Il viaggio di un sommerso.

Ti guarderò partire, con quell’aria di chi non si è mai voluto fermare e la giacca di velluto di tuo fratello prima che la guerra se lo prendesse per sempre.

Ti guarderò partire con il berretto in mano e quello sguardo come a dire “forse il mio posto è dall’altra parte dell’oceano. Forse il mio destino un giorno riuscirà a trovarmi e questa smania di capire chi sono mi lascerà in pace”.

Ti guarderò partire appoggiata al parapetto di questo pontile, con una mano a tenere lo scialle intorno al collo e l’altra alzata per salutare. A pensarci bene l’ho sempre saputo che te ne saresti andato. Quelli come te hanno un piede sulla terra e l’altro in mezzo al mare. E allora ti guarderò partire senza poterci fare niente. Abbi cura di te e delle tue scarpe nuove. Ormai la gente prenderebbe qualsiasi cosa pur di non pagare.

Mamma ormai questa gente mi prende già la dignità ogni volta che la nave sta per salpare. Mi mettono davanti a una montagna di carbone da spalare. La bocca della caldaia che vomita scintille e bestemmie a mille gradi. È come se il diavolo in persona si venisse a scomodare per portarmi al centro dell’inferno. Poi i pistoni inizieranno la loro danza. L’elica si muove, la nave si staccherà dal porto e sarà come sentire la tua mano quando mi accarezzi il viso e mi dici che ho l’Atlantico negli occhi.

Dicono che questo oceano visto dalla nave faccia perdere il senso della misura, come un amante esagerato che non riesce a limitare la potenza di un abbraccio.

Io non lo so che faccia abbiano tutte queste onde, non te l’ho mai detto, ma il mio viaggio è sempre stato cinque metri sott’acqua. Loro vedono il sorriso di questo mare smisurato, a me da quaggiù non resta che guardare il cuore cattivo dell’Atlantico.

Ti guarderò partire e mentre l’elica si muove ti immagino in quel posto che tutti chiamano America. Se chiudo gli occhi ti vedo fra dieci anni, con una moglie che sorride mentre tiene in braccio il tuo bambino biondo. Avrai imparato una lingua sconosciuta e mischiato la tua faccia in mezzo a tutta quella gente strana, che ti chiamerà per nome. Diventerai uno di loro, è giusto così, spero solo che non ti vada mai via tutto quel mare dagli occhi.

Ogni tanto mi sembra di sentire le voci di tutta quella gente che sta sopra di me, nella parte umana di questo transatlantico. Immagino i loro volti luminosi i loro sogni spensierati. Si godono il viaggio in attesa di un’esistenza migliore in una terra nuova. Probabilmente non sanno neanche che esistiamo, noi siamo i sommersi e tutto ciò che sta sotto al livello del mare è qualcosa che spaventa.

Mamma quando scenderò da questa nave i miei sguardi saranno asciutti e forse non riuscirò mai a guardare l’America negli occhi. Avrò tutto quel futuro fra le mani e questo è un pensiero che fa più paura dell’oceano.

Non lo so mamma, non lo so come sarà la mia esistenza, forse un giorno tornerò, magari salirò di nuovo su questa nave, starò sulla prua e ti saluterò con la mia giacca nuova.

Ma il tempo dei pensieri è finito, ora è il momento di dar da mangiare alle viscere di questo inferno.

Non preoccuparti mamma, starò bene e sarò al sicuro, proprio come ora mentre sto su questa nave che dicono non possa mai affondare. Lo dicono spesso e ne vanno fieri. Ogni tanto qualcuno scende fin quaggiù per farcelo sapere.

“Andrà tutto bene” ci dicono, “questo è il primo viaggio di una nave che non può affondare”.

Dovresti sentirli, mamma, come lo dicono bene.

È un pensiero che mi rassicura e rende sopportabile il tempo passato cinque metri sott’acqua, coperto dal nero di questo carbone, a guardare il cuore cattivo dell’Atlantico.

(Palesemente ispirato da “L’abbigliamento di un fuochista” – De Gregori).

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La gente che sta bene.

(Mamma, se stai per leggere questa cosa rilassati, non è autobiografica).

Finalmente ho molto tempo libero, è un desiderio che ho espresso tante volte e ora qualcuno mi ha ascoltato. A quarantanove anni ho perso il lavoro. Un calcio nel culo e via, Come diceva Oscar Wilde “ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non puoi avere. La seconda è ottenerla”.

«Ci dispiace ma questo ramo dell’azienda verrà chiuso», mi hanno detto, «ma non si preoccupi, alla prima occasione la richiamiamo. E poi, un uomo con le sue capacità non avrà problemi a trovare un altro impiego». C’è solo un piccolissimo particolare: un uomo con le mie capacità, quando si ritrova disoccupato perde immediatamente il grado di “uomo”.

Ma chi se ne frega, vediamo il lato positivo. Posso fare ciò che voglio. Conoscere un sacco di gente nuova, ogni giorno, almeno una decina di facce sconosciute che mi fanno sempre le stesse domande. Mi squadrano da dietro la scrivania. Con la loro giacca di un blu rassicurante, segnano le mie risposte su un foglio impegnandosi a celare, con pessimi risultati, un sorriso inopportuno quando dico la mia età. Molti mi congedano con la frase «le sue conoscenze sarebbero sprecate per la nostra azienda, si merita qualcosa di meglio». Mi ricordano quei fidanzati che si separano e uno dice all’altro «ti lascio perché ti meriti di meglio». Che cazzo di frase è? Fatti i cazzi tuoi, io voglio una storia di merda. Voglio un lavoro di merda.

Dicono «ti aiuterà la famiglia», certo, come no. Mia moglie mi ha lasciato quattro anni fa, perché mi “meritavo qualcosa di meglio”. Lei invece si è sacrificata per me e adesso convive con un direttore di banca. E’ sempre stata una donna altruista e si vocifera che sia anche in odore di santità.

