Felicità a piccole dosi.

Oggi vorrei parlare della felicità, quella vera intendo. Avete presente quando provate quella gioia immensa che vi sembra che pure Di Battista faccia discorsi sensati? Ecco quella.

Per esempio, stamattina ero veramente felice, no, non sereno, ma felice, poi sono uscito di casa, ho preso la macchina, così, felice. Fatti trenta metri un tipo in bicicletta ha tirato dritto alla rotonda e per poco non lo sdraio.

Non so se ci avete mai fatto caso, ma i ciclisti hanno questa convinzione innata che la strada sia loro, quando cavalcano quel sellino il codice stradale cessa di esistere. Le rotonde sono solo delle inutili variazioni alla loro traiettoria spazio-temporale. I colori dei semafori? Un suggerimento! Se è verde vai sereno, se è giallo continua a pedalare, qualcuno si fermerà. Se è rosso, non è un problema tuo, tira dritto e alza il dito medio. Si ritrovano in gruppi, si danno appuntamento come i piccioni di Piazza San Marco. E poi partono, tutti insieme, occupando entrambe le carreggiate. E parlano fra di loro, si godono la giornata e ogni tanto…pedalano. Sono degli esemplari pacifici, ma non azzardarti a infastidirli. Cioè, magari dopo cinquanta chilometri che stai in auto dietro di loro, ti sei un po’ rotto i coglioni e vorresti provare a superarli per tornare alla tua vita normale, non che tu abbia chissà che di urgente da fare, ma se avessi voluto farti un’ora di strada a dieci chilometri orari avresti preso la Fi-Pi.Li. E allora azzardi un timido colpetto di clacson, quasi impercettibile, giusto per chiedere cortesemente ai centauri del pedale di farti passare. Pazzo! Un gesto scellerato! Quelli si allargano, come le acque del Mar Rosso, ma tu non sei Mosé e neanche Moser. Ti lasciano insinuare nelle viscere del “gruppone” ma esattamente a metà percorso la marea di manubri e sellini si richiude intorno a te e ti ritrovi immerso in un mare impetuoso di vaffanculo, sputi e manate sul tettino. Che ti verrebbe voglia di comprare una falciatrice con apertura alare e passarci sopra un paio di volte giusto per….ma parlavo della felicità, no?, questo desiderio viscerale di rendere feliciti tutte le persone. Anche quelle che proprio non sopporti. Quando sei veramente felice ti verrebbe voglia di abbracciarle, forte.

Mi capita la stessa cosa con i pedoni che attraversano all’improvviso. Vorrei buttare loro le braccia al collo e abbracciarli forte…molto forte…troppo forte.

I pedoni…quasi peggiori dei ciclisti. I pedoni sono quegli animaletti curiosi, tipo i suricati dell’Africa meridionale che stanno in piedi su due zampe, guardano freneticamente a destra e sinistra e poi improvvisamente scattano. Ecco, i suricati urbani scattano improvvisamente a mezzo metro dal tuo cofano, così, senza un motivo apparente e tu sei costretto a piantare una frenata che ti fa battere una craniata nel vetro anteriore. Stai lì impietrito pensando “va bhe, porelli, magari hanno fretta” e invece no! I pedoni fanno questo scatto felino alla partenza ma a metà della strada rallentano, perché per loro sono arrivati! Cioè, hanno raggiunto il loro scopo, prendere possesso della carreggiata. E ora si godono il tragitto fino all’altra sponda fischiettando Maledetta primavera di Loretta Goggi. I pedoni, a differenza dei ciclisti, odiano tutti! indistintamente. Il loro più grande desiderio è quello di possedere un fucile a pompa e sparare, così, a cazzo di cane su chiunque si palesa davanti. Sugli automobilisti indisciplinati, sui ciclisti in gruppo, su quelli con gli scooteroni. Si sentono i protagonisti di “La notte del giudizio”, anche di giorno.

La felicità, dicevo, la felicità e quel sentimento che si contrappone alla tristezza, al dispiacere…alla rabbia.
Ecco, la rabbia. Per esempio, sei felice e decidi di chiamare tua madre, così, per sentire come sta e magari trasmetterle un po’ del tuo stato vitale celestiale. Squilla il telefono, lei risponde, ma tu sei in una zona con poco segnale, oppure hai Iliad. Comunque, inizi a parlare e lei non sente e inizia con “Pronto?” – “Si mamma, mi senti?” – “no, non sento” – “come non senti?, se mi rispondi senti!” – “Come?, non sento. Pronto, pronto!”. E alla fine ti incazzi, tu! Cioè, non hai segnale, lei non sente, ma la colpa è sua! Peggio di questo c’è solo la situazione in cui tu chiami qualcuno, il telefono squilla ma quello rifiuta la chiamata. E tre secondi dopo ti arriva quel messaggio preconfezionato “Posso chiamarti più tardi?”. Sì, puoi chiamarmi ma sappi che mi hai già fatto girare i coglioni.
La felicità….ah si…la felicità come opposto del dolore. Tipo che sei felice, volteggi lungo il corridoio di casa e sbatti il mignolo del piede sulla cassapanca di nonna. E per un attimo ti sembra di vederla nuovamente, tua nonna e vedi anche tutti i santi del Paradiso e provi un dolore così forte che se avessi una pasticca di cianuro la prenderesti per porre fine a quella sofferenza.

Quando sei felice sopporti tutto e tutti, gli altri giorni invece ti incazzi con il cane del vicino che abbaia, con quelli del gruppo whatsapp del calcetto che mandano i buongiornissimi alle sei di mattina. Ti incazzi con quelli che non si incazzano mai, avete presente? Quelli serafici, che sorridono amabilmente. Dei potenziali assassini seriali, probabilmente anche loro ogni tanto vedono la nonna, magari la conservano a pezzi dentro al freezer. O peggio ancora ti incazzi con quelli che ti dicono “stai calmo”. Se vedi che mi sale la rabbia lo “stai calmo” è il detonatore. No, porca puttana, io non sto calmo, io voglio esercitare il sacrosanto diritto di mandare tutti a fanculo e incazzarmi come una pantera. Basta, distruggiamo le lobby degli “staicalmisti” e facciamo trionfare lo “staicalmouncazzismo” – Dai, stai calmo. – Stai calmo un cazzo!-

La verità è che la felicità è uno stato d’animo fragile, basta un niente per mandarlo in frantumi, essere felici oggi è impopolare, una roba da sfigati. Il vero uomo è forte, determinato e incazzato nero. E anche le donne devo essere così per farsi rispettare. Le vogliamo decise, intraprendenti, ambiziose, spesso sono costrette ad arrabbiarsi il doppio di noi uomini per essere credibili. Come se la predisposizione a incazzarsi fosse l’unità di misura del rispetto. Roba da mettere sul curriculum “Conoscenza del pacchetto Office e ottima padronanza dell’incazzatura immediata”.
Penso che esista un sistema di vasi comunicanti dentro di noi, un principio fisico secondo il quale se cala la felicità aumenta la rabbia e viceversa. La sensazione è che la felicità sia considerata una debolezza, qualcosa da denigrare, da sminuire, come se ci fosse una sorta di paura latente nei confronti di chi è felice. E allora mi viene da pensare che il rispetto non si guadagna sbraitando il proprio disappunto, ma combattendo per una felicità comune. Sarò un idealista, forse l’ultimo degli idealisti, ma continuo a credere che i veri sovversivi siano le persone felici.

