Gli “Altrove”.

Partiamo tutti da qui, da questo posto che attira sciagure, una dopo l’altra. Lasciamo questo luogo che nessuno vuol vedere, come se fosse il culo del mondo.

La strada si scioglieva morbida, un serpente liquido sotto un cielo che prometteva vento di Mistral e polvere da sparo. Continua a leggere

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Cassandra sotto assedio.

Un vestito a pieghe, rigorosamente giallo, non potrebbe essere altrimenti, che in quella piazza lì, lei dice, c’è bisogno di farsi notare. Un bisogno lento, incessante come una speranza. Le infradito impolverate e alla caviglia destra un braccialetto pieno d’argento e corse a perdifiato.

Cassandra, occhi verdi di oceani e giorni di terrore, un vento di capelli rossi da inseguire, che da quelle parti nessuno si è mai sognato di nascere con capelli così. Ma per lei era normale, li portava in giro come un dono, tra vicoli e macerie, li portava in giro come a profumare l’aria di salmastro e rosmarino.

Cassandra che indovina il destino della gente, senza rendersene conto, come se fosse normale, come a far credere che non si tratti neanche di un miracolo. Lei ti prende le mani, due dita sotto il polso, a cercare il battito più nitido, come a mischiare il tuo sangue con il suo. Ti prende le mani e ti racconta un po’ della tua vita, di quello che farai. Ti anticipa i sussulti dell’amore, le vertigini che incontrerai e ti svela, nei minimi dettagli, il bacio della morte.

Cassandra ha dodici anni e vive a Raqqa, così, senza mezzi termini, senza averlo scelto, ma potendo farlo è lì che avrebbe voluto stare. In quel posto che nessuno conosce, che fa comodo non vedere, che anche il Padreterno se si trovasse a passare di là volgerebbe lo sguardo altrove.

Cassandra ha visto di tutto, ma c’è ancora spazio negli occhi che ha. Canta, Cassandra, con una chitarra fra le braccia che Dio solo sa dove l’abbia trovata, mentre fuori scoppia la notte lei raduna una decina di persone, le distoglie dal loro destino, le porta in un posto sicuro, uno di quelli a cielo aperto, qualche metro di universo apparso in sogno, chissà come. Un manipolo di occhi spaventati seduti in cerchio e lei in mezzo, con la certezza assoluta che quella non sarà la fine di tutto, almeno non in quel momento, almeno non in quella notte. Si siede al centro. Accenna un accordo in la minore, che Dio solo sa dove l’abbia imparato. E canta. Che non si è mai visto nessuno morire mentre Cassandra cantava.

E il mondo fuori diventa rarefatto, come l’aria nelle cattedrali, come se la musica deviasse le traiettorie, delle bombe. Lei inizia a cantare e la paura si trasforma in qualcosa che assomiglia molto all’idea di libertà.

Ne ha salvate a centinaia di mani e speranze, Cassandra che legge in anticipo gli intrecci della sorte

Chi passa di là ci trova Cassandra con il sorriso migliore che ha, chi passa di là vede una bambina con il vestito più bello che può. Chi passa da Raqqa fugge da qualcosa che non si può spiegare, ma per qualche motivo rallenta il passo, roba di un minuto e si ferma ad ascoltare qualcosa in sottofondo, come una melodia alla fine di un boato. Volge un attimo lo sguardo, questione di secondi, giusto il tempo per vedere un vento di capelli rossi, un’immagine dissonante al centro di una desolazione. Alcuni proseguono la fuga altri si sentono prendere le mani, due dita sotto il polso, come chi vuole mischiare il suo sangue con il tuo.

Certe sere, fra quel che resta di Raqqa si sente Cassandra che regala speranze ad un cielo sotto assedio.

Dedicato a chi è in fuga, a chi non ha scelta, a chi non sa più come fare e nonostante tutto trova un pretesto per continuare a sperare. Grazie.

 

Margherita e i tulipani.

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici dei primi anni settanta. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Esce dal suo bilocale di via Roma numero 9, percorre i quattrocento metri che lo separano dall’incrocio con via Londra, facendo un cenno con la mano a Piero seduto al tavolo del bar Marilena, con un budino di riso, un cappuccino scuro e la Gazzetta aperta alla pagina del Milan a fargli compagnia. Anche se lui tifa Fiorentina. Giovanni imbocca via Madrid, alla fine della discesa rallenta e manda un bacio a Rossella che sta in piedi, con il telefono all’orecchio, davanti alla porta della sua merceria. Quel bacio è talmente forte che interrompe il flusso dei pensieri. E la telefonata di Rossella.

Giovanni ha settantadue anni ma ne dimostra almeno settantaquattro, si veste come se ne avessi cinquantuno e parla come un ragazzo ventisei. Uno di quei ragazzi con i sogni che profumano ancora di incoscienza e pane fresco, quelli che si sentono felici davanti ad un quadro di Monet e piangono sulla scena finale de “L’attimo fuggente, Uno di quei ragazzi che hanno il loro mondo chiuso lì, in quel punto preciso, a metà fra il polso destro e l’infinito.

Giovanni è strano, sì, è decisamente strano, ma sfido chiunque a trovare qualche innamorato che non lo sia. Ama Margherita e la ama talmente tanto che non lascia cadere neanche un istante senza farglielo sapere. Perché l’amore è così, ti fa scordare tutto il resto, mangi poco e ridi spesso, ti dimentichi le chiavi sul sedile e ti lavi i denti con la schiuma da barba, piangi e non sai perché e quasi vivi temendo una sventura. E non sai quale. Ama e basta, perché non gli costa fatica farlo, perché quella strana sensazione lo culla, come il rollio di una barca a remi ai bordi del porto. Ama di un amore fantastico e disperatissimo. Uno di quegli amori come i gelati d’Aprile, benedetti dal sole come i panni stesi. Un amore un po’ smarrito in questo traffico di cuori.

Ma quanti amori sono appassiti in attesa del giorno giusto in cui sbocciare, se ne accorgeva ogni volta che guardava i tulipani, quelli che metteva in vetrina, fra le gerbere e l’anthurium. In ogni mazzo c’era sempre un tulipano che rimaneva chiuso, succedeva sempre. Ce n’era sempre uno che non aveva avuto il coraggio di mostrarsi, preferiva restare nell’ombra, continuare a sognare indisturbato il momento giusto in cui uscire allo scoperto, rinunciando a tutto quel mondo che non smetteva un attimo di girare. Rimaneva nel suo guscio, stringendosi le ginocchia al petto, contando fino a dieci ma nell’attimo esatto in cui decideva di squarciare il suo silenzio c’era sempre qualcosa che lo faceva desistere. Un rumore, un’ombra di inquietudine, una nuova ondata di incertezza che alzava di un metro l’innaturale barriera al volo dei sogni. Serviva una specie di miracolo per convincere quei tulipani a lasciarsi andare. Che dove lo trovi poi un miracolo così. Che passa talmente tanto tempo che alla fine ti convinci di non meritarlo neanche un miracolo così. Con Margherita era capitato tutto all’improvviso. Uno sguardo, un sorriso fugace, la vita che li ha fatti incontrare e tenere abbracciati come dopo un lunghissimo tuono.