M dai, non mi lamento, mi restano gli amici, quelli veri. Loro ci sono sempre, è bello passare del tempo insieme. Sì insomma, quei tredici secondi. Il tempo necessario per incrociare il mio sguardo e cambiare strada. D’altronde sono “la gggente che sta bbbene”, si sono salvati dal cataclisma e adesso si sentono tutti un po’ più Flavio Briatore. Come lui si tengono alla larga da certe persone perché potrebbero attaccare la povertà. Fosse per loro girerebbero con una mascherina sulla bocca come i cinesi, magari brandizzatata Dolce e Gabbana. Alcuni vecchi amici mi guardano con disprezzo, altri con compassione. Potendo scegliere preferisco la prima. E’ molto meno umiliante, credetemi.

Ma non importa, sono riuscito comunque a farmene di nuovi, di amici intendo. Ho scoperto per esempio che alcuni dei pensionati che vengono a vedere il cantiere della nuova metropolitana hanno un cuore grande così. Si chiama cardiomegalia e si può curare con una sana alimentazione. Altri invece di grande hanno la prostata e quella è come le corna: te le tieni così e basta.

La mia condizione ha un altro lato positivo, molto positivo direi. Ogni notte posso dormire in un posto diverso. Tanto che insieme a un mio socio clochard stiamo progettando un’applicazione: BarboniAdvisor. Rileva la tua posizione e ti dice in tempo reale se ci sono sottoponti, panchine attrezzate, portici e androni accoglienti intorno a te. Se scarichi la versione a pagamento hai diritto anche a un chilo di cartone quattro metri per due.

In tutto questo tempo da portatore sano di disoccupazione ho capito che il lavoro è l’unità di misura della tua dignità. (e su questa, caro Oscar Wilde, scansati proprio). Se consegni bevande a domicilio puoi salvare la vita al Papa, ma rimarrai sempre “l’omino dell’acqua”. Non c’è un cazzo da fare.

Ma ormai non ho più di questi problemi, vivo la mia disoccupazione con serenità, come quelli della pubblicità del Tena Lady. Ecco, ci vorrebbe un assorbente per noi poveri, perché siamo fra voi, ci trovate sugli autobus, nei sottoscala della metro o fuori da qualche supermercato. Ogni tanto sorridiamo, almeno un paio di volte al giorno beviamo, cerchiamo di limitarci ma due o tre volte a settimana cediamo alla tentazione e mangiamo qualcosa. Facciamo di tutto per trattenerci ma spesso ci scappa pure di respirare. Quindi, datemi ascolto, voi che state bene, datevi una mossa e iniziate a distribuire al più presto il Tena Povery. Perché ce la mettiamo tutta, ma iniziamo a puzzare troppo di umanità. E questa sì che è una piaga sociale.

Filastrocca di un piccolo eroe di provincia. Dove tutto finisce o forse comincia.

La mia sveglia che suona alle sei di mattina,

svaniscono i sogni la realtà si avvicina,

mi muovo nel buio con passo felpato

se faccio un rumore sarò lapidato,

cammino a tastoni scendendo la scala

ma la porta ha uno spigolo e la mamma maiala,

il gomito sbatte e un urlo trattengo

ma ripasso il rosario come un camerlengo.

Salgo in auto  con gli occhi ancora impastati

Sono cento i chilometri che attendono ingrati,

giro la chiave intontito e accendo la radio,

nella testa ho un ultrà con la tromba da stadio.

C’è un’ora di strada, inizia il viaggio

Probabilmente ho una taglia per vagabondaggio,

son quattro anni che lavoro lontano da casa

forse è così che si sentono gli astronauti alla Nasa.

Alla radio notizie di politica interna,

i discorsi alla cazzo di chi ci governa,

poi Giusy Ferreri, Irama e Calcutta

se una canzone è di merda la trasmettono tutta,

sotto al sedile di chi a volte viaggia con me

si nascondono penne, ricordi e forse un bidet.

Mentre seguo la strada senza cambiare corsia,

ripenso agli amici che sono andati via.

Mi rivedo a vent’anni insieme a Samuele,

volato a Milano con il suo ukulule,

sognava un futuro come un capogiro

a fare il cantante e riempire San Siro,

sugli accordi volava come un moderno Uomo Ragno,

ma si è arrugginito come uno scaldabagno,

è finito a Segrate a fare il precario,

e sui sogni di un tempo è calato il sipario,

col costume di Spiderman ci ha fatto un falò

si è scordato le note del giro di Sol.

Il più bello di tutti di quell’era maldestra

era Dario il forzuto che viveva in palestra,

di tutta la banda era il capotribù

vestiva sempre di verde come un moderno Hulk,

mostrava i bicipiti con espressioni feroci,

e con le chiappe del culo ci schiacciava le noci.

In un giorno di pioggia è partito per Roma,

a far la guardia del corpo di una showgirl in perizoma,

e in una sera bastarda di cocaina e splendore

per difendere una escort ha picchiato un assessore.

E’ stato in galera come un criminale

Poi Si è fatto 6 anni con la condizionale.

I suoi abiti verdi son finiti in soffitta,

ora aggiusta le auto e lo chiamano Er Marmitta.

Abbiamo imparato una cosa in questi anni

i supereroi in provincia fanno solo dei danni

se ci date i poteri ci facciamo del male,

è come dar le infradito a Babbo Natale,

forse il nostro è soltanto un cammino fatale

condannati per sempre a una vita normale.

Perché a noi il successo fa spavento e disarma

Forse a noi il destino ci ha cagato nel karma.

Torno a casa ogni giorno senza gesti eclatanti

Non ho salvato il pianeta da alieni inquietanti,

ma mentre salgo le scale sono sorridente

a mia moglie e a mia figlia vado bene ugualmente,

e mi vedo a ottant’anni senza un superpotere

io sarò solo un vecchio. E loro il mio cantiere.

Mi convinco ogni tanto che ci vuole coraggio,

Ad affrontare ogni giorno sempre all’arrembaggio

E aggirare i problemi come se fossero boe.

Forse anch’io. nel mio piccolo, sono un supereroe.

