una sorta di scambio, una regola non scritta che prevedeva “io ti racconto qualcosa di mio e tu mi racconti qualcosa di qualcun altro” Lui era un confessore, anche più di padre Luciano, parroco del quartiere, che andava a tagliarsi i capelli solo per tenersi aggiornato sugli accadimenti che i suoi parrocchiani evitavano di raccontargli durante il sacramento confessionale. Lido ascoltava i tuoi peccati e alla fine ti assolveva usando una formula liturgica che non lasciava scampo, una sorta di sentenza universale valida per qualsiasi occasione, come il completo nero con camicia bianca che è un passpartout per matrimoni, battesimi e ricorrenze varie in cui è richiesta una certa eleganza. La frase che decretava la fine di ogni confessione era «vaini e corna chi ce l’ha son sua». (Vaini=soldi). Dopo questa sentenza l’interlocutore si sentiva pienamente assolto e Lido poteva riprendere a sferragliare con lame e pettini.

Lui è il tipico barbiere che non te le manda a dire, se avevi dei capelli di merda te lo faceva capire chiaramente con metafore alquanto colorite tipo:

«Buongiorno Lido, tutto bene?»

«Boia dè, o che capelli hai? Sei venuto col motoscafo?»

«Lascia perdere i capelli Lido, dimmi piuttosto qualche pettegolezzo dell’ultimo minuto»

«Se vuoi le novità di questo porto: o piove, o tira vento, o sòna a morto». Rispondeva il barbiere senza esitazione.

Lido ha tagliato barbe e capelli a tutti i maschi del quartiere, anzi, ormai per i più giovani entrare per la prima volta in quel mondo che sapeva di aria calda e dopobarba era un rito di iniziazione. Una vera e propria cerimonia.

Il giorno stabilito era di solito un sabato alle 15, il padre si metteva i pantaloni migliori e giacca di velluto, anche in pieno agosto, prendeva il suo figlio maschio sottobraccio e uscivano di casa dicendo alle donne della famiglia «Noi andiamo a diventare grandi». La madre aveva già preparato la sfoglia per le lasagne e la nonna era intenta a cucinare il ragù con la cipolla e la carota, che “queste donne moderne sanno ‘na sega di come si cucina” pensava fra sé e sé.

Il padre percorreva quei trecento metri che li separavano dalla bottega di Lido guardandosi intorno compiaciuto, rispondendo «eh già» a chi chiedeva «ma è già così grande?». Il ragazzo stringeva le mani a quelli che gli si paravano davanti facendogli i complimenti. Come se diventare grande fosse un merito conquistato sul campo.

Entravano trionfanti, il padre e il figlio, Lido faceva volteggiare la sedia girevole e per l’occasione aveva messo sulla spalliera un cuscino con la foto di Berlinguer. Per la seduta aveva lasciato perdere, perché non ce la faceva proprio a mettere la faccia di quel grande uomo sotto il culo di qualcuno.

«Allora giovanotto, come li facciamo questi capelli?» chiedeva Lido brandendo in aria pettine e forbici.

«A spazzola!» Rispondeva il ragazzo con l’aria sicura di uno che ha studiato anni per farsi trovare pronto a quella domanda.

Lido non aveva sentito la risposta ma se ne fregava, tanto questi sbarbati li vogliono tutti a spazzola.

E mentre sentiva le ciocche cadere il giovane si immaginava il momento in cui avrebbe fatto ritorno dai suoi amici. Lo avrebbero accolto in trionfo, adesso era grande. Forse era così che si sentivano quelli che guidavano la macchina per la prima volta, quelli che facevano ritorno a casa dopo il primo viaggio da soli, quelli che davano il primo bacio. Forse era così che si sentivano quelli che sapevano di essere amati da una donna per la prima volta.

Alla fine uscivano insieme, il padre e il ragazzo, ma stavolta non si toccavano, camminavano fianco a fianco, come due soldati di pari grado. Lido li guardava allontanarsi di spalle e scuoteva la testa, dietro di lui Berlinguer sembrava avere un sorriso un po’ più largo.

Filastrocca di Natale (o qualcosa di simile).

Natale che arriva sui tetti e le case, c’è un babbo panciuto che porta i regali,

si annusa nell’aria la neve che cade, si esprimono in coro desideri ancestrali

 

A Natale in cucina si sente l’odore di fritto, ragù e gamberi in fiore,

lo senti nel naso e ti impregna i vestiti, ti resterà addosso come sui muri i graffiti,

ma oggi è Natale e tutto è concesso anche se puzzerai senza averne ritegno,

proverai a ignorarlo ma senza successo, l’odore che hai addosso ti resta in eterno,

ma sopporti paziente quell’alone palese anche se sembri uscito da un ristorante cinese,

 

A Natale i parenti si guardan cortesi, è il preludio perfetto di discorsi inattesi,

con alcuni di loro ti mostri cordiale, mentre altri li guardi come un killer seriale,

suona al citofono lo zio un po’ pazzo, quando chiedi chi è risponde stocazzo

 

Il Natale è mia madre con la parannanza, per lei è festa ma non abbastanza.

