La valigia senza peso

Finì di piovere il giorno della festa del santo. In realtà nessuno aveva mai dubitato di questo. Non c’è memoria di una festa del santo sotto la pioggia. Il temporale era finito, come era logico aspettarsi, se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche pozzanghera qua e là, che presto sarebbe scomparsa, eliminando definitivamente le prove del suo passaggio. Andato, svanito, così come si era manifestato adesso non esisteva più. Come quando arrivi alla sera, in un giorno come tutti gli altri, che neanche te lo saresti aspettato che fosse quel giorno lì, invece arrivi alla sera e ti rendi conto che quel dolore non c’è più. Finito, come era logico aspettarsi. Se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche livido in fondo all’anima, che sarebbe rimasto lì per sempre, mostrando in eterno le prove del suo passaggio.

Sabrina è arrivata qui, oggi, per caso, viene da lontano, in fuga da qualcuno e cerca chissà cosa. Ed è arrivata qui. Cammina per i vicoli, come se fosse in cerca di risposte. Cammina tenendo in mano una valigia senza peso, cerca meraviglie. E oggi le troverà.

Sabrina è partita qualche giorno fa, ha lasciato il suo lavoro di insegnante, suo marito che dormiva abbracciato ad un fucile e una bottiglia, suo fratello chissà dove sotto tre metri di terra e una raffica di mitra nel costato, ha lasciato il suo paese con un mare troppo scuro ed un cielo troppo basso che si piega sotto il peso delle bombe, che da quelle parti tiri a sorte con la vita.

E’ partita per trovarlo, il suo sogno, per farsi cogliere dallo sgomento e dalla bellezza che avrebbe accompagnato la sua ricerca. E’ partita per imparare a crederci davvero nel suo sogno possibile.

E’ arrivata qui, con una valigia senza peso, il giorno della festa. E trova Robert l’inglese, che suona con le dita i suoi bicchieri e ti ci perdi a guardare quelle mani frettolose che corrono sui bordi di vetro, come chi ha perso ogni speranza e danza sul ciglio di un burrone.

Trova Coppelia delle tenebre, che morì dieci anni fa ma nessuno glielo disse. Si aggira per i vicoli bui di questo borgo declamando versi di Lucrezio e Ceronetti, gli occhi neri come il culo dell’inferno e la voce di ragazza davanti a uno stupore. Un vestito di nebbia fitta a coprire il suo scheletro inquietante. Si avvicina ad un metro dal cemento, ti si pianta davanti, con quell’anima che ha e ti sfiora il viso con un dito. E tu lo senti il freddo delle ossa sulla pelle e preghi iddio che non si abbandoni mai. Ma Coppelia fa un inchino e si allontana e a te non rimane che un rivolo di cenere sullo zigomo sinistro.

Sabrina non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

Da un angolo un po’ nascosto sbuca Mirandola dei ratti, vestita di crepuscoli e curiosità. Si aggira fra la gente all’ora del tramonto con il suo corteo di topi a farle da riparo. Sono scappati da una fiaba che profumava di tragedia, sfuggiti al controllo del loro distratto romanziere. Mirandola non ha un passato, la penna dell’autore non ha fatto in tempo a descrivere i giorni che ha vissuto. Così non conosce i suoi pensieri di bambina, il batticuore e le complicazioni del destino di ragazza. Non sa cosa sia l’amore da ricevere e poi dare, le notti con lenzuola intrise di istinto e di sudore. Lei impara ogni singolo dettaglio guardando le persone che le passano vicine, prende la tua mano fra le sue, ti soffia sulla fronte. Ti ruba un singolo ricordo, uno soltanto e in cambio ti dona un topolino per farsi perdonare. Lei, curiosa come un gatto.

Sabrina è frastornata, in mezzo a tutta quella gente dimentica il rumore delle bombe, dimentica l’odore aspro della guerra. Questo è soltanto il suo viaggio e non ci vuole rinunciare. Non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

In mezzo alla discesa che porta alla piazza delle erbe c’è la tenda di Alice del nigredo. Alchimista e ciarlatana, insegna filastrocche ai bambini e piaceri di altro tipo ai loro padri. Un po’ strega in calze a rete un po’ fata immacolata, additata come eretica dalle donne del paese, bramata come il vino nel deserto dagli uomini furtivi. Trasforma il metallo in oro, il vile in guerriero, medica le ferite dell’anima cantando frasi in rima.

Sabrina si affaccia all’ingresso di quella tenda, un gesto appena accennato.

  • Ti stavo aspettando ragazza della sabbia, dimmi cosa cerchi e io ti aiuterò
  • Cerco le risposte, tutte quelle che posso avere, le cerco da sempre, da quando quel boato annunciò l’inizio di un mondo che non volevo. Non le trovo, le mie risposte, maledizione non le trovo.
  • Saranno loro a trovare te, è sempre stato così, fin dall’inizio dei tempi. Noi non possediamo niente, abbiamo solo l’illusione del possesso. Adesso chiudi gli occhi, segui il ritmo del respiro, pensa alla domanda, sceglila bene, senza giri di parole. Quando sarai pronta apri gli occhi e prendi la tua risposta da uno di questi calici di fronte a te. E non dimenticare mai che sarà stata lei a scegliere te.

Sabrina formulò la sua domanda, era un pensiero deciso, quasi fastidioso, puntuale come l’inizio dell’inverno, poi senza dire una parola aprì gli occhi e prese un biglietto da un calice viola.

  • Questo è ciò che stavi cercando, solo tu riuscirai a comprenderne l’esattezza dell’inchiostro sulla carta.

Le due donne si guardarono per un istante lungo quasi un’esistenza, poi Alice la baciò sulla bocca e le indicò l’uscita.

Appena in strada Sabrina aprì la sua valigia, completamente vuota, portata in giro per metterci dentro le risposte, prese il biglietto che teneva tra le dita lo rilesse ancora una volta.

Lasciò fuori i timori, le paure e i ripensamenti, mise dentro solo quel biglietto, con la sua potente filastrocca.

Chiuse la valigia e partì.

  • Svegliati Sabrina, è ora di scrollarsi i sogni di dosso.

La ragazza aprì gli occhi, i contorni della stanza le furono subito familiari, un rapido inventario con lo sguardo, giusto per essere sicura che fosse tutto regolare. Ad una prima occhiata non si notavano sobbalzi strani, solo un biglietto rosso arrivato da chissà dove, l’inchiostro color oro proclamava una filastrocca che suonava come una sentenza.

“Dopo una lunga guerra Re Bianco si arrese. – Mandami alla forca, dunque! – Ma Re Nero gli donò castelli, cavalli e tesori. – Non li voglio! – No? – E la guerra ricominciò

Se questo sogno avesse una colonna sonora sarebbe questa: Dei pensieri – Ezio Bosso

L’amore forte.

