I HAVE A DREAM.

“Cosa vuoi fare da grande?” quante volte ce lo siamo sentiti dire. Io avevo l’ansia di questa domanda, perché ero un bambino timido, decisamente, troppo timido e vivevo nel timore costante di essere inopportuno. La verità è che non lo sapevo cosa volevo fare da grande, ma mi affasciavano i mestieri alternativi, tipo lo spazzacamino, lo zampognaro, l’arrotino, cose così. E ogni volta che provavo a rispondere si creava sempre un imbarazzo palpabile fra i parenti. Perché diciamocelo, nessuno vuole un figlio o un nipote zampognaro.

Ero terrorizzato da quella domanda, incrociavo le dita e supplicavo il cielo che nessuno me la facesse, un po’ come faceva mia zia quando le chiedevano del fidanzato, lei che aveva trentadue anni ed era ancora zitella. Che essere zitella a trentadue annii negli anni settanta era peggio che essere mignotta.

E allora, per non deludere nessuno, i miei sogni li inventavo, lì sul momento. Dicevo di voler fare il cantante, il pilota, senza specificare di cosa, così, un pilota generico. Poi il calciatore, il medico, il rigattiere, cioè, che cazzo fa un rigattiere? Non si sa, ma io volevo farlo.

Poi sono cresciuto e anche i desideri della vita sono cambiati, sognavo l’amore, il divertimento, la frattura di tibia e perone della prof di latino. Sognavo il motorino, o almeno una bicicletta decente, sognavo….sognavo di andare allo stadio con mio padre e di tirare un rigore a Stefano Tacconi. E poi sono cresciuto ancora e man mano che crescevo il livello dei sogni si abbassava. Sognavo di pagare le rate del muto, della macchina, della bicicletta che finalmente era decente. Sognavo di andare in centro e trovare parcheggio, per dire. Anche a pagamento. Che lo vedi da lontano quel rettangolo dal perimetro blu, è vuoto, lo punti come Salvini punta le navi delle ONG, deve essere tuo, è un po’ stretto ma pazienza, fai settecento manovre, non ci pensi neanche per il cazzo di cercarne uno più largo, vuoi quello. Alla fine hai due braccia come Ivan Drago in Rocky IV, scendi e tutto sudato ti dirigi al parcometro che si trova più o meno a un chilometro e mezzo di distanza. Servono monete, trovi venti centesi per caso, puoi restare ventisette secondi, accetti, premi invio ma….per avere il tagliando devi inserire la targa. Ma non hai tempo di tornare alla macchina e leggerla e allora ti sforzi di ricordarla…”aspetta com’erà?…ah sì, gli anni di Cristo, seguiti dalla data di nascita del cane, poi…Genova Rosignano…no aspe’ forse era un’altra autostrada…ah sì, la Milano Bologna…no…” Puoi dimenticarti tutto, ma se parcheggi e dimentichi la targa è finita la vita!

Poi ho iniziato a sognare di avere ciò che vedevo in tv, ciò che sentivo alla radio, tutta una miriade di oggetti di cui ignoravo l’esistenza e soprattutto, di cui ignoravo la necessità di volere. E così ora sogno caldaie a condensazione, zanzariere oscuranti, pancere contenitive e assorbenti discreti per le perdite urinarie. Sogno tutto, copro tutti i target, dai prodotti per famiglia a quelli per anziani, dagli shampoo per la calvizie a quelli per la forfora. Sogno il montascale del vecchietto sorridente, a volte sogno di avere anche il vecchietto, poi però mi passa. Mi sono fatto crescere la barba solo per potere avere rasoi elettrici precisi e performanti, dopobarba rinfrescanti e lenitivi, uso talmente tanti prodotti che ho la barba cromata come i pomelli della porta del battistero, che poi ancora mi ci devo abituare e ogni tanto la mattina mi guardo allo specchio dicendo “e tu chi cazzo sei?”

Sogno cose che non avrò mai, la casa sulla spiaggia, la Tesla elettrica. Sogno di andare da Poltrone&Sofà e comprare un divano a prezzo pieno.

Sogno cose che non userò mai, gli attrezzi per fare ginnastica, il telefono che fa i video che neanche Tarantino per girare Kill Bill, lo sogno quel telefono, anche se quando mi faccio un selfie prendo mezza faccia. Sogno di avere la Manzotin che mi salta sul piatto dal frigo, anche se a me la carne in scatola fa vomitare, Sogno di avere sette decoder e vedere tutte le trasmissioni del mondo, anche se poi guardo solo Netflix. Sogno la visiera delle consolle, quella che ti fa vedere le immagini in 3D, il mio amico ce l’ha, una volta me la fece provare, nel frattempo entrò sua suocera e io le saltai al collo come un mastino napoletano perché ero convinto che fosse un fottuto alieno.

Sogno tutte queste cose, si chiamano “bisogni indotti”, cioè, ti convincono di aver bisogno di qualcosa e quel “qualcosa” ce l’hanno loro. – Loro chi? – Non lo so, loro, qualcuno che non sei tu, o io.

Con me questa tecnica funziona alla grande, riesco a desiderare tutto ciò che loro vogliono che io desideri. Ma non so più distinguere quali sono i sogni miei. Perché, a pensarci bene, di tutte queste cose posso farne tranquillamente a meno, ma non posso fare a meno dei sogni che avevo da ragazzo. Per questo ogni tanto sogno di stare su un palco con un microfono in mano, oppure seduto al posto di guida mentre corro in pista.
Da ragazzo le cose che sognavo davvero erano scrivere un libro e creare una famiglia felice, ma non in quest’ordine. Il libro alla fine l’ho scritto, l’altro sogno sto cercando di realizzarlo giorno per giorno, io ce la metto tutta, speriamo bene.