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici dei primi anni settanta. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo. Entra in quello che un giorno era il suo negozio di fiori. Una sosta veloce, roba da niente. Arriva ad una panchina, di quelle che ci passi davanti centinaia di volte e non ne noti la presenza, si siede lì ad ascoltare la voce dell’acqua che scorre sotto di lui e parla e muove le mani e racconta la sua vita a qualcuno che non c’è. E si vede che è felice, come quando condividi una gioia con qualcun altro stingendogli le mani. Poi si alza e si allontana, si ferma un istante, roba da niente, si volta come per salutare, uno sguardo alla panchina sulla quale ha posato un tulipano ed uno alla ringhiera dove anni prima ha inciso qualcosa che assomiglia molto ad una frase lasciata sul parapetto di un ponte che sovrasta un fiume irrequieto. “a Margherita, che adorava questa vallata. Da Giovanni, che le teneva la mano. E mai smetterà di farlo”. Perché è così che ogni giorno riesce a fregare la morte. Solo così. Perché è così che si spiegano certe esistenze. Solo così. E’ il miracolo dei tulipani.

 

In punto.

Ogni domenica mattina, alle dieci e trentasette, in punto, Marco oltrepassa la soglia del Caffè de Vitis. Lo fa sempre, da almeno cinque anni. Solo la domenica.
Lo fa con una precisione impressionante, al punto che non si capisce se sia lui a rincorrere le lancette dell’orologio o siano loro che, attendono di vederlo entrare dalla porta a vetri. Come se rallentassero la corsa non per dargli modo di essere puntuale. I secondi non sono più secondi e basta, si trascinano dietro la zavorra di qualche centesimo in eccesso, che tanto nessuno ci fa caso. Il minuto che precede l’arrivo di Marco è sempre un soffio più lungo, millesimi di secondo, niente di preoccupante, ma sommandoli insieme il risultato è destabilizzante: in questi cinque anni, il mondo intero è stato derubato di quasi tre secondi. Un’eternità.

A pensarci bene lo scenario potrebbe risultare inquietante. Ogni giorno, mese, anno, Natale, capodanno, feste laiche e pagane, tutto ciò che è accaduto negli ultimi cinque anni, qualsiasi cosa, è iniziata e conclusa in ritardo. L’unico vero, indiscutibile, imperdonabile colpevole di questa catastrofe è Marco.

In realtà quasi nessuno ha percepito l’immane tragedia, le persone là fuori hanno continuato a scivolare sulla vita, come sempre. Quasi tutti, dicevo, il maestro Giuliani no.

Ogni domenica mattina, alle dieci e trentasette, in punto, o quasi, Marco oltrepassa la soglia del Caffè de Vitis. Ogni domenica mattina, alle dieci e trentasette e due millesimi, il maestro Piero Giuliani smette per una fazione di secondo di guardare Dio solo sa dove, si volta verso la porta d’ingresso, trattiene un attimo il respiro e a bassa voce pronuncia, sempre, queste testuali parole:

– Sciagurato, di questo passo la fine del mondo arriverà con mezzo minuto di ritardo. Incosciente

Diceva così. Sempre. Nonostante non avesse mai avuto un orologio, una clessidra o qualsiasi altro strumento capace di misurare lo scorrere del tempo. Lui il tempo lo percepiva guardando la vita. E non sbagliava mai, neanche di un millesimo di secondo. Mai.

Si conoscevano da diverso tempo, Marco e il maestro, o meglio, Piero Giuliani conosceva la vita di Marco, ne era custode di ogni singolo segreto, possedeva tutti i dettagli necessari per disegnarne il mosaico completo. Non si poteva dire altrettanto di Marco.

Lui si limitava a decodificare le espressioni del maestro, aveva imparato a distinguere i momenti di estasi da quelli di rabbia, la gioia dalla noia, la veglia dal sonno profondo. Ci riusciva perfettamente, non si sa come, visto che il maestro aveva sempre quell’unica espressione. Immobile, con lo sguardo perso Dio solo sa dove.

Marco e Piero Giuliani si incontravano tutti i giorni della settimana, feste comandate comprese, a casa del secondo, perché il maestro aveva un posto in cui passare la notte. Anche se si faceva fatica a crederlo. Non dormiva, lui faceva trascorrere la notte.

Quelle due giornate non avevano un canovaccio prestabilito, i protagonisti improvvisavano sul momento il loro spettacolo, non di rado quei pomeriggi trascorrevano senza che nessuno di quei due personaggi strampalati e magnifici aprisse bocca. Nessun suono, nessuna parola, nessun gesto, nessuna nota, niente di niente. Talvolta seduti uno di fronte all’altro, ai due estremi di un tavolo, ma se fossero stati ai due lati dell’universo conosciuto il risultato sarebbe stato identico. Come se avessero un sogno condiviso. Un sogno per entrambi incompleto. 

Altre volte invece allineavano le due sedie di legno verniciate di verde con la seduta impagliata e guardavano nella stessa identica direzione. Così, come statue di cera, quasi senza respirare. Marco osservava il Caffè de Vitis oltre la finestra, si perdeva ad immaginare la vita degli altri. Piero Giuliani continuava imperterrito a guardare con forza l’unico scenario che conosceva. Il mare aperto.

Alle diciotto e trentasette, in punto, il ragazzo si alzava, dava un’occhiata veloce a quella stanza priva di orologi o di qualsiasi altro strumento creato dal genere umano per misurare il tempo, giusto un giro con gli occhi, come a verificare che niente fosse svanito durante quelle ore lente. Poi, senza che gli balenasse nella mente l’idea di pronunciare una parola, se ne andava. Non importava cosa stesse facendo l’attimo prima, fosse stato anche sul punto di dimostrare scientificamente l’esistenza di Dio, come scattavano le diciotto e trentasette, smetteva di botto di parlare o di fare qualsiasi altra attività e se ne andava. Non un saluto, una scusa banale, niente di niente. Si alzava di scatto e usciva. Senza peraltro dare la certezza di un ritorno. Perché certi abbandoni devono essere solenni, hanno regole precise e orari precisi, che se sgarri anche solo di un secondo rischi davvero di non farli mai più.

Certi abbandoni sono così: hanno il dovere di essere netti.

Tutti hanno qualche segreto da raccontare, i più fortunati ne hanno a centinaia, per tutti gli altri il numero si riduce a poche unità. Marco ne aveva uno solo. E neanche lo sapeva.

