Ingredienti sparsi.

Sembra scientificamente provato che ogni sette anni il nostro corpo si rigenera completamente, ogni singola cellula sparisce per lasciare posto a una nuova.


Voglio dire, svaniscono le cellule ma noi, rimaniamo “noi”, se ci pensi c’è da perderci la ragione. E’ come se fossimo fatti di qualcos’altro, come se ciò che ci portiamo dentro sopravvivesse agli atomi e al ciclo naturale della vita. E’ come se una parte di noi fosse fatta di qualcos’altro. Già, e allora mi sono messo lì a pensare, che ultimamente non mi capita spesso di farlo, pensare, intendo, mi sono messo lì a cercare di capire di cosa sono fatto, cercando di trovare la composizione molecolare che è resistita a tutti questi anni e ha continuato ad essere me.


Sono fatto della Lambretta di mio padre, che ogni tanto prendevo di nascosto anche se non la sapevo guidare.


Sono fatto degli abbracci di madre, non troppi a dire il vero, ma dati sempre nel momento più giusto.


Sono fatto di sabbia, acqua, salmastro, libeccio, sole, burrasche e qualche tormento. In una parola, sono fatto di mare.


Sono fatto delle sere passate in macchina con due amici, ascoltando i Nirvana dicendoci che era ancora tutto possibile.


Sono fatto di una settimana passata a fare l’artista di strada a Copenaghen, con la mia Ibanez e una tastiera con dietro un compagno di sventura.


Sono fatto di un paio di piazze, che urlavano giustizia, e io là in mezzo, con una maglietta, senza capire bene cosa stessimo facendo, ma ci piaceva molto farlo. Ci stavamo illudendo, saremmo stati traditi, ma allora non potevamo saperlo.


Sono fatto di lettere, ma proprio tante, che non ho mai avuto il coraggio di spedire, ma va bene così, rinunciare a qualcosa ci rende più consapevoli. O più ingenui, chissà.


Sono fatto di Marco Tardelli e degli occhi commossi di mio padre, perché sì ok, il 2006, ma nell’82…


Sono fatto di lei, arrivata improvvisa e rimasta con me. Non è sempre facile ma continuiamo a sceglierci ogni giorno. Ogni tanto allungo la mano e lei c’è. Questo è quello che so dell’amore.


Sono fatto di Marco, Simone, Cristiano, Samuele, sono fatto di Federico, di Mirko, di Carlo, di Roberta, di Claudia, di Gemma e di pochi altri che mi hanno lasciato qualcosa di loro. Che non mi lascerò sfuggire.


Sono fatto di treni, di tutti quei treni che guardavo partire e arrivare e sono fatto di volti, di tutti quei volti che si incontravano o si lasciavano allontanare.


Sono fatto di chilometri e di tutte le aurore che continuo a fotografare, ma anche di tutti i tramonti su strade veloci mentre sto riportando tutto a casa.


Sono fatto di accordi e di tutti i concerti, di casse e rullanti, di muri scavalcati senza biglietto. Sono fatto di viaggi improvvisati a Pavana per bere qualcosa con Francesco Guccini.


Sono fatto di Camilla, la mia Cinquecento avuta in regalo, fuori tempo, fuori moda, caricata all’impossibile. E di tutte le doppiette venute male che terza marcia non c’era più.


Sono fatto di cicatrici, cicatrici vere eh, ginocchio, caviglia, occhio, naso, parti di me andate in frantumi che qualcuno ha rattoppato. Che se raccoglievo tutti quei punti di sutura un tostapane lo avrei preso di sicuro.


Sono fatto dei libri che ho letto e delle frasi che ho rubato per stupire, delle persone che ho conosciuto e dei luoghi in cui sono stato, senza mai andarci veramente.


Sono fatto di giorni sprecati, una serie lunghissima di giorni sprecati. E di cose non fatte, di parole non dette, di tutti quei momenti messi lì a prendere polvere e basta.


Sono fatto di lei, di lei che è fatta un po’ di me, che ha i miei occhi ma uno sguardo tutto suo, che ha cambiato la mia prospettiva e che, senza il minimo sforzo, ogni giorno mi rende migliore. Come solo i gesti inspiegabili riescono a fare.


Forse sono queste le particelle di me che sopravvivono al naturale corso della vita, qualcosa che faccio fatica a comprendere ma che, nel bene o nel male, porterò per sempre con me.

Lettera aperta per andare più in alto.

“Caro Babbo Natale, non sono qui per chiederti giocattoli o cose simili, ti scrivo solo per sapere se hai voglia di aiutarmi. Ho bisogno di andare in alto, ma molto eh, tipo gli scalatori sulla vetta della montagna. Solo che io ho cinque anni e proprio non ce la farei a scalare una montagna, quindi ho bisogno del tuo aiuto per trovare una soluzione. Ho iniziato con le sedie, poi sono passato alle scale, il prossimo passo sarà raggiungere il tetto di casa, ma so già che non mi basterà. Per fortuna il babbo si preoccupa ma non mi impedisce di salire. Lo faccio con qualsiasi cosa che vada verso l’alto e che sia all’aperto.

Il babbo ogni volta mi guarda, sorride sapendo già che non mi basterà, ma lo chiede ugualmente.

– Giovanni ci siamo? Sei abbastanza in alto?-

– No babbo, devo andare più su, da qui è inutile-.

– Hai ragione, è inutile, troveremo qualcosa di più alto.-

Ma non è mai abbastanza, quindi ho davvero bisogno del tuo aiuto.

