Il movimento perfetto.

Le mattonelle della piazza disposte in diagonale, secondo uno schema ordinato, a creare un obliquo progetto. Geometrico e perfetto. Linee parallele che salgono impavide fino alla vetta di un successo ipotetico per poi ripiombare verso il basso in una discesa senza freni. E una volta toccato il fondo riemergere con una – continua – testarda volontà. Così, quasi all’infinito, rappresentazione perfetta e crudele delle umane esistenze.

A metà di una di queste salite c’era Fede, seduta al tavolo di un bar con lo sguardo perso dentro ad un aperitivo quasi rosso, al profumo di frutta e giorni andati. Tiene il bicchiere con entrambe le mani, in uno tentativo inconscio di preservare la fragilità del vetro dai terremoti della vita. E’ praticamente immobile, nessun gesto funzionale al tentativo di attirare l’attenzione, niente di niente, eppure non puoi fare a meno di guardarla. E trovarla attraente. Come quando passi davanti ad un quadro di Chagall, non è altro che una tela, un’immagine appesa ad una parete, assolutamente priva di una qualsiasi ambizione di notorietà, ma non puoi evitare di guardarla. Ti seduce. E ti perdi. Per sempre. C’è da dire che Fede era, oggettivamente, bellissima.

Fede era una di loro, una di quelli lì, una degli altri. Il suo nome vero nessuno lo ha mai saputo con precisione. Probabilmente Fede era il diminutivo di Federica, ma se glielo chiedevi rispondeva di no – Chiamami Fede, va bene così-. In pochi minuti le persone si abituavano e smettevano di farsi domande. Come se quelle quattro lettere fossero scivolate nel tessuto delle azioni quotidiane, tipo lavarsi il viso. Gesti automatici, dettagli a cui non facciamo più caso, per intenderci.

Chiunque si trovasse a passare per quella piazza non poteva esimersi dal guardarla, come fosse un vortice, il polo opposto capace di attrarre le linee visive. Fede aveva qualcosa di irrisolto che la rendeva terribilmente affascinante, un mistero dentro che la accompagnava continuamente. Lei non se ne preoccupava, non lo ostentava e non cercava di reprimerlo. Ma traspariva, in ogni gesto, come un vaso pieno fino all’orlo, incapace di trattenere tutto quel liquido, destinato a traboccare al minimo sobbalzo. Muoveva le mani e traboccava, si sedeva e traboccava, si aggiustava i capelli e traboccava, rideva e traboccava. Ti guardava di sfuggita e annegavi. Quel mistero dentro, lo teneva con sé, senza farci caso. Si limitava a portarlo in giro.

E allora capitava spesso di vedere uomini intenti a fantasticare. E si capiva che non erano pensieri innocenti, ma rovesci di passioni, immagini di schiene contro il muro e fianchi ad incassare le spinte dell’istinto, di bocche lungo il collo a percorrere sentieri di pelle e sudore, di mani tra i capelli a tirarsi su la testa a vicenda, nel tentativo estremo di tornare a respirare, in quell’istante senza fine che precede la fucilata in mezzo al ventre.

Pensieri così, che ottenevano una forma, scappavano via, come figli ribelli che prendevano coscienza della loro libertà. Non c’era niente da fare, era il corso logico delle cose, reprimerli avrebbe portato soltanto a miseri fallimenti. C’è da dire che Fede era, oggettivamente, bellissima.

Se ne stava lì, seduta, a fare da guardia a quel bicchiere, distoglieva lo sguardo solo per alzarlo verso il sole, in un movimento perfetto, quasi studiato oserei dire. Piegava lentamente indietro la testa, il mento sollevato, come l’urgenza controllata di ossigeno dopo una breve immersione. Si fermava proprio lì, oltre il pelo immaginario di un’acqua che vedeva solo lei. Lo fanno tutti, quelli là, questa cosa di tornare ogni tanto a respirare loro la fanno, ogni tanto. Magari a metà di un discorso poco interessante, alla fine di un bacio distratto, al trentaduesimo passo in una via affollata del centro, in un qualsiasi momento non preventivato, come una decisione presa all’improvviso, come una buona idea. Si interrompono di scatto. E lo fanno. Loro lo fanno. E’ il movimento perfetto.

A Fede capitò dopo un abbandono, uno di quelli che ti lasciano stordito, si ritrovò seduta per terra, come se qualcosa dentro si fosse interrotto, con le spalle appoggiate contro qualcosa di imbottito, non avrebbe saputo dire cosa, ma era un dettaglio irrilevante, con un vestito leggero a far da barriera al freddo del pavimento. Le ginocchia piegate sotto il mento e gli occhi, quegli occhi lì, a fissare la porta che qualcuno si era chiuso alle spalle un po’ di tempo prima.. Non avrebbe saputo quantificarlo con precisione, forse un paio di minuti, magari due ore, più probabilmente un giorno intero. Non aveva mai abbandonato quella posizione, non si era neanche sognata di farlo, finché un pensiero nitido, perentorio le si piantò nella mente. Una scheggia infilata in un punto inaccessibile della carne. Prese una manciata di qualcosa, erano pastiglie, ma avrebbero potuto essere pallottole, le spinse in gola, piegò lentamente indietro la testa, il mento in alto, come a sollevarlo dal pelo di un’acqua che vedeva sola lei. Il movimento perfetto.

Qualcuno l’aveva salvata, ma ormai era diventata una di loro. Di quelli che hanno baciato in bocca la morte ma sono stati strappati a quell’amplesso un attimo prima di raggiungere l’apice del piacere.

E allora se lo portano in giro il loro mistero, quelli là. Non possono fare altrimenti, alcuni cercano di perdonarsi, altri non ci provano neanche, perché chi ha iniziato a morire non smetterà mai di farlo.

Fede è una di loro, è questo che attrae terribilmente le persone che la osservano inconsapevoli. Ride, si aggiusta i capelli, muove le mani, si siede. Quasi normale, tuttavia ad ognuno rimane impressa solo l’immagine di lei che gira la testa all’improvviso, cercando qualcosa, gli occhi terrorizzati come a fissare una porta chiusa da qualcuno – Ossigeno.

C’è da dire che Fede è, oggettivamente, bellissima.

Un riflesso viola.

Campo lungo. Stanza in penombra, un po’ di luce clandestina oltrepassa le persiane socchiuse, come un fuggitivo che attraversa il punto meno battuto di un confine. Al centro della stanza una figura di donna, su una sedia impagliata, di quelle che hanno attraversato il mare e che ne vissute tante di maree dell’esistenza, ne porta i segni, tutti quanti, ma non si è mai arresa alle correnti. Quella sedia. E quella donna.