I HAVE A DREAM.

“Cosa vuoi fare da grande?” quante volte ce lo siamo sentiti dire. Io avevo l’ansia di questa domanda, perché ero un bambino timido, decisamente, troppo timido e vivevo nel timore costante di essere inopportuno. La verità è che non lo sapevo cosa volevo fare da grande, ma mi affasciavano i mestieri alternativi, tipo lo spazzacamino, lo zampognaro, l’arrotino, cose così. E ogni volta che provavo a rispondere si creava sempre un imbarazzo palpabile fra i parenti. Perché diciamocelo, nessuno vuole un figlio o un nipote zampognaro.

Ero terrorizzato da quella domanda, incrociavo le dita e supplicavo il cielo che nessuno me la facesse, un po’ come faceva mia zia quando le chiedevano del fidanzato, lei che aveva trentadue anni ed era ancora zitella. Che essere zitella a trentadue annii negli anni settanta era peggio che essere mignotta.

E allora, per non deludere nessuno, i miei sogni li inventavo, lì sul momento. Dicevo di voler fare il cantante, il pilota, senza specificare di cosa, così, un pilota generico. Poi il calciatore, il medico, il rigattiere, cioè, che cazzo fa un rigattiere? Non si sa, ma io volevo farlo.

Poi sono cresciuto e anche i desideri della vita sono cambiati, sognavo l’amore, il divertimento, la frattura di tibia e perone della prof di latino. Sognavo il motorino, o almeno una bicicletta decente, sognavo….sognavo di andare allo stadio con mio padre e di tirare un rigore a Stefano Tacconi. E poi sono cresciuto ancora e man mano che crescevo il livello dei sogni si abbassava. Sognavo di pagare le rate del muto, della macchina, della bicicletta che finalmente era decente. Sognavo di andare in centro e trovare parcheggio, per dire. Anche a pagamento. Che lo vedi da lontano quel rettangolo dal perimetro blu, è vuoto, lo punti come Salvini punta le navi delle ONG, deve essere tuo, è un po’ stretto ma pazienza, fai settecento manovre, non ci pensi neanche per il cazzo di cercarne uno più largo, vuoi quello. Alla fine hai due braccia come Ivan Drago in Rocky IV, scendi e tutto sudato ti dirigi al parcometro che si trova più o meno a un chilometro e mezzo di distanza. Servono monete, trovi venti centesi per caso, puoi restare ventisette secondi, accetti, premi invio ma….per avere il tagliando devi inserire la targa. Ma non hai tempo di tornare alla macchina e leggerla e allora ti sforzi di ricordarla…”aspetta com’erà?…ah sì, gli anni di Cristo, seguiti dalla data di nascita del cane, poi…Genova Rosignano…no aspe’ forse era un’altra autostrada…ah sì, la Milano Bologna…no…” Puoi dimenticarti tutto, ma se parcheggi e dimentichi la targa è finita la vita!

Poi ho iniziato a sognare di avere ciò che vedevo in tv, ciò che sentivo alla radio, tutta una miriade di oggetti di cui ignoravo l’esistenza e soprattutto, di cui ignoravo la necessità di volere. E così ora sogno caldaie a condensazione, zanzariere oscuranti, pancere contenitive e assorbenti discreti per le perdite urinarie. Sogno tutto, copro tutti i target, dai prodotti per famiglia a quelli per anziani, dagli shampoo per la calvizie a quelli per la forfora. Sogno il montascale del vecchietto sorridente, a volte sogno di avere anche il vecchietto, poi però mi passa. Mi sono fatto crescere la barba solo per potere avere rasoi elettrici precisi e performanti, dopobarba rinfrescanti e lenitivi, uso talmente tanti prodotti che ho la barba cromata come i pomelli della porta del battistero, che poi ancora mi ci devo abituare e ogni tanto la mattina mi guardo allo specchio dicendo “e tu chi cazzo sei?”

Sogno cose che non avrò mai, la casa sulla spiaggia, la Tesla elettrica. Sogno di andare da Poltrone&Sofà e comprare un divano a prezzo pieno.

Sogno cose che non userò mai, gli attrezzi per fare ginnastica, il telefono che fa i video che neanche Tarantino per girare Kill Bill, lo sogno quel telefono, anche se quando mi faccio un selfie prendo mezza faccia. Sogno di avere la Manzotin che mi salta sul piatto dal frigo, anche se a me la carne in scatola fa vomitare, Sogno di avere sette decoder e vedere tutte le trasmissioni del mondo, anche se poi guardo solo Netflix. Sogno la visiera delle consolle, quella che ti fa vedere le immagini in 3D, il mio amico ce l’ha, una volta me la fece provare, nel frattempo entrò sua suocera e io le saltai al collo come un mastino napoletano perché ero convinto che fosse un fottuto alieno.

Sogno tutte queste cose, si chiamano “bisogni indotti”, cioè, ti convincono di aver bisogno di qualcosa e quel “qualcosa” ce l’hanno loro. – Loro chi? – Non lo so, loro, qualcuno che non sei tu, o io.

Con me questa tecnica funziona alla grande, riesco a desiderare tutto ciò che loro vogliono che io desideri. Ma non so più distinguere quali sono i sogni miei. Perché, a pensarci bene, di tutte queste cose posso farne tranquillamente a meno, ma non posso fare a meno dei sogni che avevo da ragazzo. Per questo ogni tanto sogno di stare su un palco con un microfono in mano, oppure seduto al posto di guida mentre corro in pista.
Da ragazzo le cose che sognavo davvero erano scrivere un libro e creare una famiglia felice, ma non in quest’ordine. Il libro alla fine l’ho scritto, l’altro sogno sto cercando di realizzarlo giorno per giorno, io ce la metto tutta, speriamo bene.

Dicono tutti così.

DICONO TUTTI COSI’.

Sono cresciuto in una famiglia allargata, niente di particolarmente complicato, stavo in casa con i genitori e i nonni, negli anni settanta era normale. Figlio unico e nipote unico, coccolato abbondantemente e protetto eccessivamente.