Limbes. (parte 1 di boh)

Questo è una parte di un qualcosa a cui non riesco a dare un senso logico, ma che comunque ha il diritto di prendere aria. Forse ci saranno altre parti, forse no, lasciamo fare al caso.

Chi arriva a Limbes si ritrova davanti a questo lago che si illude di essere mare, acqua che travisa lo sguardo dei passanti, nascondendo alla vista gli argini della riva opposta. Un tappeto liquido che porta con sé una nebbia complice. Il mago e l’assistente, imprescindibili l’uno dall’altra. È questo che fa il presuntuoso lago, ammalia le menti, offuscandone la percezione, come una donna che sfuma il perimetro della pelle con abiti morbidi nel tentativo di regalarsi un profilo migliore.

Le persone giungo qui attraversando il lago, si materializzano lentamente, oltre i rovi della nebbia. Sono un punto in lontananza che, col passare dei minuti, prende la forma di una barca. Arrivavano remando. Tutti. Come se dall’altra parte non esistessero barche a motore. Hanno lo sguardo fisso davanti a loro, mentre affogano i remi nel lago facendoli riemergere prima che sia troppo tardi. Poi rimettono i legni di nuovo in acqua e poi in aria. In un eterno equilibrio fra la vita e la morte.

Quelli che arrivano qui hanno una luce. Tutti. Fosse anche solo una candela, una lampada a olio o chissà quale altra diavoleria che a contatto con la foschia si trasforma in un alone biancastro. Li vedi in lontananza, con questa idea di faro messa sulla prua, sembrano anime sfuggite a un castigo, e forse lo sono. Forse quel castigo se lo portano dentro. Appena toccano terra la loro luce svanisce, come a sancire la fine di un viaggio che non ha più bisogno di schiarite.

Era quasi l’inizio di un nuovo autunno quando Piero giunse a Limbes, più che un paese, uno sputo di mondo. Uno di quei luoghi che molti chiamerebbero frazione, come a sottolinearne l’inferiorità. In posti come questo la vita segue logiche alternative, chi vive qui non si fa troppe domande su ciò che accade, qui le persone si limitano a prendere atto, adeguandosi al naturale svolgimento degli eventi. Limbes è una frazione, così come lo sono le emozioni rispetto a un amore, un posto piccolissimo con l’infinito del mondo a disegnarne i confini. Tutti quelli che sbarcavano qui cercavano qualcosa, Piero giunse in cerca di un perdono.

Arrivò come arrivavano tutti gli altri, su di una barca a remi, ma non aveva nessun tipo di luce sulla prua, niente lampade, niente candele, niente di niente. Solo lui e la sua barca. E un pianoforte sopra. Un pianoforte a mezza coda, nero, come se ne vedono pochi in giro. Linee morbide, suono leggermente graffiato, in altre parole un connubio perfetto di legno, corde e bestemmie. Come diavolo fosse riuscito a trascinarlo fin qui senza far affondare la barca rimane un mistero. Gli abitanti di Limbes si limitarono a prenderne atto.

Scese dalla sua barca trascinando a fatica il pianoforte sulla terraferma, tornò a prendere lo sgabello e si sedette davanti al suo strumento, poi con lo sguardo perso chissà dove appoggiò le dita sui tasti bianchi e neri. L’intenzione di iniziare a suonare non lo sfiorò neanche per un attimo.

Piero Giuliani trascorreva le giornate sulla spiaggia, con quel lago a fare da sentinella, seduto al suo pianoforte. Applicava un rituale consolidato: lasciava cadere la giacca delicatamente, arrotolando le maniche della camicia appena sotto al gomito e si sgranchiva le mani. Gesti  precisi, armoniosi e impeccabili. Posava le dita sui tasti, senza affondare il colpo. E apriva gli occhi, rimaneva così fino alla fine del giorno, senza suonare neanche una nota. Con lo sguardo teso verso un qualcosa che vedeva solo lui, oltre la spiaggia, oltre il sipario di nebbia. Oltre ogni cosa visibile. Se qualcuno avesse avuto il coraggio di domandargli cosa stesse guardando, lui avrebbe risposto perentorio – Il mare aperto –.  Lo avrebbe detto come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Guardando quell’immagine dalla strada si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un quadro, uno di quelli appoggiati momentaneamente in un angolo, tra il pavimento e la parete, che interrompono le linee ordinate della stanza . Era la visione di un pianoforte a mezza cosa in attesa che il suo condottiero si decidesse a prendere le briglie per iniziare una cavalcata a perdifiato. Quella meraviglia di strumento era un alveare che racchiudeva uno sciame di note, pungenti e smaniose, che proprio non ne volevano sapere di rimanere chiuse in quella prigione di corde e legno. Si dimenavano, sbattevano contro le pareti, alcune perfino imploravano l’uomo seduto di fronte a loro di renderle libere. Lui non le guardava neanche, teneva lo sguardo teso verso d  solo sa cosa, avvicinava le dita a quel tappeto di tasti, senza sfiorarli. Con movimenti impercettibili faceva salire quelle note su per le mani, lungo le braccia, le lasciava confluire al centro del torace, su per il collo, in mezzo alla gola. Un tumulto di suoni armoniosi, graffianti, come quando non c’è via di scampo; ma anche ballate dolci, di quelle che ti profumano i pensieri , notturni leggeri, capaci di prenderti per mano e portarti a spasso per i tuoi sogni. Tutta quella musica, silenziosa e testarda arrivava alla sua mente, fermandosi al centro di un’emozione. E moriva.

Dal pianoforte non usciva nessuna melodia,  ma in realtà Piero Giuliani stava suonando. Perché ognuno suona la propria musica, che  lo voglia o no e nella mente di Piero si affollavano armonie composte molti anni prima, suoni che lo tormentavano, odori che diventano nodi irrisolti. Insieme ai suoni arrivavano immagini, perché è questo il meccanismo diabolico dei ricordi. Vedeva una sposa innamorata e sognante, una bambina intenta a raccogliersi i capelli in una treccia, ma vedeva anche le liti furibonde, quella donna in una camera bianca d’ospedale, quella bambina che non riusciva a capire la forza devastante di certe malattie della mente. In mezzo a tutto questo c’era la musica, pronta a curare i patimenti creandone di nuovi, l’antidoto e il veleno. Piero Giuliani non riusciva a fare a meno di quella dolcissima ossessione. In qualche modo salire su un palco e iniziare a suonare era la sua salvezza e allo stesso tempo la sua condanna.