Campo medio. I capelli sono lisci, una cascata tiepida lungo la schiena, le labbra socchiuse, come a filtrare l’umidità del respiro e le rincorse a perdifiato. Le mani precise, posate sulle gambe con un’esattezza quasi immotivata. Gli occhi forzatamente immobili, obbligati verso un punto indefinito, a nascondere una smania fuori luogo.

Piano americano. – La giusta misura – Gli angoli della bocca accennano un movimento impercettibile, la pelle si increspa, lentamente si separa dal resto, si potrebbe pensare al preludio di un accenno di parola. Forse di una frase. Se siamo fortunati di una storia intera.

Piano medio. – Sono Veronica, ma di questo non ne ho mai fatto mistero – sorride, giù in strada passa la sirena di un’ambulanza – ho attraversato il mare, un mare medio, niente oceani o roba del genere, quelli sono fatti per occasioni fuori dalla nostra portata, solo un mare leggero, che in una notte sei sull’altra riva e nessuno ci fa caso. Mi sono portata dietro quattro paia di scarpe, un libro di Pennac e Ti prendo e ti porto via di Ammaniti, in cui il mare c’è ma non si vede. Un numero di telefono, perché non si sa mai. Il riflesso di un amore lasciato sul molo ad aspettare un ritorno che non ci sarà.

Me lo ricordo ancora quell’abbandono, me lo ricordo bene, con il musicista americano e il suo violino in legno d’acero, a deglutire note che non vedranno mai un teatro e la malinconica consapevolezza di defraudare il pubblico di una forma d’amore. Con il venditore di palloncini, in smoking e sollievo, come se fosse sfuggito a una qualche elegante disfatta. Con due amici, di ottantaquattro e settantanove anni, che giocano a carte al tavolo di un caffè e litigano per una primiera complicata, ma poi si guardano e ridono di gusto per una gonna svolazzante. Perché è così che dovrebbe essere. Sempre. Con l’uomo dei quadri, che si aggira fra la gente con una cornice fra le mani, una cornice senza tela, solo quattro legni a formare un rettangolo perfetto. E lui ci guarda attraverso, ti si pianta davanti e ti osserva, come un’opera d’arte, qualcosa di inarrivabile. Perché ogni esistenza è così. Unica. E irripetibile.

C’è lui, con un maglione grigio di cotone leggero e una camicia nera a definirne i contorni e muove le mani, dicendomi di aspettare, che ci sono ancora cose da dire, che alla fine vedrai che ce la faremo, poi alza la voce e inizia a prendere meglio la mira. E spara un colpo e poi un altro, che certe parole sono palle di cannone. E mi prende per un braccio, dice qualcosa su di sé, che non ce la può fare e altre sentenze simili, che mi verrà a cercare, che mi aspetterà per sempre e altre assurde promesse perentorie ed effimere come gli auguri di Natale.

Alla fine eccomi qua, a passeggiare fra la vita della gente con un sorriso in bella mostra e uno strapiombo in sottofondo, come quei giullari di un circo di periferia che accarezzano gli sguardi degli spettatori ma una volta usciti dal tendone si ritrovano con la testa fra le mani a sperare in una svolta del destino.

Perché quelle come me vivono così, minuto per minuto, respiro per respiro, adeguandosi alla scena del momento. Quelle come me si ritrovano a parlare di felicità incontrollate mentre sentono i morsi della rabbia. Quelle come me hanno due cuori. Uno grande, da mandare allo sbaraglio, a prendere di petto le tempeste. Quello da confondere fra abbracci e dispiaceri, fra incantesimi e graffi sulla pelle. Lui è il grande mago, che meraviglia gli sguardi dei presenti, che regala feste a chi ha bisogno di alleggerirsi i pensieri. Il cuore che sfida la sorte senza aver paura, il lanciatore di coltelli come sguardi imperscrutabili, il tuffatore che si getta a corpo morto nella vita.

Poi c’è l’altro, il secondo cuore, quello misero, ridotto nello spazio e nelle emozioni, quello indifeso e trasparente, la stanza esposta a nord in cui tenere le cose da salvare, quello che mi fa guardare verso l’acqua, quelle correnti che mi sono lasciata dietro, con quell’uomo che mi faceva promesse perentorie, sperando di vederlo comparire all’orizzonte.

Il cuore vivo, quello che pulsa davvero, condannato a convivere nell’ombra. Il cuore che vorrebbe uscire allo scoperto ma rimane soffocato dall’esuberanza dell’altro. Il lupo e il bracconiere, il mago e il coniglio nel cilindro, la paura e il suo contrario. Il forziere e il suo corsaro. Imprescindibili l’uno all’altro, incompleti l’uno senza l’altro. Come il danno e la pena da scontare.

E’ così che vivono quelle come me, con il doppio cuore, con una vita allo scoperto e l’altra giù in cantina a fare il controcanto. Due esistenze incomplete che non si incontreranno mai. Due sciagure in un’anima sola.

Primo piano. Le labbra tornano a saldarsi insieme, come alla fine di un sospiro. Giù in strada qualcuno con accento americano sta suonando un violino in legno d’acero.

Dettaglio. Un riflesso viola al bordo dell’occhio destro.

 

Cassandra sotto assedio.

Un vestito a pieghe, rigorosamente giallo, non potrebbe essere altrimenti, che in quella piazza lì, lei dice, c’è bisogno di farsi notare. Un bisogno lento, incessante come una speranza. Le infradito impolverate e alla caviglia destra un braccialetto pieno d’argento e corse a perdifiato.

Cassandra, occhi verdi di oceani e giorni di terrore, un vento di capelli rossi da inseguire, che da quelle parti nessuno si è mai sognato di nascere con capelli così. Ma per lei era normale, li portava in giro come un dono, tra vicoli e macerie, li portava in giro come a profumare l’aria di salmastro e rosmarino.

Cassandra che indovina il destino della gente, senza rendersene conto, come se fosse normale, come a far credere che non si tratti neanche di un miracolo. Lei ti prende le mani, due dita sotto il polso, a cercare il battito più nitido, come a mischiare il tuo sangue con il suo. Ti prende le mani e ti racconta un po’ della tua vita, di quello che farai. Ti anticipa i sussulti dell’amore, le vertigini che incontrerai e ti svela, nei minimi dettagli, il bacio della morte.