Sedetevi a tavola come meglio credete, si sarà fatta un mazzo grosso come l’abete,

antipasti di mare e crostini toscani, se avanza qualcosa si mangia domani,

alla fine del pranzo ci si mette a parlare, si parla di Mario abbandonato all’altare,

è la terza volta che viene tradito, se continua così non sarà mai marito,

chissà che non pensi di cambiare sponda, se i cornuti volassero lui mangerebbe con la fionda.

 

Il Natale è mio padre che stappa il prosecco, gliel’ha dato un suo amico pare venga da Lecco,

non sa neanche dov’è quel posto lontano per mio babbo dopo Massa è tutta Milano,

lui conosce la storia della Livorno mai doma, ma a sud di Grosseto per lui inizia Roma.

Viviamo in provincia, siamo fatti così, ci sentiamo perduti lontano da qui.

 

Il Natale è mia moglie che prepara i biscotti, guardo i gesti precisi, misurati e ridotti,

questi anni passati forse ci hanno cambiato, ma lei è migliorata io so’ rincoglionito,

è stato un tempo felice, a volte incazzato, ma siamo stati bravi e non abbiamo mollato

il momento migliore di ogni giornata è trovarsi vicini comunque sia andata.

 

 

Il Natale è mia figlia che scarta i regali, me la ricordo bambina ma i gesti son uguali,

le brillano gli occhi per quello stupore, il regalo inatteso è sempre il migliore,

me la immagino donna e le auguro piano che trovi qualcuno che la prenda per mano,

tu che sarai l’uomo di questa bambina sappi che in camera ho una carabina

 

Caro Babbo Natale non ho fatto richieste, sono a posto così per la vita e le feste,

ma se passi stanotte con le renne e la slitta butta un occhio quaggiù anche dalla soffitta,

e fra un salto e un rimbalzo, con il tempo che avrai, pensa un poco anche a noi, perché non si sa mai.

Il Labyrintho adolescenziale.

La mia generazione è sopravvissuta alla moto senza casco, alla Panda senza airbag, al telefono grigio della Sip. Abbiamo assistito impotenti alla fine di Dallas e Happy Days, siamo usciti indenni dalle canzoni di Nino D’Angelo e dalle tette di Samantha Fox, magari con qualche diottria in meno, ma comunque salvi. “Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin” , diceva Jennifer Connelly in Labyrinth, ma tutte queste imprese eroiche sono niente in confronto alla prova estrema di relazionarsi con una figlia adolescente.

Capita all’improvviso, la sera le dai il bacio della buonanotte, guardi quel fagottino di ottanta centimetri, le rimbocchi le coperte e la lasci nella sua cameretta rosa confetto in compagnia di Winnie the Pooh e il lampadario di Peppa Pig. La vai a svegliare la mattina e trovi una tizia di un metro e quaranta con lo smalto nero, la stanza è tappezzata con i poster di Fedez, sul comodino il libro di uno youtuber di sedici anni dal titolo “La biografia di un uomo di successo”, Winnie the Pooh è impiccato al soffitto con il cavo del lampadario. In pratica hai dato la buonanotte a Biancaneve e il buongiorno alla sorella di Lady Gaga. Nel dubbio inizi a girare per casa con l’indice della mano destra sovrapposto a quello della sinistra a formare un crocifisso mentre reciti il Padrenostro stringendo un rosario mariano.

Da questo momento dovrai ripartire da zero, tutto ciò che avevi imparato sulla gestione di una figlia è stato spazzato via, proverai la stessa sensazione di smarrimento di quando il Furby cambiava personalità senza un motivo apparente.

Nessuno ti prepara a questo cambiamento repentino, voglio dire, fanno il libretto di istruzione per le televisioni in hd, assolutamente inutile peraltro, anche un bambino saprebbe installarlo, ci sono manuali per il montaggio della scrivania Ikea, anch’essi inutili, neanche un ingegnere astrofisico non riuscirebbe ad utilizzare tutte le viti. Ecco, quando diventi genitore l’ostetrica dovrebbe consegnarti il neonato con le istruzioni.

Se la situazione non fosse già abbastanza complicata ci pensano i social e i programmi tv a renderla drammatica. Il vero carico da undici nella relazione padre – Furby ehm figlia, ce lo mettono i talent musicali. Amici e X Factor su tutti. Ogni anno queste fucine del superfluo ci inondano con folletti saltellanti che si atteggiano a rockstar navigate. Ma non si limitano solo a cantare, essendo “bastardi inside” questi istrionici saltimbanchi fanno di tutto: creano capi d’abbigliamento, oggetti di design, scrivono libri, disegnano quadri improbabili. Ma soprattutto… organizzano i “Firmacopie”.

Per chi non lo sapesse il Firmacopie consiste nello stare in fila all’addiaccio per 48 chilometri per incontrare il “fenomeno” del momento con lo scopo di farsi autografare il suo cd, o libro (ahahah, libro, ahahahah), o qualunque altra cosa abbia creato la mente contorta del suo manager. Durata della fila 28 giorni, durata dell’incontro 13 secondi netti compresi i preliminari.