Guardando quell’immagine dalla strada si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un uomo che guardava lontano in cerca di un’ispirazione, in realtà Piero Giuliani stava seduto sulla riva del lago in attesa di un perdono.

Filastrocca di Natale (o qualcosa di simile).

Natale che arriva sui tetti e le case, c’è un babbo panciuto che porta i regali,

si annusa nell’aria la neve che cade, si esprimono in coro desideri ancestrali

 

A Natale in cucina si sente l’odore di fritto, ragù e gamberi in fiore,

lo senti nel naso e ti impregna i vestiti, ti resterà addosso come sui muri i graffiti,

ma oggi è Natale e tutto è concesso anche se puzzerai senza averne ritegno,

proverai a ignorarlo ma senza successo, l’odore che hai addosso ti resta in eterno,

ma sopporti paziente quell’alone palese anche se sembri uscito da un ristorante cinese,

 

A Natale i parenti si guardan cortesi, è il preludio perfetto di discorsi inattesi,

con alcuni di loro ti mostri cordiale, mentre altri li guardi come un killer seriale,

suona al citofono lo zio un po’ pazzo, quando chiedi chi è risponde stocazzo

 

Il Natale è mia madre con la parannanza, per lei è festa ma non abbastanza.

Sedetevi a tavola come meglio credete, si sarà fatta un mazzo grosso come l’abete,

antipasti di mare e crostini toscani, se avanza qualcosa si mangia domani,

alla fine del pranzo ci si mette a parlare, si parla di Mario abbandonato all’altare,

è la terza volta che viene tradito, se continua così non sarà mai marito,

chissà che non pensi di cambiare sponda, se i cornuti volassero lui mangerebbe con la fionda.

 

Il Natale è mio padre che stappa il prosecco, gliel’ha dato un suo amico pare venga da Lecco,

non sa neanche dov’è quel posto lontano per mio babbo dopo Massa è tutta Milano,

lui conosce la storia della Livorno mai doma, ma a sud di Grosseto per lui inizia Roma.

Viviamo in provincia, siamo fatti così, ci sentiamo perduti lontano da qui.

 

Il Natale è mia moglie che prepara i biscotti, guardo i gesti precisi, misurati e ridotti,

questi anni passati forse ci hanno cambiato, ma lei è migliorata io so’ rincoglionito,

è stato un tempo felice, a volte incazzato, ma siamo stati bravi e non abbiamo mollato

il momento migliore di ogni giornata è trovarsi vicini comunque sia andata.

 

 

Il Natale è mia figlia che scarta i regali, me la ricordo bambina ma i gesti son uguali,

le brillano gli occhi per quello stupore, il regalo inatteso è sempre il migliore,

me la immagino donna e le auguro piano che trovi qualcuno che la prenda per mano,

tu che sarai l’uomo di questa bambina sappi che in camera ho una carabina

 

Caro Babbo Natale non ho fatto richieste, sono a posto così per la vita e le feste,

ma se passi stanotte con le renne e la slitta butta un occhio quaggiù anche dalla soffitta,

e fra un salto e un rimbalzo, con il tempo che avrai, pensa un poco anche a noi, perché non si sa mai.

Il Labyrintho adolescenziale.

La mia generazione è sopravvissuta alla moto senza casco, alla Panda senza airbag, al telefono grigio della Sip. Abbiamo assistito impotenti alla fine di Dallas e Happy Days, siamo usciti indenni dalle canzoni di Nino D’Angelo e dalle tette di Samantha Fox, magari con qualche diottria in meno, ma comunque salvi. “Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin” , diceva Jennifer Connelly in Labyrinth, ma tutte queste imprese eroiche sono niente in confronto alla prova estrema di relazionarsi con una figlia adolescente.

Capita all’improvviso, la sera le dai il bacio della buonanotte, guardi quel fagottino di ottanta centimetri, le rimbocchi le coperte e la lasci nella sua cameretta rosa confetto in compagnia di Winnie the Pooh e il lampadario di Peppa Pig. La vai a svegliare la mattina e trovi una tizia di un metro e quaranta con lo smalto nero, la stanza è tappezzata con i poster di Fedez, sul comodino il libro di uno youtuber di sedici anni dal titolo “La biografia di un uomo di successo”, Winnie the Pooh è impiccato al soffitto con il cavo del lampadario. In pratica hai dato la buonanotte a Biancaneve e il buongiorno alla sorella di Lady Gaga. Nel dubbio inizi a girare per casa con l’indice della mano destra sovrapposto a quello della sinistra a formare un crocifisso mentre reciti il Padrenostro stringendo un rosario mariano.

Da questo momento dovrai ripartire da zero, tutto ciò che avevi imparato sulla gestione di una figlia è stato spazzato via, proverai la stessa sensazione di smarrimento di quando il Furby cambiava personalità senza un motivo apparente.

Nessuno ti prepara a questo cambiamento repentino, voglio dire, fanno il libretto di istruzione per le televisioni in hd, assolutamente inutile peraltro, anche un bambino saprebbe installarlo, ci sono manuali per il montaggio della scrivania Ikea, anch’essi inutili, neanche un ingegnere astrofisico non riuscirebbe ad utilizzare tutte le viti. Ecco, quando diventi genitore l’ostetrica dovrebbe consegnarti il neonato con le istruzioni.

Se la situazione non fosse già abbastanza complicata ci pensano i social e i programmi tv a renderla drammatica. Il vero carico da undici nella relazione padre – Furby ehm figlia, ce lo mettono i talent musicali. Amici e X Factor su tutti. Ogni anno queste fucine del superfluo ci inondano con folletti saltellanti che si atteggiano a rockstar navigate. Ma non si limitano solo a cantare, essendo “bastardi inside” questi istrionici saltimbanchi fanno di tutto: creano capi d’abbigliamento, oggetti di design, scrivono libri, disegnano quadri improbabili. Ma soprattutto… organizzano i “Firmacopie”.