Ah sì, un’altra cosa, se ci riesci, potresti portare qualcosa anche per il babbo? Qualcosa che lo faccia sorridere un po’. Cioè, quando stiamo insieme ci prova a farlo, ma si vede bene che non gli viene naturale. Io faccio finta di crederci per non farlo rimanere male, ma non so quanto funzionerà ancora.

Lo so che il mese scorso ho detto vaffanculo a Matteo perché mi dava le schicchere all’orecchio mentre la maestra ci insegnava le canzoni di Natale, ma per questa volta fai finta di niente, per favore.

Ti abbraccio forte.

Giovanni”.

“Caro Babbo Natale, oggi è il 26 dicembre, lo so che ormai non posso più chiederti niente, infatti ti scrivo solo per ringraziarti. Non so come hai fatto e non lo voglio sapere, ma sono sicuro che tu e il mio babbo vi siete incontrati. Ieri mattina mi sono alzato prestissimo per andare a scartare i regali, in mezzo a tutti quei pacchi c’era una busta con scritto “Per Giovanni da parte di Babbo Natale”. L’ho aperta e dentro c’erano due biglietti aerei per New York.

Sul momento non ho capito, ho guardato il babbo, lui mi ha sorriso dicendomi:

– In quella città ci sono grattacieli altissimi-.

Ho iniziato a urlare e a rotolarmi per terra come fa il babbo quando fa gol Cristiano Ronaldo.

Siamo partiti e adesso ci troviamo a New York, io e il babbo e ci siamo stati, su uno di quei grattacieli altissimi. Ho scelto il più alto di tutti, ho preso il babbo per mano e ho detto:

– Questo babbo! Questo è perfetto!-.

Siamo arrivati fino in cima, fino sul tetto, più alti di tutti, di qualsiasi cosa alta avessi visto in vita mia. E allora ho guardato verso il cielo, sembrava di poterlo toccare da quanto era vicino. Mi sono portato la mano sulle labbra e ho mandato un bacio in un punto preciso di quell’infinito.

– Che dici babbo, questa volta le è arrivato il bacio alla mamma, vero?-.

– Sì Giovanni, questa volta sì.-

– Grazie babbo, ora possiamo tornare a casa.-

Ah quasi dimenticavo, grazie anche per aver portato il sorriso al babbo. Questa volta si vedeva bene che non stava di fingendo.

Ciao Babbo Natale, riposati, noi ci sentiamo l’anno prossimo.

Un abbraccio enorme.

Giovanni”.

(La storia è vera, il bambino non si chiama Giovanni e queste parole sono dedicate al suo babbo, anche se dubito che le leggerà).

Vent’anni in mezzo al temporale.

Senti scusa…scusa eh, non sai mica quando passa il prossimo? Di treno, intendo, Sì, insomma, un treno qualunque, non importa la direzione…non importa. A sud…a nord…non importa. Devo prenderne uno, uno qualunque e scorrerlo tutto, vagone per vagone, posto per posto. Faccia per faccia. Devo scorrerlo tutto perché…perché lei non scende mai dal treno e se lo fa…sì insomma…se lo fa è solo per salire su un altro. Lo so che sembra assurdo ma saranno passati vent’anni, sì, più o meno e non ho smesso di cercarla. Ogni giorno, tutti i giorni, uno dopo l’altro, fino a diventare vent’anni, più o meno. E fra vent’anni sarò ancora qui a cercarla…Me ne stavo lì, no? Me ne stavo lì seduto accanto a finestrino a guardare ogni cosa là fuori, ogni cosa che correva via. Buffo no?, buffo come le cose corrono via e ci sfuggono dalle mani quando siamo là fuori. Sul treno invece…sul treno invece è tutto più lento. Tutto decisamente più lento. Me ne stavo lì a pensare alle cose veloci della vita quando sento qualcosa di strano nell’orecchio e dentro Cat Stevens che cantava “Sad Lisa”. E io mi volto di scatto, no? Mi volto e la vedo seduta accanto a me con l’altro auricolare nell’orecchio. Così, senza dire niente, se ne stava lì a occhi chiusi. “ti chiami Lisa?”, le ho detto, “che importanza ha?, che te ne fai di un nome nel bel mezzo di un viaggio?”, così mi ha risposto. E io non ho detto niente, no?, non ho detto più niente, però le ho preso la mano, già…le ho preso la mano…perché certi viaggi è giusto farli in due, è giusto così, no? Poi la canzone è finita. E lei si è alzata. “Come ti ritrovo?” le chiesto, “sul treno, uno qualunque. Niente stazioni, le stazioni sono per chi arriva, o per chi parte. Io sto già facendo il mio viaggio”. Così ha detto. Mi ha lasciato una foto, C’è lei, con un sorriso croccante, nel bel mezzo di un temporale, Ma un temporale vero, con i fulmini e tutto il resto, che quando mi capita di farla vedere c’è sempre qualcuno che dice “guarda che meraviglia di temporale”. Nessuno fa caso a lei, come se non ci fosse neanche in quella foto. E invece c’è. Mi ha lasciato la foto. E poi è andata via. L’ho vista dal finestrino che saliva su un altro treno e andare nella direzione opposta. Io l’ho cercata, ogni giorno, tutti i giorni, sono passati vent’anni, più o meno. Sono salito e sceso da ogni treno, li scorrevo tutti, vagone per vagone, posto per posto, faccia per faccia. Sono salito sull’ultimo vagone, ho passato tutto il treno, tutti i treni, dall’inizio alla fine, ho guardato centinaia di facce, una per una, mentre cantavo Sad Lisa. Erano tutti impazienti di arrivare, nessuno che facesse caso all’istante che stavano vivendo. Erano tutti attesi, o in attesa. E’ questo che facciamo, no? Passiamo il tempo ad aspettare o a essere aspettati da qualcuno. Ma nel bel mezzo del viaggio siamo soli e questo ci spaventa. E allora ci illudiamo un po’, no? se non abbiamo nessuno in attesa o da attendere e magari prendiamo un treno, così, tanto per vedere il mondo fuori che si muove. Ma io no, io salgo sul treno, su ogni treno che riesco a prendere e inizio a cercarla, scorrendo tutti quei visi, in ogni vagone. La cerco più che posso, come un coglione, ogni giorno, uno dopo l’altro, fino a diventare vent’anni. E non importa se nessuno riesce a vederla in quella cazzo di foto, Io non smetterò di cercarla. Perché ho ognuno ha il diritto di rivederla almeno una volta la forma della propria solitudine nel bel mezzo di una meraviglia di temporale. – Senti..scusa eh, scusami se ti ho annoiato, ti lascio qui ad aspettare, io ora devo salire sul treno.