Il galateo adolescenziale prevede che tu debba stare con il sangue del tuo sangue per tutta la durata della fila, senza sbuffare, senza lamentarti e tenendo in spalla il suo zaino contenente probabilmente un tombino di ghisa a giudicare dal peso. State insieme fino all’ingresso, quando è il vostro turno la tua dolce bambina ti guarda come Ozzy Osburne farebbe con un pipistrello e sentenzia un «Te aspettami all’uscita».

In che senso??? Ho praticamente due ferri da stiro nelle scarpe, una scoliosi deformate e ora non posso entrare? Eh no cazzo, io entro e mi faccio autografare il tombino di ghisa con la fiamma ossidrica

Invece non entri e ti avvicini al recinto dei genitori in attesa. Lo riconosci subito, è uno spazio poco transennato all’interno del quale ci sono esemplari di quarantenni che fumano tenendo in mano lo smartphone, alcuni provano a socializzare fra di loro, altri si scambiano consigli su come domare le paturnie dei propri figli in tempesta ormonale. I più attrezzati si portano dietro anche la frusta e lo sgabello per dare dimostrazioni pratiche. I passanti li guardano compassionevoli, poi scattano foto e le mettono su Instagram con l’hastag #stopanimalialcirco.

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato il profilo Facebook o Instagram dei propri figli. Lo facciamo tutti, ci raccontiamo che è nostro dovere controllarli e metterli in guardia dai pericoli, sì, nobili intenzioni, in realtà siamo curiosi come le scimmie e cerchiamo di scoprire qualche “altarino”. Insomma, siamo un po’ giudiziosi e un po’ merde. Forse più merde.

Comunque si fanno scoperte clamorose leggendo i profili social degli adolescenti. Una su tutte: conoscono benissimo l’inglese. Alla loro età noi volevamo la cittadinanza anglosassone se riuscivamo a scrivere correttamente “The cat is on the table”. Loro postano foto con didascalie in un inglese perfetto, comunicano fra di loro in questa lingua universale mentre noi siamo ancora lì a chiederci quando entrerà in vigore l’esperanto.

Ma se li guardiamo bene un po’ ci somigliano, ci criticano, come facevamo noi con i loro nonni e citano strofe dei loro cantanti preferiti, proprio come noi.

Anche i loro gusti cinematografici ricordano un po’ i nostri, parlano con le frasi delle loro pellicole preferite, ieri per esempio mia figlia ha chiuso un nostro dialogo con «… tu non hai alcun potere su di me»- Anche a lei piace Labyrinth,, che tenera eh, la mia bambina, eh?

“Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte quanto la tua e il mio regno altrettanto grande… tu non hai alcun potere su di me.” (dal film Labyrinth – Dove tutto è possibile).

 

La besciamella divina.

Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, con mamma, nonna e zia. Figlio unico e nipote unico, mio padre si manifestava all’ora di cena e non seguiva le dinamiche famigliari. Lui lavorava.

Tutta questa frequentazione femminile mi ha portato a carpire i segreti più nascosti della tradizione culinaria. In pratica quando entravo in cucina nei giorni di festa era come entrare in massoneria.

La ricetta che più ha segnato la mia infanzia è quella della besciamella. Non tanto per gli ingredienti ma per la preparazione del prodigioso impasto. Era un rito esoterico, chi riusciva a farlo entrava di diritto nell’albo degli alchimisti del ventunesimo secolo.

Mia nonna era la gran visir, la mamma e la zia le sue fedeli adepte. Il rituale era pressappoco questo.

Prendi un pentolone, lo fai scaldare a fuoco lento, ci butti dentro una adeguata quantità di latte. farina, sale e noce moscata. Il burro no che faceva grasso e basta e comunque per dolce c’era il mascarpone, quindi andava bene così.

Una volta preparata la pozione arrivava la fase più delicata, mescolare gli ingredienti. C’erano regole ben precise, se sbagliavi qualcosa la besciamella “impazziva” e la nonna si incazzava come una cavalletta. (impazziva, dal greco “or’a son’o ca’zzi” = faceva i grumi).

In questa situazione di terrorismo psicologico era fondamentale scegliere la persona giusta addetta al mescolamento.

Innanzi tutto doveva essere una donna, fin qui niente di particolare.

Non doveva avere il ciclo. O meglio, non doveva averlo lei, ma neanche le sue parenti fino al terzo grado. Qui iniziava un giro di telefonate alle cugine, alle zie lontane, alle sorelle delle cugine perché non si sa mai. Roba del tipo «Pronto, scusa se ti disturbo, quando ti sono venute l’ultima volta? Ah, ok, ma sei regolare? Mi leggi i valori delle ultime analisi?». Ci sono massaie che hanno preso una laurea in ginecologia prima di poter fare la besciamella. Ma non era finita qui, se qualcuna delle assistenti aveva il ciclo non poteva per nessun motivo avvicinarsi e tantomeno toccare la persona addetta al mescolamento, pena sfilata per le vie del centro con la lettera scarlatta C di “ciclo”.