Cassandra ha dodici anni e vive a Raqqa, così, senza mezzi termini, senza averlo scelto, ma potendo farlo è lì che avrebbe voluto stare. In quel posto che nessuno conosce, che fa comodo non vedere, che anche il Padreterno se si trovasse a passare di là volgerebbe lo sguardo altrove.

Cassandra ha visto di tutto, ma c’è ancora spazio negli occhi che ha. Canta, Cassandra, con una chitarra fra le braccia che Dio solo sa dove l’abbia trovata, mentre fuori scoppia la notte lei raduna una decina di persone, le distoglie dal loro destino, le porta in un posto sicuro, uno di quelli a cielo aperto, qualche metro di universo apparso in sogno, chissà come. Un manipolo di occhi spaventati seduti in cerchio e lei in mezzo, con la certezza assoluta che quella non sarà la fine di tutto, almeno non in quel momento, almeno non in quella notte. Si siede al centro. Accenna un accordo in la minore, che Dio solo sa dove l’abbia imparato. E canta. Che non si è mai visto nessuno morire mentre Cassandra cantava.

E il mondo fuori diventa rarefatto, come l’aria nelle cattedrali, come se la musica deviasse le traiettorie, delle bombe. Lei inizia a cantare e la paura si trasforma in qualcosa che assomiglia molto all’idea di libertà.

Ne ha salvate a centinaia di mani e speranze, Cassandra che legge in anticipo gli intrecci della sorte

Chi passa di là ci trova Cassandra con il sorriso migliore che ha, chi passa di là vede una bambina con il vestito più bello che può. Chi passa da Raqqa fugge da qualcosa che non si può spiegare, ma per qualche motivo rallenta il passo, roba di un minuto e si ferma ad ascoltare qualcosa in sottofondo, come una melodia alla fine di un boato. Volge un attimo lo sguardo, questione di secondi, giusto il tempo per vedere un vento di capelli rossi, un’immagine dissonante al centro di una desolazione. Alcuni proseguono la fuga altri si sentono prendere le mani, due dita sotto il polso, come chi vuole mischiare il suo sangue con il tuo.

Certe sere, fra quel che resta di Raqqa si sente Cassandra che regala speranze ad un cielo sotto assedio.

Dedicato a chi è in fuga, a chi non ha scelta, a chi non sa più come fare e nonostante tutto trova un pretesto per continuare a sperare. Grazie.

 

Meno di un minuto.

Mi chiamo Teresa e tra meno di un minuto sarò morta. Solo pochissime persone al mondo sono in grado di sapere con esattezza il momento della loro scomparsa. Meno di un minuto, così ha detto il medico che mi ha appena visitato, quello bello, con gli occhiali e la bocca carnosa. “La pallottola ha trapassato lo sterno,” Ha detto con quelle labbra perfette, “non c’è più niente da fare”. Dio cosa gli farei ad una bocca così.

Meno di un minuto, il tempo che ho impiegato ad innamorarmi dell’uomo sbagliato, il comandante di un esercito di mercenari. Tutti con qualche nemico nuovo da affrontare con chili di tritolo, acido e cemento.

Meno di un minuto, la durata del boato sull’’autostrada e dell’auto vicino al centro di Palermo, meno di un minuto, l’attesa del treno per Peppino. Perché a certe persone non basta ammazzare qualcuno, no, devono fare in modo che si sappia.

Meno di un minuto, il tempo che durava la stretta di mano tra il comandante e quella processione di faccendieri, pancioni, puttanieri, in cravatta e doppiopetto, venuti a chiedere un compromesso per la loro fame di potere. Li spiavo da dietro la porta socchiusa, tutti devoti e imploranti, come a dire “comanda me, comandante”.

Meno di un minuto, il tempo necessario per inventarmi cento modi di fuggire, meno di un minuto per abbassare la testa e rinunciare.

Meno di un minuto per trovarmi fra le braccia di un ragazzo, avrà avuto vent’anni, io almeno quaranta. Non era amore, era solo aria sana, ma quelle come me non sono destinate a respirare ossigeno. Cerco di pensare a lui, ogni giorno, per meno di un minuto.

Meno di un minuto è il tempo che mi resta per pensare al figlio che non ho, si sarebbe chiamato Giovanni e a quest’ora sarebbe laureato, magari avrebbe cambiato cognome, magari, chissà, avrebbe potuto anche amarmi.

Meno di un minuto per imparare a chiede scusa, quelle come me non conoscono il significato, ma l’ultima volta che mi sono vista nello specchio mi è venuto da piangere forte.

Meno di un minuto per pensare al comandante, che a suo modo mi ha voluto bene e io, a mio modo, ho tradito ogni giorno.

Meno di un minuto per beccarmi una pallottola in mezzo al petto, a far compagnia a tutti gli altri dolori incastrati nel respiro. Una fatalità, dicono, io invece sono convita che mi aspettasse da tempo quel proiettile. Come un amante paziente seduto al tavolo di un ristorante con una rosa in mano in attesa di qualcuno da liberare.

Mi chiamo Teresa e adesso ho perso il conto dei secondi, il dottore dalle labbra perfette mi sta guardando e io vorrei solo dirgli che ho pau

Egan il matto.

Maledizione, avrei voluto dormire ancora un po’. Invece eccomi qua, approdato in un’altra giornata con nessun impegno da affrontare. Niente di niente, solo stare qui ad osservare, controllare che tutto si svolga secondo i piani. Un giorno come gli altri, fotocopiato e messo lì ad occupare spazio. Con la solita pioggia leggera a battere contro i vetri della finestra in finto stile inglese.

Non resta che stare qui ad aspettare qualche persona nuova che sale su per la collina a soddisfare la propria curiosità. Con quella faccia da topo invadente, tutti uguali, hanno tutti lo stesso viso. Quelli che percorrono la Wild Atlantic way andrebbero sterminati con processi sommari. Tutti uguali. Curiosi in modo irritante. Tutti con la stessa identica domanda, tutti quanti. “Perché ha deciso di vivere qui?” E lo chiedono con lo stesso tono di quando si chiede “Come stai”, giusto per far prendere aria alla bocca, fregandosene palesemente della risposta. I più audaci aggiungono un “beato lei” nel mezzo di un sospiro. Tutti uguali. Strozzatevi con le vostre domande inutili. Riprendete quella maledetta strada e portate il vostro culo piatto come il Benn Gulbain a vedere qualche stronzata inglese, che quando sarete a casa sul vostro divano in alcantara di questo sputo d’Irlanda non vi ricorderete neanche il nome.