Dicono tutti così.

DICONO TUTTI COSI’.

Sono cresciuto in una famiglia allargata, niente di particolarmente complicato, stavo in casa con i genitori e i nonni, negli anni settanta era normale. Figlio unico e nipote unico, coccolato abbondantemente e protetto eccessivamente.

In particolare mia nonna aveva questa sorta di senso smisurato di protezione verso l’ambiente esterno. Per esempio se andavamo a passeggio in centro e passavamo davanti a qualcuno che chiedeva l’elemosina mi diceva subito “Quel tizio ci ha lanciato una maledizione, fatti subito tre volte il segno della croce”. Cose così, che magari hanno contribuito a crearmi tutta una serie di micro-paure indotte, che a pensarci a mente fredda sono scemenze ma nel momento esatto in cui le vivo mi fanno rabbrividire.

La paura di dormire con i piedi scoperti, non per il freddo, no, ma perché qualcuno da sotto il letto potrebbe prendermi per le caviglie. – Ma qualcuno chi? – che ne so, qualcuno.

La paura di essere fermato dalla stradale senza documenti – Giuro che quando sono uscito ce li avevo – Sì certo, dicono tutti così

La paura di non rivedere i parenti stretti, ma anche la paura di vederli troppo spesso.

La paura di essere vanitoso, ma anche di essere troppo modesto – Sì, fa finta di sminuirsi ma in realtà se la tira abbestia. A falso!

La paura di parlare poco – sta sempre zitto, non gliene frega niente – o di parlare troppo – Oh, non si cheta un attimo, che palle.

La paura di svegliarmi insensibile, anzi peggio, interista!

La paura di arrivare alla cassa a pagare, dare 50 euro alla cassiera, lei li guarda e li passa nel verificatore di banconote. E vedi tutta la vita passarti davanti, in quel momento vorresti tornare bambino e darli al tizio che chiedeva l’elemosina quei 50 euro, pur di non farli passare nel verificatore di banconote. Guardi la tua banconota uscire lentissima da quella scatoletta infernale e alla fine arriva il temuto responso: è falsa! – No ma guardi ci deve essere un errore, li ho appena presi dal bancomat – Certo, dicono tutti così.

La paura di cambiare casa, macchina e mutande.

La paura di arrivare troppo in anticipo, o troppo in ritardo – dateci un’unità di misura accettabile, facciamo 5 minuti prima e cinque dopo? Ditecelo!

La paura di non farcela, mai. Di non essere all’altezza mai. Di combinare casini. Sempre.

La paura di sbagliare tre volte il pin del bancomat, del telefono, dello spid, dell’app immuni.

La paura di avere improvvisi vuoti di memoria….e anche di avere improvvisi vuoti di memoria.

La paura di essere fregati, sempre, costantemente.

La paura di passare sopra la grata dei tombini – metti cede, ci caschi dentro e vai giù, ma non dentro la fogna, no, finisci proprio al centro della Terra.

La paura di sbagliare a fare la differenziata – ok il vetro, la plastica, la carta, l’alluminio, ma il sughero? Dove cazzo va il sughero?

La paura di essere schiavi di qualcosa o di qualcuno, ma anche di essere troppo liberi – Dimmi cosa devo fare che è la prima volta e non so da che parte rifarmi.

La paura che si spenga il navigatore in aperta campagna, ma anche in qualche vicolo di Tor Bella Monaca

La paura di finire in ospedale e non essermi cambiato i calzini.

La paura di aprire l’ovino Kinder e non trovarci la sorpresa.

La paura di andare dal dentista, che quello si distragga e devitalizzi il dente sano. Ma anche che in un eccesso di rabbia spinga il ferretto troppo in altro e arrivi a danneggiare l’emisfero destro del cervello.

La paura di fare il bagno al largo e che uno squalo bianco mi divori – Perché è risaputo che a Livorno ci siano più squali che in Florida.

La paura di arrivare al telepass e non si alzi la sbarra – che poi devi fare marcia indietro e quello dietro suona e retrocede e quello dietro di lui suona e retrocede a sua volta e si innesca tutto un meccanismo che a un certo punto vedi uno davanti a te che fa retromarcia e pensi “che cazzo fa questo idiota?”. Niente, è l’ultimo della fila smisurata che hai creato te.

La paura che qualcuno ti chieda di scrivere un biglietto di auguri, di condoglianze, di felicitazioni… – te che sei scrittore…-

La paura che tuo figlio in quarta elementare ti chieda come si fanno le divisioni in colonna, o il participio passato di splendere.

La paura di salire sulla mia auto e trovarla diversa e dopo 20 chilometri capire che non è la mia auto. (storie di vita vissuta)

La paura di salire sull’autobus e perdere il biglietto – Dev’essere qui, l’ho appena timbrato, lo giuro – Sì sì, dicono tutti così.

La paura che arrivi la telefonata del call center e appena rispondi “si” ti attivino una promozione. e allora la conversazione è più o meno così: “Parlo con il signor Francesco?” – “Esattamente” – “abita in provincia di Livorno?” – “Confermo” – “Ha una linea telefonica attiva?” – “Se lo dice lei…”

La paura di prenotare un fine settimana su Booking senza la cancellazione gratuita – metti che a metà strada ci ripenso?

La paura di andare in farmacia e chiedere un’aspirina – in bustina o effervescente? Da 1000 o 5000 milligrammi? Vuole l’originale o l’equivalente? – Ma che ne so, basta che non sia in supposte e poi va bene tutto.

La paura di andare in un bagno pubblico e sedersi sulla ciambella del water. – E ti ritrovi a fare acrobazie che neanche Jury Chechi alle olimpiadi del 2000.