Seconda regola fondamentale: l’impasto andava girato solo e soltanto con la mano destra. La sinistra era quella del diavolo, i mancini erano figli del demonio e infatti facevano delle besciamelle di merda. Se vi sposate con una donna mancina fatele cucinare il cinghiale, l’abbacchio, il pesce siluro, il gatto Silvestro, qualunque cosa ma mai le lasagne. E soprattutto se notate che inizia a parlare azteco rivolgetevi a un esorcista. Questa cosa di mescolare solo con il braccio destro ha portato le massaie ad avere un bicipite tipo Silvester Stallone in “Over the top”.

Terza regola: girare il mestolo in senso orario. Se lo giri nell’altro senso dai uno schiaffo alla Madonna. A questo punto io me ne uscivo sempre con la stessa affermazione «Nonna, dipende da dove si è seduta la Madonna, se sta a sinistra il ceffone lo becca ugualmente, no?» La nonna mi guardava come se mi fossi pulito le scarpe sulla tovaglia di lino, si faceva il segno della croce alzando lo sguardo verso il soffitto e parlando sottovoce direttamente con l’Interessata, poi si rivolgeva a me dicendo «Se continui così vedrai cosa ti succede». Io la sera andavo a dormire con il terrore che mi venisse il ciclo.

Quarta regola: la “mescolatrice” non doveva togliere lo sguardo dalla pozione. Poteva sbattere le palpebre, ma non più di una volta al minuto. Non di rado venivano chiamati i cronometristi della federazione internazionale di atletica per prendere i tempi. Come scattava il sessantesimo secondo nella stanza rimbombava un «Sbatti!». L’addetta alla mescolanza doveva essere indifferente a qualsiasi distrazione, al telefono che squillava, alle richieste di soccorso e alle corna di Ridge durante la centoventisettemilionesima puntata di Beautiful. Di solito la mescolatrice veniva isolata tramite l’inserimento della testa dentro un casco da parrucchiera impostato sulla modalità di rumore “Reattore nella valle dell’eco”.

Quinta ma più importante regola. La regola regina: se sei arrabbiata la besciamella “impazzisce”. Vale anche se inizi calma e ti incazzi mentre mescoli. Quindi l’ordine era di parlare sottovoce, niente movimenti bruschi e se non potevi fare a meno di parlare alla mescolatrice dovevi prima fare un’ora di meditazione zen e poi rivolgerti a lei con «Cara perdona la mia invadenza… » Era consigliabile farlo con un sorriso devoto, a mani giunte e possibilmente essere in odore di santità.

Se tutto andava bene la mescolatrice veniva portata in trionfo per tutto il quartiere, con caroselli e cori da stadio tipo “Siam venuti fin qui, siam venuti fin qui, per mangiare lasagne così”.

Adesso le cose sono cambiate, le famiglie sono meno numerose, c’è il padre che lavora, la madre che lavora e i figli che non si riesce a capire se siano destri o mancini perché usano lo smartphone con entrambe le mani. Ma non dobbiamo disperare, oggi esiste la “mescolatrice” perfetta. Non ha il ciclo, mai, non è mancina, gira l’impasto in senso orario, non si distrae per nessun motivo al mondo e non si incazza neanche se lasci la tavoletta del water alzata. Costa più di mille euro e si chiama Bymby.

Fa un impasto strepitoso, niente da dire, ma io continuo a sognare le donne della mia famiglia e la loro besciamella della Madonna.

Pane, mozzarella, yogurt e maledetto ultimo quindici.

Per noi ragazzi degli anni ’80 una delle soddisfazioni più grandi era riuscire a risolvere “il gioco dei quindici”. Per quelli cresciuti a Playstation e YouPorn (che quindi non lo sanno), il mitico “quindici” consisteva in un rompicapo: una tabellina di forma quadrata all’interno della quale c’erano 15 tessere numerate da spostare e mettere in ordine da 1 a 15, per l’appunto. Ok, detto così sembra una cazzata, ma vi assicuro che c’erano persone che organizzavano caroselli in piazza e fuochi d’artificio ogni volta che riuscivano a risolvere il diabolico giochino.

Era tutta una questione di logica e mosse giuste. Arrivavi all’ultima tessera e ti ritrovavi il 15 al posto del 14, ma era quasi fatta. Spostavi il 12, facevi posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… partiva il trittico magico:  “vaffanculo”- cazzotto sul tavolo – giochino di merda rinviato di piede a 90 metri. Stile Dino Zoff.

Non c’era niente da fare, arrivavi ad un passo dal traguardo, sbagliavi una mossa e ti si incasinava tutto. Un po’ come nella vita.

Ecco, dovessi fare un paragone con i tempi moderni, direi, senza ombra di dubbio che “il gioco dei quindici” è come fare la spesa al supermercato con il Salvatempo. Qualcosa di apparentemente innocuo, innocente e rassicurante, praticamente Maculay Culkin in “L’innocenza del diavolo”. Vediamo nel dettaglio il dramma umano che può abbattersi su un uomo medio italico alle prese con questo strumento del Maligno.

Il preludio alla tragedia inizia con toni soft, come in tutti i film horror che si rispettino.