In realtà non era neanche un vero e proprio segreto. Il segreto è qualcosa che sai solo tu ed è sconosciuto al resto del mondo. Nel caso di Marco era esattamente l’opposto. Il resto del mondo sapeva e l’ignaro era lui. Una sorta di segreto rovesciato, come se tutti conoscessero la soluzione di un quesito tranne colui che l’ha posto. Un paradosso, un assurdo cosmico, che peraltro si incastrava perfettamente nella vita improvvisata di Marco.

Un sonnambulo. Semplicemente questo. Ma non uno di quei sonnambuli che si alzano di notte dal letto e vanno in cucina ad aprire la porta del frigo. No, lui di notte dormiva sereno, niente stranezze e al suono della sveglia faceva la sua vita regolare. Tutto normale, solo si dimenticava di svegliarsi.

Ci sono persone che passano un’esistenza intera a rimpiangere i propri sogni, lui li viveva, in diretta. Ma non lo sapeva. Esiste maledizione più grande?

A guardarlo così non lo avresti mai detto che stesse dormendo, in effetti faceva le cose che facciamo tutti noi, molte addirittura meglio di noi. Dormiva, ma nonostante questo riusciva a misurare il tempo con invidiabile precisione. Ore sette e ventuno colazione, sette e quarantaquattro esce per andare in ufficio, quindici minuti dopo è seduto davanti al pc, nove e trentuno pausa, nove e trentasette oltrepassa la soglia del caffè de Vitis, nove e quarantasei rientra in ufficio, esce alle dodici e trentanove, sette minuti per raggiungere il divano di casa a piedi, mezz’ora di relax totale, non un minuto di più, alle tredici e sedici mette a bollire l’acqua per la pasta, otto minuti e si siede a tavola per il pranzo, in dodici minuti mangia, sparecchia e sistema le stoglie, poi un’ora e ventidue spalmato sul divano a guardare la televisione, due minuti per lavarsi i denti e darsi una sistemata e alle quindici in punto esce di casa per andare dal maestro Giuliani. Alle quindici. In punto. otto minuti a piedi per arrivare davanti al portone, suona il campanello, tre minuti per salire le scale ed alle quindici e undici minuti si materializza davanti a Piero Giuliani. Alle quindici e undici. In punto. Passa le tre ore e ventisette minuti seguenti in quell’appartamento, insieme a quell’uomo pieno di misteri e di tramonti. Alle diciotto e trentasette, in punto, il ragazzo si alza, dà un’occhiata veloce a quella stanza priva di orologi o di qualsiasi altro strumento creato dal genere umano per misurare il tempo, giusto un giro con gli occhi, come a verificare che niente fosse svanito durante quelle ore lente. Poi, senza che gli possa passare nella mente l’idea di pronunciare una parola, se ne va. Non ha importanza cosa stesse facendo l’attimo prima, fosse stato anche sul punto di dimostrare scientificamente l’esistenza di Dio, come scattano le diciotto e trentasette, smette di botto di parlare o di fare qualsiasi altra attività e se ne va. Non un saluto, una scusa banale, niente di niente. Si alza, di scatto, ed esce. Senza peraltro dare la certezza di un ritorno. Perché certi abbandoni devono essere solenni, hanno regole precise e orari precisi, che se sgarri anche solo di un secondo rischi davvero di non farli mai più.

Tre minuti per scendere le scale e undici per fare ritorno a casa, undici minuti, tre in più rispetto all’andata, perché a quell’ora la città ha qualcosa di sottile, un fremito quasi sfuggente, come se dovesse accadere qualcosa che cambierà il corso degli eventi. E allora vale la pena rallentare il passo, non si sa mai. Anche se non accadrà niente, rallenta il passo, perché vale la pena sperarci. Ne vale la pena davvero.

Alle diciotto e cinquantuno varca la soglia di casa, si siede sul divano, sintonizza il televisore sul quiz preserale e si fa prendere dal gioco, sfida i concorrenti, si incazza quando sbaglia le risposte, esulta quando vince la sfida finale. Alle venti e zero otto inizia a preparare la cena, a volte pollo, altre volte ordina una pizza, stasera passato di verdure, poi sistema la cucina, guarda un film o legge un libro o scrive o semplicemente si annoia, sono le ventidue e trentotto, in punto, quando decide che per oggi può bastare così ed entra nel letto. La domenica il rituale si ripete, soltanto traslato avanti di un’ora, nonostante l’azienda di informatica per la quale lavora sia chiusa, lui ha le chiavi e ne approfitta per lavorare un po’ al pc e portare a termine alcune pratiche lasciate in sospeso.

Ecco, questa è la settimana di Marco, niente di eclatante, conduce una vita normale, una delle tante vite lineari, precise, scandite. Fa cose, come tutti, solo che lui le fa dormendo. Da tutta una vita. In punto.

Ne aveva fatte di visite Marco, dall’età di sei anni, in giro da un ospedale all’altro, da un medico all’altro, sua madre lo amava anche così, suo padre non se ne faceva una ragione. Lei gli rimase accanto fino alla fine dei suoi giorni, suo padre scelse di vivere e un giorno svanì nel nulla.

“Cose che capitano”, si ripeteva, anche se in realtà non ne comprendeva il motivo, perché lui non aveva coscienza del suo stato. Voglio dire, era una vita che continuava a dormire ma non lo sapeva. Per Marco la vita era quella, faceva le stesse identiche cose di tutti gli altri, che ne sapeva di come ci si sente ad essere svegli, lui che non riusciva a staccarsi dai suoi sogni.

Solo una volta ebbe un barlume di risveglio, il giorno che stava per innamorarsi di una donna. Ecco, quello fu l’unico momento in cui rischiò veramente di fare il salto nel mondo reale. Durò un attimo soltanto, uno di quelli che si portano l’infinito dentro. Lui la sfiorò appena, lei si allontanò di qualche passo. Non si incontrarono mai più. Perché certi brividi hanno le pareti di vapore, se provi a toccarli ti rimane solo il fumo fra le dita.

C’erano dei vuoti nella memoria di Marco, d’altronde vivere perennemente in quello stato di coscienza apparente comportava inevitabili conseguenze. I vuoti di memoria erano una di queste.

Sapeva di essere nato in un’altra città, di averci vissuto per diversi anni, ma non aveva la minima idea di come fosse arrivato a Marcien. Nessun indizio di un viaggio, di saluti, di abbracci, niente di niente. L’attimo prima sul divano di casa, l’attimo dopo a Marcien. Così.

Vive così, sembra sempre altrove, come quando facciamo qualcosa ma pensiamo a tutt’altro, ecco, Marco è così, apparentemente distratto, in realtà è semplicemente alla ricerca di un tassello. Un particolare nascosto chissà dove che sia in grado di spiegare quella strana sensazione che gli infastidisce il respiro. E quando parla lo fa lentamente, come se scegliesse le parole, come se le sillabe da pronunciare provenissero da lontano costringendolo a prolungare la durata delle vocali per ingannare l’attesa.