LA RAGAZZA DEL PIRATA.

L’estate è di gran lunga la stagione che mi piace meno. Gli amici del mio quartiere se ne vanno tutti al mare e i compagni di scuola, anche loro vanno al mare. Io ne farei volentieri a meno, cioè, il mare mi piace, ma fa troppo caldo e poi mi rimane il segno bianco degli occhiali sul viso. Ma la cosa che proprio mi fa vergognare di più sono i miei costumi. Ogni anno la mamma me ne compra un paio nuovi, ma sono troppo colorati, mi si nota da tutta la spiaggia, come l’insegna del bar Marilena quando c’è la festa del quartiere. Io invece vorrei essere guardata il meno possibile, perché ogni volta che qualcuno mi vede o mi parla fa sempre quell’espressione come a dire “poverina”, che alla fine non lo dice mai, ma ce l’ha scritto in faccia e si vede benissimo. Come l’insegna del bar Marilena. La mamma dice che quei colori mi illuminano il viso, io vorrei dirle che così mi si nota di più il segno bianco degli occhiali, ma mi limito a sorridere alla meglio e fare di sì con la testa.

Sono Maria e ho sette anni, ma sembro un po’ più piccola dei ragazzini della mia età. La mamma dice che è questione di tempo, che anche sua sorella, la zia Antonella, era bassina ma ora è una stangona. E io le credo, anche se quando lo dice la sua voce si incrina un po’ e lo sguardo è meno croccante. Faccio visite da quando sono nata, un dottore dopo l’altro, come quando sei sul treno e vedi passare le stazioni dal finestrino e ti fermi giusto il tempo per fare pipì e ripartire subito senza che sia cambiato niente e non vedi l’ora di scendere davvero e goderti la vita oltre la stazione.

Pare che io abbia una malattia che chiamano “sindrome” legata a un cromosoma, roba complicata, però io non mi fido mica tanto di questi dottori, perché non mi sembra di essere malata, io sto benissimo. Sì ok, leggo lentamente e sbaglio spesso le parole, ma lo fa anche nonno Michele che ha ottantasette anni e non mi pare che faccia tutte queste visite. Anche se dicono che lui ha il “morbo” e quando lo dicono allargano tutti le braccia rassegnati. Forse lo hanno fatto scendere a forza dal treno in una stazione che non era la sua e ora si guarda intorno in cerca di un passaggio, che forse non arriverà mai.

Alla fine mi rassegno e parto per la spiaggia, anche perché a Livorno se d’estate non vai al mare finisci per passare le giornate dentro casa e come dice nonno Michele mentre cammina dalla cucina alla sala cercando l’uscita della sua stazione, «a stare in casa ti incattivisci». E appena finisce la frase piscia al termosifone convinto che sia la statua della Libertà. Perché dice sempre che «gli americani non capiscono un cazzo», ma non si ricorda il motivo.

Mi piace venire al mare qui, in mezzo a tutta questa gente con nomi importanti. Sembra di stare a Hollywood. La mamma dice che se fossi nata in America avrei fatto sicuramente l’attrice. Magari quando sarò alta come zia Antonella ci farò un pensierino, per il momento cerco di imparare a parlare bene, perché non si è mai vista un’attrice che inciampa sulle parole, traballa, e alla fine si scapicolla.

Ogni giorno alle sedici in punto vado a fare la fila al bar, per prendere un ghiacciolo alla fragola. La mamma dice che con questo caldo c’è bisogno di qualcosa di rinfrescante, e ogni giorno, sempre, cascasse il mondo, mi viene incontro Samuel, il barista. Lui è alto, la barba disegnata bene e i capelli raccolti in una coda. Sembra un pirata con quegli anelli e gli orecchini. Un pirata che profuma di buono. A lui non interessa se sono bassa, se ho il segno degli occhiali, lui non ha l’insegna del Bar Marilena dentro allo sguardo, o se ce l’ha la tiene spenta. Ogni giorno si avvicina, ha un tatuaggio di Che Guevara sul braccio destro e lo stemma del Livorno Calcio su quello sinistro. Io non lo conosco questo signore Che Guevara, ma pare che qui sia amico di tutti. Mi solleva, bacino sul collo e poi mi dice:

«Te oggi sei la mia ragazza, se ti azzardi a farmi le corna ti stacco le braccine, intesi?». Ogni giorno. Cascasse il mondo.