Sono le undici di una domenica mattina, c’è il marito sul divano, la televisione sintonizzata sull’oroscopo di Paolo Fox di bianco vestito che pronostica, con una certa soddisfazione, una settimana di merda per i segni d’aria, per quelli doppi in particolare, per i gemelli nello specifico. Ma non per tutti i gemelli, solo per quelli seduti sul divano alle undici di mattina. La moglie è in cucina, cioè, la moglie del tizio sul divano è in cucina, quella di Paolo Fox invece starà sicuramente riposando perché fa un lavoro particolare, che la tiene fuori la notte. No, non è l’astronoma. Torniamo a noi, l’atmosfera pre-prandiale della piccola famiglia viene bruscamente interrotta da una frase proveniente dalla cucina e che per il marito “divanato” ha lo stesso effetto che ha il fischietto ad ultrasuoni sui i cani. Che non capiscono bene da dove arrivi, ma sanno che seguirà una rottura di palle. La frase in questione è «Se per caso esci mi servirebbe…». Il finale non importa, ormai l’uccello padulo ha già spiccato il volo e si sta inesorabilmente avvicinando. L’uomo perde conoscenza per ventidue secondi e quando torna in sé capta soltanto «… tanto fai presto perché c’è il salvatempo». In altre parole, il povero martire dovrà andare al supermercato sotto casa a fare la spesa. Oddio, “la spesa”è una parola grossa, deve comprare pane, mozzarella e yogurt. Non necessariamente in quest’ordine.

Pane, mozzarella, yogurt. Pane-mozzarella-yogurt. Panemozzarellayogurt. Ce la può fare. Per sicurezza però si scrive il biglietto con la lista. Anzi, lo fa scrivere alla moglie. Perché in questo caso il biglietto non serve a ricordare i prodotti da comprare (#panemozzarellayogurt) ma sarà usato come prova regina a favore dell’imputato durante il processo protocollato come “ti sei dimenticato lo zucchero”. Eh no signor giudice, il foglietto parla chiaro “panemozzarellayogurt”, le altre parole indecifrabili sono imprecazioni scritte da me durante il tragitto casa-banco frigo, che comunque sono completamente estranee a questo dibattimento. Quindi, cari amici uomini, mai, e dico MAI, buttare la lista della spesa nell’immondizia. Va conservata vent’anni, come i pagamenti del 7 e 40.

Quando state per uscire la vostra compagna di vita vi ricorderà di prendere il telefono, voi non sapete il motivo, ma lei sì. Bene, siete pronti. Panemozzarellayogurt non ti temo.

Il nostro eroe giunge all’ingresso del supermercato. L’entrata è luminosa e accogliente, le porte si aprono automaticamente e una brezza di lavanda e rosmarino lo spinge a varcare la soglia.

È iniziato “il gioco dei quindici” e i primi quattro numeri sono andati via lisci. Grazie al cazzo, sei appena entrato.

La prima vera difficoltà consiste nel prelievo della pistola Salvatempo. Il problema è che ce ne sono centinaia, una parete intera di pistole da fare invidia al poligono di tiro di Pontedera Il nostro impavido ne prende una a caso. Bloccata. Prova con un’altra. Bloccata. Legge le istruzioni sul pannello, passa la tessera del supermercato sotto la banda luminosa e… non succede niente. Riprova, una pistola si accende, ok, il caricatore è pieno. Che guerra sia..

Inizia a scivolare con la schiena lungo le pareti dei surgelati, fa capolino per controllare il campo, poi impugna la sua arma con entrambe le mani e la punta verso il pensionato al banco dell’insalata gridando «Crepa fottuto vietcong!».

Il nostro cowboy continua a ripassare mentalmente la lista “panemozzarellayougurt”, rilegge il biglietto, perché non si sa mai. “Pane, porcatroia, mozzarella, merda, che coglioni, yogurt, Paolo Fox untore”.

Prende il numeretto per il banco del pane.

«Mezzo chilo di pane», chiede alla commessa che lo guarda con compassione.

«Pane come? Casalingo, rosetta? Baguette?», risponde la stronzetta con occhi beffardi. Ma che ne so, pane, maremma maiala, pane e basta. Pensa lui digrignando i denti.

«Casalingo… », risponde infine con la voce rotta da un brivido di terrore.

«Sì, ma casalingo chiaro o casalingo scuro?», rilancia la bastarda.

«Ma lei lavora insieme alla moglie di Paolo Fox?», chiede lui facendo scrocchiare le nocche delle mani.

«Come dice?».

«Ho detto, casalingo chiaro, per favore. Però me lo deve lanciare gridando “pool” così lo prendo al volo con il Salvatempo».

Ok, sistemati anche i numeri da 4 a 8. Il nostro giochino procede.

Panemozzarellayogurt.

E’ la volta della mozzarella. Lì, il nostro tiratore scelto, si ricorda le parole di sua madre quando lo mandava a prendere il latte e lui usciva con il terrore di incontrare Gianni Morandi. «Prendi quello dietro che scade più tardi». Probabilmente lo stesso principio si può applicare anche alle mozzarelle.

Panemozzarellayogurt.