Per chi non lo sapesse il Firmacopie consiste nello stare in fila all’addiaccio per 48 chilometri per incontrare il “fenomeno” del momento con lo scopo di farsi autografare il suo cd, o libro (ahahah, libro, ahahahah), o qualunque altra cosa abbia creato la mente contorta del suo manager. Durata della fila 28 giorni, durata dell’incontro 13 secondi netti compresi i preliminari.

Il galateo adolescenziale prevede che tu debba stare con il sangue del tuo sangue per tutta la durata della fila, senza sbuffare, senza lamentarti e tenendo in spalla il suo zaino contenente probabilmente un tombino di ghisa a giudicare dal peso. State insieme fino all’ingresso, quando è il vostro turno la tua dolce bambina ti guarda come Ozzy Osburne farebbe con un pipistrello e sentenzia un «Te aspettami all’uscita».

In che senso??? Ho praticamente due ferri da stiro nelle scarpe, una scoliosi deformate e ora non posso entrare? Eh no cazzo, io entro e mi faccio autografare il tombino di ghisa con la fiamma ossidrica

Invece non entri e ti avvicini al recinto dei genitori in attesa. Lo riconosci subito, è uno spazio poco transennato all’interno del quale ci sono esemplari di quarantenni che fumano tenendo in mano lo smartphone, alcuni provano a socializzare fra di loro, altri si scambiano consigli su come domare le paturnie dei propri figli in tempesta ormonale. I più attrezzati si portano dietro anche la frusta e lo sgabello per dare dimostrazioni pratiche. I passanti li guardano compassionevoli, poi scattano foto e le mettono su Instagram con l’hastag #stopanimalialcirco.

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato il profilo Facebook o Instagram dei propri figli. Lo facciamo tutti, ci raccontiamo che è nostro dovere controllarli e metterli in guardia dai pericoli, sì, nobili intenzioni, in realtà siamo curiosi come le scimmie e cerchiamo di scoprire qualche “altarino”. Insomma, siamo un po’ giudiziosi e un po’ merde. Forse più merde.

Comunque si fanno scoperte clamorose leggendo i profili social degli adolescenti. Una su tutte: conoscono benissimo l’inglese. Alla loro età noi volevamo la cittadinanza anglosassone se riuscivamo a scrivere correttamente “The cat is on the table”. Loro postano foto con didascalie in un inglese perfetto, comunicano fra di loro in questa lingua universale mentre noi siamo ancora lì a chiederci quando entrerà in vigore l’esperanto.

Ma se li guardiamo bene un po’ ci somigliano, ci criticano, come facevamo noi con i loro nonni e citano strofe dei loro cantanti preferiti, proprio come noi.

Anche i loro gusti cinematografici ricordano un po’ i nostri, parlano con le frasi delle loro pellicole preferite, ieri per esempio mia figlia ha chiuso un nostro dialogo con «… tu non hai alcun potere su di me»- Anche a lei piace Labyrinth,, che tenera eh, la mia bambina, eh?

“Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte quanto la tua e il mio regno altrettanto grande… tu non hai alcun potere su di me.” (dal film Labyrinth – Dove tutto è possibile).

 

La besciamella divina.

Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, con mamma, nonna e zia. Figlio unico e nipote unico, mio padre si manifestava all’ora di cena e non seguiva le dinamiche famigliari. Lui lavorava.

Tutta questa frequentazione femminile mi ha portato a carpire i segreti più nascosti della tradizione culinaria. In pratica quando entravo in cucina nei giorni di festa era come entrare in massoneria.

La ricetta che più ha segnato la mia infanzia è quella della besciamella. Non tanto per gli ingredienti ma per la preparazione del prodigioso impasto. Era un rito esoterico, chi riusciva a farlo entrava di diritto nell’albo degli alchimisti del ventunesimo secolo.

Mia nonna era la gran visir, la mamma e la zia le sue fedeli adepte. Il rituale era pressappoco questo.

Prendi un pentolone, lo fai scaldare a fuoco lento, ci butti dentro una adeguata quantità di latte. farina, sale e noce moscata. Il burro no che faceva grasso e basta e comunque per dolce c’era il mascarpone, quindi andava bene così.

Una volta preparata la pozione arrivava la fase più delicata, mescolare gli ingredienti. C’erano regole ben precise, se sbagliavi qualcosa la besciamella “impazziva” e la nonna si incazzava come una cavalletta. (impazziva, dal greco “or’a son’o ca’zzi” = faceva i grumi).

In questa situazione di terrorismo psicologico era fondamentale scegliere la persona giusta addetta al mescolamento.

Innanzi tutto doveva essere una donna, fin qui niente di particolare.

Non doveva avere il ciclo. O meglio, non doveva averlo lei, ma neanche le sue parenti fino al terzo grado. Qui iniziava un giro di telefonate alle cugine, alle zie lontane, alle sorelle delle cugine perché non si sa mai. Roba del tipo «Pronto, scusa se ti disturbo, quando ti sono venute l’ultima volta? Ah, ok, ma sei regolare? Mi leggi i valori delle ultime analisi?». Ci sono massaie che hanno preso una laurea in ginecologia prima di poter fare la besciamella. Ma non era finita qui, se qualcuna delle assistenti aveva il ciclo non poteva per nessun motivo avvicinarsi e tantomeno toccare la persona addetta al mescolamento, pena sfilata per le vie del centro con la lettera scarlatta C di “ciclo”.

Seconda regola fondamentale: l’impasto andava girato solo e soltanto con la mano destra. La sinistra era quella del diavolo, i mancini erano figli del demonio e infatti facevano delle besciamelle di merda. Se vi sposate con una donna mancina fatele cucinare il cinghiale, l’abbacchio, il pesce siluro, il gatto Silvestro, qualunque cosa ma mai le lasagne. E soprattutto se notate che inizia a parlare azteco rivolgetevi a un esorcista. Questa cosa di mescolare solo con il braccio destro ha portato le massaie ad avere un bicipite tipo Silvester Stallone in “Over the top”.