In particolare mia nonna aveva questa sorta di senso smisurato di protezione verso l’ambiente esterno. Per esempio se andavamo a passeggio in centro e passavamo davanti a qualcuno che chiedeva l’elemosina mi diceva subito “Quel tizio ci ha lanciato una maledizione, fatti subito tre volte il segno della croce”. Cose così, che magari hanno contribuito a crearmi tutta una serie di micro-paure indotte, che a pensarci a mente fredda sono scemenze ma nel momento esatto in cui le vivo mi fanno rabbrividire.

La paura di dormire con i piedi scoperti, non per il freddo, no, ma perché qualcuno da sotto il letto potrebbe prendermi per le caviglie. – Ma qualcuno chi? – che ne so, qualcuno.

La paura di essere fermato dalla stradale senza documenti – Giuro che quando sono uscito ce li avevo – Sì certo, dicono tutti così

La paura di non rivedere i parenti stretti, ma anche la paura di vederli troppo spesso.

La paura di essere vanitoso, ma anche di essere troppo modesto – Sì, fa finta di sminuirsi ma in realtà se la tira abbestia. A falso!

La paura di parlare poco – sta sempre zitto, non gliene frega niente – o di parlare troppo – Oh, non si cheta un attimo, che palle.

La paura di svegliarmi insensibile, anzi peggio, interista!

La paura di arrivare alla cassa a pagare, dare 50 euro alla cassiera, lei li guarda e li passa nel verificatore di banconote. E vedi tutta la vita passarti davanti, in quel momento vorresti tornare bambino e darli al tizio che chiedeva l’elemosina quei 50 euro, pur di non farli passare nel verificatore di banconote. Guardi la tua banconota uscire lentissima da quella scatoletta infernale e alla fine arriva il temuto responso: è falsa! – No ma guardi ci deve essere un errore, li ho appena presi dal bancomat – Certo, dicono tutti così.

La paura di cambiare casa, macchina e mutande.

La paura di arrivare troppo in anticipo, o troppo in ritardo – dateci un’unità di misura accettabile, facciamo 5 minuti prima e cinque dopo? Ditecelo!

La paura di non farcela, mai. Di non essere all’altezza mai. Di combinare casini. Sempre.

La paura di sbagliare tre volte il pin del bancomat, del telefono, dello spid, dell’app immuni.

La paura di avere improvvisi vuoti di memoria….e anche di avere improvvisi vuoti di memoria.

La paura di essere fregati, sempre, costantemente.

La paura di passare sopra la grata dei tombini – metti cede, ci caschi dentro e vai giù, ma non dentro la fogna, no, finisci proprio al centro della Terra.

La paura di sbagliare a fare la differenziata – ok il vetro, la plastica, la carta, l’alluminio, ma il sughero? Dove cazzo va il sughero?

La paura di essere schiavi di qualcosa o di qualcuno, ma anche di essere troppo liberi – Dimmi cosa devo fare che è la prima volta e non so da che parte rifarmi.

La paura che si spenga il navigatore in aperta campagna, ma anche in qualche vicolo di Tor Bella Monaca

La paura di finire in ospedale e non essermi cambiato i calzini.

La paura di aprire l’ovino Kinder e non trovarci la sorpresa.

La paura di andare dal dentista, che quello si distragga e devitalizzi il dente sano. Ma anche che in un eccesso di rabbia spinga il ferretto troppo in altro e arrivi a danneggiare l’emisfero destro del cervello.

La paura di fare il bagno al largo e che uno squalo bianco mi divori – Perché è risaputo che a Livorno ci siano più squali che in Florida.

La paura di arrivare al telepass e non si alzi la sbarra – che poi devi fare marcia indietro e quello dietro suona e retrocede e quello dietro di lui suona e retrocede a sua volta e si innesca tutto un meccanismo che a un certo punto vedi uno davanti a te che fa retromarcia e pensi “che cazzo fa questo idiota?”. Niente, è l’ultimo della fila smisurata che hai creato te.

La paura che qualcuno ti chieda di scrivere un biglietto di auguri, di condoglianze, di felicitazioni… – te che sei scrittore…-

La paura che tuo figlio in quarta elementare ti chieda come si fanno le divisioni in colonna, o il participio passato di splendere.

La paura di salire sulla mia auto e trovarla diversa e dopo 20 chilometri capire che non è la mia auto. (storie di vita vissuta)

La paura di salire sull’autobus e perdere il biglietto – Dev’essere qui, l’ho appena timbrato, lo giuro – Sì sì, dicono tutti così.

La paura che arrivi la telefonata del call center e appena rispondi “si” ti attivino una promozione. e allora la conversazione è più o meno così: “Parlo con il signor Francesco?” – “Esattamente” – “abita in provincia di Livorno?” – “Confermo” – “Ha una linea telefonica attiva?” – “Se lo dice lei…”

La paura di prenotare un fine settimana su Booking senza la cancellazione gratuita – metti che a metà strada ci ripenso?

La paura di andare in farmacia e chiedere un’aspirina – in bustina o effervescente? Da 1000 o 5000 milligrammi? Vuole l’originale o l’equivalente? – Ma che ne so, basta che non sia in supposte e poi va bene tutto.

La paura di andare in un bagno pubblico e sedersi sulla ciambella del water. – E ti ritrovi a fare acrobazie che neanche Jury Chechi alle olimpiadi del 2000.

La paura di essere troppo felice – che quando va tutto bene è il momento che arriva la batosta fra capo e collo.

Forse sono tutti questi piccoli spaventi quotidiani, queste cose di poco valore, che si accumulano e scavano tutte insieme, fino a creare un buco nero al centro del torace che ci spalanca a paure più grandi. E allora ci troviamo ad aver paura dei diversi, di quelli che amano chi vogliono, come vogliono, paura di chi non si allinea, di chi viene da lontano, di chi prega un dio diverso dal nostro. Abbiamo paura di chi si ribella e di chi ha più successo di noi, specialmente se a farlo è una donna.

– Ma figurati, io non sono così, io sono per l’accoglienza e per l’uguaglianza dei diritti di tutte le persone– Certo, dicono tutti così.

LA GUERRA A STOMACO PIENO.

Mio nonno ha fatto la guerra, cioè, in realtà non ha mai sparato neanche un colpo, diciamo che la guerra lui l’ha vissuta di riflesso. Le sirene, le bombe, la paura, ma una cosa più di tutte l’ha veramente segnato: la fame. Passava tutto, ma la fame restava sempre.