Ecco, il nostro condottiero è arrivato alla scelta dello yogurt. Ma quanti tipi ne fanno? Ai frutti di bosco, a tutti i tipi di frutta di tutto il Fantacazzobosco, vegetali, senza latte, col bifidus, leggero, alto, basso, grasso, snello, brutto, bello, Riccardo, Riccardo (che quello fa i corredi ma mi sta sui coglioni come il bifidus). Yogurt! Sant’iddio, che ci vuole? Prendi un barattolo bianco, un pennarello indelebile e ci scrivi sopra “Yogurt”, con lo slogan “C’è questo, se non ti piace vaffanculo”.

Panemozzarellayogurt.

La lista della spesa è finita! Sistemati i numeri da 9 a 12! Ormai ci siamo.

Il nostro beniamino si avvicina alla cassa quando improvvisamente… gli squilla il telefono.

«Ciao, sei ancora lì?, perché mi servirebbe il lievito di birra». Lei lo sapeva che ti sarebbe servito il telefono, ricordi?

«No, mi dispiace, sono appena uscito, ma se vuoi torno dentro, rifaccio tutta la fila, c’è tantissima gente, forse qualcuno non sopravviverà, ma se ti serve torno dentro».

Il lievito di birra non ha la più pallida idea di cosa sia e poi il nostro paladino è astemio e la birra proprio gli fa schifo.

Ok, dopo lo scampato pericolo non rimane che andare alla cassa e pagare. Il 13, 14 e 15 e il rompicapo sarà risolto.

Ma chi decide di schierarsi dalla parte del crimine brandendo la pistola del Salvatempo deve essere emarginato. Non ha diritto a interagire con una cassiera in carne e ossa, è obbligato a usare il suo ultimo proiettile sparando contro un monitor cercando di colpire il bersaglio con la scritta “Concludi la spesa”. E non ci pensare neanche a fallire il colpo. Non esiste una seconda chance. Il nostro novello Capitan Futuro chiude l’occhio sinistro, mano sul grilletto, fiato sospeso, un condor vola alto nel cielo. Bang! Bersaglio centrato. Colpito e affondato.

Ma qualcosa va storto. Il monitor inizia a diventare rosso e lampeggiare, una sorta di allarme atomico che destabilizza tutti i presenti. Il nostro Actarus di Ufo Robot si sente al centro dell’attenzione come quando da bambino fece la pipì nella vasca della piscina e l’acqua si colorò di un verde acceso. Ma quella era semplice ammoniaca a contatto con un reagente qui si tratta di… RILETTURA!!!

E’ qualcosa di umiliante, la rilettura, come se ti dicessero «hai la faccia di chi ha tre omicidi sulla coscienza. Meglio controllare», non ispiri fiducia. E allora il nostro Terminator inizia davvero a sudare freddo, gli passa tutta la vita davanti, inizia a ripercorrere a ritroso ogni singola mossa dal momento in cui ha messo piede in quel maledetto supermercato. «Ci sarà caricato anche il pensionato? Ho sparato al culo della commessa, se ne accorgeranno?».

Il controllo va buon fine, nessun reato evidente riscontrato. Ora il nostro Power Ranger può uscire.

Il 9 va al suo posto, il 10 e 11 lo seguono, il 12, il 13, solo il solito 15 al posto del 14.

Già, l’uscita. Il nostro maschio alfa arriva al cancelletto automatico ma… non si apre! Il primo istinto è scavalcarlo ma il direttore del supermercato lo sta guardando con un’espressione che dice «se ti azzardi a farlo ti mando a schiacciare i ricci col culo». E’ in confusione, chiede l’aiuto del pubblico ma quelli alzano il dito medio, non rimane che la telefonata a casa. Senti che il telefono sta squillando, dall’altra parte una voce amica non dice neanche “pronto”, ma esordisce con  «devi mettere il codice a barre dello scontrino sotto il lettore. Lo sapevo che non ero uscito, ti aspetto a casa, dobbiamo parlare».

Finalmente hai il via libera, ma non puoi prendere la porta a sinistra perché è riservata all’ingresso, quella centrale è volutamente occultata da due piante di baobab, alla tua destra ci sono le frecce con scritto “Partenza” tipo Il gioco dell’oca. Ho visto gente che per uscire dai supermercati è salita sul tetto dello stabile chiedendo un elicottero e una Alfa Sud con 120 mila euro nel bagagliaio in banconote di piccolo taglio. La fuga non è mai andata a buon fine perché dove cazzo la trovi una Alfa Sud di questi tempi?

Incredibilmente il nostro Ranatan arriva a casa ma il pane casalingo doveva essere di quello scuro, la mozzarella è scaduta da tredici minuti, perciò quando l’hai presa era ancora buona, è scaduta a te! E lo yogurt doveva essere quello da bere e non in vasetto.

E allora al nostro Medioman non rimane altro da fare se non spostare il 12, far posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… “vaffanculo”-  cazzotto sul tavolo – rinviare lontano il giochino di merda. Stile Dino Zoff.

Il sabato viene sempre prima della domenica.