Marco ti guarda, con quegli occhi velati, con addosso più vita di quanta tu ne vedrai mai. Guarda te, ma forse vede altro, verità diverse, forse irreali, forse giustissime. E allora chi sei tu per svegliarlo, che diritto hai di trascinarlo nella tua realtà. Gli prendi le mani e ti viene voglia di abbracciarlo, forte, perché come fai a non voler bene ad una persona così. Lui ti stringe i polsi, ti invita a chiudere gli occhi dicendo “vieni a sognare con me”. E tu lo fai, ti abbandoni, lo segui e ti assicuri che continui a dormire. Perché come fai a non voler bene ad una persona così.

 

Carlo e “Bellamore”

Carlo che vive di ricordi si ferma un po’ più in là dei suoi pensieri. Saluta con un sorriso e cerca di nasconderlo con tutta quella dolcezza che ha, ma se sei attento lo capisci che qualcosa gli prude in fondo agli occhi.

Parla poco, che forse il suono di tutte quelle sillabe liberate dal respiro non guarirebbero il graffio della vita. E allora tanto vale lasciarle soffocare, tutte quelle frasi inutili come i tramonti trai i palazzi di cemento. Sì, decisamente, meglio non perdere tempo a districare le traiettorie delle frasi non dette, che puoi stare lì a pettinarle quanto vuoi, rimarranno impigliate fra le pieghe della mente.

Carlo lascia sempre una fiamma libera sul davanzale di cucina, che “ti ricordi come ti piaceva la luce vicino alla finestra, dio quanto sognavi guardando al di là di quel vetro, che mi dicevi – in quel giardino, sotto l’ombra di quel salice piangente io ci farei l’amore- e poi sorridevi. Mi guardavi. E sorridevi. Dio com’eri bella, che poi neanche lo sapevi il profumo di pentagrammi e nuvole che avevi, quando stavi scalza sulla sabbia di novembre, con quel vestito leggero, roba da prenderci un accidente senza scampo, ma te ne fregavi, mi tenevi la mano cantando “Bellamore” fra le labbra. E la sera del dodici dicembre, che pioveva come una disperazione, la sera in cui Cassandra perse un amore e un orecchino, dio come pioveva, come se qualcuno avesse deciso di buttare via i rimorsi, tutti insieme dico, tutti quella sera lì, – che quando cade la notte così viene voglia di temersi un po’ più stretti – così dicevi.

E quell’idea assurda di oltrepassare Capo Horn, – che da quelle parti si sta bene, da quelle parti non si muore mai – che quando lo dicevi ci prendevano per pazzi. E lo dicevi spesso. Ma noi lo sapevamo che era vero, che ci andavamo spesso, ogni volta che ci davamo le mani, prendendoci per i polsi, come a sentire il sangue mescolarsi, con lo sguardo fisso a frugarci le passioni. Cercatori d’oro con i diamanti nelle tasche, pelle su pelle al riparo da intemperie e poi tutti gli odori e le passioni nelle vertebre e poi rincorse di abbandoni e poi tutta l’anima del mondo. La nostra rotta per oltrepassare Capo Horn, che da quelle parti non si muore mai.

E poi tutte le mattine, tutte quante, mentre dormivi e ti guardavo seguendo con un dito il profilo dei tuoi sogni e non riesco più a contare le volte in cui mi sono perso in quei respiri. Che non te l’ho mai detto, ma quelle mattine lì mi resteranno addosso. Tutte quante.

E non ci siamo persi, tu lasciali parlare, lasciali venire in processione a stringermi la mano, con gli occhi lucidi e lo sforzo di un sorriso. Non ci fare caso, lascia che vadano ad illudersi, che noi lo sappiamo che va bene così.

Adesso è quasi mezzanotte e sprofondo dentro il letto. Che ho voglia di sognarti, e già lo so che mi guarderai in modo complicato, come un tempo in cinque quarti e mi dirai ridendo – Sono sempre stata qui. – Adesso ho voglia ancora di prenderti la mano mentre canti “Bellamore” fra le labbra.

 

E anche stasera è quasi mezzanotte ed è ora di andare ad ascoltare “Bellamore”

 

 

Tremilasette giorni sulla Luna.

Sono Arianna e cammino sulla Luna. All’inizio è stata solo una condanna senza appello e non è servita a niente la mia smania di evitare il verdetto ineluttabile – Imputata si alzi in piedi e ascolti la sentenza -.E non hanno sortito nessun effetto le suppliche, gli strilli e le bestemmie contro il fato, la giuria sembrava seria, tutta gente che ha studiato, quelle parole dette con fredda severità non ammettevano margine di errore. – Colpevole. E nessuno potrà farci niente. – E allora vaffanculo, se devo stare sulla Luna voglio farlo a modo mio.

Ci porto la mia borsa, comprata a Copenaghen un giorno senza sole e te lo ricordi il freddo che faceva? Dio com’era bella la luce del mattino. Te lo ricordi? Che poi alzavi lo sguardo e mi dicevi – C’è da perdersi dentro un cielo così-
E ci porto l’anima del mare, tutta quanta, con i gabbiani e le anatre spose, con le grida del porto e gli odori del libeccio. E i pescatori nelle balere a dividersi sigari e leggende. E poi le aurore e i temporali e il salmastro nei polmoni. Ce lo porto veramente che, da quelle parti mi farà comodo avere uno sputo d’infinito. Da quelle parti farà comodo un posto in cui sentirmi viva.
E ci porto la musica, altroché se ce la porto, che la nebbia sarà tanta e servirà di sicuro avere un sogno da inseguire. E ci porto la chitarra, con gli arpeggi e gli accordi più rabbiosi, con le corde che vibrano e tagliano la pelle, come quando mi guardi e mi dici qualcosa, qualunque cosa e io lì che penso – vorrei non finisse mai di guardarmi così- e mi ci perdo in quegli angoli di bocca. E poi le canzoni, con le parole improvvisate e quelle che indovinano i tumulti della mente. E ci porto un palco e qualcuno che abbia voglia di ascoltare, che anche se cammino sulla Luna la voce non ci pensa neanche a starsene al riparo. E allora la lascio uscire che magari che ne so, potrebbe tornare buona per qualcuno che voce non ne ha.
E ci porto le emozioni, giuro che lo faccio, che là di spazio ce n’è quanto ne vuoi. Quelle impronunciabili di “guardami dormire”, quelle rumorose di “scuotimi i pensieri”, quelle inconsolabili di “non farti più vedere”, quelle senza fine di “tienimi per mano che ho paura di svanire”. E le voglio fotografare, più che posso, senza perdermi un momento, come quando ti dicevo – inquadrami bene e scatta ancora, che mi sento bella da morire – Alcune andranno smarrite, già lo so, ma resteranno gli odori e la sensazione di pace sulla pelle che hanno lasciato. E alla fine andrà bene così.
Cammino sulla Luna e vado a tastoni, ma mi hanno detto che è normale, imparerò a contare le distanze, prima o poi, io che già faccio fatica a misurare gli slanci dei pensieri. Mi sento in equilibrio fra un abisso ed un sorriso, dicono che la mente si deve abituare, che poi sarà come ballare sopra le vite dei passanti. E sfioro i contorni, seguendo il profilo delle cose, come ad indovinare l’anima che hanno. E la sento, ogni tanto la sento davvero. Tutti quegli atomi di cuore intenti a dare una forma tangibile agli inganni dei sensi.
E mi sembra di vederli gli sguardi di chi incrocia il mio cammino incerto, che per una frazione di secondo stringono più forte la mano in altre mani, come a dire “per fortuna che ci sei”. 
Io sento solo mani addosso, tocchi inaspettati di qualcuno che farò fatica a riconoscere. Le dita lievi di mia madre, che va veloce per evitare di pensare, che lei lo sa come vanno certe cose, è un attimo ritrovarsi con le mani fra i capelli a inveire contro il destino. Sento il palmo di mio padre, che ha timore di mandarmi in mille pezzi e allora desiste dall’intento di abbracciarmi, ma io le sento lo stesso le sue braccia a tenermi in superficie. Parla poco e ride piano, ma lo fa spesso, che è il suo modo per non cadere negli inganni della sorte.