La paura di essere troppo felice – che quando va tutto bene è il momento che arriva la batosta fra capo e collo.

Forse sono tutti questi piccoli spaventi quotidiani, queste cose di poco valore, che si accumulano e scavano tutte insieme, fino a creare un buco nero al centro del torace che ci spalanca a paure più grandi. E allora ci troviamo ad aver paura dei diversi, di quelli che amano chi vogliono, come vogliono, paura di chi non si allinea, di chi viene da lontano, di chi prega un dio diverso dal nostro. Abbiamo paura di chi si ribella e di chi ha più successo di noi, specialmente se a farlo è una donna.

– Ma figurati, io non sono così, io sono per l’accoglienza e per l’uguaglianza dei diritti di tutte le persone– Certo, dicono tutti così.

FUORI ELENCO

Lavoro in un negozio, sì ok, non è una cosa particolarmente strepitosa da dire. Non è che lavoro alla Nasa o nell’area 51, lo so, ma il punto non è questo. Il punto è che lavorando in un negozio vengo quotidianamente a contatto con persone di qualsiasi tipo e questa è una cosa che non capita proprio a tutti. Voglio dire, gli astronauti della stazione spaziale, mentre sono intenti a girare con la tuta, il casco e tutto il resto intorno al pianeta non è che incontrano la casalinga di Voghera, per capirci.

Comunque, qualche giorno fa entra in negozio un signore sulla settantina, tiene qualcosa fra le mani, una sorta di libro antico e prezioso, di quelli che ti fanno ricordare le merende con le fette di pane e olio.͔«Buongiorno, ha bisogno?» «Buongiorno…ehm…scusi il disturbo…sarei venuto a lasciare…l’elenco telefonico».Ora, non so da quanto tempo non vi capita di vedere un elenco telefonico. A me sinceramente erano anni, molti anni. Il ricordo che avevo io era quello di un librone grigio che portava sulla copertina un monumento famoso della città a cui faceva riferimento. Nel mio caso alla provincia, perché dove abito io le grandi città sono come lo Yeti. Tutti ne parlano ma nessuno l’ha mai visto veramente.

Insomma, era qualcosa di importante e di ingombrante. Una volta mi è capitato di vedere l’elenco telefonico di Roma, sono rimasto sbalordito. Addirittura erano due volumi perché tutti quei nomi in uno solo non ci stavano. Un’infinità di persone, catalogate in scrupoloso ordine alfabetico, che poi se ne vanno in giro e scambiare la loro vita con quella degli altri, perché alla fine siamo tutti come le carte da gioco, ognuna unica e irripetibile, mischiati nel mazzo e pronti a giocarci la nostra partita in una briscola chiamata. C’eravamo tutti su quei volumi grigi, nessuno sfuggiva e se proprio qualcuno non compariva su quegli elenchi significava che era una persona particolarmente importante. Presidente della Repubblica, calciatore famoso, cantante e altre persone così. Cioè, non è che uno prendeva l’elenco e poteva telefonare a Sandro Pertini o a Michel Platini. Per dire. Ma a parte queste persone famose, il resto eravamo tutti lì sopra. Anzi, per essere sicuro di esserci cercavi il tuo nome e quando lo trovavi ti sentivi quasi importante, cioè, stavi su un libro. Il tuo nome e cognome era stampato su carta e mandato in giro per il mondo, roba da montarsi la testa.

Ecco, come dicevo prima, non so da quanto tempo non vedete un elenco telefonico. Io l’ho visto due giorni fa e sono rimasto senza parole. E’ un librettino in formato A5, tipo quaderno di seconda elementare. Più che un elenco è una lista della spesa, con pochi ingredienti. Una lista della spesa di uno che è a dieta ferrea ecco. Una roba tipo: Mario Rossi – Tofu – Carlo Verdi – pane integrale – Maria Bianchi e bacche di goji

Ma che fine hanno fatto?, tutti quanti intendo. Dove sono finiti tutti quei nomi che rendevano enormi gli elenchi telefonici? Non erano solo nomi e numeri, erano storie e le storie non sono mai da buttare via.Dove sono? Hanno rinunciato al telefono fisso?, sono espatriate?, sono cadute nel buco nero? Stai a vedere che hanno ragione i terrapiattisti e tutti quelli che erano nell’elenco sono caduti di sotto. C’è da perderci la ragione se ti metti a pensare agli elenchi telefonici.Da qualche giorno a questa parte guido con prudenza, non che prima fossi un automobilista scellerato, ma adesso quando entro in galleria rallento un po’ e cerco di allungare lo sguardo, così, perché non si sa mai, magari alla fine del tunnel cado di sotto e mi ritrovo di colpo fuori dall’elenco. Roba da perderci la ragione.

UNA BAMBINA ALLA FINE DEL MARE

Ti guardo di sfuggita mentre dormi, con quel tuo profilo fatto di attese e giorni che verranno e il respiro impetuoso di tempeste in mare aperto. Ti guardo e provo a immaginare la donna che sarai, sapendo che farai la tua strada e non potrò fare altro che augurarti di trovare ciò che stai cercando.

Posso solo dirti che per fortuna non è tutto pianificato, che ci saranno sempre piccoli dettagli pronti a sfuggire al normale corso degli eventi e sono quelli che  ti renderanno unica. Sarai tu a guidare, ma spero che lungo il viaggio possa imbatterti in qualcosa e qualcuno ti faccia distogliere un attimo lo sguardo dalla strada.

Ti auguro di incontrare qualcuno che ti faccia ballare e ogni ballo sia un grande amore, non importa che sia un tango o un valzer da balera, l’importante è che la testa stia girando. E chi se ne frega se non vai a tempo. Improvvisa, inventa tu i passi e pazienza se poi finirà la musica e ti sentirai morire. Certi balli vanno affrontati senza pensarci troppo su.