Ecco, noi siamo gli eredi di quella generazione lì, quella che in qualche modo ha visto la guerra. Forse è per questo che ci piace mangiare, per scacciare questa fame atavica che ci portiamo dietro da cent’anni, perché quando mangiamo la guerra è proprio lontana. E allora ci abbuffiamo, ogni occasione è buona per farlo, feste comandate, cerimonie, serate con gli amici, mangiamo e ci sentiamo felici, in tempo di pace.
Ci piace mangiare, ma cerchiamo di dissimulare questa nostra naturale propensione all’ingozzamento, facendo finta di invidiare quelli che fanno sport e stanno costantemente a dieta, facciamo loro i complimenti ma in realtà pensiamo che siano dei repressi, dei fanatici, ci convinciamo che siano tristi e con problemi di salute. A noi che piace mangiare quelli che non mangiano ci spaventano e come tutte le cose che fanno paura li esorcizziamo con la cattiveria. “non mangia perché è depresso”… “quello è vegano, scommetto che ce l’ha piccolo”, congetture diaboliche, ingiurie gratuite, lanciate senza motivo contro qualcuno, solo perché mangia poco, o peggio ancora, mangia in modo diverso dal nostro.

A noi piace mangiare, ma anche sperimentare, siamo affascinati dalla cucina esotica, ogni tanto proviamo qualche cibo improbabile, tipo la bacche di goji, l’avocado, il tofu, gli edamame, il camu camu…un elenco infinito di parole più o meno impronunciabili accomunate tutte da un’unica grande certezza: non sanno di un cazzo. Le mangiamo così, non per sfamarci, no, noi le mangiamo per gioco. Una cosa tipo “stasera facciamo ‘sta pazzia”. Frequentiamo questi ristoranti messicani, turchi, giapponesi, indiani, ma solo per fare le foto ai piatti e postarle su instagram. Anche perché, diciamocelo, noi del cibo esotico non ne sappiamo una mazza. Mangiamo qualsiasi cosa abbia un aspetto innovativo fingendoci esperti e decantandone il gusto sopraffino, finché qualcuno ci fa notare che è un’insalata di pollo.
Ma non ce ne frega, l’importante è mangiare, non importa cosa, importa quanto. Una volta mi hanno trascinato in un ristorante cinese, “vieni, ti divertirai e poi è all you can eat”. Ammetto la mia ignoranza, non avendo mai messo piede in un ristorante cinese non avevo idea di come funzionasse la cosa. Arriva questa simpatica cameriera dai tratti asiatici e l’accento marcatamente livornese. Ci lascia i menù e il bigliettino per le ordinazioni.
“Oh, scegli, prendi tutto quello che vuoi, il prezzo è 10 euro, sempre, qualsiasi cosa tu voglia mangiare. Quindi approfittiamone”. Detesto la cucina cinese, il pesce crudo, le alghe, il gelato fritto, tutti quegli intrugli che sanno di fogna e cannella. Ricordo che mi limitai a scegliere solo i piatti che conoscevo: ravioli al vapore, gamberi al vapore, patate al vapore e gelato. Al vapore. I miei amici invece ordinarono di tutto, senza ritegno, alla povera cameriera venne la tendinite a causa dei vassoi che continuava a portare in tavola. A metà cena quasi tutti erano sull’orlo della disperazione, ma lei, la piccola cinese labronica continuava a manifestarsi imperterrita. A un certo punto mi spiegarono che dovevamo mangiare tassativamente tutto, perché il prezzo era sì di 10 euro a persona ma con la clausola che non rimanesse niente nel piatto. Il cibo che avanzava sarebbe stato aggiunto al conto. E lì iniziarono a palesarsi davanti ai miei occhi scene surreali. C’era gente che si ingozzava fino a diventare cianotica, altri, i cosiddetti “furbetti del cinesino” che mettevano abbondanti porzioni di sushi nei piatti dei clienti del tavolo accanto, altri ancora imboscavano pezzi di sashimi nelle tasche della giacca, dentro le scarpe, nelle mutande. Uscimmo che sembrava di stare al raduno degli omini Michelin.

“All you can it, street food, doggy bag” Cosa significano, non si sa, non ha importanza, l’importante è mangiare, anche se non abbiamo fame. Dobbiamo farlo perché “pare brutto” rifiutare il cibo. Se ti invitano a cena e non mangi i padroni di casa si offendono, iniziano a farti domande imbarazzanti del tipo “cosa c’è, non ti piace? Preferivi l’abbacchio anziché la faraona farcita? Stai male?, dai assaggia questa arancia, è del nostro frutteto” e tu non sai come uscirne. Quella che fino a qualche momento prima era una normale cena fra amici di vecchia data si sta trasformando in una vera e propria inquisizione. Ti ritrovi a cercare con lo sguardo una via di fuga, a lavorare d’astuzia per trovare un modo elegante di andartene senza destare sospetti. Adduci scuse improbabili, come un improvviso attacco d’asma spiegando che devi andare a casa a prendere il Ventolin. Nessuno ci crede, ti alzi e loro ti seguono, con lo sguardo sempre più incattivito. Guadagni la porta, cercano di trattenerti, ti divincoli, iniziano a volare parole grosse. “Fermati stronzo, finisci almeno di mangiare la frutta”, ma tu con uno scatto felino ti fiondi giù per le scale, arrivi in strada e uno di loro si affaccia alla finestra lanciandoti una cipolla di Tropea gridando, “non hai assaggiato neanche la crostata, a pezzo demmerda!”.

Se volete vederci patire proibiteci di mangiare. Fin da bambini sviluppiamo questa avversione alla privazione di cibo. Quando al mare mia madre mi diceva “prima di poter fare il bagno devi stare 4 ore senza mangiare”, mi innervosivo, quelle quattro ore mi sembravano quattro settimane. Dopo mezz’ora iniziavo a sentire i crampi allo stomaco, ad avere fantasie culinarie guardando i gabbiani. Mi sarei mangiato anche il coniglio al forno di nonna Celestina, che a giudicare dal sapore di vino che sprigionava, probabilmente era morto affogato in una damigiana di barbera. E a me il vino faceva veramente schifo.
Ma anche fare le analisi del sangue è una tortura, non tanto per l’ago che ti entra in vena, no, il dramma vero è che devi farli a stomaco vuoto. Anzi, la tradizione vuole che tu non debba toccare cibo dalla mezzanotte precedente. Non so se sia vera questa cosa del digiuno dalla mezzanotte, so soltanto che una volta mangia due tarallucci a mezzanotte e un quarto e dalle analisi risultò che ero al secondo mese di gravidanza.

Mangiamo e siamo felici, non pensiamo a niente e quando in televisione sentiamo dire “in questa stagione calda è consigliabile bere molto e mangiare solo cibi leggeri” il primo pensiero che ci passa per la testa è “ma vaffanculo va”. Se non mangiamo ci convinciamo di essere nervosi, ansiosi e impotenti.