Io non glielo dico che mi piace Iuri di terza F, non vorrei che ci rimanesse male. Però un po’ mi fa piacere essere la ragazza del pirata.

Magari quando sarò alta come zia Antonella mi farò invitare a cena fuori. Perché certe occasioni vanno prese al volo, alla faccia di tutte le sindromi e di tutti i cromosomi.

TECICENI

Per noi che abitiamo in provincia fare un giro a Livorno è sempre un’occasione per imparare cose nuove e nuovi modi di dire che sono un riassunto perfetto delle dinamiche quotidiane della vita. In una frase viene rappresentato un intero universo di situazioni e, perché no, di umane sofferenze. Tipo “Alli zoppi pedate nelli stinchi” oppure “chi lavora e si strapazza…malidetta la su’ razza”. Ma anche espressioni che fotografano la vita familiare, di solito quella degli altri. Tipo “C’ha più corna lui d’un cesto di chiocciolini” (che sono le lumache col guscio piccoline) oppure “se le maiale volassero a tu’ ma’ darebbero da mangia’ con la fionda” (ecco, questa se non la capite è meglio).

Quindi Livorno insegna, non c’è niente da fare, anzi, sarebbe opportuno visitarla con un blocchetto e una penna per poter prendere appunti. Ma Livorno è soprattutto una città di mare, con la passeggiata, la scogliera, le isole all’orizzonte e gli stabilimenti balneari. La spiaggia del lungomare è un susseguirsi di ombrelloni e sdraio disposti con geometrica perfezione. Per gli stabilimenti vale la stessa regola delle città: quelli all’inizio e alla fine della spiaggia sono le periferie, quelli in mezzo sono i quartieri “buoni”. E nelle periferie, si sa, c’è la vita vera.

Mi è capitato di essere ospite di uno di questi stabilimenti di periferia, ma non uno qualunque, no, proprio il primo in assoluto. In pratica ho preso il sole al Quarto Oggiaro degli stabilimenti livornesi. Trovarlo è facile, due passi dopo la statua di Bud Spencer, non puoi sbagliare. Ecco lì c’è tutta la vera Livorno. E la più altra concentrazione di “teciceni”.

I veri livornesi, quelli con il bollino D.O.C.G. iniziano ad andare al mare intorno al 26 febbraio. In quella occasione si portano il tavolino da pic-nic e lo incatenano all’ombrellone. Lo lasceranno lì fino al 25 febbraio prossimo. In pratica entro la prima settimana di marzo il 98 percento della spiaggia è già occupata, da quel momento chiunque arriverà sulla spiaggia farà alcune semplici mosse. Si guarderà intorno, si avvicinerà con il tavolo da pic-nic in mano e la borsa frigo sulla spalla a un ombrellone occupato ed esporrà una semplice domanda alla persona sulla sdraio: «Te ci ceni?ۛ». Più che una domanda è una supplica, tipo “ti prego, sono le sette di mattina, dimmi che fra dodici ore te ne vai. Guarda, ti offro io una pizza, ma non rimanere a cena qui”.

Lo scopo della domanda è sapere se si libera il posto entro un’ora decente. Come quelli che stanno tredici ore a girare nel parcheggio dei Gigli di Campi Bisenzio in attesa che qualcuno se ne vada. Il “teciceni” è una vera e propria forma di saluto, più di “ciao”, di “piacere”, è qualcosa che ha a che fare con l’educazione «che antipatico, non mi ha detto neanche teciceni», oppure «era una persona tanto buona, diceva sempre teciceni».

Anche i bambini lo usano per fare conoscenza, è il sistema perfetto per rompere il ghiaccio. Capita così di vedere un ragazzino timido che guarda il vicino di ombrellone giocare con la paletta e il secchiello, due solitudini che si cercano. La mamma del timido gli sussurra all’orecchio «Perché non vai a conoscerlo?», con il tono più amorevole del mondo. «Mamma, mi vergogno, che gli dico?», risponde il figlio stringendosi nelle spalle. «Che ne so. Vai da lui, gli dici teciceni e iniziate a giocare insieme», perché l’educazione prima di tutto.

E’ una vera e propria forma di rispetto, che viene insegnata fin dalla prima infanzia. Avete presente quando da bambini camminavamo in mezzo al babbo e alla mamma e incontravamo una loro conoscente? Ecco, qui è uguale. C’è sempre uno dei due genitori che dice al bambino «Su, Igor, dì teciceni alla signora».

Già, i nomi. La posizione degli stabilimenti e i nomi dei bagnanti sono strettamente legati. Qui, nella estrema periferia balneare possiamo avere la conferma di questo ineluttabile assioma cartesiano. Quelli maschili spaziano da: Igor, Iuri, Chevin, Maicol e Attias (che probabilmente è il nome della piazza dove è stato concepito il bambino), tutti, rigorosamente, scritti come si pronunciano. Per le ragazze i nomi variano in base alle soap opera preferite dalle mamme: Bruc (presumo quella di “biutiful”), Sciana (quando si ama), Sciaron e Suellen (moglie di Geiar in Dallas. Ma che ne sanno i “millennials” degli sceneggiati, quelli belli).

I genitori sono abbronzantissimi e tutti, rigorosamente ricoperti da tatuaggi, roba che Fedez scansati proprio. I soggetti disegnati sulla pelle sono per il novanta percento a sfondo politico. Il Che, Fidel Castro con il Che, il Che con la bandiera del Livorno, il che con la falce e il martello e la scritta “Pisamerda” sulla maglietta del Che. E’ un tripudio assoluto di “boia dé, Rivombrosa esci dall’acqua che ti spuntano le branchie. E’ arrivata Donna, vai a dargli il teciceni”.