I giorni della settimana vanno via lisci. Sveglia alle sei, quaranta minuti per passare dalla tazza della colazione a quella del cesso, un’ora per arrivare sul posto di lavoro, rientro a casa per cena. Un saluto a mia figlia, che nel frattempo è cresciuta di due millimetri e mezzo, uno a mia moglie, che non è cresciuta in altezza ma in luminosità e l’ultimo saluto al cane, secondo componente di sesso maschile della famiglia, adottato con il chiaro scopo, mio, di pareggiare i conti e non essere più in minoranza. Dopo due mesi il tenero cucciolino aveva già capito come girava il mondo e mi ha trascinato dal veterinario sotto casa per farsi castrare.

Tutto questo si ripete in loop e mi sembra di essere Drew Barrymore in Cinquanta volte il primo bacio se non fosse che lei ha le tette. No, quelle le ho anch’io. Se non fosse che lei non ha la barb… no, neanche. Se non fosse che lei ha i capelli. Ecco.

Sembra tutto abbastanza ripetitivo ma poi arriva il sabato. E lì le sicure abitudini vengono sbaragliate. Il sabato mattina mia figlia va a scuola ma io non lavoro, quindi posso dormire di più. Cioè, potrei. Alle sette in punto suona la sveglia, teoricamente è per la fanciulla e la mamma, ma mi sveglio io. Qui iniziano i dilemmi. Se mi alzo per andare in bagno scatta la tagliola del «dato che sei in piedi la accompagni tu?». Non sono in piedi!, mi sto trascinando verso il bagno perché ho la vescica come una zampogna, ma il piano era di rimettermi a dormire. Di solito la mia coscienza mi morde forte e rispondo con un «certo tesoro, mi sono alzato per quello». Accompagnando la frase con un cazzotto virtuale allo spigolo della porta per sfogare l’amarezza, che tanto è buio e nessuno mi vede.

Oppure c’è il piano B: fingere spudoratamente di dormire. Qui apro una piccola parentesi.

Ogni tanto mi capita di andare a letto quando lei sta già dormendo. Sì bambini, dopo aver sfatato il mito di Babbo Natale è giunto il momento di darvi un’altra delusione: le mamme dormono! E se le svegliate si incazzano pure e nella loro semi incoscienza sono capaci di dire cose che a confronto Jack lo squartatore è il nonno di Heidi. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te falla ubriacare? È una stronzata pazzesca. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te svegliala nella fase rem. Quindi quando entro in camera, al buio, cerco di fare meno rumore possibile. Perché la verità mi farebbe male, lo so. In poche parole mi trasformo in un ibrido fra un ninja e un anticristo. Cammino in punta di piedi, livello di rumore tendente allo zero decibel, al secondo passo pesto la presa multipla del televisore, rumore esterno zero decibel, rumore dell’intima imprecazione diecimila decibel; poi è la volta di un classico, il mignolo contro lo spigolo del letto. Qui il rumore blasfemico deve essere un po’ più alto perché vibra leggermente la porta a vetri, faccio per entrare nel letto e do una testata al manubrio della cyclette. Ancora nessun suono esterno, stavolta non parte neanche l’imprecazione al divino perché perdo conoscenza. Ci addormentiamo così, io e il mio trauma cranico.

La situazione cambia quando il sabato mattina io fingo di dormire e loro si alzano. Sembra di stare al mercato rionale del pesce azzurro mentre passa la banda di paese con gli sbandieratori di Siena. Luci che si accendono e si spengono creando un mix tra San Siro e il Cocoricò, porte che sbattono, frasi lanciate per il corridoio tipo «hai preso la merendaaa?», «mamma che scarpe mi devo mettereee?», «uomo in mareeee». In mezzo a tutto questo ci sono io che ormai ho affinato la tecnica dell’opossum: mi fingo morto.

Il sabato mattina va via così, con me che giro per casa come se avessi l’hangover cronico fino all’ora in cui esco per andare a prendere mia figlia a scuola. Perché, i maschi alfa me ne daranno atto, il sabato mattina i padri vanno a prendere i figli a scuola. Senza se e senza ma.

E in quei quaranta metri quadri di cortile che ti separano dal sangue del tuo sangue le differenze fra uomini e donne emergono in tutta la loro magnificenza.

Le donne fanno gruppo, si scambiano opinioni, stringono alleanze. Nei cortili della scuola le donne decidono chi mandare al governo. E ci riescono.

Gli uomini no, noi ci salutiamo a malapena, abbiamo cose molto più importanti a cui pensare. Noi mandiamo culi nei gruppi whatsapp, ascoltiamo messaggi vocali a tutto volume perché ancora non abbiamo scoperto che se metti l’iphone all’orecchio puoi sentirlo solo tu senza rompere i coglioni a nessuno. Noi uomini interagiamo con altri simili, ma a distanza, come se guardare in faccia qualcuno mentre si parla ci inibisse. E allora rimaniamo lì con il nostro surrogato di vita in mano ad aspettare di essere risvegliati da una voce familiare che ci dice:

«Ciao babbo».

«Ciao tesoro, com’è andata a scuola?», diciamo, senza alzare lo sguardo dal telefono.

«Bene».

Perché va sempre bene. Cazzo, quando andavo a scuola io mi facevano un mazzo come un portaombrelli.