Ti auguro  di incontrare qualcuno che ha rubato un libro di poesie, qualcuno che scrive pensieri su fogli di carta, che usa la chitarra come una spada. Un rivoluzionario, un illuso, un disattento, qualcuno che si dimentica ciò che deve fare, che perde le chiavi di casa, che si ferma all’improvviso e scatta una foto. Qualcuno che parla poco e profuma di sogni.

Ti auguro di avere un’amica matta, una di quelle che bussa alla porta alle tre di notte e ti trascina fuori a sentire il silenzio che c’è. Una di quelle amiche che parla svelta e muove le mani, piena di “cazzo che casino”, e di “ce la faremo, fidati”. Quella che ti manda a fanculo e ti abbraccia forte, sempre di corsa, come se l’aria non fosse mai abbastanza. Quella delle canzoni a squarciagola lungo strade polverose a prendere la vita di petto.  

Ti auguro di inseguire progetti fuori tempo, quelli in cui credi solo tu, che te ne freghi e vai avanti nonostante le cantonate prese. Ti auguro un viaggio nella piazza a Marrakech, rumorosa e profumata come solo certe piazze sanno essere. Ti auguro la Londra di Canary Wharf, quella di acciaio e vetri alti, ma anche quella di Hammersmith, fatta di Tamigi e batticuore. Ti auguro Istanbul e Lisbona, Lubiana e Notre Dame e Barcellona e Dublino e tutti i luoghi che non lascerai mai più riportando tutto a casa.

Ti auguro di sbagliare, di sentirti perduta, e di avere qualcuno vicino che ti dica “ce la faremo”. Ti auguro di essere la donna che vorresti diventare, imperfetta e libera, onesta, insicura e splendente, allegra, malinconica e spensierata. Felice. Spudoratamente felice.

Provo a immaginare la donna che sarai, ma tu non farci caso, rimani ancora un po’ quella bambina alla fine del mare. Dormi amore, la situazione non è buona.

Il Paese dei Balocchi

Questa sera questa sera, dopo undici rintocchi,
io vi aspetto tutti quanti nel Paese dei Balocchi,
perciò venite numerosi non perdete l’occasione,
è un paese piccolissimo assurdo con ostinazione.

E lo prometto vi prometto che,
non crederete a ciò che sta accadendo,
e mi direste che son pazzo se,
vi raccontassi come sta esplodendo.

C’è quel comico pentito che si è messo a far comizi,
e ripete come un mantra che rifiuta i sodalizi,
poi si allea con tutti quanti pur di stare in Parlamento
e ti manda a fare in culo se non dimostri apprezzamento.

C’è il bambino capriccioso che capisci a malapena,
ma si arrabbia e batte i piedi se non è al centro della scena,
vuole stare sulla giostra vuole fare il capotreno,
se lo sgridi lui ti guarda poi ti dice “stai sereno”.

E io vi giuro ve lo giuro che,
quello che dico non lo sto inventando,
entrate pure e capirete se,
è tutto vero o state sognando.

Poi c’è un marinaio incazzoso che ce l’ha con tutti quanti,
con i rossi i gialli e i neri ma di più con i migranti,
con le navi e i comandanti lui è sempre ai ferri corti,
farebbe navigare tutti ma tenendo chiusi i porti.

C’è un anziano condottiero che si crede un generale,
con il fard e i milioni punta dritto al Quirinale,
lui si sente un cavaliere proprio come Don Chisciotte
ma ormai è un Sancho Panza che si ostina ad andar a mignotte.

E io vi dico ve lo dico che,
questo è il paese che state cercando,
non dubitate e date retta a me,
che già lo vedo che vi sta piacendo.

Lungo il sentiero giù a sinistra c’è un funambolo sornione,
che cammina impaurito senza dare un’opinione,
cerca il consenso dei compagni mentre mette avanti un piede,
ma gli si legge chiaro in faccia che a ciò che dice non ci crede.

Poi c’è tutto un bailamme di giocolieri e saltimbanchi
che si muovono a casaccio come fossero dei granchi,
con lo scudo, con la svastica con la falce e col martello,
c’è la fata, mangiafuoco e quello del Grande Fratello.

Nel Paese dei Balocchi c’è un re senza corona,
che si sforza di trovare sempre una parola buona,
ma si sta rompendo il cazzo, detto senza virgolette,
e vorrebbe andare tanto a comprar le sigarette.

Nel Paese dei Balocchi c’è un popolo un po’ incauto,
segue sempre un pifferaio che lo incanta con il flauto,
a nessuno viene in mente di fare la rivoluzione,
l’importante è solamente dargli il gioco del pallone.

Ve lo ripeto, lo ripeto che,
questo Paese è la fine del mondo,
e resterete sbalorditi se,
ascolterete cosa sto dicendo.

E lo prometto vi prometto che,
questo è il Paese che state cercando
e mi direste che son pazzo se,
vi raccontassi come sta morendo.

Emanuele Luzzati Art

OTTANTAQUATTRO PASSI

Ottantaquattro passi, questa è la distanza che separa la porta di uscita dalla fermata dell’autobus. Non sono tantissimi, ma abbastanza per pianificare le prossime mosse. Ottantaquattro passi è la misura perfetta per decidere di essere un uomo.