E allora li vedi arrivare da lontano, il babbo con la borsa frigo a tracolla, che da queste parti chiamano “ghiacciaina” e il tavolo da pic-nic nell’altra, la madre che cammina un passo dietro ai figli Igor e Sciaron. Avanzano a mani giunte, tranne il padre che sta cedendo sotto il peso della ghiacciaina e gli occhi rivolti verso il cielo in segno di supplica. Sono i nuovi discepoli, i templari del tecicenismo.

Marta fa il libera tutti.

Marta sopravvive in una piazza vuota senza far rumore tra una pizzeria e un caffè,

lei ti guarda e ride quando la sua rabbia non riesce a contenerla dentro sé

un vestito rosso, scarpe senza tacco, labbra di cristallo le ginocchia al petto senza età,

e certe giornate si diverte a indovinare il destino di qualcuno che passa e che va,

Quello è un tipo strano, forse è innamorato e non si rassegna a scrivere sui muri frasi sovversive tipo tu sei mia

Marta che sospira, fuma una marlboro, butta fuori l’aria e la guarda andare via.

Se solo anche i ricordi, quelli spaventosi, fossero solubili in lacrime e bestemmie, o potessero affogare alla fine del bicchiere senza riaffiorare allora sì,

sì che si potrebbe respirare, correre e lasciarsi andare, senza la paura di cadere, avere soltanto l’urgenza di esserci.

Marta che cammina, stringe fra le mani, una birra media e la faccia di suo padre che le urla contro frasi scellerate con il pugno in aria già da un po’

Uno sulla schiena, uno sul costato, uno sulla bocca per provare in tutti i modi a cancellarle quel sorriso che si ostina a stare su,

Ma la paura del dolore non era mai abbastanza per farle dire “basta, io mi arrendo adesso, hai vinto tu”,

Marta porta addosso tutti i segni del passato, ma non sono quelli sulla pelle a fare male a farla smettere di respirare proprio no,

certe cicatrici non si fanno mai vedere, come vipere di bosco, escono di notte spargono veleno senza antidoto.

E non ti puoi salvare, non c’è un cazzo da fare, devi lasciarti torturare fino quasi a scomparire, finché non vanno via.

Che certi pensieri sono spaventosi, vivono in simbiosi come fossero due sposi il terrore e la follia.

Marta se ne andò, aveva sedici anni, si lasciò alle spalle, un uomo mostruoso e una madre che sapeva e non parlava, arresa ormai

E tutte le serate a sputare sangue per i pugni presi non avrebbero raggiunto il grado di dolore di quelle parole dette mai.

Marta si è salvata, forse non del tutto, ma ci sta provando a regalarsi il sogno di una vita presa contromano come certa musica,

lei ci sta provando, coi suoi occhi asciutti, a nascondersi dietro a un sospiro e fare “libera tutti” all’anima.

Marta è la nostra terza onda, quella che restituisce tutto, le immagini più belle, ricordi profumati, lenzuola stese al sole e brividi di sale,

lei si è rialzata dopo ogni caduta, perché Marta è sempre stata viva e non sopravvissuta.

Se Marta fosse una canzona sarebbe questa: L’anima non conta (Zen Circus)https://www.youtube.com/watch?v=TtLcvqCCXBI

Le ragazze degli anni novanta.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta,

che fumavano sotto le stelle con Dolores O’ Riordan che canta,

di frasi d’amore riempivano il diario,

Come una Alice qualunque che si innamora di Mario

E scriveva i “per sempre” sulla Smemoranda

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Poco più di vent’anni e il duemila alle porte,

ma il futuro è un bugiardo con le gambe un po’ corte,

poco più di vent’anni e qualche pena d’amore,

ma certe notti era bello aver mal di cuore,

con i sospiri intrecciati in fondo a una Panda,

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

In quel posto segreto, quello del primo bacio,

rimanevi in attesa come un gatto randagio,

poi arrivava improvvisa bella come un temporale

e ti sentivi un po’ dio quando guarda il suo mare.

era la risposta perfetta a ogni domanda.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Ne è passato di tempo e son cambiate le facce,

di Alice e di Mario si son perse le tracce.

Lei si è fatta ingannare da un amore bugiardo,

lui si trascina la vita e ha spento lo sguardo,

ma ogni tanto alla radio c’è Dolores che canta.

Non si sono mai arrese le ragazze degli anni novanta.

Alcune hanno un uomo a cui far promesse

altre hanno figli e diverse scommesse

spesso i sogni e la vita fan fatica a coincidere

ma loro fanno spallucce si ostinano a ridere

Hanno un lampo negli occhi che nessuno comanda.

Le riconosci tra mille, le ragazze degli anni novanta.

Adesso son donne con il basco e lo scudo,

soldatesse in tailluer con lo sguardo sicuro,

ma si accendono ancora quando si apre il sipario

e ripensano al posto, quello del primo bacio.

il cuore ha un sussulto e il respiro si incanta.

Sanno amare davvero, le ragazze degli anni novanta.

Hasta l’abete addobbato siempre!

E’ tempo di addobbi, le città si vestono a festa, con luminarie e stelle comete per le vie. Luci ovunque, bianche, rosse, gialle, verdi e per i più bastardi, blu. Queste sono le peggiori, viste da lontano sembrano posti blocco. Le vedi, smadonni, capisci che è un terrazzo e non una volante, sospiri, ti penti, ma ormai anche per questo Santo Natale ti sei giocato la santità.