Sento le mani di un amore che svanisce a poco a poco, magari neanche se ne accorge, ma lo percepisco, lui si ostina a volerlo mascherare, ma io lo so, questo sforzo per lasciare tutto inalterato finirà per farlo fuori. 

Perché a camminare sulla Luna, in mezzo a tutta questa nebbia, ho imparato a percepire i tormenti della gente. Come se non fosse già abbastanza vivere nell’ombra.
Arianna avrà trent’anni, minuto più minuto meno, non si guarda nello specchio da tremilasette giorni, da quando i suoi occhi hanno smesso di far filtrare luce, divorati da una malattia lenta e inesorabile come l’arrivo di un dolore. Ma ha trovato la sua strada per fottere il corso degli eventi e si porta dietro tutta quella vita che ha attraversato senza perdersi un dettaglio. Arianna adesso è sopra un palco abbraccia una chitarra e si gode l’applauso di un pubblico che ha avuto voglia si ascoltarla. Lei sorride, fa un gesto che ricorda l’accenno di un inchino, alza una mano in segno di saluto e anche se nessuno può saperlo, lei percorre i sentieri di tutte quelle vite, misurandone i tormenti. 
Che si vede chiaramente l’orizzonte camminando sulla Luna.

La valigia senza peso.

Finì di piovere il giorno della festa del santo. In realtà nessuno aveva mai dubitato di questo. Non c’è memoria di una festa del santo sotto la pioggia. Il temporale era finito, come era logico aspettarsi, se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche pozzanghera qua e là, che presto sarebbe scomparsa, eliminando definitivamente le prove del suo passaggio. Andato, svanito, così come si era manifestato adesso non esisteva più. Come quando arrivi alla sera, in un giorno come tutti gli altri, che neanche te lo saresti aspettato che fosse quel giorno lì, invece arrivi alla sera e ti rendi conto che quel dolore non c’è più. Finito, come era logico aspettarsi. Se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche livido in fondo all’anima, che sarebbe rimasto lì per sempre, mostrando in eterno le prove del suo passaggio.

Sabrina è arrivata qui, oggi, per caso, viene da lontano, in fuga da qualcuno e cerca chissà cosa. Ed è arrivata qui. Cammina per i vicoli, come se fosse in cerca di risposte. Cammina tenendo in mano una valigia senza peso, cerca meraviglie. E oggi le troverà.

Sabrina è partita qualche giorno fa, ha lasciato il suo lavoro di insegnante, suo marito che dormiva abbracciato ad un fucile e una bottiglia, suo fratello chissà dove sotto tre metri di terra e una raffica di mitra nel costato, ha lasciato il suo paese con un mare troppo scuro ed un cielo troppo basso che si piega sotto il peso delle bombe, che da quelle parti tiri a sorte con la vita.

E’ partita per trovarlo, il suo sogno, per farsi cogliere dallo sgomento e dalla bellezza che avrebbe accompagnato la sua ricerca. E’ partita per imparare a crederci davvero nel suo sogno possibile.

E’ arrivata qui, con una valigia senza peso, il giorno della festa. E trova Robert l’inglese, che suona con le dita i suoi bicchieri e ti ci perdi a guardare quelle mani frettolose che corrono sui bordi di vetro, come chi ha perso ogni speranza e danza sul ciglio di un burrone.

Trova Coppelia delle tenebre, che morì dieci anni fa ma nessuno glielo disse. Si aggira per i vicoli bui di questo borgo declamando versi di Lucrezio e Ceronetti, gli occhi neri come il culo dell’inferno e la voce di ragazza davanti a uno stupore. Un vestito di nebbia fitta a coprire il suo scheletro inquietante. Si avvicina ad un metro dal cemento, ti si pianta davanti, con quell’anima che ha e ti sfiora il viso con un dito. E tu lo senti il freddo delle ossa sulla pelle e preghi iddio che non si abbandoni mai. Ma Coppelia fa un inchino e si allontana e a te non rimane che un rivolo di cenere sullo zigomo sinistro.

Sabrina non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

Da un angolo un po’ nascosto sbuca Mirandola dei ratti, vestita di crepuscoli e curiosità. Si aggira fra la gente all’ora del tramonto con il suo corteo di topi a farle da riparo. Sono scappati da una fiaba che profumava di tragedia, sfuggiti al controllo del loro distratto romanziere. Mirandola non ha un passato, la penna dell’autore non ha fatto in tempo a descrivere i giorni che ha vissuto. Così non conosce i suoi pensieri di bambina, il batticuore e le complicazioni del destino di ragazza. Non sa cosa sia l’amore da ricevere e poi dare, le notti con lenzuola intrise di istinto e di sudore. Lei impara ogni singolo dettaglio guardando le persone che le passano vicine, prende la tua mano fra le sue, ti soffia sulla fronte. Ti ruba un singolo ricordo, uno soltanto e in cambio ti dona un topolino per farsi perdonare. Lei, curiosa come un gatto.