Vivo qui da quando persi la memoria. Egan il matto, così mi chiamano. Era il giorno di San Patrizio, così mi hanno detto. Probabilmente non è neanche vero che fosse quel giorno lì, semplicemente dovevano sceglierne uno e hanno scelto quello. Giusto per dare una data precisa ad un ricordo. Il giorno in cui Eveline si alzò in volo dimenticandosi di aprire le ali. Che la vidi, bella come un temporale, lasciarsi alle spalle Fanad Head e abbracciare l’Atlantico. Stringerlo forte, tutto quando. Ditemi voi come si fa a non perdere la ragione davanti ad una meraviglia come quella.

Da allora vivo qui, guardando tutti gli anni del mondo da una finestra in finto stile inglese, con un oceano sotto i piedi a custodire stupori. Sul bordo di questa baia ingannevole, che attirava navi, ammaliante e lasciva, con l’anima di serpente. Resto qui. E ascolto. E le sento le storie dei marinai, raccolti sottocoperta a sputare tabacco e bere vino. Sento le preghiere delle donne, pronte a scambiare un giuramento al Padreterno pur di vederli tornare senza troppi graffi nel destino. Sento le promesse degli amanti, quelle proclamate sotto un cielo di marzo, che durano una vita o una stagione. Quelle che quando ci ripensi si scaldano le mani e i respiri. Sento le bestemmie delle balere che si affacciano sul porto, le sottane delle donne che barattano spiccioli con effimeri piaceri, sento il profumo di tutte le città di mare, tutte quante, quell’odore rugginoso di speranze e boccaporti, di gasolio e letti sfatti.

Vivo qui, perché è come se ogni esistenza approdasse su questa scogliera. Vivo qui perché da qui si vede l’anima del mondo, ogni vostro sussulto di vita. E’ così che deve sentirsi Dio quando si ferma a prendere fiato.

Ogni giorno, un attimo prima della fine di un tramonto, scendo queste scale, faccio i trentaquattro passi che mi dividono dalla fine della terra, guardo tutta quell’immensità, apro le braccia come un crocifisso, chiudo gli occhi, il respiro rallentato e aspetto. Aspetto finché non sento il bacio di Eveline. Le sue mani intorno al viso e la sua voce come una ballata di fine settembre a dirmi “Non sei ancora pronto per volare. A domani amore mio”. Una voce così, bella come un temporale.

Ogni giorno, un attimo dopo la fine di un tramonto, apro gli occhi e resto così, con l’Atlantico sotto piedi e il faro di Fanad Head, con la sua finestra in stile finto inglese a vegliare sopra i sogni.

Margherita e i tulipani.

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici dei primi anni settanta. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Esce dal suo bilocale di via Roma numero 9, percorre i quattrocento metri che lo separano dall’incrocio con via Londra, facendo un cenno con la mano a Piero seduto al tavolo del bar Marilena, con un budino di riso, un cappuccino scuro e la Gazzetta aperta alla pagina del Milan a fargli compagnia. Anche se lui tifa Fiorentina. Giovanni imbocca via Madrid, alla fine della discesa rallenta e manda un bacio a Rossella che sta in piedi, con il telefono all’orecchio, davanti alla porta della sua merceria. Quel bacio è talmente forte che interrompe il flusso dei pensieri. E la telefonata di Rossella.

Giovanni ha settantadue anni ma ne dimostra almeno settantaquattro, si veste come se ne avessi cinquantuno e parla come un ragazzo ventisei. Uno di quei ragazzi con i sogni che profumano ancora di incoscienza e pane fresco, quelli che si sentono felici davanti ad un quadro di Monet e piangono sulla scena finale de “L’attimo fuggente, Uno di quei ragazzi che hanno il loro mondo chiuso lì, in quel punto preciso, a metà fra il polso destro e l’infinito.

Giovanni è strano, sì, è decisamente strano, ma sfido chiunque a trovare qualche innamorato che non lo sia. Ama Margherita e la ama talmente tanto che non lascia cadere neanche un istante senza farglielo sapere. Perché l’amore è così, ti fa scordare tutto il resto, mangi poco e ridi spesso, ti dimentichi le chiavi sul sedile e ti lavi i denti con la schiuma da barba, piangi e non sai perché e quasi vivi temendo una sventura. E non sai quale. Ama e basta, perché non gli costa fatica farlo, perché quella strana sensazione lo culla, come il rollio di una barca a remi ai bordi del porto. Ama di un amore fantastico e disperatissimo. Uno di quegli amori come i gelati d’Aprile, benedetti dal sole come i panni stesi. Un amore un po’ smarrito in questo traffico di cuori.

Ma quanti amori sono appassiti in attesa del giorno giusto in cui sbocciare, se ne accorgeva ogni volta che guardava i tulipani, quelli che metteva in vetrina, fra le gerbere e l’anthurium. In ogni mazzo c’era sempre un tulipano che rimaneva chiuso, succedeva sempre. Ce n’era sempre uno che non aveva avuto il coraggio di mostrarsi, preferiva restare nell’ombra, continuare a sognare indisturbato il momento giusto in cui uscire allo scoperto, rinunciando a tutto quel mondo che non smetteva un attimo di girare. Rimaneva nel suo guscio, stringendosi le ginocchia al petto, contando fino a dieci ma nell’attimo esatto in cui decideva di squarciare il suo silenzio c’era sempre qualcosa che lo faceva desistere. Un rumore, un’ombra di inquietudine, una nuova ondata di incertezza che alzava di un metro l’innaturale barriera al volo dei sogni. Serviva una specie di miracolo per convincere quei tulipani a lasciarsi andare. Che dove lo trovi poi un miracolo così. Che passa talmente tanto tempo che alla fine ti convinci di non meritarlo neanche un miracolo così. Con Margherita era capitato tutto all’improvviso. Uno sguardo, un sorriso fugace, la vita che li ha fatti incontrare e tenere abbracciati come dopo un lunghissimo tuono.