C’è una bambina seduta sulla spiaggia che guarda verso il mare, in mezzo all’acqua c’è una donna vestita come un vento di Marrakesh, sembra un quadro in movimento,. qualcosa da ammirare senza farsi domande.

E’ così che funziona, le capita sempre più spesso, si alza all’improvviso dal divano, indossa qualche tipo di abito improbabile ed esce, con un’unica irremovibile destinazione. Il mare. E’ così che deve essere, in quelle mattine appena affacciate. Quella donna dall’età indefinita esce di casa per andare a fare l’amore.

Arriva alla spiaggia e sorride. Va verso quel deserto di acqua con uno sguardo di sfida, un passo sicuro e sinuoso, di chi è avvolto da pensieri scandalosi e non fa niente per tenerli nascosti. Si ferma ad un respiro dalla riva, da quel confine preciso in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire.

Alla fine si guardano, quella donna e il mare. E lo fanno forte, quasi a farsi male. E si immerge dentro, quella donna, in una distesa smisurata di acqua e tempeste, in quell’amante fragile e deciso, come un arcobaleno costante. E fanno l’amore. L’amore insicuro, delle sei del mattino, dell’acqua immobile, che quasi hai paura a metterci dentro le mani, che ci passi sopra le dita. L’amore, quello vero, quello senza ritorno, con le mani fra i capelli a guidare la testa verso una forma di paradiso. Quello che lascia i segni sulla pelle, che il giorno dopo li guardi nello specchio e ti mordi le labbra. L’amore forte, che ti graffia la schiena e l’esistenza, che ti allarga gli sguardi e i sospiri. L’amore sconosciuto del mare impetuoso, che non ti dà tregua, che ti strappa i vestiti e le voglie. Il mare indecente che fa sentire i denti sul collo e lecca le pieghe dell’anima. L’amore disperato del mare, che ti devasta i fianchi con spinte rabbiose, tenendoti in bilico fra la voglia di urlare e la fame di ossigeno. L’amore clandestino, con le spalle contro il muro e le gambe intorno alla vita. A tutta la sua vita. E lo senti arrivare quell’uragano implacabile di spasmi e lamenti e un po’ ti spaventi, ma punti i piedi, apri le braccia e lasci crollare i muscoli in quel confine preciso in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire.

In giornate come queste quella donna esce di casa, con addosso un vestito improbabile e va a fare l’amore forte. Quello che ti stravolge i sensi. L’amore di chi non sa più come fare.

Io sono Eleonora e quella donna è mia madre, o almeno lo è stata fino al giorno in cui non ha più fatto ritorno. Si è arresa a quel mare, disciolta in tutto quel mondo insidioso fatto di onde e correnti. Solo onde e correnti. A perdita d’occhio. E’ stata inghiottita da quel richiamo ammaliante.

Pioveva quella mattina, di una pioggia strana, verticale e pesante, non era un temporale arrogante, ma caduta precisa di acqua, come un velo a tinta unita, come una preoccupazione costante. Una di quelle sensazioni che hanno l’aria di non finire più. Il mare sembrava un dipinto neorealista, con la sua pelle crivellata da pallottole infinite. Era uno sguardo capace di scatenare pensieri inattesi. La strana visione di acqua nell’acqua.

Lei disse soltanto “questo cancro che mi mangia l’anima non mi avrà mai. Vivi senza fretta bambina mia e quando non sai più come fare vieni qui e guarda il mare. Mi troverai là”.

E lo faccio, ogni volta che mi scappa l’anima, lo faccio. Mi siedo su questa spiaggia e guardo quel confine preciso, in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire. E lo sento quel mare addosso, quel suo modo di abbracciarmi la vita. Quel suo modo di fare l’amore. L’amore forte.

 

La rabbia addosso

Mi sveglio, nel cuore della notte, apro gli occhi e lei è lì, in piedi a fianco del letto che mi guarda.

–          Cristo santo! Mi hai fatto prendere un colpo. Che succede?

–          Hai scritto oggi?

–          Sì, qualcosa, ma faccio fatica, le parole mi sfuggono. Ho bisogno di un’ispirazione.

–          Scrivi di me.

–          Non posso Arianna, mi prenderebbero per pazzo. Prenderebbero per pazzi entrambi.

–          Io parlo e tu scrivi di me.

 

Arianna te la trovi accanto, non sai neanche come abbia fatto ad arrivare fin lì, senza farsi sentire, senza un rumore. Arianna arriva leggera, come quelli che non hanno colpe da espiare.

Non dice mai una parola, ti guarda, con i suoi occhi svelti, ma non apre bocca. Lei si parla dentro. Come se avesse bisogno di tenere al riparo le sue emozioni. Arianna ha trentadue anni da quasi quindici anni e tra mille anni ne avrà ancora trentadue.

Ci sono persone che hanno bisogno della loro camera del silenzio, Sono quelli con il buio in fondo agli occhi un po’ più nero del normale e il mare dentro all’anima più profondo.

Quelli che si perdono dietro un’illusione, quelli come Arianna hanno le parole nelle tempie che fanno un frastuono insopportabile e l’esistenza piena di lividi da smaltire, ci passano vicino lungo i marciapiedi, magari ci sfiorano, ma non ci facciamo caso, è il loro modo di chiedere attenzione, ma non sanno neanche loro dove son finiti coi pensieri.

Arianna tiene gli occhi bassi, come a voler nascondere una vergogna e le mani strette a pugno, come fanno quelli che vivono con la rabbia addosso. Ha una sorta di terrore sulla pelle, che è più di una paura. E’ l’attesa di una tempesta.

–          Scrivi di me e fai capire che non sono sbagliata. Quelle come me non sono sbagliate.

Quelle come lei sono solo spaventate, perché l’uomo che le ha prese a schiaffi ha ridotto a brandelli le loro sicurezze. E noi non sappiamo un cazzo di ciò che hanno provato, che a stare da questa parte è facile dire “perché non hai reagito?”, ma per quelle come lei la fuga non è contemplata, lei non smetterebbe mai di aggrapparsi alla speranza di una redenzione. Perché di forza ce n’è infinita nel cuore grande di Arianna.

Davvero non lo sappiamo ciò che passa nei pensieri di questa donna forte quando lui rientra con la bottiglia in mano e il diavolo nelle vene. E la guarda e lei lo sa che non servirà misurare i gesti e le parole. Che poi non è neanche il dolore nelle ossa quello che fa male, ma gli sguardi della gente il giorno successivo. Perché è una fitta enorme sentirsi fuori posto e non poterlo dire. Arianna non ha quasi niente da farsi perdonare, ma nonostante questo farebbe di tutto per non farsi notare.