Sabrina è frastornata, in mezzo a tutta quella gente dimentica il rumore delle bombe, dimentica l’odore aspro della guerra. Questo è soltanto il suo viaggio e non ci vuole rinunciare. Non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

In mezzo alla discesa che porta alla piazza delle erbe c’è la tenda di Alice del nigredo. Alchimista e ciarlatana, insegna filastrocche ai bambini e piaceri di altro tipo ai loro padri. Un po’ strega in calze a rete un po’ fata immacolata, additata come eretica dalle donne del paese, bramata come il vino nel deserto dagli uomini furtivi. Trasforma il metallo in oro, il vile in guerriero, medica le ferite dell’anima cantando frasi in rima.

Sabrina si affaccia all’ingresso di quella tenda, un gesto appena accennato.

–  Ti stavo aspettando ragazza della sabbia, dimmi cosa cerchi e io ti aiuterò

–  Cerco le risposte, tutte quelle che posso avere, le cerco da sempre, da quando quel boato annunciò l’inizio di un mondo che non volevo. Non le trovo, le mie risposte, maledizione non le trovo.

– Saranno loro a trovare te, è sempre stato così, fin dall’inizio dei tempi. Noi non possediamo niente, abbiamo solo l’illusione del possesso. Adesso chiudi gli occhi, segui il ritmo del respiro, pensa alla domanda, sceglila bene, senza giri di parole. Quando sarai pronta apri gli occhi e prendi la tua risposta da uno di questi calici di fronte a te. E non dimenticare mai che sarà stata lei a scegliere te.

Sabrina formulò la sua domanda, era un pensiero deciso, quasi fastidioso, puntuale come l’inizio dell’inverno, poi senza dire una parola aprì gli occhi e prese un biglietto da un calice viola.

– Questo è ciò che stavi cercando, solo tu riuscirai a comprenderne l’esattezza dell’inchiostro sulla carta.

Le due donne si guardarono per un istante lungo quasi un’esistenza, poi Alice la baciò sulla bocca e le indicò l’uscita.

Appena in strada Sabrina aprì la sua valigia, completamente vuota, portata in giro per metterci dentro le risposte, prese il biglietto che teneva tra le dita lo rilesse ancora una volta.

Lasciò fuori i timori, le paure e i ripensamenti, mise dentro solo quel biglietto, con la sua potente filastrocca.

Chiuse la valigia e partì.

– Svegliati Sabrina, è ora di scrollarsi i sogni di dosso.

La ragazza aprì gli occhi, i contorni della stanza le furono subito familiari, un rapido inventario con lo sguardo, giusto per essere sicura che fosse tutto regolare. Ad una prima occhiata non si notavano sobbalzi strani, solo un biglietto rosso arrivato da chissà dove, l’inchiostro color oro proclamava una filastrocca che suonava come una sentenza.

“Dopo una lunga guerra Re Bianco si arrese. – Mandami alla forca, dunque! – Ma Re Nero gli donò castelli, cavalli e tesori. – Non li voglio! – No? – E la guerra ricominciò”

Se questo sogno avesse una colonna sonora sarebbe questa: Dei pensieri – Ezio Bosso

L’amore forte.

C’è una bambina seduta sulla spiaggia che guarda verso il mare, in mezzo all’acqua c’è una donna vestita come un vento di Marrakesh, sembra un quadro in movimento,. qualcosa da ammirare senza farsi domande.

E’ così che funziona, le capita sempre più spesso, si alza all’improvviso dal divano, indossa qualche tipo di abito improbabile ed esce, con un’unica irremovibile destinazione. Il mare. E’ così che deve essere, in quelle mattine appena affacciate. Quella donna dall’età indefinita esce di casa per andare a fare l’amore.

Arriva alla spiaggia e sorride. Va verso quel deserto di acqua con uno sguardo di sfida, un passo sicuro e sinuoso, di chi è avvolto da pensieri scandalosi e non fa niente per tenerli nascosti. Si ferma ad un respiro dalla riva, da quel confine preciso in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire.

Alla fine si guardano, quella donna e il mare. E lo fanno forte, quasi a farsi male. E si immerge dentro, quella donna, in una distesa smisurata di acqua e tempeste, in quell’amante fragile e deciso, come un arcobaleno costante. E fanno l’amore. L’amore insicuro, delle sei del mattino, dell’acqua immobile, che quasi hai paura a metterci dentro le mani, che ci passi sopra le dita. L’amore, quello vero, quello senza ritorno, con le mani fra i capelli a guidare la testa verso una forma di paradiso. Quello che lascia i segni sulla pelle, che il giorno dopo li guardi nello specchio e ti mordi le labbra. L’amore forte, che ti graffia la schiena e l’esistenza, che ti allarga gli sguardi e i sospiri. L’amore sconosciuto del mare impetuoso, che non ti dà tregua, che ti strappa i vestiti e le voglie. Il mare indecente che fa sentire i denti sul collo e lecca le pieghe dell’anima. L’amore disperato del mare, che ti devasta i fianchi con spinte rabbiose, tenendoti in bilico fra la voglia di urlare e la fame di ossigeno. L’amore clandestino, con le spalle contro il muro e le gambe intorno alla vita. A tutta la sua vita. E lo senti arrivare quell’uragano implacabile di spasmi e lamenti e un po’ ti spaventi, ma punti i piedi, apri le braccia e lasci crollare i muscoli in quel confine preciso in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire.

In giornate come queste quella donna esce di casa, con addosso un vestito improbabile e va a fare l’amore forte. Quello che ti stravolge i sensi. L’amore di chi non sa più come fare.

Io sono Eleonora e quella donna è mia madre, o almeno lo è stata fino al giorno in cui non ha più fatto ritorno. Si è arresa a quel mare, disciolta in tutto quel mondo insidioso fatto di onde e correnti. Solo onde e correnti. A perdita d’occhio. E’ stata inghiottita da quel richiamo ammaliante.

Pioveva quella mattina, di una pioggia strana, verticale e pesante, non era un temporale arrogante, ma caduta precisa di acqua, come un velo a tinta unita, come una preoccupazione costante. Una di quelle sensazioni che hanno l’aria di non finire più. Il mare sembrava un dipinto neorealista, con la sua pelle crivellata da pallottole infinite. Era uno sguardo capace di scatenare pensieri inattesi. La strana visione di acqua nell’acqua.

Lei disse soltanto “questo cancro che mi mangia l’anima non mi avrà mai. Vivi senza fretta bambina mia e quando non sai più come fare vieni qui e guarda il mare. Mi troverai là”.

E lo faccio, ogni volta che mi scappa l’anima, lo faccio. Mi siedo su questa spiaggia e guardo quel confine preciso, in cui l’onda esprime il suo vigore assoluto e poi va a morire. E lo sento quel mare addosso, quel suo modo di abbracciarmi la vita. Quel suo modo di fare l’amore. L’amore forte.

 

La rabbia addosso

Mi sveglio, nel cuore della notte, apro gli occhi e lei è lì, in piedi a fianco del letto che mi guarda.