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici dei primi anni settanta. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo. Entra in quello che un giorno era il suo negozio di fiori. Una sosta veloce, roba da niente. Arriva ad una panchina, di quelle che ci passi davanti centinaia di volte e non ne noti la presenza, si siede lì ad ascoltare la voce dell’acqua che scorre sotto di lui e parla e muove le mani e racconta la sua vita a qualcuno che non c’è. E si vede che è felice, come quando condividi una gioia con qualcun altro stingendogli le mani. Poi si alza e si allontana, si ferma un istante, roba da niente, si volta come per salutare, uno sguardo alla panchina sulla quale ha posato un tulipano ed uno alla ringhiera dove anni prima ha inciso qualcosa che assomiglia molto ad una frase lasciata sul parapetto di un ponte che sovrasta un fiume irrequieto. “a Margherita, che adorava questa vallata. Da Giovanni, che le teneva la mano. E mai smetterà di farlo”. Perché è così che ogni giorno riesce a fregare la morte. Solo così. Perché è così che si spiegano certe esistenze. Solo così. E’ il miracolo dei tulipani.

 

Tre volte tredici.

Sabrina non esiste, però profuma di vita. E questo non è messo in discussione.

Se esistesse avrebbe press’a poco quarant’anni. Trentanove per essere precisi. “Tre volte tredici” come direbbe lei se fosse qui.

Sabrina non esiste ma ha visto cose che non potrà dimenticare, come una mattina agli inizi degli anni novanta: Uno di quei giorni di frontiera in cui Vasco pompa “Delusa” dalle casse e un po’ ci rivedi la tua incazzatura. Uno di quei mattini in cui non lo diresti mai che qualcosa cambierà, una giornata come tante, venute giù solo a prendere polvere. Ma i calcoli scontati sono sempre i più insidiosi e qualcuno decise di piantare un paio di colpi di pistola in mezzo al petto di quel giorno inutile. Fu il giorno di un frastuono che sembrava carnevale, il giorno in cui Sabrina perse suo padre e tre o quattro spiccioli di vita. La prima volta tredici anni.

Se Sabrina fosse qui a lasciarsi guardare forse la vedresti la rabbia che si portava dentro, come una serpe senza siero che ti morde il collo e ti lascia in attesa di una sventura. E allora ti serve solo il modo giusto per lasciarti andare. E devi sforzarti di non pensare, di far vedere a tutta quella gente che in fin dei conti non è successo niente. Perché, diciamocela tutta, a certa non gliene frega un cazzo di prendersi un po’ del temporale che ti porti addosso. Se Sabrina fosse qui te lo direbbe che incontrare spesso il fondo del bicchiere era il suo modo dolcissimo di farsi del male. Uno dopo l’altro, ognuno bevuto per un motivo esatto, diverso e giustissimo. Era il suo santo protettore, lei, come una bambina sull’altalena con uno sciacallo a farle compagnia. Il diluvio e il suo riparo, L’antidoto e il veleno. La seconda volta tredici anni.

Sabrina non esiste, ma te lo grida in faccia il calvario di quei giorni, in una clinica a mandare giù lacrime e bestemmie, con la voglia di prendere a schiaffi le infermiere e il Padreterno. Con il terrore bianco delle notti a dare cazzotti alle pareti della stanza e a quello schifo di vita che le era piovuta addosso. Se Sabrina fosse qui ti prenderebbe per il colletto scuotendoti la giacca e l’esistenza per essere sicura di essere ascoltata, momenti come quelli devono essere solenni e ti direbbe che non è stato un cazzo facile uscire da quel posto per poi rientrarci dopo qualche tempo e riprendere tutto da capo. Perché quando ci si mette, la vita è una gran figlia di puttana.

No, Sabrina non esiste, ma se esistesse inizierebbe a fregarsene di un po’ di cose, delle apparenze, dei discorsi bisbigliati, degli sguardi posati sui suoi vestiti a fiori, dei commenti sconvenienti. Se ne frega e passa oltre, che lei ormai la vita non la prende più sul serio.

Sabrina ha mollato, sì, ha mollato un po’ di angosce, ha mollato la pazienza di dover aspettare un lieto fine che non arriverà mai. Perché quelli arrivano solo nei film, nella vita reale il tuo lieto fine te lo devi conquistare, altrimenti col cazzo che arriva. E se Sabrina esistesse sarebbe qui a darmi ragione.

Sabrina ha finito, sì, ha finito i singhiozzi, li ha curati con il limone e gli spaventi, decisamente più spaventi che limoni, ha finito i suoi vent’anni con le notti davanti al frigorifero e le corse in bagno a mettersi due dita in gola, ha finito i giorni fatti di chili persi, di crisi di pianto e di solitudini assordanti. Che certe giornate ti divorano l’anima.

Sabrina ha ceduto, sì, ha ceduto amore, e ne ha ceduto talmente tanto da svuotare le riserve, fino al punto di doversi fermare per non perdersi del tutto, in cambio ha ricevuto batoste, un paio di sorrisi e tre o quattro addii da mandare il cuore a brandelli. Onestamente non mi pare granché come bilancio, ma sono sicuro che se Sabrina esistesse e fosse qui, farebbe spallucce e direbbe che va bene così. Perché lei vive oltre il ritmo del suo cuore.

Sabrina si è arresa, sì, si è arresa ai tramonti sul molo, ai prati a piedi nudi, alle ringhiere dei ponti con le gambe penzoloni nel vuoto, si è arresa agli abbracci di madre lasciata a vent’anni e ritrovata a quaranta, si è arresa all’idea che dopo quindici anni l’uomo che ha sposato probabilmente non la lascerà mai andar via, si è arresa ad un letto che profuma di lavanda, ad una pinza tra i capelli con una rosa bianca e all’idea che la frittata di cipolle le viene una schifezza,

Sabrina ha paura, sì, ha paura del giorno. Che la notte chiude i suoi mostri nell’armadio, ma di giorno, non ci son cazzi, di giorno tocca vivere e portarsi dietro tutta quella vita. E non è facile per niente, ma non ci sono alternative, o indossi l’armatura ormai logora e provi a combattere o ti fingi pazza e ti fai ricoverare. Solo che anche se non esiste, Sabrina è di gusti difficili, e il bianco degli ospedali proprio non lo sopporta, perciò giù l’elmetto, e buttiamoci nella mischia.

Sabrina sa volare, anche se l’aereo non l’ha mai preso, lei vola, quando è in autobus fra gente che spintona, tocca il culo e tossisce, lei vola, ha imparato a farlo tanti anni fa, durante un concerto rock, sulle note di una canzone che sembrava parlasse di lei. Da quel momento ogni volta che si trova a disagio vola, e passa sopra le nostre teste, sopra i nostri pensieri complicati e le nostre parole pesanti. Lo fa ogni volta, un attimo prima di morire davvero, chiude gli occhi e vola.