E allora per un po’ lasciamo da parte i problemi, abbandoniamo le privazioni e lasciamoci cullare dal suono delle fettuccine alla bolognese che si arrotolano sulla forchetta, degli spaghetti all’amatriciana, del fegato alla veneziana, dei saltimbocca alla romana, del cacciucco alla livornese, Mangiamo e godiamoci questa parentesi di assoluta felicità, che da un momento all’altro. la guerra potrebbe tornare.

Tra dieci pagine smetto di fumare.

Lo confesso: io fumo. Eh lo so, non ne vado fiero, ma non iniziate subito a fare quella faccia, perché diciamolo, come tutti i fumatori…ho delle attenuanti.

Non bevo alcolici, ma niente proprio, spumante, birra, Campari Aperol…niente di niente, il vino poi mi fa schifo proprio. Roba che se durante un pranzo o una cena con amici o parenti cade una goccia sul tavolo cambio posto, spesso cambio anche il tavolo, in rare occasioni anche continente. Già con la cedrata Tassoni ho dei lievi giramenti di testa. Per dire. Sono quello che invitano sempre alle feste perché almeno riporta la gente a casa. Da ragazzo ero quello che suonava la chitarra davanti al falò mentre tutti gli altri si baciavano. In sostanza ho un karma demmerda.

Non gioco d’azzardo, niente slot machine, scommesse online, niente gratta e vinci, a Capodanno non gioco neanche a tombola. E ovviamente niente giochi di carte con i soldi. Non ho mai giocato a poker in vita mia, non conosco neanche le regole, anzi, non riesco neanche a tenere tutte quelle carte con una sola mano. Sì ok, qualche briscola e tressette in famiglia, ma niente di più. E non lo faccio perché sono tirchio, anzi, solo che proprio non mi appassionano le scommesse, non subisco il fascino dell’adrenalina da rischio. E poi le rarissime volte che ho giocato a qualcosa con in palio vincite in denaro….ho sempre perso. Il calcio balilla, per esempio, lo adoro, ho anche giocato a livelli discreti, vincendo anche tornei importanti, ma sempre con premi simbolici, tipo medaglie, coppe, o roba simile. Ecco, se volete sfidarmi a calcio balilla con la certezza di vincere a mani basse basta dirmi “dai, chi perde paga”. Improvvisamente divento lobotomizzato e non beccherò più una palla neanche per sbaglio. Comprese le mie.

Non faccio uso di droghe, ma da sempre eh, non ho mai avuto la curiosità di provare a stordirmi in qualche modo. Lo sono già abbastanza di mio. Niente acidi, coca, canne, pastiglie varie. Quando prendo il Brufen lo faccio di nascosto, sembro uno spacciatore ai giardini della stazione. Ho il terrore di perdere il controllo, di fare o dire cose inopportune, ok, quello lo faccio anche da sobrio, ma è un altro discorso. In poche parole, se faccio una cazzata voglio farla consapevolmente, senza la paraventata dello sballo, per intenderci. Però lo ammetto, se la cazzata è particolarmente grossa uso la tecnica dell’opossum: mi fingo morto.

Ora capite cosa voglio dire? Osservato da questa angolazione il vizio del fumo diventa già più accettabile. Cioè, avrei potuto essere molto peggio di così. Sì lo so, è un po’ come quando a evadi mille euro di tasse e ti giustifichi dicendo; ma…ma…allora quelli che evadono milioni?. In altre parole cerchi sempre quello un po’ più figlio di puttana di te. Lo so, lo so, fumare fa male, ma…sono stressato, ecco, sì, è lo stress che mi fa fumare. Anzi no, fumo perché…perché una sigaretta ogni tanto me la merito dai. Magari ho avuto una giornata di merda, arrivo a casa la sera e una sigaretta sul terrazzo dopo cena ci sta da dio. Anzi, in quel momento Dio sono io, No no, fumo perché sono un insicuro, è colpa di quella grandissima stronza dell’autostima. Fumo per darmi delle arie, quelli come sono sono cresciuti con i film americani dove il protagonista è ombroso, poco loquace e maledettamente affascinante con quella sigaretta in bocca. A pensarci…fumo perché sono timido, mi imbarazzo con niente, è un’equazione perfetta: mi fanno un complimento, mi imbarazzo e fumo. Sì ok, detta così sembra che voglia essere trattato di merda. No, non fatelo, che poi mi sento in difficoltà…e fumo. Il caffè, ecco, è colpa del caffè. Dai lo sanno tutti, caffè e sigaretta è un binomio perfetto, tipo Cochi e Renato, cantiere e umarell, Salvini e michiate.

La verità…la verità è non ho la volontà di smettere, fumo poco ma non voglio smettere e allora me la canto e ma la suono, però…in fondo…molto in fondo…vorrei farlo. Ogni tanto ci penso, anzi ultmamente ci penso un po’ più spesso a questa cosa di smettere, ecco, diciamo…che ci sto lavorando, magari in nero, ma ci lavoro.
Un po’ di tempo fa mi regalarono un libro, si intitola “E’ facile smettere di fumare. Se sai come fare” (e grazie al cazzo. Ndr). Un librettino di un centinaio di pagine o giù di lì che ti accompagna nelle intercapedini della mente. Non è il solito libro che dice “fumare fa male, spendi soldi per avvelenarti, pensa ai tuoi figli….” E stronzate varie. No, è un manuale che lavora sugli schemi mentali, considerate che la prima cosa che dice è che non devi smettere di fumare finché non finisci di leggere il libro. E lo ripete spesso, quasi come una minaccia. Lo sto leggendo attentamente, con la giusta concentrazione, ve lo consiglio, funziona davvero. E ricordate…”non smettere di fumare finché non finisci il libro”. Io ci sono quasi, ancora un piccolo sforzo e mi libererò per sempre dal demone del fumo. Ci sono, ormai mi mancano solo dieci pagine…da dodici anni.

FUORI ELENCO

Lavoro in un negozio, sì ok, non è una cosa particolarmente strepitosa da dire. Non è che lavoro alla Nasa o nell’area 51, lo so, ma il punto non è questo. Il punto è che lavorando in un negozio vengo quotidianamente a contatto con persone di qualsiasi tipo e questa è una cosa che non capita proprio a tutti. Voglio dire, gli astronauti della stazione spaziale, mentre sono intenti a girare con la tuta, il casco e tutto il resto intorno al pianeta non è che incontrano la casalinga di Voghera, per capirci.

Comunque, qualche giorno fa entra in negozio un signore sulla settantina, tiene qualcosa fra le mani, una sorta di libro antico e prezioso, di quelli che ti fanno ricordare le merende con le fette di pane e olio.͔«Buongiorno, ha bisogno?» «Buongiorno…ehm…scusi il disturbo…sarei venuto a lasciare…l’elenco telefonico».Ora, non so da quanto tempo non vi capita di vedere un elenco telefonico. A me sinceramente erano anni, molti anni. Il ricordo che avevo io era quello di un librone grigio che portava sulla copertina un monumento famoso della città a cui faceva riferimento. Nel mio caso alla provincia, perché dove abito io le grandi città sono come lo Yeti. Tutti ne parlano ma nessuno l’ha mai visto veramente.