Cammino e penso che questa volta sarà quella buona, perché sta piovendo e quando piove il traffico scorre piano e i minuti si allungano. Tra un autobus e l’altro sembra passare un’eternità e allora ho tutto il tempo per scegliere con cura le parole da dire, che mica è facile trovare le frasi giuste. Le parole dette a voce sono indelebili, le pronunci e rimangono quelle. Quando scrivi hai sempre la possibilità di cancellare, rileggere, correggere gli avverbi e gli aggettivi. Le parole pronunciate a voce no, sono senza appello, non ammettono ripensamenti, non concedono alternative. Così parlo poco, e sorrido abbastanza, che è un modo come un altro di prendere tempo.

Ho il fiatone, il colletto del cappotto rialzato e uno strano berretto grigio infilato a forza sulla testa, che quando lo tolgo mi esplodono i capelli, come i fuochi d’artificio a capodanno. Invidio quelli con i capelli lisci, sempre ordinati, che riescono ad addomesticare con semplici gesti. I miei no, sono mossi, anarchici, elettrizzati da una sorta di protesta costante. Mi viene da credere che i capelli delle persone siano lo specchio dei loro pensieri. Alcuni li hanno precisi, quasi geometrici, altri intricati, che non si capisce dove finisce uno e inizia l’altro.

Ci sono quasi, inizio a cercarla con lo sguardo tra il gruppetto di persone in attesa, la vedo, mi avvicino più che posso, stavolta glielo dico. Ci penso ancora un secondo ma poi glielo dico, dai che ci vuole.

“Mi daresti il tuo indirizzo? Sai com’è, ti ho scritto una decina di lettere d’amore e vorrei fartele avere”, sì, potrebbe essere un buon inizio. “Senti scusa, mi faresti un sorriso, che poi magari ci scrivo un romanzo intorno”, surreale ma buono. “Ciao, mi diresti che ore sono? Non che mi interessi eh, era solo per sentire la tua voce”,  un po’ scontato ma potrebbe funzionare. “Ciao, se ti va, ti potresti addormentare così posso guardarti sognare?”, decisamente azzardato ma magari le piace e sorride.

Dai faccio passare il prossimo autobus e poi mi avvicino ancora un po’, mica posso alzare troppo la voce, cosa penserebbero tutte queste persone in attesa. A pensarci bene sono strani, quelli che aspettano intendo, sono strani, quasi comici. Se ne stanno lì, in file più o meno ordinate e mettono in stand by la vita. Rimangono impassibili mentre dentro hanno il mondo che esplode. Alcuni sono discreti, altri sbuffano irrequieti, che poi qui fa un freddo cane e si vedono ogni tanto questi sbuffi d’aria bianca uscire da quelle bocche borbottanti di impazienza e tempo perso. Alcuni sono immersi con lo sguardo nel telefono, altri parlano fra loro a voce bassa, come i parenti in chiesa durante un matrimonio. Io mi perdo nei dettagli, tra le pieghe di tutte queste vite intorno a me, che si sfiorano senza neanche conoscersi.

Mi avvicino ancora un po’, riesco quasi a sentire il profumo della sua giornata, sento perfino il profumo di tutte le giornate che ha trascorso, delle risate improvvise che avrà fatto, dei pianti disperati soffocati dal cuscino, il profumo delle sue passeggiate d’aprile, degli abbracci, di tutti gli abbracci dati e ricevuti, sento il profumo del libro che sta leggendo ora, mentre aspetta l’autobus e di quel suo modo morbido di muovere le mani, come se stesse suonando un notturno di Chopin.

Le sono a un passo, è il momento di parlarle. Ormai ne saranno passati almeno cento di autobus per casa mia. Lei chiude il libro, si alza e sale su uno di quelli. Rimango come uno scemo a parlare con me stesso, come tutte le altre sere, da cinque mesi a questa parte. Domani, domani sarà la sera giusta, me lo sento, domani farò questi ottantaquattro passi, smetterò di sognare e la prenderò per mano, il resto verrà da sé. Nel frattempo, senza preavviso, ha smesso di piovere.

La guerra degli indecisi

In un mondo che viaggia ad altissima velocità gli insicuri rappresentano un freno anomalo e di solito inaccettabile.

Le persone comuni prendono continuamente decisioni, nella maggior parte dei casi non stanno neanche lì a rifletterci, le prendono e basta. La pasta è insipida? Aggiungono il sale. Sono in ritardo a un appuntamento? Pestano sull’acceleratore. Barbara D’Urso intervista Daniele Interrante? Cambiano canale. Semplice, repentino e assolutamente indolore. Tipo il vaccino influenzale.

L’insicuro no. Per l’insicuro l’idea di dover decidere in fretta rappresenta l’inizio della guerra. Una guerra impàri fra lui e il resto del mondo. Un conflitto senza prigionieri e una sola vittima. Lui. Il pensiero di dover decidere è l’inizio di una disfatta annunciata.

Se lo spaghetto è insipido l’insicuro sta lì a rimuginare sulla quantità di sale da mettere. Il “quanto basta” riportato sulle ricette di cucina è un concetto troppo astratto, completamente fuori dalla sua portata cognitiva, tipo la mascherina chirurgica per Salvini, per intenderci. Il “quanto basta” è la voragine che si apre sotto i piedi dell’insicuro, facendolo sprofondare direttamente nel più spaventoso dei gironi infernali.«Ne prendo un pizzico dal barattolo della saliera? Sì, ma quanto “pizzico”, uno abbondante o uno medio?»«E se poi ne metto troppo e diventa immangiabile? Sarebbe un peccato, sono spaghetti alla carbonara, dovrei buttare tutto. Ok, le uova erano in offerta all’Esselunga, ma il guanciale no, quello era a prezzo pieno, che con quello che costa avrei speso meno a comprare il maiale vivo e poi smontarlo io, un po’ per volta». Di solito gli insicuri mangiano spaghetti, in bianco, se hanno una botta di autostima aggiungono un po’ d’olio, ma giusto un filo. Quanto basta, diciamo.