–          Scrivi di me, ti prego e fai capire l’importanza dei miei silenzi

Arianna ha bisogno di rifugiarsi nella sua stanza, quella in cui non c’è nessun rumore, con le pareti di cotone, per quelle come lei anche il suono dell’aria che si muove potrebbe essere letale. Lei vive così, nei suoi corridoi senza frastuoni, lei vive lì, fra le mura di quelli che non sanno dove andare, che anche se si perdono ormai non ci fanno più caso. E vanno a senso. Che in quel luogo non c’è nessuno che vuol sapere, non serve dare spiegazioni, Quello è il posto di quelli a cui scappa l’anima.

Arianna mi guarda dormire, ha un vestito chiaro e i capelli sul volto a coprire gli ematomi, ha trentadue anni, da almeno quindici anni e fra mille anni ne avrà ancora trentadue. La sua forza non l’ha salvata, ma è riuscita a non farsi scappare l’anima. Non è sbagliata Arianna, non sono sbagliate le donne come lei che resistono agli schiaffi e a tutti gli altri tipi di dolore. Neanche una lo è. Viene solo voglia di salvarle tutte, ma non ce la faremo mai e allora non ci rimane che andare in giro con le mani chiuse a pugno e la rabbia addosso per non esserci riusciti.

–          Che dici? Può andare? E’ troppo patetico? Ho provato a scrivere di te, ma credimi, non è per niente facile. E comunque mi prenderanno per pazzo.

–          Pazienza, non sarà grave.

–          Avrei potuto fare di meglio, lo so, ma davvero non escono le parole. E poi non dimentichiamoci che sto parlando con qualcuno che non c’è. (decisamente mi prenderanno per pazzo)

–          Stai parlando con qualcuno che non puoi toccare, ma che è sempre stata qui.

–          Perché proprio io?

–          Perché hai risposto alla mia richiesta

–          Quale richiesta?

–          Di un atto d’amore

–          E io che pensavo che fosse la Telecom

–          Comunque non abbiamo finito.

–          Lo so, ma adesso lasciami dormire. Che qui domani c’è gente che lavora. Arianna…comunque…grazie. (Decisamente, mi prenderanno per pazzo. Decisamente)

 

 

La cosa più ovvia del mondo

Rimasero in silenzio, Caterina e il maestro Giuliani, senza dire una parola, per un tempo difficile da quantificare, incuranti della gente che li sfiorava, quasi oltrepassandoli, come se fossero due entità rarefatte, come certi sogni di cui puoi fare a meno.

Piero Giuliani fissava un punto oltre i vetri della porta d’ingresso, oltre la strada, oltre i tetti. E se ti capitava di domandargli cosa stesse guardando, lui rispondeva perentorio – Il mare aperto -. Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Il maestro si tolse la giacca grigia in fresco lana, appoggiandola sul bordo destro del pianoforte a coda, un Fazioli nero, come se ne vedono pochi in giro. Linee morbide, suono leggermente graffiato, in altre parole un connubio perfetto di legno, corde, pelle e bestemmie. Lasciò cadere la giacca delicatamente, arrotolò le maniche della camicia appena sotto al gomito e si sgranchì le dita delle mani. Gesti, precisi, armoniosi e impeccabili, come un sacerdote di campagna prima di un esorcismo.

–          Lei è un uomo che non parla molto, anzi, non parla praticamente mai.

–          E’ nei silenzi che si nasconde la verità

Posò le dita sui tasti, senza affondare il colpo, chiuse gli occhi.

–          Raccontami i tuoi pensieri, ascolta la musica e vieni a vedere chi sei. – Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Lei iniziò a parlare. Lui iniziò a suonare.

–          Un giorno sono morta, niente di che, una cosa come un’altra. In un giorno come un altro, di quelli che iniziano anonimi, un po’ così, che non promettono grandi clamori. Che alla fine più che viverli li guardi passare. Invece in quel quattordici maggio di sei anni fa sono morta.

Il maestro baciava con i polpastrelli quei tasti bianchi e neri, riempiendo l’aria di quella strada con un’armonia che assomigliava molto ad un inizio di tempesta.

–          Erano le ventitré e quaranta, stavo seduta al posto del passeggero, l’auto ferma sotto ad un lampione, lui al lato di guida faceva battute leggere e muoveva le mani e si capiva che era nervoso, di un’agitazione complicata da controllare. Di quelle che ti fanno sentire bellissima. E mi rovesciava parole e mi guardava, ma senza vedermi. Non era un parcheggio del centro, proprio no, ma era un posto speciale. Un posto appena fuori città, dove le persone vanno a pettinarsi la vita.

Un parcheggio, di quelli con un solo lampione che a malapena ti permette di vedere oltre il vetro dell’auto, è il posto di coloro che riescono ancora ad assaporare emozioni. Di quelli che hanno ancora bisogno di frugarsi nell’anima. Ogni città ne ha uno, è il posto adatto per liberare emozioni, che volano come libellule e si incontrano fra loro riconoscendosi fra mille. Ci sono auto con gli amanti che si baciano, auto con dentro due amici da una vita che ascoltano i Jetrho Tull con una birra sul cruscotto, auto gonfie di musica che si fermano a riprendere fiato, altre con qualcuno dentro che viene qui a dar cazzotti alla notte.

È il posto dei sogni interrotti, delle sigarette fumate guardando il carro dell’orsa maggiore, delle teste cariche di pianto appoggiate sul volante, degli “stavolta è davvero finita” e degli “è talmente bello che fa quasi male”, è il bicchiere di vino in una sera di luglio, il tempo passato a prendere a schiaffi i tormenti. È la terra consacrata degli amori impossibili, delle mareggiate emotive, degli spruzzi di allegria, dei baci rubati i respiri condivisi e le parole non dette. Che in quel posto lì le parole non servono veramente a un cazzo.

E’ il muro degli “Anna ama Luca” ma anche dei “Marco ama Andrea”, che lì i pregiudizi se ne vanno a fanculo, che tanto quel lampione non fa abbastanza luce per svelare le confessioni degli sguardi. È la nostra scatola nera, quella che si trova due dita oltre la parete del cuore, che non la vediamo, ma sappiamo che c’è.

Il maestro Piero Giuliani non smise neanche per un secondo di far volare le mani sulla tastiera. Alcuni passanti si fermavano ad ascoltare, cercando con lo sguardo il recipiente in cui lasciare una moneta. Ma non c’era niente, nessuna ciotola, nessun cappello, niente di niente. C’era solo un uomo seduto al pianoforte, con lo sguardo perso Dio solo sa dove e una donna che parlava, con un tono di voce che si allineava perfettamente a quella musica. Che quasi veniva da chiedersi se le parole non uscissero direttamente dalle corde irrequiete di quel pianoforte.