Arriviamo all’auto, i padri più compassionevoli portano lo zaino dei figli ma continuano a mandare messaggi whatsapp. Guidiamo fino a casa concentrati sulla strada, parcheggiamo, riprendiamo lo zaino, perché siamo persone di cuore e terminiamo la conversazione “culi n’aria”. Arriviamo in casa e nostra moglie ci guarda strano ma non ne capiamo il motivo. Poi vediamo nostra figlia che si manifesta nell’angolo buio della cucina. Qualcosa non torna, ci voltiamo verso la persona che ci ha accompagnato nel tragitto scuola-casa guardandola in faccia per la prima volta e tutto si fa chiaro. Ho varcato la porta d’ingresso tenendo per mano un dodicenne rumeno.

Ma tutto è bene quel che finisce bene, il pomeriggio del sabato fila via senza troppi sobbalzi, l’adolescente rumeno è stato riconsegnato ai legittimi genitori che in cambio mi hanno dato due forme di kashkaval, il nostro caciocavallo, ma rumeno. La domenica finisce prima di riuscire a dire apericena e in un attimo sono pronto a rientrare nei panni di Drew Barrymore, con qualche capello in meno.

Ogni tanto però mi sveglio in piena notte, mi siedo sul letto e sento i respiri della casa, quello di mia moglie vicino a me, di mia figlia nella stanza accanto, quello dell’eunuco quadrupede, non so neanche che giorno della settimana sia, non ha importanza, noi continueremo ad affrontare all’infinito il sabato mattina. Come se fosse il primo.

Gli “Altrove”.

Partiamo tutti da qui, da questo posto che attira sciagure, una dopo l’altra. Lasciamo questo luogo che nessuno vuol vedere, come se fosse il culo del mondo.

La strada si scioglieva morbida, un serpente liquido sotto un cielo che prometteva vento di Mistral e polvere da sparo. Continua a leggere

Tra il sogno e lo sparo.

Da un momento all’altro sentirò lo sparo. Lo sguardo è fisso a puntare qualcosa che non c’è. Un punto astratto come il respiro del mare. I muscoli tesi, che se il vento soffiasse un po’ più forte ne sentiresti il suono. Il respiro in attesa di un segnale, il via libera ai bombardamenti.

Tutto rimane sospeso, nell’attimo che precede lo sparo. Come l’anteprima di un bacio attesa da un tempo eterno.

Ci siamo quasi, me lo sento. E allora chiudo gli occhi, che forse nessuno mi vede, forse nessuno verrà a chiedermi se ho paura. Chiudo gli occhi, l’istante prima del boato e in quell’universo in attesa ci vedo mio padre, in un giorno che pioveva, a guardare verso la finestra, oltre i muri dei palazzi di quel quartiere popolare, oltre l’autostrada che tagliava l’orizzonte. Guardava oltre i fumi delle fabbriche, a cercare qualcosa che lo facesse sentire meno solo. Un’intuizione di felicità. Lui faceva vagare lo sguardo e alla fine lo trovava. Il mare aperto.

In quei secondi che anticipano la corsa del proiettile ci vedo mia madre seduta sui gradini, con il maglione verde incrociato sul davanti e una gonna a quadri, che sorride, si portale mani ai lati della bocca, nel gesto inconsueto di amplificare la sua voce. Gonfia il petto, quasi ad inalare tutto l’ossigeno del mondo e con i polmoni pieni di sgomento mi grida “Scappa”, proprio così, “Scappa, come fai tu, a prendere l’anima per la coda. Scappa. E non pensare a niente.” Proprio così, dice. E si vede che è felice.

In quei secondi lì, quelli prima del delirio, ci vedo Agata degli spilli, intenta a cucire l’abito della festa, di una festa qualunque. Una festa di qualcun altro. Lascia cadere il filo del tessuto e dei pensieri, mi prende il viso fra le mani. E si capisce che mi ama. Lei che mi permette di alimentare questa assurda convinzione di lasciare sempre tutti alle spalle. Non sarà così, ma lei me lo lascia credere. Perché quando ami qualcuno non ti passa neanche per la mente di svegliarlo dai suoi sogni. Agata è così, quasi un’idea, qualcosa che assomiglia a quei giorni in cui esci di casa e l’inverno è finito.

E’ il momento dello sparo, apro gli occhi e guardo verso un’intuizione, E lo vedo anch’io. Il mare aperto. E inizio a scappare, nel modo in cui so fare solo io, più veloce che posso, a cercare un vento che mi asciughi l’anima. Guardami Agata, guardami adesso, mentre volo verso la incosciente convinzione. Guardi mentre lascio tutti alle spalle.

E ormai la vedo, la linea bianca del traguardo, posso quasi sentirne l’odore. Scappo verso quel confine fra la gloria e la disfatta. Mi aspetta, come una buona idea.

Adesso che tutto è compiuto riprendo il normale battito del tempo, in attesa di un pretesto per arrivare sulla prossima linea di partenza e scappare nuovamente. Perché forse il senso di una vita intera sta tutto lì, in quei cento metri che separano la follia di un sogno da un colpo di pistola.