Terza regola: girare il mestolo in senso orario. Se lo giri nell’altro senso dai uno schiaffo alla Madonna. A questo punto io me ne uscivo sempre con la stessa affermazione «Nonna, dipende da dove si è seduta la Madonna, se sta a sinistra il ceffone lo becca ugualmente, no?» La nonna mi guardava come se mi fossi pulito le scarpe sulla tovaglia di lino, si faceva il segno della croce alzando lo sguardo verso il soffitto e parlando sottovoce direttamente con l’Interessata, poi si rivolgeva a me dicendo «Se continui così vedrai cosa ti succede». Io la sera andavo a dormire con il terrore che mi venisse il ciclo.

Quarta regola: la “mescolatrice” non doveva togliere lo sguardo dalla pozione. Poteva sbattere le palpebre, ma non più di una volta al minuto. Non di rado venivano chiamati i cronometristi della federazione internazionale di atletica per prendere i tempi. Come scattava il sessantesimo secondo nella stanza rimbombava un «Sbatti!». L’addetta alla mescolanza doveva essere indifferente a qualsiasi distrazione, al telefono che squillava, alle richieste di soccorso e alle corna di Ridge durante la centoventisettemilionesima puntata di Beautiful. Di solito la mescolatrice veniva isolata tramite l’inserimento della testa dentro un casco da parrucchiera impostato sulla modalità di rumore “Reattore nella valle dell’eco”.

Quinta ma più importante regola. La regola regina: se sei arrabbiata la besciamella “impazzisce”. Vale anche se inizi calma e ti incazzi mentre mescoli. Quindi l’ordine era di parlare sottovoce, niente movimenti bruschi e se non potevi fare a meno di parlare alla mescolatrice dovevi prima fare un’ora di meditazione zen e poi rivolgerti a lei con «Cara perdona la mia invadenza… » Era consigliabile farlo con un sorriso devoto, a mani giunte e possibilmente essere in odore di santità.

Se tutto andava bene la mescolatrice veniva portata in trionfo per tutto il quartiere, con caroselli e cori da stadio tipo “Siam venuti fin qui, siam venuti fin qui, per mangiare lasagne così”.

Adesso le cose sono cambiate, le famiglie sono meno numerose, c’è il padre che lavora, la madre che lavora e i figli che non si riesce a capire se siano destri o mancini perché usano lo smartphone con entrambe le mani. Ma non dobbiamo disperare, oggi esiste la “mescolatrice” perfetta. Non ha il ciclo, mai, non è mancina, gira l’impasto in senso orario, non si distrae per nessun motivo al mondo e non si incazza neanche se lasci la tavoletta del water alzata. Costa più di mille euro e si chiama Bymby.

Fa un impasto strepitoso, niente da dire, ma io continuo a sognare le donne della mia famiglia e la loro besciamella della Madonna.

Tra il sogno e lo sparo.

Da un momento all’altro sentirò lo sparo. Lo sguardo è fisso a puntare qualcosa che non c’è. Un punto astratto come il respiro del mare. I muscoli tesi, che se il vento soffiasse un po’ più forte ne sentiresti il suono. Il respiro in attesa di un segnale, il via libera ai bombardamenti.

Tutto rimane sospeso, nell’attimo che precede lo sparo. Come l’anteprima di un bacio attesa da un tempo eterno.

Ci siamo quasi, me lo sento. E allora chiudo gli occhi, che forse nessuno mi vede, forse nessuno verrà a chiedermi se ho paura. Chiudo gli occhi, l’istante prima del boato e in quell’universo in attesa ci vedo mio padre, in un giorno che pioveva, a guardare verso la finestra, oltre i muri dei palazzi di quel quartiere popolare, oltre l’autostrada che tagliava l’orizzonte. Guardava oltre i fumi delle fabbriche, a cercare qualcosa che lo facesse sentire meno solo. Un’intuizione di felicità. Lui faceva vagare lo sguardo e alla fine lo trovava. Il mare aperto.

In quei secondi che anticipano la corsa del proiettile ci vedo mia madre seduta sui gradini, con il maglione verde incrociato sul davanti e una gonna a quadri, che sorride, si portale mani ai lati della bocca, nel gesto inconsueto di amplificare la sua voce. Gonfia il petto, quasi ad inalare tutto l’ossigeno del mondo e con i polmoni pieni di sgomento mi grida “Scappa”, proprio così, “Scappa, come fai tu, a prendere l’anima per la coda. Scappa. E non pensare a niente.” Proprio così, dice. E si vede che è felice.

In quei secondi lì, quelli prima del delirio, ci vedo Agata degli spilli, intenta a cucire l’abito della festa, di una festa qualunque. Una festa di qualcun altro. Lascia cadere il filo del tessuto e dei pensieri, mi prende il viso fra le mani. E si capisce che mi ama. Lei che mi permette di alimentare questa assurda convinzione di lasciare sempre tutti alle spalle. Non sarà così, ma lei me lo lascia credere. Perché quando ami qualcuno non ti passa neanche per la mente di svegliarlo dai suoi sogni. Agata è così, quasi un’idea, qualcosa che assomiglia a quei giorni in cui esci di casa e l’inverno è finito.

E’ il momento dello sparo, apro gli occhi e guardo verso un’intuizione, E lo vedo anch’io. Il mare aperto. E inizio a scappare, nel modo in cui so fare solo io, più veloce che posso, a cercare un vento che mi asciughi l’anima. Guardami Agata, guardami adesso, mentre volo verso la incosciente convinzione. Guardi mentre lascio tutti alle spalle.

E ormai la vedo, la linea bianca del traguardo, posso quasi sentirne l’odore. Scappo verso quel confine fra la gloria e la disfatta. Mi aspetta, come una buona idea.