Se sono in ritardo, gli insicuri, arrancano, combattuti tra l’impulso primordiale di premere il pedale e far salire il contachilometri e il timore ancestrale di un possibile posto di blocco. Però, in quel caso, la paura che angustia l’insicuro, non risiede tanto nell’ansia di una sanzione, ma nel dover dare spiegazioni agli agenti della polizia stradale.

«Se mi fermano cosa dico? Ma soprattutto, “come” lo dico? Dovrò usare un tono accomodante? Risoluto? Serio? Sorridente? Affranto? Disperato? Cazzo me ne frega? E allora il PD?». Non ne esce.

Si fa domande, l’insicuro, ma soprattutto si logora nel trovare le risposte più giuste. «Mi alzo? Mi potrò sedere? Mangio? Respiro? Chi cazzo è Daniele Interrante?», per dirne alcune.Si crea problemi esistenziali, come se fosse alla disperata ricerca di una nuova tortura, una nuova guerra.L’aspetto fisico, anzi, più precisamente, l’aspetto estetico. È qui che l’insicuro esprime al meglio il suo potere di auto demolirsi, spesso anche con punizioni corporali.

«Come mi vesto? Elegante? Giacca e cravatta? E se poi sono l’unico ad avere la cravatta? Sarebbe come entrare nel parlamento degli Stati Uniti d’America vestito da sciamano. (per dire). Sì, ma se ci vado con jeans e maglione e poi sono tutti incravattati? Faccio una via di mezzo? Tipo sciamano ma con i pantaloni neri di Pal Zileri?». E poi capelli un po’ più lunghi o rasati? Barba o liscio? E se “barba” quanto lunga?

Volete far provare un’esperienza premorte a un insicuro? Dategli un compito da svolgere, uno qualsiasi, il primo che vi viene in mente, una roba banale, quasi mortificante.

«Mi togli quel piatto dal tavolo?» una cosa di una semplicità estrema. Provate. Provate a dirlo a un insicuro. Lo vedrete aggirarsi per casa come uno in piazza Mazzini che cerca un bar aperto alle ventitré. Un disadattato, totalmente incapace di trovare la giusta collocazione a quel maledetto piatto. Che se potesse se lo metterebbe fra le chiappe del culo pur di farlo sparire.

E quando è sconfitto, quando è davvero, irrimediabilmente, battuto inizia fare domande. E quello è il momento in cui perde completamente la dignità.

Usa un tono gentile, esageratamente gentile, che sfocia immancabilmente nello stucchevole.«Scusa, va bene se lo metto nella credenza? Meglio sul divano? Eh? Che dici? Lo porto su in soffitta? In cucina? In lavastoviglie? Nel microonde? Nella cuccia del cane? Nello zaino del bambino? Lo ingoio?», che tu lo guardi e alla fine gli dici «lascia stare, faccio io», che è l’espressione più vicina al «Vaffanculo».

Gli insicuri fanno fatica a farsi rispettare, nella maggior parti dei casi non ci provano neanche. Hanno l’angoscia profonda di chiedere indietro le cose che ti hanno prestato. Tu fumi, per esempio e chiedi l’accendino all’insicuro, lui sorride e te lo presta. Accendi la sigaretta, fai un paio di boccate, continui a parlare con lui, gesticoli, ti metti distrattamente l’accendino in tasca, continui a ridere, parlare, gesticolare, ti muovi, insomma, vivi. Lui no, lui è rimasto fermo al momento in cui ti sei appropriato dell’accendino, perché ora è costretto a richiedertelo, ma probabilmente non lo farà. Vive nel terrore costante di mancare di rispetto alle persone, di infastidirle, di urtare la loro suscettibilità. E allora starà tutto il giorno con la smania di fumare, con quell’onda crescente che sale incessante, quella voglia smisurata che ti prende quando vuoi fare qualcosa che in quel momento non puoi fare. Che ne so, mangiare il cioccolatino che ti sei dimenticato nella tasca della giacca, che se lo avessi non ci penseresti neanche a mangiarlo. Ma non ce l’hai e allora lo vuoi e la voglia cresce, il mondo ti sembra finito senza quel maledetto cioccolatino. Tu dopo un po’ saluti l’insicuro e te ne vai, con il suo accendino. E ignaro lo lasci lì, nel suo dolore, diventerà un tabagista incallito, rovinerai per sempre il suo stato di salute, lo costringerai a spendere migliaia di euro da uno psicanalista misogino che lo convincerà di aver avuto una vita di merda per colpa delle donne che ha frequentato. Avrai irrimediabilmente devastato l’esistenza dell’insicuro ed è un peccato, perché un accendino costa un euro. Il Bic un euro e trenta, per dire.

Agli insicuri è precluso qualsiasi gioco di squadra, il calcio per esempio, non possono praticarlo, ci hanno provato eh, ma poi rimanevano lì impalati, nel centro del campo, a scegliere il compagno giusto a cui passare la palla. La pallavolo, il rugby, basket, tamburello, calcio balilla, nuoto sincronizzato, softball, palla avvelenata, strega comanda colore, tutto proibito, tutto categoricamente vietato.

L’insicuro passa le sue giornate così, con la minaccia costante di una mostruosa crisi di nervi, ma non sua eh, no, di chi gli sta accanto. L’insicuro ha la naturale capacità di portare tutto e tutti all’esasperazione, inevitabilmente.