Sabrina avrebbe avuto un figlio a diciassette anni che magari adesso vivrebbe a Berlino e la chiamerebbe ogni sera e potrebbe riempire quel vuoto, ma a quell’età difficilmente siamo noi a scegliere e così, la sera, cammina in silenzio, che tanto Berlino è lontana e il telefono non squilla.

Sabrina non esiste, ma ogni tanto ne sento la voce, forse sto impazzendo, ma mi pare di vederla ancora, mentre mette in valigia i suoi limoni e i suoi spaventi, i vestiti a fiori e le ringhiere dei ponti, qualche trama di frottole e un po’ di schiuma di nuvole, un paio di libri di cucina, un numero di telefono perché non si sa mai, l’elmetto perché ci sarà sempre qualche guerra da combattere, una mappa per andare a Berlino. E un sorriso. Che quello non delude mai. La terza volta tredici anni.

Indossa una maglietta con la scritta “Vedrai, ce la faremo” e sul polso destro un tatuaggio che recita “Tre volte tredici”

Sabrina va in giro e non riesci a parlarle, perché lei non esiste. Però profuma di vita.

Una sera di Luglio, allo stadio San Siro, Sabrina ha imparato a volare. La canzone era questa: Sally (Vasco Rossi).

“Anche la più repressa delle donne ha una vita segreta, con pensieri segreti e sentimenti segreti che sono lussureggianti e selvaggi, ovvero naturali. Anche la più prigioniera delle donne custodisce il posto dell’io selvaggio, perché intuitivamente sa che un giorno ci sarà una feritoia, un’apertura, una possibilità, e vi si butterà per fuggire”. – Clarissa Pinkola Estés, (Donne che corrono coi lupi).

Dedicato a chiunque abbia deciso di scendere in battaglia.

 

Ventidue giorni dall’ultima volta.

  • …deve essere tutto pronto per domani. Non voglio sentire scuse. Roberto mi senti?
  • (sono già passati ventidue giorni, arriverà a momenti. Lo so) Certo, per domani.
  • Ah, ricordati che dopo andremo tutti a cena. Devi esserci, stavolta non tollero imprevisti, altrimenti facciamo una figura di merda.
  • (Cazzo, la maledetta cena) Ci sarò.
  • E’ la stessa cosa che hai detto le ultime tre volte. Poi sappiamo com’è andata. Si tratta di lavoro, maledizione! E vai in banca per quel deposito. Cristo, ti ho chiesto di farlo un mese fa!
  • (La banca no. Merda, merda, merda, non ce la posso fare. E poi sono già passati ventidue giorni. Arriverà a momenti. Sai che figura del cazzo se arriva mentre sono lì. Fanculo alla banca) Appena ho due minuti ci vado. Promesso.

 

  • Ciao Simo
  • Ohi, Roby, anche per oggi è andata, il capo era parecchio incazzato, sarà teso per domani. Dai, scappo, ci vediamo e…speriamo che vada tutto bene.
  • Aspetta, ti do un passaggio, ho bisogno di sfogarmi un po’, sono troppo teso. (dimmi di sì, ti prego, sarà almeno mezz’ora di strada. Da solo. Cazzo)
  • Grazie, ma oggi sono venuto in auto, ho accompagnato Elena dal dottore e ho proseguito.
  • Ma lascia la macchina qui, domattina vengo a prenderti e torniamo insieme, tanto passo comunque davanti casa tua.
  • No, davvero, grazie, ma domani l’auto serve ad Elena. Magari ci organizziamo per un altro giorno. Comunque grazie.
  • (Maledizione, è mezz’ora di strada, da solo, in auto e sono già passati ventidue giorni. Ma te che cazzo ne sai) Certo. Un altro giorno…(Fottiti).

(Dieci minuti, qui il traffico non scorre, ci vorrà sicuramente più tempo per arrivare a casa. Il venerdì è sempre un casino così. Tutti a correre a casa, o chissà dove, come a voler anticipare il più possibile la fine di una giornata e l’inizio di qualcosa di diverso. Tutti in cerca di qualcosa o di qualcuno. Una musica che indovina i pensieri, un amico con i suoi casini, un’idea arrivata per caso, una scopata che amplifica il senso di vuoto, una donna. Lei, che solo a pensarla ti rende migliore.

Quindici minuti e avremo fatto sì e no un chilometro, stasera sembra peggio del solito, magari sono io che la vedo così, forse perché sono passati già ventidue giorni dall’ultima volta e a momenti arriverà. Lo so. Che poi l’ultima volta è stata tremenda. A pensarci, tutte le ultime volte sono tremende. L’ultima volta che mi sono illuso, l’ultima volta che ho visto mio padre, l’ultima volta che l’ho guardata dormire. Tremende, tutte quante. E magnifiche. Ma quella di ventidue giorni fa è stata davvero pesante, tanto che la signora alla cassa si è messa a gridare. Che a vederla da fuori sembrava una scena surreale. Sì, l’ultima volta che è arrivata ha fatto davvero un gran casino. Che poi mentre è lì neanche me ne rendo conto di ciò che accade di preciso, è quando va via che son cazzi! E quando arriva, che magari la sto aspettando da giorni, ma…quando arriva non sono mai pronto. Mi prende alle spalle, anzi, di solito allo stomaco, neanche la soddisfazione di arrivarmi da dietro. E la sento che sale e arriva proprio in mezzo al petto. E lì stringe forte. Chissà che cazzo ci troverà di tanto interessante da stringere così. E poi arriva alla testa. E la fa vibrare, la prende tra le mani e la gira. E io che ne so, non capisco più niente. Ho solo la certezza assoluta di morire. Solo quella. E vai a spiegarglielo a quelli che hai intorno e che ti guardano. Che gli dici? Sono sicuro di morire ma fra dieci minuti mi passa? Fai finta di niente. Stai per morire ma fai finta di niente, Che è un po’ ciò che fanno tutti, almeno tre o quattro volte nella vita. Stare per morire e fare finta di niente. Solo che io ne ho la certezza, quando lei è qui e non mi lascia in pace. Assoluta certezza.

