Tre volte tredici.

Sabrina non esiste, però profuma di vita. E questo non è messo in discussione.

Se esistesse avrebbe press’a poco quarant’anni. Trentanove per essere precisi. “Tre volte tredici” come direbbe lei se fosse qui.

Sabrina non esiste ma ha visto cose che non potrà dimenticare, come una mattina agli inizi degli anni novanta: Uno di quei giorni di frontiera in cui Vasco pompa “Delusa” dalle casse e un po’ ci rivedi la tua incazzatura. Uno di quei mattini in cui non lo diresti mai che qualcosa cambierà, una giornata come tante, venute giù solo a prendere polvere. Ma i calcoli scontati sono sempre i più insidiosi e qualcuno decise di piantare un paio di colpi di pistola in mezzo al petto di quel giorno inutile. Fu il giorno di un frastuono che sembrava carnevale, il giorno in cui Sabrina perse suo padre e tre o quattro spiccioli di vita. La prima volta tredici anni.

Se Sabrina fosse qui a lasciarsi guardare forse la vedresti la rabbia che si portava dentro, come una serpe senza siero che ti morde il collo e ti lascia in attesa di una sventura. E allora ti serve solo il modo giusto per lasciarti andare. E devi sforzarti di non pensare, di far vedere a tutta quella gente che in fin dei conti non è successo niente. Perché, diciamocela tutta, a certa non gliene frega un cazzo di prendersi un po’ del temporale che ti porti addosso. Se Sabrina fosse qui te lo direbbe che incontrare spesso il fondo del bicchiere era il suo modo dolcissimo di farsi del male. Uno dopo l’altro, ognuno bevuto per un motivo esatto, diverso e giustissimo. Era il suo santo protettore, lei, come una bambina sull’altalena con uno sciacallo a farle compagnia. Il diluvio e il suo riparo, L’antidoto e il veleno. La seconda volta tredici anni.

Sabrina non esiste, ma te lo grida in faccia il calvario di quei giorni, in una clinica a mandare giù lacrime e bestemmie, con la voglia di prendere a schiaffi le infermiere e il Padreterno. Con il terrore bianco delle notti a dare cazzotti alle pareti della stanza e a quello schifo di vita che le era piovuta addosso. Se Sabrina fosse qui ti prenderebbe per il colletto scuotendoti la giacca e l’esistenza per essere sicura di essere ascoltata, momenti come quelli devono essere solenni e ti direbbe che non è stato un cazzo facile uscire da quel posto per poi rientrarci dopo qualche tempo e riprendere tutto da capo. Perché quando ci si mette, la vita è una gran figlia di puttana.

No, Sabrina non esiste, ma se esistesse inizierebbe a fregarsene di un po’ di cose, delle apparenze, dei discorsi bisbigliati, degli sguardi posati sui suoi vestiti a fiori, dei commenti sconvenienti. Se ne frega e passa oltre, che lei ormai la vita non la prende più sul serio.

Sabrina ha mollato, sì, ha mollato un po’ di angosce, ha mollato la pazienza di dover aspettare un lieto fine che non arriverà mai. Perché quelli arrivano solo nei film, nella vita reale il tuo lieto fine te lo devi conquistare, altrimenti col cazzo che arriva. E se Sabrina esistesse sarebbe qui a darmi ragione.

Sabrina ha finito, sì, ha finito i singhiozzi, li ha curati con il limone e gli spaventi, decisamente più spaventi che limoni, ha finito i suoi vent’anni con le notti davanti al frigorifero e le corse in bagno a mettersi due dita in gola, ha finito i giorni fatti di chili persi, di crisi di pianto e di solitudini assordanti. Che certe giornate ti divorano l’anima.

Sabrina ha ceduto, sì, ha ceduto amore, e ne ha ceduto talmente tanto da svuotare le riserve, fino al punto di doversi fermare per non perdersi del tutto, in cambio ha ricevuto batoste, un paio di sorrisi e tre o quattro addii da mandare il cuore a brandelli. Onestamente non mi pare granché come bilancio, ma sono sicuro che se Sabrina esistesse e fosse qui, farebbe spallucce e direbbe che va bene così. Perché lei vive oltre il ritmo del suo cuore.

Sabrina si è arresa, sì, si è arresa ai tramonti sul molo, ai prati a piedi nudi, alle ringhiere dei ponti con le gambe penzoloni nel vuoto, si è arresa agli abbracci di madre lasciata a vent’anni e ritrovata a quaranta, si è arresa all’idea che dopo quindici anni l’uomo che ha sposato probabilmente non la lascerà mai andar via, si è arresa ad un letto che profuma di lavanda, ad una pinza tra i capelli con una rosa bianca e all’idea che la frittata di cipolle le viene una schifezza,

Sabrina ha paura, sì, ha paura del giorno. Che la notte chiude i suoi mostri nell’armadio, ma di giorno, non ci son cazzi, di giorno tocca vivere e portarsi dietro tutta quella vita. E non è facile per niente, ma non ci sono alternative, o indossi l’armatura ormai logora e provi a combattere o ti fingi pazza e ti fai ricoverare. Solo che anche se non esiste, Sabrina è di gusti difficili, e il bianco degli ospedali proprio non lo sopporta, perciò giù l’elmetto, e buttiamoci nella mischia.