Adesso che tutto è compiuto riprendo il normale battito del tempo, in attesa di un pretesto per arrivare sulla prossima linea di partenza e scappare nuovamente. Perché forse il senso di una vita intera sta tutto lì, in quei cento metri che separano la follia di un sogno da un colpo di pistola.

 

Il movimento perfetto.

Le mattonelle della piazza disposte in diagonale, secondo uno schema ordinato, a creare un obliquo progetto. Geometrico e perfetto. Linee parallele che salgono impavide fino alla vetta di un successo ipotetico per poi ripiombare verso il basso in una discesa senza freni. E una volta toccato il fondo riemergere con una – continua – testarda volontà. Così, quasi all’infinito, rappresentazione perfetta e crudele delle umane esistenze.

A metà di una di queste salite c’era Fede, seduta al tavolo di un bar con lo sguardo perso dentro ad un aperitivo quasi rosso, al profumo di frutta e giorni andati. Tiene il bicchiere con entrambe le mani, in uno tentativo inconscio di preservare la fragilità del vetro dai terremoti della vita. E’ praticamente immobile, nessun gesto funzionale al tentativo di attirare l’attenzione, niente di niente, eppure non puoi fare a meno di guardarla. E trovarla attraente. Come quando passi davanti ad un quadro di Chagall, non è altro che una tela, un’immagine appesa ad una parete, assolutamente priva di una qualsiasi ambizione di notorietà, ma non puoi evitare di guardarla. Ti seduce. E ti perdi. Per sempre. C’è da dire che Fede era, oggettivamente, bellissima.

Fede era una di loro, una di quelli lì, una degli altri. Il suo nome vero nessuno lo ha mai saputo con precisione. Probabilmente Fede era il diminutivo di Federica, ma se glielo chiedevi rispondeva di no – Chiamami Fede, va bene così-. In pochi minuti le persone si abituavano e smettevano di farsi domande. Come se quelle quattro lettere fossero scivolate nel tessuto delle azioni quotidiane, tipo lavarsi il viso. Gesti automatici, dettagli a cui non facciamo più caso, per intenderci.

Chiunque si trovasse a passare per quella piazza non poteva esimersi dal guardarla, come fosse un vortice, il polo opposto capace di attrarre le linee visive. Fede aveva qualcosa di irrisolto che la rendeva terribilmente affascinante, un mistero dentro che la accompagnava continuamente. Lei non se ne preoccupava, non lo ostentava e non cercava di reprimerlo. Ma traspariva, in ogni gesto, come un vaso pieno fino all’orlo, incapace di trattenere tutto quel liquido, destinato a traboccare al minimo sobbalzo. Muoveva le mani e traboccava, si sedeva e traboccava, si aggiustava i capelli e traboccava, rideva e traboccava. Ti guardava di sfuggita e annegavi. Quel mistero dentro, lo teneva con sé, senza farci caso. Si limitava a portarlo in giro.

E allora capitava spesso di vedere uomini intenti a fantasticare. E si capiva che non erano pensieri innocenti, ma rovesci di passioni, immagini di schiene contro il muro e fianchi ad incassare le spinte dell’istinto, di bocche lungo il collo a percorrere sentieri di pelle e sudore, di mani tra i capelli a tirarsi su la testa a vicenda, nel tentativo estremo di tornare a respirare, in quell’istante senza fine che precede la fucilata in mezzo al ventre.

Pensieri così, che ottenevano una forma, scappavano via, come figli ribelli che prendevano coscienza della loro libertà. Non c’era niente da fare, era il corso logico delle cose, reprimerli avrebbe portato soltanto a miseri fallimenti. C’è da dire che Fede era, oggettivamente, bellissima.

Se ne stava lì, seduta, a fare da guardia a quel bicchiere, distoglieva lo sguardo solo per alzarlo verso il sole, in un movimento perfetto, quasi studiato oserei dire. Piegava lentamente indietro la testa, il mento sollevato, come l’urgenza controllata di ossigeno dopo una breve immersione. Si fermava proprio lì, oltre il pelo immaginario di un’acqua che vedeva solo lei. Lo fanno tutti, quelli là, questa cosa di tornare ogni tanto a respirare loro la fanno, ogni tanto. Magari a metà di un discorso poco interessante, alla fine di un bacio distratto, al trentaduesimo passo in una via affollata del centro, in un qualsiasi momento non preventivato, come una decisione presa all’improvviso, come una buona idea. Si interrompono di scatto. E lo fanno. Loro lo fanno. E’ il movimento perfetto.

A Fede capitò dopo un abbandono, uno di quelli che ti lasciano stordito, si ritrovò seduta per terra, come se qualcosa dentro si fosse interrotto, con le spalle appoggiate contro qualcosa di imbottito, non avrebbe saputo dire cosa, ma era un dettaglio irrilevante, con un vestito leggero a far da barriera al freddo del pavimento. Le ginocchia piegate sotto il mento e gli occhi, quegli occhi lì, a fissare la porta che qualcuno si era chiuso alle spalle un po’ di tempo prima.. Non avrebbe saputo quantificarlo con precisione, forse un paio di minuti, magari due ore, più probabilmente un giorno intero. Non aveva mai abbandonato quella posizione, non si era neanche sognata di farlo, finché un pensiero nitido, perentorio le si piantò nella mente. Una scheggia infilata in un punto inaccessibile della carne. Prese una manciata di qualcosa, erano pastiglie, ma avrebbero potuto essere pallottole, le spinse in gola, piegò lentamente indietro la testa, il mento in alto, come a sollevarlo dal pelo di un’acqua che vedeva sola lei. Il movimento perfetto.

Qualcuno l’aveva salvata, ma ormai era diventata una di loro. Di quelli che hanno baciato in bocca la morte ma sono stati strappati a quell’amplesso un attimo prima di raggiungere l’apice del piacere.

E allora se lo portano in giro il loro mistero, quelli là. Non possono fare altrimenti, alcuni cercano di perdonarsi, altri non ci provano neanche, perché chi ha iniziato a morire non smetterà mai di farlo.