–          Cristo santo! Mi hai fatto prendere un colpo. Che succede?

–          Hai scritto oggi?

–          Sì, qualcosa, ma faccio fatica, le parole mi sfuggono. Ho bisogno di un’ispirazione.

–          Scrivi di me.

–          Non posso Arianna, mi prenderebbero per pazzo. Prenderebbero per pazzi entrambi.

–          Io parlo e tu scrivi di me.

 

Arianna te la trovi accanto, non sai neanche come abbia fatto ad arrivare fin lì, senza farsi sentire, senza un rumore. Arianna arriva leggera, come quelli che non hanno colpe da espiare.

Non dice mai una parola, ti guarda, con i suoi occhi svelti, ma non apre bocca. Lei si parla dentro. Come se avesse bisogno di tenere al riparo le sue emozioni. Arianna ha trentadue anni da quasi quindici anni e tra mille anni ne avrà ancora trentadue.

Ci sono persone che hanno bisogno della loro camera del silenzio, Sono quelli con il buio in fondo agli occhi un po’ più nero del normale e il mare dentro all’anima più profondo.

Quelli che si perdono dietro un’illusione, quelli come Arianna hanno le parole nelle tempie che fanno un frastuono insopportabile e l’esistenza piena di lividi da smaltire, ci passano vicino lungo i marciapiedi, magari ci sfiorano, ma non ci facciamo caso, è il loro modo di chiedere attenzione, ma non sanno neanche loro dove son finiti coi pensieri.

Arianna tiene gli occhi bassi, come a voler nascondere una vergogna e le mani strette a pugno, come fanno quelli che vivono con la rabbia addosso. Ha una sorta di terrore sulla pelle, che è più di una paura. E’ l’attesa di una tempesta.

–          Scrivi di me e fai capire che non sono sbagliata. Quelle come me non sono sbagliate.

Quelle come lei sono solo spaventate, perché l’uomo che le ha prese a schiaffi ha ridotto a brandelli le loro sicurezze. E noi non sappiamo un cazzo di ciò che hanno provato, che a stare da questa parte è facile dire “perché non hai reagito?”, ma per quelle come lei la fuga non è contemplata, lei non smetterebbe mai di aggrapparsi alla speranza di una redenzione. Perché di forza ce n’è infinita nel cuore grande di Arianna.

Davvero non lo sappiamo ciò che passa nei pensieri di questa donna forte quando lui rientra con la bottiglia in mano e il diavolo nelle vene. E la guarda e lei lo sa che non servirà misurare i gesti e le parole. Che poi non è neanche il dolore nelle ossa quello che fa male, ma gli sguardi della gente il giorno successivo. Perché è una fitta enorme sentirsi fuori posto e non poterlo dire. Arianna non ha quasi niente da farsi perdonare, ma nonostante questo farebbe di tutto per non farsi notare.

–          Scrivi di me, ti prego e fai capire l’importanza dei miei silenzi

Arianna ha bisogno di rifugiarsi nella sua stanza, quella in cui non c’è nessun rumore, con le pareti di cotone, per quelle come lei anche il suono dell’aria che si muove potrebbe essere letale. Lei vive così, nei suoi corridoi senza frastuoni, lei vive lì, fra le mura di quelli che non sanno dove andare, che anche se si perdono ormai non ci fanno più caso. E vanno a senso. Che in quel luogo non c’è nessuno che vuol sapere, non serve dare spiegazioni, Quello è il posto di quelli a cui scappa l’anima.

Arianna mi guarda dormire, ha un vestito chiaro e i capelli sul volto a coprire gli ematomi, ha trentadue anni, da almeno quindici anni e fra mille anni ne avrà ancora trentadue. La sua forza non l’ha salvata, ma è riuscita a non farsi scappare l’anima. Non è sbagliata Arianna, non sono sbagliate le donne come lei che resistono agli schiaffi e a tutti gli altri tipi di dolore. Neanche una lo è. Viene solo voglia di salvarle tutte, ma non ce la faremo mai e allora non ci rimane che andare in giro con le mani chiuse a pugno e la rabbia addosso per non esserci riusciti.

–          Che dici? Può andare? E’ troppo patetico? Ho provato a scrivere di te, ma credimi, non è per niente facile. E comunque mi prenderanno per pazzo.

–          Pazienza, non sarà grave.

–          Avrei potuto fare di meglio, lo so, ma davvero non escono le parole. E poi non dimentichiamoci che sto parlando con qualcuno che non c’è. (decisamente mi prenderanno per pazzo)

–          Stai parlando con qualcuno che non puoi toccare, ma che è sempre stata qui.

–          Perché proprio io?

–          Perché hai risposto alla mia richiesta

–          Quale richiesta?

–          Di un atto d’amore

–          E io che pensavo che fosse la Telecom

–          Comunque non abbiamo finito.

–          Lo so, ma adesso lasciami dormire. Che qui domani c’è gente che lavora. Arianna…comunque…grazie. (Decisamente, mi prenderanno per pazzo. Decisamente)

 

 

La cosa più ovvia del mondo

Rimasero in silenzio, Caterina e il maestro Giuliani, senza dire una parola, per un tempo difficile da quantificare, incuranti della gente che li sfiorava, quasi oltrepassandoli, come se fossero due entità rarefatte, come certi sogni di cui puoi fare a meno.

Piero Giuliani fissava un punto oltre i vetri della porta d’ingresso, oltre la strada, oltre i tetti. E se ti capitava di domandargli cosa stesse guardando, lui rispondeva perentorio – Il mare aperto -. Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Il maestro si tolse la giacca grigia in fresco lana, appoggiandola sul bordo destro del pianoforte a coda, un Fazioli nero, come se ne vedono pochi in giro. Linee morbide, suono leggermente graffiato, in altre parole un connubio perfetto di legno, corde, pelle e bestemmie. Lasciò cadere la giacca delicatamente, arrotolò le maniche della camicia appena sotto al gomito e si sgranchì le dita delle mani. Gesti, precisi, armoniosi e impeccabili, come un sacerdote di campagna prima di un esorcismo.

–          Lei è un uomo che non parla molto, anzi, non parla praticamente mai.

–          E’ nei silenzi che si nasconde la verità

Posò le dita sui tasti, senza affondare il colpo, chiuse gli occhi.

–          Raccontami i tuoi pensieri, ascolta la musica e vieni a vedere chi sei. – Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Lei iniziò a parlare. Lui iniziò a suonare.

–          Un giorno sono morta, niente di che, una cosa come un’altra. In un giorno come un altro, di quelli che iniziano anonimi, un po’ così, che non promettono grandi clamori. Che alla fine più che viverli li guardi passare. Invece in quel quattordici maggio di sei anni fa sono morta.

Il maestro baciava con i polpastrelli quei tasti bianchi e neri, riempiendo l’aria di quella strada con un’armonia che assomigliava molto ad un inizio di tempesta.