Venti minuti, finalmente si scorre, non manca poi molto per essere a casa. Respira Roberto, respira, così mi dice il dottore, mentre compila la ricetta. Neanche mi ci dovessi strozzare con tutte quelle maledette pillole. Che qualche volta gli salto alla gola a quello stronzo con il camice immacolato che mi guarda e mi compatisce. Da tre anni a questa parte ho baciato solo xanax. Almeno quattro volte al giorno. Che cazzo compatisci, sempre con quello sguardo a farmi sentire un povero squilibrato. Ho bisogno d’aiuto, porca puttana, ho sempre bisogno di avere qualcuno vicino. E questo mi fa incazzare. Ho passato un’esistenza intera cercando di cavarmela da solo, mi sono fatto un culo così. E ora invece, ora devo avere sempre qualcuno vicino a me. E la verità è che mi stanno tutti un po’ sui coglioni. Tutti compiacenti, comprensivi, come se sapessero ciò che mi passa per la testa. Che poi non ho detto niente a nessuno, che sono pazzo intendo, me lo tengo per me, ma è chiaro che traspare.

Venticinque minuti, forse me la cavo, sento una vampata sotto le costole, ma per adesso niente di preoccupante. Maledizione no, non adesso, vattene cazzo. Che alla fine non è neanche la paura di morire, quella ce l’hanno tutti, è la paura di avere paura. E’ come camminare in punta di piedi al centro di un campo minato, non sai mai quale sarà il passo che ti farà saltare in aria. L’unica cosa che sai è che succederà. Che ore sono? Quanto manca al prossimo xanax? Troppo, fanculo, troppo.

Ci sono, vedo già il cancello di casa, adesso parcheggio dove capita e poi sono salvo, trenta minuti precisi per giungere qui, inizia a starmi sulle palle questa città. Il calore aumenta, sale già su per la gola, il motore è spento, aspetto solo un attimo a scendere perché mi gira la testa. Fa un caldo del cazzo in questo abitacolo. E manca l’aria, i finestrini sono aperti, ma niente aria. Sono già passati ventidue giorni, due in più del solito. Mi gira la testa, forte, mi manca l’aria e il cuore sembra volermi uscire dalle tempie. Sto per morire. Lo so. Morirò da stronzo dentro una macchina, come un tossico, con in vena un’overdose di paura. Mi troveranno così, con gli occhi sbarrati e la testa fuori dal finestrino. Che immagine patetica. Ormai lei è qui e io sto per morire. Però guarda che bello il cielo stanotte).

  • Ciao Roberto, ti ricordi di me?
  • Certo, sei in ritardo. Ti stavo aspettando

 

Dalla radio En e Xanax – Samuele Bersani. (E non poteva essere altrimenti)

 

 

La valigia senza peso.

Finì di piovere il giorno della festa del santo. In realtà nessuno aveva mai dubitato di questo. Non c’è memoria di una festa del santo sotto la pioggia. Il temporale era finito, come era logico aspettarsi, se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche pozzanghera qua e là, che presto sarebbe scomparsa, eliminando definitivamente le prove del suo passaggio. Andato, svanito, così come si era manifestato adesso non esisteva più. Come quando arrivi alla sera, in un giorno come tutti gli altri, che neanche te lo saresti aspettato che fosse quel giorno lì, invece arrivi alla sera e ti rendi conto che quel dolore non c’è più. Finito, come era logico aspettarsi. Se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche livido in fondo all’anima, che sarebbe rimasto lì per sempre, mostrando in eterno le prove del suo passaggio.

Sabrina è arrivata qui, oggi, per caso, viene da lontano, in fuga da qualcuno e cerca chissà cosa. Ed è arrivata qui. Cammina per i vicoli, come se fosse in cerca di risposte. Cammina tenendo in mano una valigia senza peso, cerca meraviglie. E oggi le troverà.

Sabrina è partita qualche giorno fa, ha lasciato il suo lavoro di insegnante, suo marito che dormiva abbracciato ad un fucile e una bottiglia, suo fratello chissà dove sotto tre metri di terra e una raffica di mitra nel costato, ha lasciato il suo paese con un mare troppo scuro ed un cielo troppo basso che si piega sotto il peso delle bombe, che da quelle parti tiri a sorte con la vita.

E’ partita per trovarlo, il suo sogno, per farsi cogliere dallo sgomento e dalla bellezza che avrebbe accompagnato la sua ricerca. E’ partita per imparare a crederci davvero nel suo sogno possibile.

E’ arrivata qui, con una valigia senza peso, il giorno della festa. E trova Robert l’inglese, che suona con le dita i suoi bicchieri e ti ci perdi a guardare quelle mani frettolose che corrono sui bordi di vetro, come chi ha perso ogni speranza e danza sul ciglio di un burrone.

Trova Coppelia delle tenebre, che morì dieci anni fa ma nessuno glielo disse. Si aggira per i vicoli bui di questo borgo declamando versi di Lucrezio e Ceronetti, gli occhi neri come il culo dell’inferno e la voce di ragazza davanti a uno stupore. Un vestito di nebbia fitta a coprire il suo scheletro inquietante. Si avvicina ad un metro dal cemento, ti si pianta davanti, con quell’anima che ha e ti sfiora il viso con un dito. E tu lo senti il freddo delle ossa sulla pelle e preghi iddio che non si abbandoni mai. Ma Coppelia fa un inchino e si allontana e a te non rimane che un rivolo di cenere sullo zigomo sinistro.

Sabrina non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

Da un angolo un po’ nascosto sbuca Mirandola dei ratti, vestita di crepuscoli e curiosità. Si aggira fra la gente all’ora del tramonto con il suo corteo di topi a farle da riparo. Sono scappati da una fiaba che profumava di tragedia, sfuggiti al controllo del loro distratto romanziere. Mirandola non ha un passato, la penna dell’autore non ha fatto in tempo a descrivere i giorni che ha vissuto. Così non conosce i suoi pensieri di bambina, il batticuore e le complicazioni del destino di ragazza. Non sa cosa sia l’amore da ricevere e poi dare, le notti con lenzuola intrise di istinto e di sudore. Lei impara ogni singolo dettaglio guardando le persone che le passano vicine, prende la tua mano fra le sue, ti soffia sulla fronte. Ti ruba un singolo ricordo, uno soltanto e in cambio ti dona un topolino per farsi perdonare. Lei, curiosa come un gatto.

Sabrina è frastornata, in mezzo a tutta quella gente dimentica il rumore delle bombe, dimentica l’odore aspro della guerra. Questo è soltanto il suo viaggio e non ci vuole rinunciare. Non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

In mezzo alla discesa che porta alla piazza delle erbe c’è la tenda di Alice del nigredo. Alchimista e ciarlatana, insegna filastrocche ai bambini e piaceri di altro tipo ai loro padri. Un po’ strega in calze a rete un po’ fata immacolata, additata come eretica dalle donne del paese, bramata come il vino nel deserto dagli uomini furtivi. Trasforma il metallo in oro, il vile in guerriero, medica le ferite dell’anima cantando frasi in rima.