Ma ogni tanto arriva qualcuno che riesce a vederli con occhi diversi, gli insicuri. Qualcuno che ha la voglia e la sensibilità di trovarli smarriti, come i fanti della prima guerra, indifesi e bellissimi. Qualcuno che si prende la briga di abbracciarli nel sonno di rimboccare loro le coperte, di passare una mano nei capelli e dire pianissimo «Dormi ti prego, non svegliarti ancora, dormi tesoro, che la guerra potrebbe tornare». Ma l’insicuro in realtà non sta dormendo, cerca solo di godersi quell’istante di pace e nel frattempo pensa «Avrò fatto bene a puntare la sveglia alle sei? Faccio le sei meno dieci? cinque e mezza?»…niente, non ne usciamo.

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#Iolavoro.

#iolavoro non sono un medico, un infermiere, uno di quelli che guida l’ambulanza, non sono un volontario, ma #iolavoro. Non faccio un lavoro eclatante, teoricamente potrebbe farlo chiunque, ma ogni mattina esco, apro il negozio, disinfetto tutto il possibile, quando entra un cliente il primo pensiero è “speriamo che vada tutto bene, speriamo che non si avvicini troppo, speriamo che non sia la volta buona”. Ogni volta che apro la porta ed esco di casa metto a rischio la mia salute, forse anche la mia vita, ma non solo. Metto a rischio la mia famiglia e questo è un pensiero costante, che non mi dà tregua. L’idea di essere la possibile causa della loro sofferenza è devastante. Quando torno mi spoglio praticamente sul pianerottolo, mantengo le distanze da mia moglie e da mia figlia, le guardo a distanza e dio solo sa quanto fa male.

Ma #iolavoro perché mi è stato chiesto di farlo, #iolavoro perché sono uno di quelli che “non è solo per lo stipendio”, il denaro non c’entra. È qualcosa che ha a che fare con il senso di responsabilità.

#iolavoro perché in tutta questa situazione di merda c’è qualcuno che un lavoro non ce l’ha e darebbe qualsiasi cosa per essere al mio posto. Anche per loro #iolavoro.

E non mi lamento, cioè, è chiaro che preferirei stare al sicuro, non vedere la faccia preoccupata di chi ogni mattina mi guarda andar via, ma #iolavoro perché sento che è giusto così, perché nel mio piccolo ho come l’impressione di fare qualcosa che va oltre me, per la prima volta sento che forse sto facendo qualcosa di concreto per un paese intero. Niente di eccezionale, per carità, le cose andrebbero avanti anche senza di me, ma è come essere parte di qualcosa, essere veramente parte di ingranaggio smisurato.

#iolavoro perché c’è bisogno di andare avanti, in qualche modo ne usciremo, forse non così bene come crediamo, ma ne usciremo.

#iolavoro perché sono un ostinato ottimista, #iolavoro perché ci sono persone che rischiano ogni maledetto giorno e lo fanno da una vita, da molto prima che arrivasse questo virus del cazzo, portano a casa uno stipendio da fame e nessuno li chiama eroi, sì, forse sono un presuntuoso ma #iolavoro anche per loro.

#iolavoro per i miei genitori, che si sono sempre fatti un culo così e hanno vissuto la loro vita con la dignità tipica delle persone semplici.

#iolavoro per mia moglie, perché sono un casinista, con la testa fra le nuvole, uno che se c’è una cazzata da fare la fa, ma restiamo “noi” .

#iolavoro per mia figlia, per tentare di darle un futuro migliore, o almeno, il miglior futuro possibile.

Ok, #iolavoro, ma voi, per favore, #restateacasa.

Ingredienti sparsi.

Sembra scientificamente provato che ogni sette anni il nostro corpo si rigenera completamente, ogni singola cellula sparisce per lasciare posto a una nuova.


Voglio dire, svaniscono le cellule ma noi, rimaniamo “noi”, se ci pensi c’è da perderci la ragione. E’ come se fossimo fatti di qualcos’altro, come se ciò che ci portiamo dentro sopravvivesse agli atomi e al ciclo naturale della vita. E’ come se una parte di noi fosse fatta di qualcos’altro. Già, e allora mi sono messo lì a pensare, che ultimamente non mi capita spesso di farlo, pensare, intendo, mi sono messo lì a cercare di capire di cosa sono fatto, cercando di trovare la composizione molecolare che è resistita a tutti questi anni e ha continuato ad essere me.


Sono fatto della Lambretta di mio padre, che ogni tanto prendevo di nascosto anche se non la sapevo guidare.


Sono fatto degli abbracci di madre, non troppi a dire il vero, ma dati sempre nel momento più giusto.


Sono fatto di sabbia, acqua, salmastro, libeccio, sole, burrasche e qualche tormento. In una parola, sono fatto di mare.


Sono fatto delle sere passate in macchina con due amici, ascoltando i Nirvana dicendoci che era ancora tutto possibile.


Sono fatto di una settimana passata a fare l’artista di strada a Copenaghen, con la mia Ibanez e una tastiera con dietro un compagno di sventura.


Sono fatto di un paio di piazze, che urlavano giustizia, e io là in mezzo, con una maglietta, senza capire bene cosa stessimo facendo, ma ci piaceva molto farlo. Ci stavamo illudendo, saremmo stati traditi, ma allora non potevamo saperlo.


Sono fatto di lettere, ma proprio tante, che non ho mai avuto il coraggio di spedire, ma va bene così, rinunciare a qualcosa ci rende più consapevoli. O più ingenui, chissà.


Sono fatto di Marco Tardelli e degli occhi commossi di mio padre, perché sì ok, il 2006, ma nell’82…


Sono fatto di lei, arrivata improvvisa e rimasta con me. Non è sempre facile ma continuiamo a sceglierci ogni giorno. Ogni tanto allungo la mano e lei c’è. Questo è quello che so dell’amore.


Sono fatto di Marco, Simone, Cristiano, Samuele, sono fatto di Federico, di Mirko, di Carlo, di Roberta, di Claudia, di Gemma e di pochi altri che mi hanno lasciato qualcosa di loro. Che non mi lascerò sfuggire.