–          Capisce cosa sto dicendo?

Il maestro, ovviamente, non rispose, accennò appena l’inizio di un sorriso. Caterina lo prese per un “Sì”.

–          E poi è successo. Mentre tornavamo verso casa. Lui guidava tenendo la mano destra nella mia. Ha presente quando prende la mano di qualcuno o qualcuno le prende la mano e le dita si intrecciano? Ecco, eravamo esattamente così. In quel gesto che oltre alle dita ti intreccia l’esistenza e quasi hai paura a mollare la presa.

E poi è successo. L’auto che gira, la notte che cade, la strada impazzita, il fiato si perde, il cuore in soffitta, qualcosa si spezza. La vita che dà il suo colpo di coda.

Le mani del maestro per un istante impercettibile si fermarono e con loro si fermarono i passanti, i portici, la strada, i balconi, i tetti delle case. E il mare aperto.

–          Quando tutto tornò alla normale velocità lui era svanito ed io in un letto con la schiena divisa perfettamente a metà. Lui aveva semplicemente smesso di esistere, io di vivere. Io sono morta davvero.

Piero Giuliani piantò lo sguardo negli occhi di Caterina. Lui stava per aprire bocca e lei si sentì perduta.

–          Adesso ascolta la musica. E vieni a vedere chi sei. – Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo-

Partì una melodia strana, fatta di toni alti, quasi dissonanti, per poi scendere alle ottave più basse, giù in picchiata, un ascensore senza freni.

Caterina chiuse gli occhi, come fosse abbagliata da troppa luce. Tutta insieme. Troppo improvvisa. Chiuse gli occhi e si distese su quella melodia.

Quell’immagine, vista dall’esterno, non regalava altro che un uomo seduto al pianoforte, con lo sguardo perso Dio solo sa dove e una donna che ascoltava. In realtà, là fuori, c’erano due persone, con le esistenze mescolate, perse in mare aperto. Ma questo nessuno avrebbe potuto immaginarlo.

–          Da quel giorno ho iniziato a chiedere scusa, per ogni cosa. Ho iniziato a sentirmi in difetto con il mondo, con le persone, anche quelle sconosciute. Come se il semplice fatto di esistere e respirare potesse essere un disturbo per qualcuno. Sempre con questo timore, fastidioso ed implacabile di togliere qualcosa alle persone, di avere privilegi che non mi spettano. Chiedo scusa per essere ancora viva. In realtà quel giorno non sono morta, ho semplicemente iniziato a morire.

Il maestro ascoltava, questo era palese, ascoltava quel fiume in piena e lo faceva suo, lo domava, ne studiava le correnti, i vortici e le cascate. E rispondeva, era palese, rispondeva con le mani, in quella danza fatta di rincorse, di pause, di sospiri. Lui rispondeva con la musica, che le parole non sono mai così precise. Le parole sono solo specchi che rimandano la tua immagine. La musica ti fa vedere chi sei.

Era esattamente ciò che stava per fare Caterina. Guardarsi, come non aveva mai fatto prima.

La verità è che mi sono rotta il cazzo di farmi vedere forte, di essere quella che non molla. Io ho mollato! Cristo santo! Ho mollato quella sera lì e tutte le stramaledette sere seguenti, ma come si fa a non vederlo? Me lo dica lei maestro, lei che è un uomo che ha studiato, me lo dica, come fanno le persone a non accorgersi che sto annegando?

Il maestro ovviamente non rispose, non a parole almeno, forse neanche con la musica. Forse certe domande una risposta non ce l’hanno neanche.

Si limitò a rallentare il movimento delle mani sulla tastiera, tirando per i capelli un Sol minore, allungandolo forse più del necessario. Quella era l’ultima nota della giornata. Poi si rivolse a Caterina, senza guardarla, ma si capiva che stava parlando con lei.

–          Può bastare. Per adesso. Ci vediamo domani. Ovviamente

–          Ovviamente.

Lo dicevano come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

(Lo so, lo so, è un racconto lungo, forse troppo, è diverso dal solito, forse troppo, ma avevo voglia di sperimentare. Così.)

Cristina in attesa di Breva e Tivano.

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A momenti sarà qui, questo è il tempo peggiore, quello in cui aspetti. Che poi lo faccio di proposito, di arrivare in anticipo agli appuntamenti, solo per il gusto di torturarmi con la mia fantasia. Di pensare che andrà malissimo, anche se non me lo dirà. Aspetto. E intanto esco dal mio corpo e vado a sedermi di fronte a me, vedermi come mi vedrà lui. E mi metto a fare le facce strane. E rido. E mi mordo forte le labbra, fin quasi a sentire il sangue sulla lingua. E adesso lo so, andrà malissimo, anche se non me lo dirà.

Che poi cosa devo dire? La prima frase in assoluto, intendo, quale deve essere? Una cosa tipo “Ciao, sono io e vorrei soltanto evitare di sognare?”. Sì, potrebbe andare, un po’ spiazzante, ma potrebbe andare. Devo ricordare di sistemarmi i capelli ogni tanto, che in questo periodo prendono il volo, come i pensieri che ho. E respirare con calma. Ma so già che non lo farò.

Già mi vedo, respiro di fretta, lo guardo indecisa, prendo la mira. E poi sparo.

E scaglierò parole come sassi contro i vetri di una chiesa e gli dirò che ho scelto di essere folle e se mi compatisce mi incazzo. Gli dirò che il mio male l’ho cercato, amato e fortemente voluto. Perché non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale. E mi sistemerò i capelli. Devo segnarmela da qualche parte questa cosa del sistemare i capelli. E di respirare con calma. E di sorridere.

E gli guarderò la bocca, solo per non incrociare il suo sguardo, perché se mi guarda negli occhi rischia di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, tutti i pranzi non fatti, volutamente lasciati per la via, come se poi mi servissero a ritrovare la strada di casa. Che ad ogni chilo disciolto mi sentivo più forte. E non era mai abbastanza ciò che avevo. O forse, semplicemente, era troppo.

No, meglio evitare i suoi occhi, decisamente, che rischierebbe di vedermi ancora bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, o in quella stupida foto che tengo accanto al cuscino. Avevo dieci anni, il viso diverso, ma lo stesso, identico, assurdo, sguardo di adesso. Come di chi tiene l’affanno del mondo sotto il diaframma. Ho in braccio un pupazzo e mi mordo le labbra, che ancora sento il sapore del sangue sulla lingua. E i capelli prendono il volo.

