LA GUERRA A STOMACO PIENO.

Mio nonno ha fatto la guerra, cioè, in realtà non ha mai sparato neanche un colpo, diciamo che la guerra lui l’ha vissuta di riflesso. Le sirene, le bombe, la paura, ma una cosa più di tutte l’ha veramente segnato: la fame. Passava tutto, ma la fame restava sempre.

Ecco, noi siamo gli eredi di quella generazione lì, quella che in qualche modo ha visto la guerra. Forse è per questo che ci piace mangiare, per scacciare questa fame atavica che ci portiamo dietro da cent’anni, perché quando mangiamo la guerra è proprio lontana. E allora ci abbuffiamo, ogni occasione è buona per farlo, feste comandate, cerimonie, serate con gli amici, mangiamo e ci sentiamo felici, in tempo di pace.
Ci piace mangiare, ma cerchiamo di dissimulare questa nostra naturale propensione all’ingozzamento, facendo finta di invidiare quelli che fanno sport e stanno costantemente a dieta, facciamo loro i complimenti ma in realtà pensiamo che siano dei repressi, dei fanatici, ci convinciamo che siano tristi e con problemi di salute. A noi che piace mangiare quelli che non mangiano ci spaventano e come tutte le cose che fanno paura li esorcizziamo con la cattiveria. “non mangia perché è depresso”… “quello è vegano, scommetto che ce l’ha piccolo”, congetture diaboliche, ingiurie gratuite, lanciate senza motivo contro qualcuno, solo perché mangia poco, o peggio ancora, mangia in modo diverso dal nostro.

A noi piace mangiare, ma anche sperimentare, siamo affascinati dalla cucina esotica, ogni tanto proviamo qualche cibo improbabile, tipo la bacche di goji, l’avocado, il tofu, gli edamame, il camu camu…un elenco infinito di parole più o meno impronunciabili accomunate tutte da un’unica grande certezza: non sanno di un cazzo. Le mangiamo così, non per sfamarci, no, noi le mangiamo per gioco. Una cosa tipo “stasera facciamo ‘sta pazzia”. Frequentiamo questi ristoranti messicani, turchi, giapponesi, indiani, ma solo per fare le foto ai piatti e postarle su instagram. Anche perché, diciamocelo, noi del cibo esotico non ne sappiamo una mazza. Mangiamo qualsiasi cosa abbia un aspetto innovativo fingendoci esperti e decantandone il gusto sopraffino, finché qualcuno ci fa notare che è un’insalata di pollo.
Ma non ce ne frega, l’importante è mangiare, non importa cosa, importa quanto. Una volta mi hanno trascinato in un ristorante cinese, “vieni, ti divertirai e poi è all you can eat”. Ammetto la mia ignoranza, non avendo mai messo piede in un ristorante cinese non avevo idea di come funzionasse la cosa. Arriva questa simpatica cameriera dai tratti asiatici e l’accento marcatamente livornese. Ci lascia i menù e il bigliettino per le ordinazioni.
“Oh, scegli, prendi tutto quello che vuoi, il prezzo è 10 euro, sempre, qualsiasi cosa tu voglia mangiare. Quindi approfittiamone”. Detesto la cucina cinese, il pesce crudo, le alghe, il gelato fritto, tutti quegli intrugli che sanno di fogna e cannella. Ricordo che mi limitai a scegliere solo i piatti che conoscevo: ravioli al vapore, gamberi al vapore, patate al vapore e gelato. Al vapore. I miei amici invece ordinarono di tutto, senza ritegno, alla povera cameriera venne la tendinite a causa dei vassoi che continuava a portare in tavola. A metà cena quasi tutti erano sull’orlo della disperazione, ma lei, la piccola cinese labronica continuava a manifestarsi imperterrita. A un certo punto mi spiegarono che dovevamo mangiare tassativamente tutto, perché il prezzo era sì di 10 euro a persona ma con la clausola che non rimanesse niente nel piatto. Il cibo che avanzava sarebbe stato aggiunto al conto. E lì iniziarono a palesarsi davanti ai miei occhi scene surreali. C’era gente che si ingozzava fino a diventare cianotica, altri, i cosiddetti “furbetti del cinesino” che mettevano abbondanti porzioni di sushi nei piatti dei clienti del tavolo accanto, altri ancora imboscavano pezzi di sashimi nelle tasche della giacca, dentro le scarpe, nelle mutande. Uscimmo che sembrava di stare al raduno degli omini Michelin.