Sabrina si affaccia all’ingresso di quella tenda, un gesto appena accennato.

–  Ti stavo aspettando ragazza della sabbia, dimmi cosa cerchi e io ti aiuterò

–  Cerco le risposte, tutte quelle che posso avere, le cerco da sempre, da quando quel boato annunciò l’inizio di un mondo che non volevo. Non le trovo, le mie risposte, maledizione non le trovo.

– Saranno loro a trovare te, è sempre stato così, fin dall’inizio dei tempi. Noi non possediamo niente, abbiamo solo l’illusione del possesso. Adesso chiudi gli occhi, segui il ritmo del respiro, pensa alla domanda, sceglila bene, senza giri di parole. Quando sarai pronta apri gli occhi e prendi la tua risposta da uno di questi calici di fronte a te. E non dimenticare mai che sarà stata lei a scegliere te.

Sabrina formulò la sua domanda, era un pensiero deciso, quasi fastidioso, puntuale come l’inizio dell’inverno, poi senza dire una parola aprì gli occhi e prese un biglietto da un calice viola.

– Questo è ciò che stavi cercando, solo tu riuscirai a comprenderne l’esattezza dell’inchiostro sulla carta.

Le due donne si guardarono per un istante lungo quasi un’esistenza, poi Alice la baciò sulla bocca e le indicò l’uscita.

Appena in strada Sabrina aprì la sua valigia, completamente vuota, portata in giro per metterci dentro le risposte, prese il biglietto che teneva tra le dita lo rilesse ancora una volta.

Lasciò fuori i timori, le paure e i ripensamenti, mise dentro solo quel biglietto, con la sua potente filastrocca.

Chiuse la valigia e partì.

– Svegliati Sabrina, è ora di scrollarsi i sogni di dosso.

La ragazza aprì gli occhi, i contorni della stanza le furono subito familiari, un rapido inventario con lo sguardo, giusto per essere sicura che fosse tutto regolare. Ad una prima occhiata non si notavano sobbalzi strani, solo un biglietto rosso arrivato da chissà dove, l’inchiostro color oro proclamava una filastrocca che suonava come una sentenza.

“Dopo una lunga guerra Re Bianco si arrese. – Mandami alla forca, dunque! – Ma Re Nero gli donò castelli, cavalli e tesori. – Non li voglio! – No? – E la guerra ricominciò”

Se questo sogno avesse una colonna sonora sarebbe questa: Dei pensieri – Ezio Bosso

L’amore forte.

C’è una bambina seduta sulla spiaggia che guarda verso il mare, in mezzo all’acqua c’è una donna vestita come un vento di Marrakesh, sembra un quadro in movimento,. qualcosa da ammirare senza farsi domande.

E’ così che funziona, le capita sempre più spesso, si alza all’improvviso dal divano, indossa qualche tipo di abito improbabile ed esce, con un’unica irremovibile destinazione. Il mare. E’ così che deve essere, in quelle mattine appena affacciate. Quella donna dall’età indefinita esce di casa per andare a fare l’amore.

Arriva alla spiaggia e sorride. Va verso quel deserto di acqua con uno sguardo di sfida, un passo sicuro e sinuoso, di chi è avvolto da pensieri scandalosi e non fa niente per tenerli nascosti. Si ferma ad un respiro dalla riva, da quel confine preciso in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire.

Alla fine si guardano, quella donna e il mare. E lo fanno forte, quasi a farsi male. E si immerge dentro, quella donna, in una distesa smisurata di acqua e tempeste, in quell’amante fragile e deciso, come un arcobaleno costante. E fanno l’amore. L’amore insicuro, delle sei del mattino, dell’acqua immobile, che quasi hai paura a metterci dentro le mani, che ci passi sopra le dita. L’amore, quello vero, quello senza ritorno, con le mani fra i capelli a guidare la testa verso una forma di paradiso. Quello che lascia i segni sulla pelle, che il giorno dopo li guardi nello specchio e ti mordi le labbra. L’amore forte, che ti graffia la schiena e l’esistenza, che ti allarga gli sguardi e i sospiri. L’amore sconosciuto del mare impetuoso, che non ti dà tregua, che ti strappa i vestiti e le voglie. Il mare indecente che fa sentire i denti sul collo e lecca le pieghe dell’anima. L’amore disperato del mare, che ti devasta i fianchi con spinte rabbiose, tenendoti in bilico fra la voglia di urlare e la fame di ossigeno. L’amore clandestino, con le spalle contro il muro e le gambe intorno alla vita. A tutta la sua vita. E lo senti arrivare quell’uragano implacabile di spasmi e lamenti e un po’ ti spaventi, ma punti i piedi, apri le braccia e lasci crollare i muscoli in quel confine preciso in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire.

In giornate come queste quella donna esce di casa, con addosso un vestito improbabile e va a fare l’amore forte. Quello che ti stravolge i sensi. L’amore di chi non sa più come fare.

Io sono Eleonora e quella donna è mia madre, o almeno lo è stata fino al giorno in cui non ha più fatto ritorno. Si è arresa a quel mare, disciolta in tutto quel mondo insidioso fatto di onde e correnti. Solo onde e correnti. A perdita d’occhio. E’ stata inghiottita da quel richiamo ammaliante.

Pioveva quella mattina, di una pioggia strana, verticale e pesante, non era un temporale arrogante, ma caduta precisa di acqua, come un velo a tinta unita, come una preoccupazione costante. Una di quelle sensazioni che hanno l’aria di non finire più. Il mare sembrava un dipinto neorealista, con la sua pelle crivellata da pallottole infinite. Era uno sguardo capace di scatenare pensieri inattesi. La strana visione di acqua nell’acqua.

Lei disse soltanto “questo cancro che mi mangia l’anima non mi avrà mai. Vivi senza fretta bambina mia e quando non sai più come fare vieni qui e guarda il mare. Mi troverai là”.

E lo faccio, ogni volta che mi scappa l’anima, lo faccio. Mi siedo su questa spiaggia e guardo quel confine preciso, in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire. E lo sento quel mare addosso, quel suo modo di abbracciarmi la vita. Quel suo modo di fare l’amore. L’amore forte.