Se per disgrazia dovesse incrociare il mio sguardo lo vedrebbe quel giorno, il momento esatto in cui ho deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso  e perfetto in cui ho scelto di non essere più trasparente, che per farlo avrei dovuto scomparire. Solo un po’. Ogni giorno.

E magari lo capisce il desiderio che avevo, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Magari lo capisce. E sarebbe un disastro.

E allora gli guardo la bocca. E glielo dico di aver scelto il mio male, che non sono una vittima dei miei giorni allo sbando, che se si azzarda a pensarlo mi incazzo, che era come un regalo vedermi bella e sicura, quasi onnipotente, fino a farmi inghiottire dalla mia ombra sul muro. E mentre glielo dico mi sistemo i capelli. E respiro con calma. E sorrido.

E non lo deve capire che sono rimasta in sospeso, quelle come me sono equilibriste incomprese, stanno a tre metri dal suolo, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i trentadue anni e i trentasette chili. E da quassù è tutto perfetto. Ma se mi osserva davvero, lo vede che sono caduta mille volte da quel filo, non riuscirei a nascondere la mia ossessione strisciante, che mi ha distorto i pensieri con un dolore dolcissimo che mi accarezza con la lingua di un cobra. Che mi cura e mi tradisce e non rinuncia a donarmi complimenti e veleno. Il mio male di vita, che mi nutre di illusioni e intanto mi mangia l’anima.

Dicono che ci sia sempre una soluzione alla fine di tutto e allora ho passato un numero indefinito di mesi in una clinica, illudendo tutti di essere guarita. Ma non era altro che una nuova galera senza sbarre e certi muri non li scavalcherai mai. Puoi solo fingere di stare bene, finendo per diventare una contrabbandiera di specchi e di fili sospesi. E di aquiloni.

Sono in ritardo, devo camminare più veloce, ho l’affanno, dovrei smettere di fumare. Mi manca l’aria. Speriamo che non sia già arrivata, che lei è sempre in anticipo. Sempre. Almeno di venti minuti, ma ti dice “Sono appena arrivata”. Sempre. Sono in ritardo. Cazzo.

Me la immagino già, seduta a quel tavolo, a passarsi una mano fra i capelli, che neanche ne avrebbe bisogno, che sono perfetti così. E si sforza di respirare con calma, ma non ci riesce. E poi sorride.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza assurda con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare. Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate. Devo ricordarmi di non compatirla, che altrimenti si incazza di brutto. Mi limiterò a guardarle la gonna e il rossetto, perché è nei dettagli che si nasconde la verità. Già me la vedo, che si sistema i capelli, la fa spesso questa cosa dei capelli, come se l’avesse appuntata da qualche parte. E si sforza di respirare con calma. E poi sorride.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.

Tiene una foto accanto al cuscino, lo so, lo fa da una vita. E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice. Mi guarderà solo la bocca, già lo so. Mentre si morde le labbra. E si sistema i capelli. E cerca di respirare con calma. E sorride.

Sono quasi arrivato, aumento i passi. Sono in ritardo. Cazzo.

Ormai ci siamo, tra pochi minuti lo vedrò sbucare da dietro l’angolo della piazza, affascinante come sempre, di una bellezza quasi irritante, con il passo veloce e il fiato grosso di chi è consapevole di essere in ritardo. Adesso posso smettere di guardarmi dalla sua prospettiva, devo rientrare nella mia dimensione.

– Ciao Cristina, lo so, sono in ritardo.

– Non preoccuparti papà, sono appena arrivata.

Mi sistemo i capelli, respiro con calma. Sorrido. Sono felice.

 

“La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. (Alda Merini).

(Da un angolo della piazza qualcuno sta suonando Nobody’s wife)

Antonio con la luce che serve.

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Antonio è un ladro, su questo non si discute. Uno di quelli che sanno come forzare la porta principale senza lasciare segni evidenti, abile e invisibile, scavalca recinzioni di cemento e indifferenza, entra in case sconosciute, senza neanche guardarsi intorno, lui sa già come muoversi. Punta dritto alla cassaforte. Calcola i passi con invidiabile precisione. Due a sinistra oltre il centro del petto. E la trova. Sempre. Antonio è un ladro, ma non mira ai soldi, lui ruba immagini ai volti delle persone. Non ha pistole né coltelli, va in giro armato solo di una macchina fotografica, di quelle che ancora montano il rullino, perché è sempre un miracolo veder affiorare dal foglio bianco il viso di qualcuno. Come se vedesse nascere tutti quegli sguardi e quei sorrisi. Persone di ogni età, senza nome né indirizzo, incontrate per caso oppure per sbaglio, tutte con la loro storia cucita addosso. Visi immacolati che nascono, lì, adesso, per la prima volta, tra le sue mani. Un miracolo.

Antonio gira a volto scoperto, poi ti guarda, con la faccia che ha, dalla tasca del giubbotto tira fuori la sua Reflex e ti saccheggia l’esistenza.

Che poi neanche se ne rendono conto di essere stati derubati, hanno tutti cose più importanti e pesanti a cui dedicarsi. Alcuni sorridono, nell’attimo esatto in cui realizzano di essere fotografati, altri restano indifferenti e scuotono la testa, la maggior parte di loro rimane sorpresa. Perché è qualcosa che non ti aspetti, essere derubato in pieno giorno, con tanta astuzia intendo. E’ un evento che sfugge al controllo, come un bacio dato a bruciapelo. Un fruscio di mani che ti frugano la vita, un gesto quasi intimo, inappropriato. Che appena è passato ti fermi a controllare che sia tutto in ordine, una sorta di disperato bisogno di conforto, come quando esprimi un’opinione e cerchi conferme nello sguardo di chi ti sta attorno.

Ma è di notte che Antonio vive davvero, quando torna a casa ad ammirare la refurtiva. Toglie il rullino ed entra nella camera oscura, perché certe emozioni vanno vissute con la luce che serve. C’è una parete in casa di Antonio in cui sono custoditi con cura tutti quei destini. E lui li ha amati. Tutti. Per ognuno di loro ha inventato una storia, una casa, una vita intera per cui lottare. Per ognuna di quelle persone ha indovinato le traiettorie della mente, ha dipanato incertezze e paure. Perché lui non le dimentica quelle persone, non riesce a togliersi dalla mente chi ha toccato con mano, almeno una volta, la sua vita. Antonio è un po’ stregone e un po’ indovino, perché prevede il destino di quei visi. E non sbaglia mai, riesce a descriverne il percorso, con un’esattezza quasi fastidiosa. E ogni tanto sorride, contemplando quel mosaico di passioni e gli viene da pensare che dev’essere così che si sente Dio quando guarda verso il mondo. Lui che non ha nessun dio a cui fare promesse solenni.