Ma il vero spirito natalizio si vive nelle case, tutti intorno all’albero.Ci sono regole universali e precise per realizzare un albero di Natale come dio comanda.

Per prima cosa c’è da risolvere il dilemma “albero finto o albero vero”. Qui l’umanità si divide, un po’ come accade fra i fanatici di Iphone o Samsung, Playstation o Xbox, Ronaldo o Messi. L’albero sintetico è senza anima, se fai l’albero vero uccidi una pianta. L’albero finto è tossico, l’albero vero non lo puoi riutilizzare e via così all’infinito. Scuole di pensiero che corrono su linee parallele e non si incontreranno mai. Come i Modà e la buona musica. Il mio albero è sintetico, non per motivi morali ma pratici. Se metto in casa un abete vero il cane ci piscia sopra almeno quattro volte al giorno. Problema risolto.

Una volta piazzato l’albero al centro della sala il protocollo prevede che vengano messe le luci. Mai e dico mai, mettere prima le palline. Questo è un assioma cartesiano: “se non metti prima le luci le uniche palline che rimarranno sull’albero saranno le tue”.

Prima però di mettere luci sull’albero c’è un’altra operazione fondamentale da svolgere: verificare se si accendono. Datemi retta, lasciate perdere l’ottimismo del “tanto funzionano”. Neanche per sogno. Funzionano solo se le provate prima. Se non lo fate e le mettete fiduciosi state pur certi che non si accenderanno mai. Lo so, l’anno prima le hai riposte nella scatola ancora calde di luce e dopo undici mesi non danno più segni di vita. E’ uno dei più intricati misteri cosmici. Il compianto Stephen Hawking preferì dedicare la sua vita allo studio dei buchi neri piuttosto che all’enigma delle lucine bianche. Per dire.

In media ogni famiglia ha tre gruppi di lucine da mettere sull’albero e in media, ogni anno, almeno uno dei tre non funziona. Poco male, direte voi, si ricomprano. Certo, il problema è trovarle dello stesso colore.

Fino a qualche anno fa erano di moda le normalissime luci ”bianco caldo”. Oggi è più facile trovare un panda gigante in superstrada. Sparite, ora sono tutte a led e di un bianco asettico. Roba che quando le metti sull’albero la sala da pranzo diventa una sala operatoria. Alla fine ti arrendi e ogni anno compri una scatola diversa. Il risultato è interessante. Il tuo albero di Natale sembra un casello autostradale con una fila di luci rosse, una verde e una gialla che si accende solo se ci passi sotto con il telepass.

L’allestimento delle luci è un’impresa titanica. Si intrecciano, se ne schiacci una smettono di funzionare tutte, le tue, quelle del tuo vicino e dei tuoi parenti fino al sesto grado. E’ impossibile dare una disposizione uniforme. Di solito la parte bassa dell’abete sembra la campagna modenese in una notte di nebbia fitta. Invece la parte la puoi guardare solo con gli occhiali da saldatore, come per l’eclissi solare. Dai, diciamocelo, mettere le luci sull’albero è una gran rottura di coglioni. Non per niente è un compito riservato esclusivamente all’uomo. Oltretutto va fatto anche con una certa rapidità perché…«finché non hai messo le luci non possiamo iniziare ad appendere le decorazioni. Quindi vedi di darti una mossa». Noi cerchiamo di terminare il compito nel più breve tempo possibile, rischiando più volte di volare dalla scala e impiccarci con il filo delle luci, per poi scoprire che per i successivi quattro giorni non ci saranno accenni di decorazioni sull’abete. Ogni tanto il povero albero cede alla disperazione e inizia a produrre bacche rosse. Lo fanno in particolar modo quelli sintetici comprati a saldo nel negozio cinese sotto casa.

Le decorazioni dell’albero sono la massima espressione della creatività umana. Palline colorate, pupazzetti di ogni tipo, angioletti, animaletti vari e puntali storti. Il sacro e il provano che vanno a braccetto.

Mia madre per esempio mette nel punto focale dell’albero l’immagine di Padre Pio da giovane. E’ una foto che un giorno trovò sotto al mio letto.«Ved? È un segnale, significa che ti protegge», disse perentoria senza darmi modo di controbattere. Da allora ogni Natale tira fuori quella foto sbiadita del Santo di Pietralcina quando era ancora un ragazzo e la mette in bella mostra al centro dell’abete. Ogni tanto ci passa davanti, si fa il segno della croce e gli manda un bacio. Poi si volta verso di me e fa un cenno come a dire «Dai, fallo anche tu». La guardo allargando le braccia «dai mamma, il segno della croce non mi pare il caso», però, per accontentarla almeno in parte, mi metto a mani giunte e accenno un inchino veloce.

In realtà quella è una foto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara, con i capelli corti e senza sigaro. Non ho il coraggio di dirlo a mia madre e poi, tutto sommato, al centro dell’albero non ci sta neanche male.

L’albero più originale che abbia mai visto in vita mia lo fa il mio amico d’infanzia. E’ sempre identico a quello dell’anno precedente, ma proprio gemelli monozigoti. L’angioletto sul terzo ramo a destra, la palla rossa con la scritta “casinò di Sanremo” tre gradi a sud est, la renna che si gratta il culo con le corna va messa appena sotto al puntale. Una precisione maniacale che si tramanda di anno in anno. Il ripetersi infinito di una trama unica e inimitabile che si specchia costante in sé stessa. Tutto molto interessante, l’abete identico a quello precedente, se vogliamo è un po’ come metafora della vita. Il mio amico ne va fiero. Peccato che il primo albero che fece fosse addobbato veramente di merda.