Insomma, era qualcosa di importante e di ingombrante. Una volta mi è capitato di vedere l’elenco telefonico di Roma, sono rimasto sbalordito. Addirittura erano due volumi perché tutti quei nomi in uno solo non ci stavano. Un’infinità di persone, catalogate in scrupoloso ordine alfabetico, che poi se ne vanno in giro e scambiare la loro vita con quella degli altri, perché alla fine siamo tutti come le carte da gioco, ognuna unica e irripetibile, mischiati nel mazzo e pronti a giocarci la nostra partita in una briscola chiamata. C’eravamo tutti su quei volumi grigi, nessuno sfuggiva e se proprio qualcuno non compariva su quegli elenchi significava che era una persona particolarmente importante. Presidente della Repubblica, calciatore famoso, cantante e altre persone così. Cioè, non è che uno prendeva l’elenco e poteva telefonare a Sandro Pertini o a Michel Platini. Per dire. Ma a parte queste persone famose, il resto eravamo tutti lì sopra. Anzi, per essere sicuro di esserci cercavi il tuo nome e quando lo trovavi ti sentivi quasi importante, cioè, stavi su un libro. Il tuo nome e cognome era stampato su carta e mandato in giro per il mondo, roba da montarsi la testa.

Ecco, come dicevo prima, non so da quanto tempo non vedete un elenco telefonico. Io l’ho visto due giorni fa e sono rimasto senza parole. E’ un librettino in formato A5, tipo quaderno di seconda elementare. Più che un elenco è una lista della spesa, con pochi ingredienti. Una lista della spesa di uno che è a dieta ferrea ecco. Una roba tipo: Mario Rossi – Tofu – Carlo Verdi – pane integrale – Maria Bianchi e bacche di goji

Ma che fine hanno fatto?, tutti quanti intendo. Dove sono finiti tutti quei nomi che rendevano enormi gli elenchi telefonici? Non erano solo nomi e numeri, erano storie e le storie non sono mai da buttare via.Dove sono? Hanno rinunciato al telefono fisso?, sono espatriate?, sono cadute nel buco nero? Stai a vedere che hanno ragione i terrapiattisti e tutti quelli che erano nell’elenco sono caduti di sotto. C’è da perderci la ragione se ti metti a pensare agli elenchi telefonici.Da qualche giorno a questa parte guido con prudenza, non che prima fossi un automobilista scellerato, ma adesso quando entro in galleria rallento un po’ e cerco di allungare lo sguardo, così, perché non si sa mai, magari alla fine del tunnel cado di sotto e mi ritrovo di colpo fuori dall’elenco. Roba da perderci la ragione.

UN BAZOOKA DENTRO CASA

Diciamoci la verità: i ragazzini di oggi sanno molte più cose di noi. E ne sono consapevoli.

Finché sono piccoli riesci a tenere loro testa, oddio, nemmeno più di tanto, ma diciamo, ti illudi di farcela, o almeno, te lo lasciano credere.
Poi intorno ai cinque/sei anni iniziano a farti domande precise. Alcuni anche prima, e non si accontentano di risposte generiche, col cazzo, loro pretendono di essere convinti. Noi alla loro età credevamo a tutto ciò che ci veniva detto, lo prendevamo per buono e basta, probabilmente credevamo ancora nell’onesta del genere umano. I bambini di oggi no, quelli dubitano, chiedono spiegazioni, dettagli, non li freghi con risposte di merda tipo “sei piccolo non puoi capire”, neanche per sogno, i bambini di oggi ti inchiodano alla sedia e non ti rilasciano finché non paghi il riscatto con spiegazioni scientifiche.

Tutti noi abbiamo creduto a Babbo Natale, dai, chi non l’ha fatto?, tutti, l’abbiamo fatto ed era bello, ci lasciavamo trasportare da quella magica sensazione di stupore, ci immaginavamo questo omone vestito di rosso che passa dal camino a portarci i regali, fantastico, una meraviglia proprio. E ci credevamo con tutte le cellule del nostro corpo, eravamo convinti ed estasiati proprio, come Salvini sulla spiaggia del Papeete, per capirci. E cercavamo di prolungare quella sensazione il più a lungo possibile. Mi ricordo che alla fine della seconda media mio padre mi prese da una parte dicendomi “senti bimbo, ormai sei grande, devo dirtelo…(sospiro)…Babbo Natale sono io. Sono io che ti metto i regali sotto l’albero la notte della vigilia…(sospiro)…mi dispiace, ma era giusto che lo sapessi”. Una notizia sconvolgente, mi mancava il fiato. Sono arrivato fino alla seconda liceo vantandomi che il mio padre era Babbo Natale, proprio lui, quello vero.

Prova a dirlo a un ragazzino di sei anni che Babbo Natale esiste davvero. Quello inizia intanto a farti domande sulle renne, che tu non hai la più pallida idea di che razza di animali siano di preciso. Sì ok, assomigliano a un cervo, ma hanno le corna più grandi, tipo i fidanzati di Belen. Sono a pelo lungo? A pelo corto?, mangiano erba? Quanto sono alte? E insiste il ragazzino, anzi, se vede che barcolli…infierisce. Ma come fanno a volare? Dai, spiegami come fanno. E tu arranchi, farfugli…

”hanno le ali”. E lui, il ragazzino di sei anni intraprendente che , diciamocelo, inizia a essere un filo antipatico, prende il suo tablet, te lo sbatte in faccia dicendoti:

“Ali?, quali ali? Guarda, Google dice che le renne non hanno le ali. Quindi? Come fanno a volare? Eh? Dai, come fanno?”.

Tu sudi, hai un capogiro…bonfonchi un “hanno una polvere magica”… E il ragazzino ti guarda agonizzante, poi come un cacciatore spietato mette le cartucce nel bazooka e spara:

“Ok, ammettiamo che riescano a volare, ma non è così, comunque, prendiamo per buono che volino, mi spieghi come fa Babbo Natale a fare il giro del mondo, di tutto il mondo e andare dai bambini, sempre di tutto il mondo, in un solo giorno? Anzi, per esattezza, in otto ore al massimo, visto che di giorno siamo svegli e si vedrebbe?”.

Tu, ormai vinto, agonizzante e con la salivazione azzerata chiami a te quel nano dispettoso, prendi il suo viso tra le mani e usi il tuo ultimo respiro di dignità per dirgli con un filo di voce
“Figlio mio….quest’anno Babbo Natale deve pagare la rata del mutuo, quindi vaffanculo te, le renne e tutta la Lapponia”.