Sono fatto di treni, di tutti quei treni che guardavo partire e arrivare e sono fatto di volti, di tutti quei volti che si incontravano o si lasciavano allontanare.


Sono fatto di chilometri e di tutte le aurore che continuo a fotografare, ma anche di tutti i tramonti su strade veloci mentre sto riportando tutto a casa.


Sono fatto di accordi e di tutti i concerti, di casse e rullanti, di muri scavalcati senza biglietto. Sono fatto di viaggi improvvisati a Pavana per bere qualcosa con Francesco Guccini.


Sono fatto di Camilla, la mia Cinquecento avuta in regalo, fuori tempo, fuori moda, caricata all’impossibile. E di tutte le doppiette venute male che terza marcia non c’era più.


Sono fatto di cicatrici, cicatrici vere eh, ginocchio, caviglia, occhio, naso, parti di me andate in frantumi che qualcuno ha rattoppato. Che se raccoglievo tutti quei punti di sutura un tostapane lo avrei preso di sicuro.


Sono fatto dei libri che ho letto e delle frasi che ho rubato per stupire, delle persone che ho conosciuto e dei luoghi in cui sono stato, senza mai andarci veramente.


Sono fatto di giorni sprecati, una serie lunghissima di giorni sprecati. E di cose non fatte, di parole non dette, di tutti quei momenti messi lì a prendere polvere e basta.


Sono fatto di lei, di lei che è fatta un po’ di me, che ha i miei occhi ma uno sguardo tutto suo, che ha cambiato la mia prospettiva e che, senza il minimo sforzo, ogni giorno mi rende migliore. Come solo i gesti inspiegabili riescono a fare.


Forse sono queste le particelle di me che sopravvivono al naturale corso della vita, qualcosa che faccio fatica a comprendere ma che, nel bene o nel male, porterò per sempre con me.

Lettera aperta per andare più in alto.

“Caro Babbo Natale, non sono qui per chiederti giocattoli o cose simili, ti scrivo solo per sapere se hai voglia di aiutarmi. Ho bisogno di andare in alto, ma molto eh, tipo gli scalatori sulla vetta della montagna. Solo che io ho cinque anni e proprio non ce la farei a scalare una montagna, quindi ho bisogno del tuo aiuto per trovare una soluzione. Ho iniziato con le sedie, poi sono passato alle scale, il prossimo passo sarà raggiungere il tetto di casa, ma so già che non mi basterà. Per fortuna il babbo si preoccupa ma non mi impedisce di salire. Lo faccio con qualsiasi cosa che vada verso l’alto e che sia all’aperto.

Il babbo ogni volta mi guarda, sorride sapendo già che non mi basterà, ma lo chiede ugualmente.

– Giovanni ci siamo? Sei abbastanza in alto?-

– No babbo, devo andare più su, da qui è inutile-.

– Hai ragione, è inutile, troveremo qualcosa di più alto.-

Ma non è mai abbastanza, quindi ho davvero bisogno del tuo aiuto.

Ah sì, un’altra cosa, se ci riesci, potresti portare qualcosa anche per il babbo? Qualcosa che lo faccia sorridere un po’. Cioè, quando stiamo insieme ci prova a farlo, ma si vede bene che non gli viene naturale. Io faccio finta di crederci per non farlo rimanere male, ma non so quanto funzionerà ancora.

Lo so che il mese scorso ho detto vaffanculo a Matteo perché mi dava le schicchere all’orecchio mentre la maestra ci insegnava le canzoni di Natale, ma per questa volta fai finta di niente, per favore.

Ti abbraccio forte.

Giovanni”.

“Caro Babbo Natale, oggi è il 26 dicembre, lo so che ormai non posso più chiederti niente, infatti ti scrivo solo per ringraziarti. Non so come hai fatto e non lo voglio sapere, ma sono sicuro che tu e il mio babbo vi siete incontrati. Ieri mattina mi sono alzato prestissimo per andare a scartare i regali, in mezzo a tutti quei pacchi c’era una busta con scritto “Per Giovanni da parte di Babbo Natale”. L’ho aperta e dentro c’erano due biglietti aerei per New York.

Sul momento non ho capito, ho guardato il babbo, lui mi ha sorriso dicendomi:

– In quella città ci sono grattacieli altissimi-.

Ho iniziato a urlare e a rotolarmi per terra come fa il babbo quando fa gol Cristiano Ronaldo.

Siamo partiti e adesso ci troviamo a New York, io e il babbo e ci siamo stati, su uno di quei grattacieli altissimi. Ho scelto il più alto di tutti, ho preso il babbo per mano e ho detto:

– Questo babbo! Questo è perfetto!-.

Siamo arrivati fino in cima, fino sul tetto, più alti di tutti, di qualsiasi cosa alta avessi visto in vita mia. E allora ho guardato verso il cielo, sembrava di poterlo toccare da quanto era vicino. Mi sono portato la mano sulle labbra e ho mandato un bacio in un punto preciso di quell’infinito.

– Che dici babbo, questa volta le è arrivato il bacio alla mamma, vero?-.

– Sì Giovanni, questa volta sì.-

– Grazie babbo, ora possiamo tornare a casa.-

Ah quasi dimenticavo, grazie anche per aver portato il sorriso al babbo. Questa volta si vedeva bene che non stava di fingendo.

Ciao Babbo Natale, riposati, noi ci sentiamo l’anno prossimo.

Un abbraccio enorme.

Giovanni”.

(La storia è vera, il bambino non si chiama Giovanni e queste parole sono dedicate al suo babbo, anche se dubito che le leggerà).