Pesce rosso e rostinciana

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E’ ufficialmente iniziato il periodo delle sagre paesane.

Ogni agglomerato urbano ha la sua, da quella del tortello a quella del ginghiale al mare in perizoma.
Tutti gli alimenti commestibili o pseudo tali, trovano la giusta coronazione in banchetti conviviali a loro dedicati.
Non se ne salva uno, ami le chiocciole? i primi giorni di giugno puoi andare ad ingozzarti a Vicopisano e lì ti renderai conto che le corna sono un virus trasmissibile da invertebrato a essere umano; ami la trasgressione? corri subito a Borgo San Lorenzo, ti troverai immerso nei festeggiamenti della sagra del prugnolo, ti renderai conto che il novantasette per cento dei commensali non sa che cazzo sia il prugnolo, il restante tre per cento sono ex tossici, semi-acculturati, che sono venuti con la speranza nel cuore di trovare in quel turbinio di funghetti il miceto d’oro capace di scatenare visioni celestiali.
Se invece ti trovi a passare in quel di Zeri (paesino in provincia di Massa), potrai imbatterti in stormi di maschi sognanti, spinti da desideri incoffessabili, intenti ad accaparrarsi i posti migliori per sfogarsi nell’evento mondano dell’anno: la sagra della pecora zerasca. La delusione più assoluta si manifesterà suoi loro volti quando capiranno che la festicciola è dedicata semplicemente alla degustazione del quadrupede ovino e non alle bipedi locali.

Ok, organizzi con un gruppo di quattordici amici l’insana magnata.
Passi i primi ventisette minuti a cercare un parcheggio, arrivi al punto di odiare la tua vettura, ti fermi sul ciglio di una scarpata, scendi, metti in folle, togli il freno a mano e lasci che i suoi centoventi cavalli vadano a pascolare nel campo seminato a maggese che ti si para davanti.

E’ giunto il momento di ordinare.
Ti accodi ad un numero di persone pari alla popolazione dell’Uzbekistan, tiri fuori il telescopio col quale dal terrazzo di casa tua ci puoi contare gli anelli di Saturno, ma che adesso non ti pemette di leggere il menù appeso alle pareti del casottino della cassa talmente sei lontano.

In questi baccanali le norme minime di igiene sono prese, appallottolate e buttate nel cassonetto della differenziata.

Le cucine sono improvvisate in castri suini dismessi e il capo chef indossa fiero la parannanza (ex) bianca che indossava il suo bisnonno e che si tramanderà per altre sei generazioni evitando accuratamente che venga a contatto con qualsiasi forma di sapone.

Ti siedi su due tavoloni di sette chilometri che spesso si uniscono improvvisamente tra di loro pizzicandoti le chiappe, quando ti alzi avrai il culo a pois. Come la Pimpa.
Hai ordinato tutto quello che potevi, dall’antipasto all’ammazza caffè, te la vuoi proprio godere e soprattutto, vuoi prendertela comoda.
Inizi a interloquire con i tuoi commensali ignaro di quanto sta per succedere. Improvviso come l’herpes labiale, si manifesta all’orizzonte il bambinello con calzoni corti che ha preso la tua ordinazione, cammina con in mano un vassoio enorme contenente un numero illimitato di piatti (di plastica), bicchieri (di plastica) e bistecche….(di plastica). Sembra un equilibrista del circo Togni, catapulta il tutto sulla tua porzione di tavolo, e quando dico “tutto” intendo proprio l’intero menù, così ti ritrovi a dare un morso ai crostini con i fegatini, addentare la torta della nonna del capo chef e degustare gli spaghetti al tartufo nello stesso boccone. Devi sbrigarti perchè fra dieci minuti inizia la musica e devono sparecchiare.

Così ti ingozzi come un criceto, conservando le scorte di cibo nelle guance, per i periodi di magra.

Parte il primo colpo di batteria, lo show è iniziato, gli “Hurrà” stanno intrattenendo la folla con le note del ballo del pinguino, aspettando così, tra un saltino e un passino, l’arrivo della guest star della serata.
Ci siamo, l’attesa è finita, mettete a letto i bambini che il rocker maledetto è arrivato. Finalmente il mitico Tony Dallara fa il suo ingresso sul palco e si scatena incendiando la pianola tra “Romantica” e “Ghiaccio bollente”.
Infine alla coppia con la migliore dentiera verrà consegnato un buono per una revisione gratuita della protesi all’anca.

Sei giunto al limite, mastichi svogliatamente gli ultimi brandelli di rostinciana, ti pulisci le mani alla camicia del pensionato seduto al tuo fianco, ti scoli l’ultimo sorso di China Martini e te ne vai.

I tuoi amici si sono dileguati quando sul palco si cantava “siamo i watussi”.

Torni a casa, riempi il primo recipiente che trovi di acqua e diger selz e mandi giù. Cazzo, era la boccia del pesce rosso e del suo inquilino non c’è più traccia.

Ti butti sul letto consapevole che la tua digestione terminerà il prossimo anno bisestile.

Ti svegli di soprassalto alle tre e venti di notte con un senso di pesantezza che non ti abbandona e con una domanda che ti rimbalza nella testa: che cazzo ci sei andato a fare alla sagra dell’anguilla in agrodolce se il pesce ti fa schifo? Ma soprattutto, quanti “mi piace” e quanta invidia susciterà la foto con te e Tony Dallara che hai pubblicato su facebook?

 

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