E allora lui ruba, si appropria con l’inganno di meraviglie vissute da altri, come se quegli scatti presi di contrabbando non si limitassero ad imprimere solo un’immagine sulla pellicola, ma un’esistenza intera. Da quando è rimasto da solo scatta foto al destino di sconosciuti, non potendo più farlo a quello di lei, che un giorno disse soltanto “E’ tardi, devo andare”. Lui pensò ad un impegno improrogabile, uno di quelli che non c’è verso di rimandare. In un certo senso era così.

Sono passati otto anni. Otto anni senza un indizio. In tutti questi giorni non ha smesso di aspettarla. Che quelli che aspettano li riconosci subito, sì guardano attorno aspettando una sorpresa. E allora l’unica cosa che gli resta è cercarla, nelle vite che sfiorano la sua.

Antonio costruisce la vita degli altri, che con la sua fa fatica ad andare d’accordo. Della sua si limita a seguirne i passi, come in una danza, si lascia guidare, stando solo attento a non pestarle i piedi. Che certe esistenze vanno prese senza clamori. Certe vite le freghi soltanto chiudendo gli occhi. Vivendole con la luce che serve.

Caterina come l’acqua.

Caterina è chiusa a chiave, ma il suo spirito viene da lontano, come l’acqua delle fontane, che ne ha fatti di chilometri prima di finire in quella vasca, ne ha viste di cose prima di lasciarsi cadere e confondersi con il resto del mondo, fino quasi a scomparire. E se la trascina dietro, tutta quella vita, piena di amori e cicatrici, che quando la porti alla bocca riesci a sentirlo il sapore di terra e passione. Che Caterina è come l’acqua, puoi decidere di berla o di baciarla. In entrambi i casi ti salverà la vita.

Caterina vive in una casa fatta di legno e vento forte, sulla spiaggia di un mare sconosciuto, che alle sei del pomeriggio si mette a contemplare. L’ora perfetta, quella ai bordi di un giorno che sta per terminare, l’ora in cui tutto è quasi compiuto e rimane poco tempo per poter rimediare a un qualsiasi tipo di disastro. E’ l’ora magnifica in cui si siede sulla sabbia e punta lo sguardo dritto verso l’infinito, a mescolarsi con l’andirivieni della marea, si osservano, Caterina e il mare, come duellanti in un’arena, sospirano forte, Caterina e il mare, come due amanti alla fine di un amplesso, con l’odore dell’istinto che ti rimane addosso. Alla fine lei si alza e ci cammina dentro. E le sente davvero, tutte le storie che quelle onde si portano dietro, le sente davvero, mentre si frantumano ai suoi piedi, come doni offerti da quell’immensa distesa d’acqua. Ci cammina dentro, come fosse un richiamo, perché avverte le vene che si sciolgono.

Unisce le mani e lo raccoglie. Il mare infinito. Lei ne strappa un brandello e lo tiene fra le mani, come se fosse un cuore pulsante. Come fosse il viso di un figlio. Come se fosse tutto l’amore che c’è, dolce e scandaloso, che ti fa sentire sicura e disperata, irraggiungibile e indispensabile, eterea e puttana, che sa calmarti ed incendiarti. Lo tiene fra le mani. Il mare smisurato. Lo alza verso il cielo, come a farlo benedire dall’ultimo sole. Lo riscalda, lo brama e, lo giuro, lo trascina alla bocca. E lo bacia. Lo giuro. Quel mare pieno di tramonti.

E si perdono, uno sulle labbra dell’altra, con tutta la passione che c’è, quella vera, quella di un bacio. L’atto più intimo, quello che scatena le passioni, le voglie represse. Che quando baci qualcuno, quando lo baci davvero intendo, non te ne liberi più. Da quel tipo di bacio non si torna più indietro. Quando baci qualcuno hai un sussulto di vita. Quando baci il mare hai una cascata nell’anima.

E alla fine si guardano, il mare e Caterina. E lo fanno forte, quasi a farsi male. Che viene da chiedersi se anche lui si ferma a guardare negli occhi di certe persone e magari ci si perde dentro, anche lui, e ci vede i suoi sogni. E sospira. Anche lui.

Caterina vive in una cella di pochi metri quadrati, lo fa da talmente tanto che ormai non ricorda il motivo. Il tempo le ha strappato via i ricordi, le facce delle persone che ha conosciuto fuori da lì, i loro turbamenti. Non c’è più traccia di tutti quei profumi, delle gioie e dello schifo che la vita ti regala. Ha imparato a bastarsi da sola, a fare a meno del mondo. E il mondo di lei.

Ma c’è una cosa, una sola, che quelle sbarre e quel soffitto umido non potranno mai arginare. Il mare che si porta dentro.

E ogni giorno, alle sei del pomeriggio, lei guarda verso il muro, unisce le mani, le alza verso il cielo, come a farle benedire dall’ultimo sole. E lo bacia. Lo giuro. Lo bacia. Lo sconfinato mare.

Perché Caterina se la merita tutta quella vita, quell’abbraccio di madre infinito. E’ la sua ricompensa. Caterina se lo merita un mare così. E addirittura, forse, lui merita lei.

Caterina vive in una casa fatta di legno e vento forte, sulla spiaggia di un mare sconosciuto, lei è come l’acqua, puoi decidere di berla o di baciarla. In entrambi i casi ti salverà la vita.

(Caterina vola con il pensiero, poi si ferma. E quella diventa la sua casa. – La mia casa. Daniele Silvestri.)

Nina con l’ossigeno che ha.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Vai verso la fontana e lancia una moneta. Lei sarà paziente, starà lì ad aspettare il tuo ritorno, come le cose che ti lasci alle spalle, come le persone a cui dici addio. Che non dicono niente, dissimulano i dispiaceri, ma un po’ ci sperano di poterti rivedere.

Se mai ti capitasse di passare di qua non aspettarti cose enormi, che qui la gente fa poco rumore, ma se hai voglia di vedere ci trovi Nina appesa ai bordi dei portici, seduta, immobile come le statue in fondo al mare. Ha fatto fuori un impostore e un grande amore, cose di poco conto tutto sommato. E’ fuggita da una città grande come un dispiacere, ha messo un paio di libri in una borsa, un paio di ricordi inutili, un paio di giorni perfetti per farsi male, un paio di pillole per attutire i boati dei respiri.  Ha stretto tutto con un nodo nervoso, uno di quelli che non fanno entrare l’aria, di quelli che devi accontentarti dell’ossigeno che c’è. E alla fine impari a non sprecarne neanche un po’.

