Sul filo tra le mosche e il Jackpot.

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Un po’ di tempo fa un’amica mi ha parlato della sua “strana” situazione sentimentale: é decisamente interessata (a dir poco) ad un uomo e, da quanto mi ha raccontato la cosa sembra essere corrisposta.

Ecco, ora vi chiederete cosa ci sia di strano. Niente, se non fosse per il fatto che entrambi non si decidono a parlare apertamente.

Certo, la situazione è più complicata di così, lui non è libero, ci sono amici comuni o comunque persone che hanno legami affettivi da entrambe le parti. Ok, tutto legittimo, non si discute, ma il punto sul quale ho riflettuto in questi giorni è che queste due persone non sono le uniche che conosco che vivono fra “color che son sospesi”. Esiste uno stuolo di “vorrei ma non posso” o addirittura di “e se mi dice no?”. Ecco, quest’ultima condizione mi colpisce ancora di più.

Si, perchè se nel primo caso posso capire che ci siano situazioni in ballo che fanno (giustamente) da deterrente, nel secondo caso è decisamente uno stato di limbo che in qualche modo è quasi rassicurante.

Sono i classici atteggiamenti di chi si accontenta del premio di consolazione piuttosto che puntare decisi al Jackpot. Ci basta vedere l’altra persona per un aperitivo, un caffè veloce o una cena informale (se siamo più audaci). E’ un rituale fatto di sguardi, parole non dette, sorrisi innocenti che coprono gli slanci di passione. E allora finiamo per abbrarciarci come buoni (finti) amici quando si avrebbe voglia di baci sul collo, mani nelle mani, bocche incollate. Si, quello sarebbe il montepremi finale, ma abbiamo paura di non meritarcelo, è molto più tranquillizzante galleggiare sulla nostra barchetta piuttosto che immergersi per ammirare i coralli dei fondali.

Ma quanto è faticoso, quanto autocontrollo dobbiamo usare e soprattutto, quanto è soddisfacente un rapporto in questi termini?

Ci sono tantissime persone che realmente preferiscono non avere una risposta, che non si dichiarano apertamente perchè non si troverebbero a loro agio con un “no” (ma a volte anche con un “si”) come risposta. Già, perchè avere un responso è cosa impegnativa, qualunque esso sia. Comporta responsabilità o comunque un cambiamento deciso nei nostri comportamenti futuri. Far capire in modo chiaro (e possibilmente inequivocabile) i nostri sentimenti è un rischio altissimo, perchè certe parole non hanno vie di fuga e una volta messe sul piatto non possiamo ritirare la mano. Ormai ci siamo esposti, il re è nudo e non ci resta che trattenere il fiato in attesa che la corte emetta la sua sentenza.

La consapevolezza che dopo non sarà più niente uguale, è questo che ci spaventa maggiormente, non tanto il risultato, che sia una grande disfatta o un’esaltante vittoria, avremmo irrimediabilmente cambiato la nostra situazione. Ciò non significa che dobbiamo per forza perdere l’altra persona, sarà semplicemente cambiato il modo di rapportarsi, ci saremo tolti la maschera, cosa non da poco intendiamoci, e possiamo dire di essere stati onesti con noi e con chi ci sta di fronte. Una cosa piuttosto rara, ve lo assicuro.

Personalmente sono un pessimo equilibrista e non riesco a vivere a lungo nell’incertezza, l’autoflagellazione non mi appartiene, preferisco un doloroso rifiuto ad un fastidioso “chissà”. Se provo interesse per un’altra persona lo si capisce quasi subito, certo, vado per gradi, piccoli passi per sondare il terreno, ma alla fine…salto. E come tutti, non è il volo a preoccuparmi maggiormente, ma le conseguenze dell’atterraggio.

Si, lo confesso, forse sono un maledetto egoista, me ne frego di essere sereno, io voglio essere felice. Il premio di consolazione non mi consola affatto, voglio il jackpot, a costo di tornare a casa con un pugno di mosche.

In alcuni casi storie d’amore bellissime non nasceranno mai e rimarrano incarcerate nel “preferisco così”. E poi venite a raccontarmi che chi si accontenta gode.

Forse è proprio questo il grande male che schiaccia l’umanità: non il dolore, ma la paura che le impedisce di essere felice.
Sándor Márai

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