Sabrina sa volare, anche se l’aereo non l’ha mai preso, lei vola, quando è in autobus fra gente che spintona, tocca il culo e tossisce, lei vola, ha imparato a farlo tanti anni fa, durante un concerto rock, sulle note di una canzone che sembrava parlasse di lei. Da quel momento ogni volta che si trova a disagio vola, e passa sopra le nostre teste, sopra i nostri pensieri complicati e le nostre parole pesanti. Lo fa ogni volta, un attimo prima di morire davvero, chiude gli occhi e vola.

Sabrina avrebbe avuto un figlio a diciassette anni che magari adesso vivrebbe a Berlino e la chiamerebbe ogni sera e potrebbe riempire quel vuoto, ma a quell’età difficilmente siamo noi a scegliere e così, la sera, cammina in silenzio, che tanto Berlino è lontana e il telefono non squilla.

Sabrina non esiste, ma ogni tanto ne sento la voce, forse sto impazzendo, ma mi pare di vederla ancora, mentre mette in valigia i suoi limoni e i suoi spaventi, i vestiti a fiori e le ringhiere dei ponti, qualche trama di frottole e un po’ di schiuma di nuvole, un paio di libri di cucina, un numero di telefono perché non si sa mai, l’elmetto perché ci sarà sempre qualche guerra da combattere, una mappa per andare a Berlino. E un sorriso. Che quello non delude mai. La terza volta tredici anni.

Indossa una maglietta con la scritta “Vedrai, ce la faremo” e sul polso destro un tatuaggio che recita “Tre volte tredici”

Sabrina va in giro e non riesci a parlarle, perché lei non esiste. Però profuma di vita.

Una sera di Luglio, allo stadio San Siro, Sabrina ha imparato a volare. La canzone era questa: Sally (Vasco Rossi).

“Anche la più repressa delle donne ha una vita segreta, con pensieri segreti e sentimenti segreti che sono lussureggianti e selvaggi, ovvero naturali. Anche la più prigioniera delle donne custodisce il posto dell’io selvaggio, perché intuitivamente sa che un giorno ci sarà una feritoia, un’apertura, una possibilità, e vi si butterà per fuggire”. – Clarissa Pinkola Estés, (Donne che corrono coi lupi).

Dedicato a chiunque abbia deciso di scendere in battaglia.

 

Annunci

Giovanni Mezzomago.

mago

Giovanni si trascina per le strade con un mantello nel taschino e una chitarra sulla spalla, si dondola i pensieri appeso ad un’altalena.

Voleva essere solo un mago, incantare serpenti e sguardi di orizzonti, lui, mezzo sangue e mezzo vento, mezza vita da riempire. Regalare stupore agli occhi dei presenti, passare attraverso muri e angosce, confini e risate.
Far apparire pianeti e visioni, paure e illusioni, ricordi e colori.

Giovanni fra le note, a salire sopra un palco, con il mitra sotto braccio, che dispensa incantesimi e canzoni, senza cilindro nè bacchetta, ma con la voce lancia coltelli e pozioni, Giovanni che soffia aria dentro agli occhi, sopra i visi di quel pubblico pagante, che lo acclama e lo pretende, che gli chiede meraviglie, quel popolo irrequieto che reclama nuovi sogni.

Giovanni sognava una vita all’arrembaggio in giro per il mondo, spingere note jazz dentro un sassofono, far scorrere le dita sopra una tastiera. E invece si ritrova con un’esistenza intera passata a girare per le strade di quartiere, a far scorrere le mani sopra la canna di un fucile e le sue dita a premere il grilletto. Che in certi mondi a nessuno frega un cazzo se sei bravo in incantesimi, conta solo restare vivi, conta solo farsi rispettare.

E Giovanni ne ha piantate di pallottole nei cuori, come bersagli al tiro a segno, ne ha toccati di petti senza vita, come fossero maglioni sui banchi del mercato, da quando aveva dodici anni è cresciuto senza padre, è cresciuto senza anima, è cresciuto rubando sogni altrui e ne ha rubati talmente tanti che non riesce più a contarli. Talmente tanti che ha soffocato i suoi, sotto cumuli di vendette e disperazione.

E ogni volta che il proiettile partiva tornavano alla mente le parole di suo padre “la vita di un uomo si vede dal modo che ha di ballare. Tu balli come se non ne avessi il diritto”. Ha deluso le persone che voleva avvicinare, è riuscito a farsi odiare quando cercava un po’ di sole, ha fatto scorta di parole per i vuoti da riempire.

Adesso è padre e guarda il mare, il suo animo è completo, non fa più tuonare il suo fucile, ha trovato la sua pace, i suoi nemici sono lontani se ne è perso anche l’odore, la sua guerra è ormai finita come il giorno all’orizzonte e questa sera così chiara lascia solo un misero ricordo degli spari e delle urla, come il raggio verde del tramonto.

Sull’altalena c’è sua figlia che guarda indietro e che sorride, c’è sua moglie sulla spiaggia che li osserva da lontano. Non conoscono la storia, sono ignare sul passato, non immaginano il tempo in cui tutti lo chiamavano “il drago senza cuore”, non lo devono sapere. lui ha ripreso anche a suonare e fare incantesimi a metà, si rifiuta di ballare. Per loro sarà sempre Giovanni mezzo mago.

“I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso” (Milan Kundera).

Perché ognuno ha la propria guerra da combattere – Talkin’ bout a revolution.