Nina la guardi e lo capisci che lei è così. Lo capisci che vive con un nodo nervoso che le stringe la vita. E non passa l’aria. Lei è così. Nina vive con l’ossigeno che ha.

Se per errore o per fortuna ti capitasse di passare di qua non aspettarti strade trafficate, che qui la gente sceglie con cura i percorsi da seguire, ma se hai il fegato di sfidare le apparenze ci trovi un testardo. Lui sta in piedi, appena oltre il buio di un portone. Sta lì e guarda l’orizzonte. Ogni tanto sospira, parla poco, annega in bestemmie di catarro, un sigaro nella mano destra e lo spray contro la morte nella sinistra.  Quando riesce a far circolare il fiato nei polmoni racconta di una nave, di un timone da tenere stretto come un crocifisso, di tempeste che sfuggono all’umana percezione. Racconta di una donna lasciata ad aspettarlo nelle viscere di un paese senza porti in cui attraccare. Dice di averla lasciata lì, come si fa con le schegge sottopelle, che le tieni a tormentarti ancora un po’, perché è così deve essere, le lasci lì sapendo che non smetteranno mai di aspettare che tu le vada a liberare.

Questo è Alberto, ma chiamatelo capitano, non puoi sbagliarti, sta in piedi e guarda le altre vite passargli davanti, guarda i muri, i passanti incatenati nei loro paltò, guarda le mani degli amanti, che è da come si incrociano le dita che si intuisce il loro destino.

Alberto lo guardi e lo capisci subito ciò che vede. Lo capisci che indovina i destini della gente, perché lui comanda ancora la sua nave. Alberto è un testardo e in tutte quelle vite che gli tagliano l’orizzonte lui si ostina a guardarci dentro. E a vederci il mare.

Se per un imbroglio del destino ti capitasse di passare di qua portati dietro tutta l’esistenza che hai, non lasciarne indietro neanche un pezzo, che qui non puoi barare, qui non c’è nessun colpevole, qui siamo tutti in attesa di giudizio, di una sentenza che forse neanche arriverà. Questa è la sacrestia della cattedrale, l’angolo nascosto allo sguardo dei passanti.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Perciò non esitare, vai verso la fontana e lancia una moneta, seguine la traiettoria. Adesso non ti resta che aspettare il ritorno di qualcuno.

Nina e Alberto si sono amati davvero, di un amore travolgente e disperato. Si sono amati ma non lo ricordano più. Si sono ritrovati in questo posto, in mezzo ad altri folli come loro, come pesci in un acquario. In questo angolo di vita parallela che molti chiamano manicomio.

Ma voi che siete sani non stateli a sentire, loro sono solo due attimi sfuggiti al normale corso del tempo. E fra questi muri, in queste stanze che sanno di disinfettante e inganni della mente, ogni giorno si ritrovano, quasi per caso, senza accorgersi della reciproca presenza, a gettare una moneta nella fontana del cortile. Ne seguono il volo e un attimo prima che il metallo venga inghiottito dall’acqua Alberto stringe i pugni, guarda oltre il cancello e si ostina a vederci il mare. Nina sente l’anima leggera, sente il nome di qualcuno salirle per la gola, ma poi trattiene il fiato. Godendosi l’ossigeno che ha.

“Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.” (Arthur Schopenhauer).

In un posto come questo dobbiamo aggrapparci alla nostra vita che seduce..

Un inchino accennato.

Poche righe per ringrarvi tutti, nessuno escluso, per averci letto, sopportato, supportato. Ultimamente siamo un po’ latitanti ma restiamo comunque nei paraggi, che l’idea di allontanarsi troppo ci spaventa. Tipo quelli che vivono in periferia ma poi non possono fare a meno di un giro in centro, per cambiare un po’ lo sguardo, per lasciare trucioli di vita ai bordi della piazza centrale, per nuotare un po’ nelle esistenze altrui asciugando la propria.

Quindi no, non ci allontaneremo troppo, ci troverete sempre nella nostra periferia, se passate di qua ci sarà sempre qualcosa da bere, che noi ci ostiniamo a raccontare illusioni.

Quindi eccoci qua, io e miei personaggi, ringraziando davvero con un sorriso pulito e un inchino accennato.

Ci vedremo al più presto nella piazza centrale, nel frattempo viviamo davvero.

(Ah sì, mi ero quasi dimenticato…che l’anno sia così come lo volete).

Valentina in attesa della neve.

 Valentina tiene gli occhi dietro un vetro, da lì vede la vita e le si appannano i respiri. Lei guarda verso il cielo. Potrebbe nevicare.

 Ma non succede mai che nevichi sul mare, sarebbe qualcosa di imperfetto, sono incompatibili il mare con la neve, come il sole e la sua ombra, come quando dici che va tutto bene mentre ti sembra di morire. Lei lo sa che non nevica sul mare, ma ha imparato ad illudersi con poco e allora prende un passo più leggero, che non si può mai sapere e continua ad aspettare. Come faceva da ragazza, quando attendeva “quella” telefonata, aveva la certezza che non sarebbe mai arrivata, ma non si rassegnava e fissava la cornetta, che non c’era cosa più bella al mondo che stare lì in attesa, che il solo pensiero che potesse succedere davvero la scaldava come un abbraccio di madre. E questo era un buon motivo, sì, decisamente un buon motivo, per non smettere di illudersi.

 Valentina aveva quindici anni quando capì di esser sola, quando iniziò la sua vita in parallelo, fatta di strade prese contromano, come quando ti dicono di arrenderti e senti il freddo della canna di pistola sulla tempia e chiudi gli occhi e pensi sia finita e aspetti un ultimo rumore. Quasi un po’ ci speri che si muova il dito sul grilletto, che alla fine sarebbe solo un ultimo istante di dolore, magari neanche così atroce, sarebbe questione di un secondo, niente in confronto ai giorni che ti aspettano spietati. Finalmente tutto sarebbe compiuto e tu potresti smettere di rincorrere scampoli di vita e forse, per la prima volta, dopo un tempo indefinito, sederti e tirare il fiato.

 Stava seduta su una panchina dei giardini di Villa Fabbricotti, vicino al lungomare, con un freddo pungente che non dava tregua e non capiva se arrivasse da fuori o da dentro il respiro, davvero non capiva. Avrebbe giurato di sentire la temperatura del parco diminuire ad ogni movimento del suo diaframma. Ma quelle erano solo irreali sensazioni, come quando ti sembra di vedere un viso conosciuto che si affaccia al bordo estremo degli occhi, poi ti volti, cercando una conferma e ti convinci dell’abbaglio.