“Olliuchenit” non ti temo.

Sono allergico all’aloe, alle uova di lompo, alle bacche di goji e a tutto il cibo esotico in generale, Questo per dire che amo le cose semplici, specialmente in cucina. Non piacciono esperimenti strani e soprattutto detesto esplorare sapori sconosciuti. Sì, lo so, che state passando in rassegna tutti i doppi sensi a sfondo sessuale noti al genere umano, ma io sto parlando semplicemente della mia idea culinaria. Scritto tutto attaccato.

Le mie convinzioni gastronomiche si rafforzano ogni volta che qualcuno mi trascina, spesso con l’inganno, in qualche locale dove si dilettano in ricette di cucina alternativa. La settimana scorsa, i miei colleghi di lavoro con uno stratagemma che non sto qui a spiegarvi, mi hanno fatto mettere piede per la prima volta in vita in un ristorante giapponese all you can eat. Che all’inizio ero convinto che “olliuchenit” fosse proprio il nome del ristorante. Per quelli come me cresciuti con il mito di “DanielSan, dai la cera togli la cera” in Giappone può succedere di tutto. Comunque i miei commensali hanno subito provveduto a spiegarmi con parole chiare e dirette il concetto di “all you can eat”: «France, non rompere i coglioni, la traduzione letterale è semplice: mangi quello che cazzo ti pare e paghi quindici euro». Già qui il primo dubbio mi ha assalito: la moneta giapponese è lo Yen, quindi non può essere una traduzione letterale. Comunque ho evitato di farlo notare altrimenti dicono che sono antipatico. Come quando qualcuno parla e io gli correggo i verbi. Quello mi guarda come se gli avessi rigato la macchina. Io ci rimango di merda ma vorrei dirgli quello che mi diceva mia madre ogni volta che mi tirava una ciabatta «Sappi che fa più male a me che a te».

Comunque il concetto è chiaro e io so già che assisterò dal vivo alla più alta rappresentazione dell’era preistorica che il genere umano sia in grado di mettere in scena. Ovvero: metti dieci persone intorno a un tavolo senza limiti sul menù e vedrai l’uomo di Neanderthal, in 3D e con il dolby surround, purtroppo. Di solito quando si va in questi posti esotici c’è sempre un membro della compagnia che ne sa più di tutti gli altri. E’ un abituè del locale, conosce per nome i camerieri e probabilmente con quello che ha speso lì dentro ha sistemato tutti i loro parenti e anche quelli del maestro Miyagi. Entriamo dentro, il personale ci accoglie con un inchino, il nostro compagno “esperto” prende subito in mano la situazione.

Ci accompagna al suo solito tavolo e dice al cameriere di portare i menù e il wasabi. Dopo trenta secondi arrivano due ciotole contenenti un impasto verde tipo i succhi gastrici che vomitava mia figlia quando mangiò il Didò e dieci volumi con il numero di pagine di “Guerra e pace”. Erano i menù. Mi astengo volentieri dall’assaggiare il wasabi e mi concentro sui piatti da ordinare. Sfoglio il libro sacro almeno una decina di volte alla fine azzardo e faccio la mia scelta: patatine fritte! (e vaffanculo al sushi, sashimi e Didò).

I miei compagni di merende iniziano a segnare su un foglio le loro ordinazioni ripetendomi continuamente «questo lo devi provare, è squisito». Uno di loro ordina addirittura i ravioli alla bolognese. Finalmente qualcuno che tiene alta la bandiera della cucina italiana.

Arrivano le pietanze. Il cameriere si presenta con un carrello delle stesse dimensioni del rimorchio di un cingolato Pirelli. Inizia a disporre tutto sul tavolo con un sorriso come a dire “mo’ so cazzi vostri”, in un perfetto dialetto di Hokkaido.

Improvvisamente il nostro banchetto viene sommerso da bocconi bizzarri e colorati, Tutti a base di riso, pesce e ingredienti misteriosi. Riso con salmone, riso e tonno, riso e alghe, risi e bisi, riso e chiwawa, riso sorriso e quanto mi viene da ridere. I mezzo a questo tripudio di ilarità spiccano i ravioli. Prendo coraggio e ne assaggio uno. In quel momento capisco che c’è un errore sul menù. Non sono tortellini “alla” bolognese ma “con” bolognese. Il ripieno è sicuramente fatto con i resti di un contadino della provincia di Modena. Uno di quelli scomparsi nel nulla che gli abitanti dei poderi vicini descrivono ancora come un tipo solitario e taciturno.

A metà del pasto iniziano a verificarsi fenomeni strani: i simpatici bocconcini di pesce non finiscono mai! Sembra il videogioco di Pac Man, più ne mangi più si ricreano. Mi viene il dubbio che il pesce non sia crudo ma vivo e appena ti distrai ne approfitta per accoppiarsi e riprodursi.

Anche le mie patatine fritte sembrano soffrire della stessa sindrome. Oltretutto sono fritte nell’olio Motul con centoventimila chilometri percorsi e l’antigelo Paraflu da cambiare.

Il pensiero “cazzomene, io le lascio nel piatto” inizia farsi strada nella mia testa e mi sento sollevato

Quando ormai anche l’ultimo commensale sta per cedere e perdere i sensi si manifesta nuovamente il cameriere che con i suoi occhietti a mandorla sfoggia stavolta un vero e proprio sorriso di rivincita personale esclamando:

«Signori avete finito?, posso iniziare a contare?».

Contare? cosa deve contare?