Fede è una di loro, è questo che attrae terribilmente le persone che la osservano inconsapevoli. Ride, si aggiusta i capelli, muove le mani, si siede. Quasi normale, tuttavia ad ognuno rimane impressa solo l’immagine di lei che gira la testa all’improvviso, cercando qualcosa, gli occhi terrorizzati come a fissare una porta chiusa da qualcuno – Ossigeno.

C’è da dire che Fede è, oggettivamente, bellissima.

Un riflesso viola.

Campo lungo. Stanza in penombra, un po’ di luce clandestina oltrepassa le persiane socchiuse, come un fuggitivo che attraversa il punto meno battuto di un confine. Al centro della stanza una figura di donna, su una sedia impagliata, di quelle che hanno attraversato il mare e che ne vissute tante di maree dell’esistenza, ne porta i segni, tutti quanti, ma non si è mai arresa alle correnti. Quella sedia. E quella donna.

Campo medio. I capelli sono lisci, una cascata tiepida lungo la schiena, le labbra socchiuse, come a filtrare l’umidità del respiro e le rincorse a perdifiato. Le mani precise, posate sulle gambe con un’esattezza quasi immotivata. Gli occhi forzatamente immobili, obbligati verso un punto indefinito, a nascondere una smania fuori luogo.

Piano americano. – La giusta misura – Gli angoli della bocca accennano un movimento impercettibile, la pelle si increspa, lentamente si separa dal resto, si potrebbe pensare al preludio di un accenno di parola. Forse di una frase. Se siamo fortunati di una storia intera.

Piano medio. – Sono Veronica, ma di questo non ne ho mai fatto mistero – sorride, giù in strada passa la sirena di un’ambulanza – ho attraversato il mare, un mare medio, niente oceani o roba del genere, quelli sono fatti per occasioni fuori dalla nostra portata, solo un mare leggero, che in una notte sei sull’altra riva e nessuno ci fa caso. Mi sono portata dietro quattro paia di scarpe, un libro di Pennac e Ti prendo e ti porto via di Ammaniti, in cui il mare c’è ma non si vede. Un numero di telefono, perché non si sa mai. Il riflesso di un amore lasciato sul molo ad aspettare un ritorno che non ci sarà.

Me lo ricordo ancora quell’abbandono, me lo ricordo bene, con il musicista americano e il suo violino in legno d’acero, a deglutire note che non vedranno mai un teatro e la malinconica consapevolezza di defraudare il pubblico di una forma d’amore. Con il venditore di palloncini, in smoking e sollievo, come se fosse sfuggito a una qualche elegante disfatta. Con due amici, di ottantaquattro e settantanove anni, che giocano a carte al tavolo di un caffè e litigano per una primiera complicata, ma poi si guardano e ridono di gusto per una gonna svolazzante. Perché è così che dovrebbe essere. Sempre. Con l’uomo dei quadri, che si aggira fra la gente con una cornice fra le mani, una cornice senza tela, solo quattro legni a formare un rettangolo perfetto. E lui ci guarda attraverso, ti si pianta davanti e ti osserva, come un’opera d’arte, qualcosa di inarrivabile. Perché ogni esistenza è così. Unica. E irripetibile.

C’è lui, con un maglione grigio di cotone leggero e una camicia nera a definirne i contorni e muove le mani, dicendomi di aspettare, che ci sono ancora cose da dire, che alla fine vedrai che ce la faremo, poi alza la voce e inizia a prendere meglio la mira. E spara un colpo e poi un altro, che certe parole sono palle di cannone. E mi prende per un braccio, dice qualcosa su di sé, che non ce la può fare e altre sentenze simili, che mi verrà a cercare, che mi aspetterà per sempre e altre assurde promesse perentorie ed effimere come gli auguri di Natale.

Alla fine eccomi qua, a passeggiare fra la vita della gente con un sorriso in bella mostra e uno strapiombo in sottofondo, come quei giullari di un circo di periferia che accarezzano gli sguardi degli spettatori ma una volta usciti dal tendone si ritrovano con la testa fra le mani a sperare in una svolta del destino.

Perché quelle come me vivono così, minuto per minuto, respiro per respiro, adeguandosi alla scena del momento. Quelle come me si ritrovano a parlare di felicità incontrollate mentre sentono i morsi della rabbia. Quelle come me hanno due cuori. Uno grande, da mandare allo sbaraglio, a prendere di petto le tempeste. Quello da confondere fra abbracci e dispiaceri, fra incantesimi e graffi sulla pelle. Lui è il grande mago, che meraviglia gli sguardi dei presenti, che regala feste a chi ha bisogno di alleggerirsi i pensieri. Il cuore che sfida la sorte senza aver paura, il lanciatore di coltelli come sguardi imperscrutabili, il tuffatore che si getta a corpo morto nella vita.

Poi c’è l’altro, il secondo cuore, quello misero, ridotto nello spazio e nelle emozioni, quello indifeso e trasparente, la stanza esposta a nord in cui tenere le cose da salvare, quello che mi fa guardare verso l’acqua, quelle correnti che mi sono lasciata dietro, con quell’uomo che mi faceva promesse perentorie, sperando di vederlo comparire all’orizzonte.

Il cuore vivo, quello che pulsa davvero, condannato a convivere nell’ombra. Il cuore che vorrebbe uscire allo scoperto ma rimane soffocato dall’esuberanza dell’altro. Il lupo e il bracconiere, il mago e il coniglio nel cilindro, la paura e il suo contrario. Il forziere e il suo corsaro. Imprescindibili l’uno all’altro, incompleti l’uno senza l’altro. Come il danno e la pena da scontare.

E’ così che vivono quelle come me, con il doppio cuore, con una vita allo scoperto e l’altra giù in cantina a fare il controcanto. Due esistenze incomplete che non si incontreranno mai. Due sciagure in un’anima sola.

Primo piano. Le labbra tornano a saldarsi insieme, come alla fine di un sospiro. Giù in strada qualcuno con accento americano sta suonando un violino in legno d’acero.

Dettaglio. Un riflesso viola al bordo dell’occhio destro.