 Aveva quindici anni, un giubbotto di pelle nero, una maglietta con la scritta “I am mine”, i jeans strappati non certo per essere alla moda e un paio di anfibi, presi in prestito al banco del mercato e mai restituiti. Quasi un po’ le dispiaceva di non essere elegante, ma non poteva immaginare che quello sarebbe stato il primo giorno della sua nuova vita, che poi, a pensarci, non sarebbe cambiato molto, non prometteva comunque un granché, questo giorno. E neanche la sua vita.

Se ne stava lì seduta, con gli auricolari che vomitavano distratti “Mad World” di Gary Jules, che a pensarci adesso sembrerebbe che quelle note avessero avuto quasi un senso, sembrerebbe proprio così. Ma non lo avevano, un senso, quello note. Neanche i suoi insulsi pensieri ne avevano, un senso. In quell’istante qualunque, gettato a caso come note improvvisate, squillò il telefono. Una voce categorica la informò che sua madre non c’era più. Che lì, su due piedi, il primo pensiero che le attraversò la testa fu “sai che novità”. Ma al respiro successivo realizzò che stavolta c’era un piccolissimo “per sempre” a fare la differenza. Lieve, sottile, impalpabile differenza.

 Vedeva le persone che passavano lungo la strada, alcune la guardavano di sfuggita, come si guardano i pescatori seduti al tramonto in cima al molo, che la loro presenza non aggiunge niente agli ultimi colori del giorno. Lei vedeva passare tutte quelle persone e immaginava le loro vite, le loro domeniche coi parenti, tutti a tavola, davanti ad un sorriso ipocrita fatto di tagliatelle e vino rosso. Che per lei, la domenica era solo un tramezzino e una birra media, come gli altri giorni, come tutti gli altri giorni normali della gente che le passava davanti. La domenica si sentiva come loro.

Ma senza ipocrisia.

Le tornarono alla mente immagini sbiadite, di estati passate da tempo e le pareva di sentire ancora i piedi affondare nella sabbia, la fatica salire dallo stomaco, come quando devi sostenere lo sguardo di qualcuno, qualcuno migliore di te, qualcuno che non conosce la vita ma deve dirti come si fa.

 La sente ancora la voce di sua madre, che la chiama da lontano, che le dice di sbrigarsi, che le ripete che non riuscirà mai a combinare niente di buono, che farà la fine di suo padre. Che poi chissà che fine avrà fatto, suo padre. Sua madre invece era rimasta, ma era altrove, si percepiva chiaramente la sua smania di movimenti distanti, come fosse un fastidio dover fermarsi anche solo un istante. Che poi, alla fine, veniva da chiedersi chi dei due fosse più distante. Più devastante.

 Erano questi i pensieri che le pulsavano nelle tempie, che la infastidivano come zanzare in una sera di luglio, pensieri inopportuni, che si scontravano con la realtà di quel momento così solenne, forse avrebbe dovuto piangere a dirotto. Forse avrebbe dovuto provare pietà e riuscire a perdonare gli errori di sua madre, ma davvero non ci riusciva, non poteva farlo, perché sentiva che non c’era proprio niente da dover perdonare. Concedere a qualcuno il proprio perdono significa reputarsi migliori, elargire beneficenze stucchevoli, come il signore del maniero che regala briciole di pane alla plebe. Ma Valentina non aveva briciole da donare e non c’era nessun maniero, davvero non c’era nessun motivo al mondo, per potersi sentire migliori.

 Avrebbe solo voluto qualcuno a cui appoggiarsi e invece ha dovuto sempre cavarsela da sola, si potrebbe dire che ci è proprio cresciuta, da sola. Tutte le persone che ha incontrato erano sbagliate, sempre e comunque sbagliate, come se continuasse a mangiare chicchi d’uva da un grappolo

infettato dal male di vivere. “Persone sbagliate”, ti dice con un gesto delle labbra che somiglia ad un sorriso, persone e decisioni, come fossero complementari, che una cosa quasi non esisterebbe senza l’altra. Sbagliate, una dopo l’altra fino a convincersi di essere lei quella sbagliata.

 Valentina ha dovuto accelerare i suoi anni migliori, non poteva permettersi il lusso di aspettare, è cresciuta senza percorsi da seguire, senza nessuno a dirle come si fa, senza un paio di braccia sicure per cacciare via la notte e lei davvero non sapeva come fare. Non lo poteva sapere. Poteva solo improvvisare. Come fanno gli artisti di strada, che se lasci una moneta, ti regalano un inchino. E’ arrivata a quarant’anni nel giro di un minuto, con decisioni prese contromano, controvoglia, contro

il disappunto dei benpensanti, trascinandosi dietro l’esistenza, fra le grida del porto e i sussurri di emozioni.

 Ma alla fine si è convinta, che certe esistenze non puoi mica decidere di sceglierle, come certe giornate uggiose di fine Ottobre, che arrivano anche se non le aspettavi, non le scegli, puoi solo decidere di cambiarle, o almeno, ci puoi provare. Se ti rimane un misero sussulto di vita, ci puoi provare. Ha imparato che avere una vita difficile non è una colpa, ma neanche un alibi, che a quelle come lei nessuno farà sconti e piangersi addosso serve solo a far crescere il senso di pena e la fame di carezze.

 Valentina cammina senza fretta, lancia un sorriso a Cisco il matto, che aspetta appeso ad un angolo di finire la sua birra, oltrepassa il bar “quattro mori”, dove un giorno chiese due spiccioli ad un passante per regalarsi un pranzo, guarda i traghetti lasciare la banchina, pensa che nonostante tutto quello spazio, il comandante farà sempre la stessa rotta, che anche in mare ci sono traiettorie da seguire, linee indefinite ma tassative, che alla fine sono sempre pochi quelli che guidano e tantissimi quelli che si lasciano trasportare, contenti e soddisfatti che il viaggio sia andato a buon

fine, sì, soddisfatti, come se fosse stato merito loro. Arriva sotto i portici al numero quaranta, guarda verso il cielo, sente sulle ossa il calore di un abbraccio e pensa che quello è stato l’ultimo regalo che le ha fatto sua madre. Da quel giorno sta solo cercando di meritarselo, quel regalo.

Adesso è quasi buio, forse è meglio rientrare, che per stasera non c’è più niente da salvare, ma domani sarà un giorno nuovo di zecca, con qualche sogno da cullare, qualche altra illusione contro cui fare a pugni. Il fatto che domani sia Natale è solo un inutile dettaglio. L’aria è più fredda e il tempo sta cambiando. Potrebbe nevicare
Questo è il mio contributo per il numero speciale di Natale della rivista Writers. Potete scaricare l’intero numero qui: WRITERS