Per non parlare poi delle domande sul sesso. Tutti i genitori temono quel momento, l’attimo esatto in cui lo gnomo con l’ascia chiede:
“mi dici come nascono i bambini?”. Ecco, in quel momento rimpiangi enormemente le domande sulle renne. Ok, respiri,
“allora…ci sono le cicog…no, niente, lasciamo perdere gli animali che non sono il mio campo”, riprovi…
”allora…c’è il fiore, no? E ci sono le api”, lui ti guarda perplesso dicendoti
“sì, ok, le api fanno il miele, l’ho letto su wikipedia, ma che c’entra?”, ok, non è il momento di tergiversare, devi andare dritto al punto, dai, ce la puoi fare, semplice, diretto, efficace, tipo un cazzotto nei denti. Dai, falla breve, diglielo e basta, su.
«Allora…c’erano Adamo ed Eva, no?…”. Alla fine quel metro e dieci di cinismo e arroganza che da sei anni gira per casa tua ti fa sedere, si mette amabilmente di fronte a te e con tutta la comprensione del mondo ti dice:
“ok, ho capito, parliamo di sesso. Dimmi cosa vuoi sapere”. Così ti dice, lui a te!

Insomma, tocca impegnarsi di più, dobbiamo prendere coscienza che i tempi sono cambiati e i ragazzini di oggi sono cento volte più svegli di noi alla loro età. Non sottovalutiamoli, i ragazzini di oggi sognano, come facevamo noi, ma non sono ingenui, hanno fame di risposte, noi avevamo fame…e basta. Loro si informano, cercano, prendono appunti, registrano tutto nel loro hard disk mentale. Quando vedi un bambino di sei anni seduto a tavola tranquillo non si sta rilassando, neanche per sogno, sta facendo il backup dei dati e aggiorna l’antivirus interno. Pensiamoci, ogni volta che facciamo la scelta più comoda, quella di prendere l’ipad e darlo ai nostri figli dicendo “tieni, almeno per un’ora non mi rompi i coglioni”, pensiamoci, gli stiamo dando in mano il mondo intero, con le sue meraviglie e le sue schifezze, ma soprattutto, gli stiamo offrendo l’occasione per farci un’infinità di nuove domande a cui noi non sapremo mai rispondere, nuove cartucce per i loro maledetti bazooka. In altre parole, quando diamo un tablet a un bambino di sei anni, in realtà, ci stiamo tagliando i coglioni da soli.

Il finale di un monologo del grande Mattia Torre racchiude tutto l’universo del rapporto fra adulti e bambini. Le parole più o meno sono queste:

  • Tutti i genitori prima o poi vanno in crisi e ognuno vive la crisi a modo proprio. Ma tutti i genitori però, tutti, sono accomunati da una cosa: la strana e insindacabile libertà di usare una certa violenza quando si pulisce con un fazzoletto la bocca di un bambino. Dopo due passate, la successiva è sempre ingiustificatamente forte, violenta. Alla terza passata sulla bocca del bambino, tutti tirano fuori una certa rabbia, come a dire tacitamente : “Bambino, mi stai sul cazzo”. – (Figli- Mattia Torre).

UNA BAMBINA ALLA FINE DEL MARE

Ti guardo di sfuggita mentre dormi, con quel tuo profilo fatto di attese e giorni che verranno e il respiro impetuoso di tempeste in mare aperto. Ti guardo e provo a immaginare la donna che sarai, sapendo che farai la tua strada e non potrò fare altro che augurarti di trovare ciò che stai cercando.

Posso solo dirti che per fortuna non è tutto pianificato, che ci saranno sempre piccoli dettagli pronti a sfuggire al normale corso degli eventi e sono quelli che  ti renderanno unica. Sarai tu a guidare, ma spero che lungo il viaggio possa imbatterti in qualcosa e qualcuno ti faccia distogliere un attimo lo sguardo dalla strada.

Ti auguro di incontrare qualcuno che ti faccia ballare e ogni ballo sia un grande amore, non importa che sia un tango o un valzer da balera, l’importante è che la testa stia girando. E chi se ne frega se non vai a tempo. Improvvisa, inventa tu i passi e pazienza se poi finirà la musica e ti sentirai morire. Certi balli vanno affrontati senza pensarci troppo su.

Ti auguro  di incontrare qualcuno che ha rubato un libro di poesie, qualcuno che scrive pensieri su fogli di carta, che usa la chitarra come una spada. Un rivoluzionario, un illuso, un disattento, qualcuno che si dimentica ciò che deve fare, che perde le chiavi di casa, che si ferma all’improvviso e scatta una foto. Qualcuno che parla poco e profuma di sogni.

Ti auguro di avere un’amica matta, una di quelle che bussa alla porta alle tre di notte e ti trascina fuori a sentire il silenzio che c’è. Una di quelle amiche che parla svelta e muove le mani, piena di “cazzo che casino”, e di “ce la faremo, fidati”. Quella che ti manda a fanculo e ti abbraccia forte, sempre di corsa, come se l’aria non fosse mai abbastanza. Quella delle canzoni a squarciagola lungo strade polverose a prendere la vita di petto.  

Ti auguro di inseguire progetti fuori tempo, quelli in cui credi solo tu, che te ne freghi e vai avanti nonostante le cantonate prese. Ti auguro un viaggio nella piazza a Marrakech, rumorosa e profumata come solo certe piazze sanno essere. Ti auguro la Londra di Canary Wharf, quella di acciaio e vetri alti, ma anche quella di Hammersmith, fatta di Tamigi e batticuore. Ti auguro Istanbul e Lisbona, Lubiana e Notre Dame e Barcellona e Dublino e tutti i luoghi che non lascerai mai più riportando tutto a casa.

Ti auguro di sbagliare, di sentirti perduta, e di avere qualcuno vicino che ti dica “ce la faremo”. Ti auguro di essere la donna che vorresti diventare, imperfetta e libera, onesta, insicura e splendente, allegra, malinconica e spensierata. Felice. Spudoratamente felice.

Provo a immaginare la donna che sarai, ma tu non farci caso, rimani ancora un po’ quella bambina alla fine del mare. Dormi amore, la situazione non è buona.

Il Paese dei Balocchi

Questa sera questa sera, dopo undici rintocchi,
io vi aspetto tutti quanti nel Paese dei Balocchi,
perciò venite numerosi non perdete l’occasione,
è un paese piccolissimo assurdo con ostinazione.

E lo prometto vi prometto che,
non crederete a ciò che sta accadendo,
e mi direste che son pazzo se,
vi raccontassi come sta esplodendo.

C’è quel comico pentito che si è messo a far comizi,
e ripete come un mantra che rifiuta i sodalizi,
poi si allea con tutti quanti pur di stare in Parlamento
e ti manda a fare in culo se non dimostri apprezzamento.