L’amico esperto con un master in “inculazioni giapponesi” emerge dal letargo e con un filo di voce bisbiglia:

«Quello che avanza ce lo fanno pagare a parte».

Cosa??? In quel preciso momento mi sento come Lucignolo nel paese dei balocchi quando capisce che si sta trasformando in asino. Anche gli altri membri del gruppo hanno uno scatto emotivo e realizzano che a occhio e croce sul tavolo c’è una cifra pari al pil della Nuova Zelanda. Inizia così una frenetica azione di occultamento delle prove. Qualcuno si mette il sashimi in bocca conservandolo all’interno delle gote, tipo criceto. Altri con un’azione da veri bastardi senza gloria iniziano a lanciare palline di riso stocazzoshimi sui tavoli vicini, ma la tecnica di nascondismo più usata in assoluto è quella di avvolgere tutto ciò che si trova nei piatti dentro a fazzoletti di carta e seppellirlo nelle tasche dei giubbotti.

Andiamo a pagare il conto con aria indifferente, vestiti come zampognari e con un cucciolo di tonno pinna gialla che si agita dentro la tasca destra della giacca.

Le successive dodici ore le passiamo seduti sulla tazza del cesso bestemmiando in giapponese e cercando su Facebook i parenti del contadino emiliano per avere la ricetta ufficiale dei ravioli.

Quindi vi prego, lasciatemi alle mie allergie esotiche e al mio cacciucco di pesce cotto bene. Lasciatemi al mio concetto di cucina culinaria, scritto anche separato.

Il viaggio di un sommerso.

Ti guarderò partire, con quell’aria di chi non si è mai voluto fermare e la giacca di velluto di tuo fratello prima che la guerra se lo prendesse per sempre.

Ti guarderò partire con il berretto in mano e quello sguardo come a dire “forse il mio posto è dall’altra parte dell’oceano. Forse il mio destino un giorno riuscirà a trovarmi e questa smania di capire chi sono mi lascerà in pace”.

Ti guarderò partire appoggiata al parapetto di questo pontile, con una mano a tenere lo scialle intorno al collo e l’altra alzata per salutare. A pensarci bene l’ho sempre saputo che te ne saresti andato. Quelli come te hanno un piede sulla terra e l’altro in mezzo al mare. E allora ti guarderò partire senza poterci fare niente. Abbi cura di te e delle tue scarpe nuove. Ormai la gente prenderebbe qualsiasi cosa pur di non pagare.

Mamma ormai questa gente mi prende già la dignità ogni volta che la nave sta per salpare. Mi mettono davanti a una montagna di carbone da spalare. La bocca della caldaia che vomita scintille e bestemmie a mille gradi. È come se il diavolo in persona si venisse a scomodare per portarmi al centro dell’inferno. Poi i pistoni inizieranno la loro danza. L’elica si muove, la nave si staccherà dal porto e sarà come sentire la tua mano quando mi accarezzi il viso e mi dici che ho l’Atlantico negli occhi.

Dicono che questo oceano visto dalla nave faccia perdere il senso della misura, come un amante esagerato che non riesce a limitare la potenza di un abbraccio.

Io non lo so che faccia abbiano tutte queste onde, non te l’ho mai detto, ma il mio viaggio è sempre stato cinque metri sott’acqua. Loro vedono il sorriso di questo mare smisurato, a me da quaggiù non resta che guardare il cuore cattivo dell’Atlantico.

Ti guarderò partire e mentre l’elica si muove ti immagino in quel posto che tutti chiamano America. Se chiudo gli occhi ti vedo fra dieci anni, con una moglie che sorride mentre tiene in braccio il tuo bambino biondo. Avrai imparato una lingua sconosciuta e mischiato la tua faccia in mezzo a tutta quella gente strana, che ti chiamerà per nome. Diventerai uno di loro, è giusto così, spero solo che non ti vada mai via tutto quel mare dagli occhi.

Ogni tanto mi sembra di sentire le voci di tutta quella gente che sta sopra di me, nella parte umana di questo transatlantico. Immagino i loro volti luminosi i loro sogni spensierati. Si godono il viaggio in attesa di un’esistenza migliore in una terra nuova. Probabilmente non sanno neanche che esistiamo, noi siamo i sommersi e tutto ciò che sta sotto al livello del mare è qualcosa che spaventa.

Mamma quando scenderò da questa nave i miei sguardi saranno asciutti e forse non riuscirò mai a guardare l’America negli occhi. Avrò tutto quel futuro fra le mani e questo è un pensiero che fa più paura dell’oceano.

Non lo so mamma, non lo so come sarà la mia esistenza, forse un giorno tornerò, magari salirò di nuovo su questa nave, starò sulla prua e ti saluterò con la mia giacca nuova.

Ma il tempo dei pensieri è finito, ora è il momento di dar da mangiare alle viscere di questo inferno.

Non preoccuparti mamma, starò bene e sarò al sicuro, proprio come ora mentre sto su questa nave che dicono non possa mai affondare. Lo dicono spesso e ne vanno fieri. Ogni tanto qualcuno scende fin quaggiù per farcelo sapere.

“Andrà tutto bene” ci dicono, “questo è il primo viaggio di una nave che non può affondare”.

Dovresti sentirli, mamma, come lo dicono bene.

È un pensiero che mi rassicura e rende sopportabile il tempo passato cinque metri sott’acqua, coperto dal nero di questo carbone, a guardare il cuore cattivo dell’Atlantico.

(Palesemente ispirato da “L’abbigliamento di un fuochista” – De Gregori).