–          Erano le ventitré e quaranta, stavo seduta al posto del passeggero, l’auto ferma sotto ad un lampione, lui al lato di guida faceva battute leggere e muoveva le mani e si capiva che era nervoso, di un’agitazione complicata da controllare. Di quelle che ti fanno sentire bellissima. E mi rovesciava parole e mi guardava, ma senza vedermi. Non era un parcheggio del centro, proprio no, ma era un posto speciale. Un posto appena fuori città, dove le persone vanno a pettinarsi la vita.

Un parcheggio, di quelli con un solo lampione che a malapena ti permette di vedere oltre il vetro dell’auto, è il posto di coloro che riescono ancora ad assaporare emozioni. Di quelli che hanno ancora bisogno di frugarsi nell’anima. Ogni città ne ha uno, è il posto adatto per liberare emozioni, che volano come libellule e si incontrano fra loro riconoscendosi fra mille. Ci sono auto con gli amanti che si baciano, auto con dentro due amici da una vita che ascoltano i Jetrho Tull con una birra sul cruscotto, auto gonfie di musica che si fermano a riprendere fiato, altre con qualcuno dentro che viene qui a dar cazzotti alla notte.

È il posto dei sogni interrotti, delle sigarette fumate guardando il carro dell’orsa maggiore, delle teste cariche di pianto appoggiate sul volante, degli “stavolta è davvero finita” e degli “è talmente bello che fa quasi male”, è il bicchiere di vino in una sera di luglio, il tempo passato a prendere a schiaffi i tormenti. È la terra consacrata degli amori impossibili, delle mareggiate emotive, degli spruzzi di allegria, dei baci rubati i respiri condivisi e le parole non dette. Che in quel posto lì le parole non servono veramente a un cazzo.

E’ il muro degli “Anna ama Luca” ma anche dei “Marco ama Andrea”, che lì i pregiudizi se ne vanno a fanculo, che tanto quel lampione non fa abbastanza luce per svelare le confessioni degli sguardi. È la nostra scatola nera, quella che si trova due dita oltre la parete del cuore, che non la vediamo, ma sappiamo che c’è.

Il maestro Piero Giuliani non smise neanche per un secondo di far volare le mani sulla tastiera. Alcuni passanti si fermavano ad ascoltare, cercando con lo sguardo il recipiente in cui lasciare una moneta. Ma non c’era niente, nessuna ciotola, nessun cappello, niente di niente. C’era solo un uomo seduto al pianoforte, con lo sguardo perso Dio solo sa dove e una donna che parlava, con un tono di voce che si allineava perfettamente a quella musica. Che quasi veniva da chiedersi se le parole non uscissero direttamente dalle corde irrequiete di quel pianoforte.

–          Capisce cosa sto dicendo?

Il maestro, ovviamente, non rispose, accennò appena l’inizio di un sorriso. Caterina lo prese per un “Sì”.

–          E poi è successo. Mentre tornavamo verso casa. Lui guidava tenendo la mano destra nella mia. Ha presente quando prende la mano di qualcuno o qualcuno le prende la mano e le dita si intrecciano? Ecco, eravamo esattamente così. In quel gesto che oltre alle dita ti intreccia l’esistenza e quasi hai paura a mollare la presa.

E poi è successo. L’auto che gira, la notte che cade, la strada impazzita, il fiato si perde, il cuore in soffitta, qualcosa si spezza. La vita che dà il suo colpo di coda.

Le mani del maestro per un istante impercettibile si fermarono e con loro si fermarono i passanti, i portici, la strada, i balconi, i tetti delle case. E il mare aperto.

–          Quando tutto tornò alla normale velocità lui era svanito ed io in un letto con la schiena divisa perfettamente a metà. Lui aveva semplicemente smesso di esistere, io di vivere. Io sono morta davvero.

Piero Giuliani piantò lo sguardo negli occhi di Caterina. Lui stava per aprire bocca e lei si sentì perduta.

–          Adesso ascolta la musica. E vieni a vedere chi sei. – Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo-

Partì una melodia strana, fatta di toni alti, quasi dissonanti, per poi scendere alle ottave più basse, giù in picchiata, un ascensore senza freni.

Caterina chiuse gli occhi, come fosse abbagliata da troppa luce. Tutta insieme. Troppo improvvisa. Chiuse gli occhi e si distese su quella melodia.

Quell’immagine, vista dall’esterno, non regalava altro che un uomo seduto al pianoforte, con lo sguardo perso Dio solo sa dove e una donna che ascoltava. In realtà, là fuori, c’erano due persone, con le esistenze mescolate, perse in mare aperto. Ma questo nessuno avrebbe potuto immaginarlo.

–          Da quel giorno ho iniziato a chiedere scusa, per ogni cosa. Ho iniziato a sentirmi in difetto con il mondo, con le persone, anche quelle sconosciute. Come se il semplice fatto di esistere e respirare potesse essere un disturbo per qualcuno. Sempre con questo timore, fastidioso ed implacabile di togliere qualcosa alle persone, di avere privilegi che non mi spettano. Chiedo scusa per essere ancora viva. In realtà quel giorno non sono morta, ho semplicemente iniziato a morire.

Il maestro ascoltava, questo era palese, ascoltava quel fiume in piena e lo faceva suo, lo domava, ne studiava le correnti, i vortici e le cascate. E rispondeva, era palese, rispondeva con le mani, in quella danza fatta di rincorse, di pause, di sospiri. Lui rispondeva con la musica, che le parole non sono mai così precise. Le parole sono solo specchi che rimandano la tua immagine. La musica ti fa vedere chi sei.

Era esattamente ciò che stava per fare Caterina. Guardarsi, come non aveva mai fatto prima.

La verità è che mi sono rotta il cazzo di farmi vedere forte, di essere quella che non molla. Io ho mollato! Cristo santo! Ho mollato quella sera lì e tutte le stramaledette sere seguenti, ma come si fa a non vederlo? Me lo dica lei maestro, lei che è un uomo che ha studiato, me lo dica, come fanno le persone a non accorgersi che sto annegando?

Il maestro ovviamente non rispose, non a parole almeno, forse neanche con la musica. Forse certe domande una risposta non ce l’hanno neanche.

Si limitò a rallentare il movimento delle mani sulla tastiera, tirando per i capelli un Sol minore, allungandolo forse più del necessario. Quella era l’ultima nota della giornata. Poi si rivolse a Caterina, senza guardarla, ma si capiva che stava parlando con lei.

–          Può bastare. Per adesso. Ci vediamo domani. Ovviamente

–          Ovviamente.

Lo dicevano come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

(Lo so, lo so, è un racconto lungo, forse troppo, è diverso dal solito, forse troppo, ma avevo voglia di sperimentare. Così.)