C’è il bambino capriccioso che capisci a malapena,
ma si arrabbia e batte i piedi se non è al centro della scena,
vuole stare sulla giostra vuole fare il capotreno,
se lo sgridi lui ti guarda poi ti dice “stai sereno”.

E io vi giuro ve lo giuro che,
quello che dico non lo sto inventando,
entrate pure e capirete se,
è tutto vero o state sognando.

Poi c’è un marinaio incazzoso che ce l’ha con tutti quanti,
con i rossi i gialli e i neri ma di più con i migranti,
con le navi e i comandanti lui è sempre ai ferri corti,
farebbe navigare tutti ma tenendo chiusi i porti.

C’è un anziano condottiero che si crede un generale,
con il fard e i milioni punta dritto al Quirinale,
lui si sente un cavaliere proprio come Don Chisciotte
ma ormai è un Sancho Panza che si ostina ad andar a mignotte.

E io vi dico ve lo dico che,
questo è il paese che state cercando,
non dubitate e date retta a me,
che già lo vedo che vi sta piacendo.

Lungo il sentiero giù a sinistra c’è un funambolo sornione,
che cammina impaurito senza dare un’opinione,
cerca il consenso dei compagni mentre mette avanti un piede,
ma gli si legge chiaro in faccia che a ciò che dice non ci crede.

Poi c’è tutto un bailamme di giocolieri e saltimbanchi
che si muovono a casaccio come fossero dei granchi,
con lo scudo, con la svastica con la falce e col martello,
c’è la fata, mangiafuoco e quello del Grande Fratello.

Nel Paese dei Balocchi c’è un re senza corona,
che si sforza di trovare sempre una parola buona,
ma si sta rompendo il cazzo, detto senza virgolette,
e vorrebbe andare tanto a comprar le sigarette.

Nel Paese dei Balocchi c’è un popolo un po’ incauto,
segue sempre un pifferaio che lo incanta con il flauto,
a nessuno viene in mente di fare la rivoluzione,
l’importante è solamente dargli il gioco del pallone.

Ve lo ripeto, lo ripeto che,
questo Paese è la fine del mondo,
e resterete sbalorditi se,
ascolterete cosa sto dicendo.

E lo prometto vi prometto che,
questo è il Paese che state cercando
e mi direste che son pazzo se,
vi raccontassi come sta morendo.

Emanuele Luzzati Art

OTTANTAQUATTRO PASSI

Ottantaquattro passi, questa è la distanza che separa la porta di uscita dalla fermata dell’autobus. Non sono tantissimi, ma abbastanza per pianificare le prossime mosse. Ottantaquattro passi è la misura perfetta per decidere di essere un uomo.

Cammino e penso che questa volta sarà quella buona, perché sta piovendo e quando piove il traffico scorre piano e i minuti si allungano. Tra un autobus e l’altro sembra passare un’eternità e allora ho tutto il tempo per scegliere con cura le parole da dire, che mica è facile trovare le frasi giuste. Le parole dette a voce sono indelebili, le pronunci e rimangono quelle. Quando scrivi hai sempre la possibilità di cancellare, rileggere, correggere gli avverbi e gli aggettivi. Le parole pronunciate a voce no, sono senza appello, non ammettono ripensamenti, non concedono alternative. Così parlo poco, e sorrido abbastanza, che è un modo come un altro di prendere tempo.

Ho il fiatone, il colletto del cappotto rialzato e uno strano berretto grigio infilato a forza sulla testa, che quando lo tolgo mi esplodono i capelli, come i fuochi d’artificio a capodanno. Invidio quelli con i capelli lisci, sempre ordinati, che riescono ad addomesticare con semplici gesti. I miei no, sono mossi, anarchici, elettrizzati da una sorta di protesta costante. Mi viene da credere che i capelli delle persone siano lo specchio dei loro pensieri. Alcuni li hanno precisi, quasi geometrici, altri intricati, che non si capisce dove finisce uno e inizia l’altro.

Ci sono quasi, inizio a cercarla con lo sguardo tra il gruppetto di persone in attesa, la vedo, mi avvicino più che posso, stavolta glielo dico. Ci penso ancora un secondo ma poi glielo dico, dai che ci vuole.

“Mi daresti il tuo indirizzo? Sai com’è, ti ho scritto una decina di lettere d’amore e vorrei fartele avere”, sì, potrebbe essere un buon inizio. “Senti scusa, mi faresti un sorriso, che poi magari ci scrivo un romanzo intorno”, surreale ma buono. “Ciao, mi diresti che ore sono? Non che mi interessi eh, era solo per sentire la tua voce”,  un po’ scontato ma potrebbe funzionare. “Ciao, se ti va, ti potresti addormentare così posso guardarti sognare?”, decisamente azzardato ma magari le piace e sorride.

Dai faccio passare il prossimo autobus e poi mi avvicino ancora un po’, mica posso alzare troppo la voce, cosa penserebbero tutte queste persone in attesa. A pensarci bene sono strani, quelli che aspettano intendo, sono strani, quasi comici. Se ne stanno lì, in file più o meno ordinate e mettono in stand by la vita. Rimangono impassibili mentre dentro hanno il mondo che esplode. Alcuni sono discreti, altri sbuffano irrequieti, che poi qui fa un freddo cane e si vedono ogni tanto questi sbuffi d’aria bianca uscire da quelle bocche borbottanti di impazienza e tempo perso. Alcuni sono immersi con lo sguardo nel telefono, altri parlano fra loro a voce bassa, come i parenti in chiesa durante un matrimonio. Io mi perdo nei dettagli, tra le pieghe di tutte queste vite intorno a me, che si sfiorano senza neanche conoscersi.

Mi avvicino ancora un po’, riesco quasi a sentire il profumo della sua giornata, sento perfino il profumo di tutte le giornate che ha trascorso, delle risate improvvise che avrà fatto, dei pianti disperati soffocati dal cuscino, il profumo delle sue passeggiate d’aprile, degli abbracci, di tutti gli abbracci dati e ricevuti, sento il profumo del libro che sta leggendo ora, mentre aspetta l’autobus e di quel suo modo morbido di muovere le mani, come se stesse suonando un notturno di Chopin.

Le sono a un passo, è il momento di parlarle. Ormai ne saranno passati almeno cento di autobus per casa mia. Lei chiude il libro, si alza e sale su uno di quelli. Rimango come uno scemo a parlare con me stesso, come tutte le altre sere, da cinque mesi a questa parte. Domani, domani sarà la sera giusta, me lo sento, domani farò questi ottantaquattro passi, smetterò di sognare e la prenderò per mano, il resto verrà da sé. Nel frattempo, senza preavviso, ha smesso di piovere.