Il caffè è un piacere, se non è a Sasso…che piacere è.

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Ci sono nell’arco di un anno almeno 5/6 giornate in cui esco di casa alle 7 di mattina e torno alle 10 di sera con settecento chilometri di autostrada sul groppone.

Oggi è stata una di quelle giornate.

Premetto che per fortuna non affronterò tutto da solo, ma ci saranno con me almeno un paio di colleghi/compagni/scansafatiche/ma chi se ne frega tanto domani è sabato, che allieteranno il tutto con sproloqui di ogni sorta.

Parto da casa solo e mi sparo la prima mezz’ora a centocinquanta all’ora per arrivare baldanzoso come se dovessi fare una visita alla prostata, alla prima fermata, dove c’è ad aspettarmi “il tinto”, chiamato così perchè i quattordici capelli che ha in testa sono nero corvino artificiale, con uno strato di colore sopra che se per caso indossa una camicia bianca e disgraziatamente piove, gli cola tutto e si ritrova con una tenuta a strisce degna di un arbitro inglese di polo.

Ci conosciamo da almeno dieci anni e tutte le sante volte ci ritroviamo sempre nel solito posto. Uscita autostrada Pisa Nord, alla piazzola sull’Aurelia.

Ora per chi non è pratico della zona è doveroso spiegare che quel particolare tratto di strada è considerato da secoli, oasi naturale del wwf, infatti è frequentata da svariati esemplari di fauna, un assortimento tale da essere in grado di soddisfare anche i palati più esigenti, e dopo i bagordi notturni, al mattino il ciglio della strada e la piazzola, sono piastrellati da uno strato di lattice e kleenex che con i raggi del sole formano riflessi di luce estremamenti suggestivi. Di solito per non calpestare quelle opere d’arte evito di scendere dall’auto e quando torno a casa butto il tappettino del lato passeggero nel cassonetto.

Il tinto parcheggia e sale con me, già, perchè la frase di rito è sempre la solita “oh, si va con la tua che si spende meno”. Come dargli torto, è a gpl, ma loro spenderebbero la stessa cifra anche se andasse a criptonite, il carburante è a carico mio, un tempo pagavano l’autostrada, ma sai com’è, ora faccio il figo…ho il telepass. Per loro vale il principio “non tiri fuori i soldi=non spendi”, il doppio “bip” che si sente attraversando il casello lo hanno catalogato come “rumore di fondo” e la sbarra si alza automaticamente perchè ormai ci conosce e si fida di noi.

Un’altra mezzora ci divide dal secondo passeggero. “Mr crocodile Dundee”. Non è un selvaggio avventuriero, ma comunque avrà ventisette paia di scarpe di ventisette rettili diversi, dal biacco al drago di Komodo.

Di solito la mezz’ora diventa un’ora abbondante, in quanto siamo presi dai nostri discorsi e buchiamo sistematicamente l’uscita dell’autostrada, segue inchiodata, bestemmione a due voci e commento del tipo “boia che palle, ma perchè non si lascia lì, tutte le volte ci fa perdere un’ora”, come se il fatto di aver cannato l’uscita fosse colpa sua. No, (forse) non lo è, ma insultare sia lui che il boa muschiato che ha ai piedi, ci fa stare meglio.

Ok, lo carichiamo. La carovana è al completo, siamo già in un ritardo pazzesco, dovevamo essere a Forlì per le dieci, sono le 9:45 e il navigatore segna due ore e quaranta all’arrivo, io non ero un’aquila in matematica, ma qualcosa mi dice che forse non saremo puntuali. Il primo che dice che deve pisciare sarà giustiziato.

Ok, niente bagno, niente bere nè mangiare, ma cazzo dopo due ore di viaggio una sigaretta ci vuole. Fumare in macchina non se ne parla, il tinto ha smesso vent’anni fa e ora non sopporta l’odore. Anch’io sono quindici anni che non gioco col game boy, ma ogni tanto una partitina a kick off ’89 la farei volentieri.

Comunque non ci sono alternative. Tocca fermarsi. Di solito scendiamo a Sasso Marconi, nebbia fitta, umido che si mangia a morsi e freddo cane. Loro due per risparmiare tempo pisciano alla colonnina del diesel self service, io ne approfitto per entrare dentro e mangiarmi di nascosto un cornetto con caffè incorporato. In diaciannove secondi netti deglutisco tutto, esco strabuzzando gli occhi a causa del cornetto che ho ingoiato intero e ora è fermo all’altezza della carotide. Miracolosamente sopravvivo, avrei bisogno di acqua, ma di tornare dentro non se ne parla, un sorso al liquido del lavavetri risolve il problema.

Visto l’orario assurdo decidiamo di fare i bimbi corretti e telefoniamo per annunciare le nostre due ore e ventiquattro di ritardo. È un fenomeno inspiegabile, ma ogni volta che dobbiamo andare in azienda, sulla A14 si formano improvvisamente code interminabili. La segretaria risponde “strano, sono sintonizzata su Onda Verde e non ci sono segnalazioni”. “Senti ciccia, se ti dico che c’è fila fidati”. Chiudo la comunicazione, alzo lo sguardo e davanti a me c’ê solo una lingua d’asfalto dritta, l’auto più vicina è in Croazia.

Finalmente arriviamo. È ora di pranzo, il titolare ci fa salire sulla sua astronave e ci porta a mangiare. Ordiniamo tutto quello che c’è nel menù, il tinto raccatta una sbornia che lo fa camminare a tastoni, Dundee si fa mettere gli avanzi in un sacchetto e li porta a casa, probabilmente ci deve governare gli animali della scarpiera.

Si rientra in azienda, quattro chiacchere (la crisi, il calo delle vendite, la concorrenza che deve morire folgorata con gli esperimenti del piccolo chimico), ci riempiono il bagagliaio di cataloghi, utilissimi da mettere sotto la gamba del tavolo quando dondola, salutiamo tutti, andiamo a fare gli occhi dolci alla segretaria, lei sembra la figlia del signor Vodafone, è sempre al telefono, ci sorride, io le faccio la linguaccia lei alza il dito medio, termina la conversazione col rompicoglioni di turno, sta per dirmi qualcosa, ma non fa in tempo ad arrivare alla doppia effe di vaffanculo che squilla di nuovo il telefono. Peccato, ci tenevo tanto.

Rifacciamo tutta la strada a ritroso.

Con la scusa di farmi controllare una ruota faccio scendere Dundee a due chilometri dalla sua auto, appena mette i piedi in terra parto a razzo, lui ce ne dice di tutti i colori ma noi siamo già in autostrada.

Riporto il tinto alla sua vettura e noto il cofano decisamente più lucido rispetto al resto della carrozzeria. Penso che deve essere una soddisfazione avere la consapevolezza che la sua Renault Megane sia stata teatro di amplessi animaleschi, ma sono un amico fidato e tengo questi pensieri per me.

Così guido da solo al buio verso casa, finestrino aperto, piede sui centoventi, sigaretta e radio con cd di Tracy Chapman, mi ritrovo a pensare che in fondo è stata una bella giornata, e che quei due scrocconi sono una piacevole compagnia, mentre faccio queste smielate considerazioni, noto qualcosa che svolazza nel porta oggetti vicino al freno a mano.

Entro in casa con un viso stanco ma sorridente e con due banconote da venti euro nella tasca dei pantaloni.

I miei compagni di viaggio stavolta si sono svenati, speriamo solo che i soldi non li abbiano fregati al benzinaio di Sasso Marconi.

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