“All you can it, street food, doggy bag” Cosa significano, non si sa, non ha importanza, l’importante è mangiare, anche se non abbiamo fame. Dobbiamo farlo perché “pare brutto” rifiutare il cibo. Se ti invitano a cena e non mangi i padroni di casa si offendono, iniziano a farti domande imbarazzanti del tipo “cosa c’è, non ti piace? Preferivi l’abbacchio anziché la faraona farcita? Stai male?, dai assaggia questa arancia, è del nostro frutteto” e tu non sai come uscirne. Quella che fino a qualche momento prima era una normale cena fra amici di vecchia data si sta trasformando in una vera e propria inquisizione. Ti ritrovi a cercare con lo sguardo una via di fuga, a lavorare d’astuzia per trovare un modo elegante di andartene senza destare sospetti. Adduci scuse improbabili, come un improvviso attacco d’asma spiegando che devi andare a casa a prendere il Ventolin. Nessuno ci crede, ti alzi e loro ti seguono, con lo sguardo sempre più incattivito. Guadagni la porta, cercano di trattenerti, ti divincoli, iniziano a volare parole grosse. “Fermati stronzo, finisci almeno di mangiare la frutta”, ma tu con uno scatto felino ti fiondi giù per le scale, arrivi in strada e uno di loro si affaccia alla finestra lanciandoti una cipolla di Tropea gridando, “non hai assaggiato neanche la crostata, a pezzo demmerda!”.

Se volete vederci patire proibiteci di mangiare. Fin da bambini sviluppiamo questa avversione alla privazione di cibo. Quando al mare mia madre mi diceva “prima di poter fare il bagno devi stare 4 ore senza mangiare”, mi innervosivo, quelle quattro ore mi sembravano quattro settimane. Dopo mezz’ora iniziavo a sentire i crampi allo stomaco, ad avere fantasie culinarie guardando i gabbiani. Mi sarei mangiato anche il coniglio al forno di nonna Celestina, che a giudicare dal sapore di vino che sprigionava, probabilmente era morto affogato in una damigiana di barbera. E a me il vino faceva veramente schifo.
Ma anche fare le analisi del sangue è una tortura, non tanto per l’ago che ti entra in vena, no, il dramma vero è che devi farli a stomaco vuoto. Anzi, la tradizione vuole che tu non debba toccare cibo dalla mezzanotte precedente. Non so se sia vera questa cosa del digiuno dalla mezzanotte, so soltanto che una volta mangia due tarallucci a mezzanotte e un quarto e dalle analisi risultò che ero al secondo mese di gravidanza.

Mangiamo e siamo felici, non pensiamo a niente e quando in televisione sentiamo dire “in questa stagione calda è consigliabile bere molto e mangiare solo cibi leggeri” il primo pensiero che ci passa per la testa è “ma vaffanculo va”. Se non mangiamo ci convinciamo di essere nervosi, ansiosi e impotenti.

E allora per un po’ lasciamo da parte i problemi, abbandoniamo le privazioni e lasciamoci cullare dal suono delle fettuccine alla bolognese che si arrotolano sulla forchetta, degli spaghetti all’amatriciana, del fegato alla veneziana, dei saltimbocca alla romana, del cacciucco alla livornese, Mangiamo e godiamoci questa parentesi di assoluta felicità, che da un momento all’altro. la guerra potrebbe tornare.

Tra dieci pagine smetto di fumare.

Lo confesso: io fumo. Eh lo so, non ne vado fiero, ma non iniziate subito a fare quella faccia, perché diciamolo, come tutti i fumatori…ho delle attenuanti.

Non bevo alcolici, ma niente proprio, spumante, birra, Campari Aperol…niente di niente, il vino poi mi fa schifo proprio. Roba che se durante un pranzo o una cena con amici o parenti cade una goccia sul tavolo cambio posto, spesso cambio anche il tavolo, in rare occasioni anche continente. Già con la cedrata Tassoni ho dei lievi giramenti di testa. Per dire. Sono quello che invitano sempre alle feste perché almeno riporta la gente a casa. Da ragazzo ero quello che suonava la chitarra davanti al falò mentre tutti gli altri si baciavano. In sostanza ho un karma demmerda.

Non gioco d’azzardo, niente slot machine, scommesse online, niente gratta e vinci, a Capodanno non gioco neanche a tombola. E ovviamente niente giochi di carte con i soldi. Non ho mai giocato a poker in vita mia, non conosco neanche le regole, anzi, non riesco neanche a tenere tutte quelle carte con una sola mano. Sì ok, qualche briscola e tressette in famiglia, ma niente di più. E non lo faccio perché sono tirchio, anzi, solo che proprio non mi appassionano le scommesse, non subisco il fascino dell’adrenalina da rischio. E poi le rarissime volte che ho giocato a qualcosa con in palio vincite in denaro….ho sempre perso. Il calcio balilla, per esempio, lo adoro, ho anche giocato a livelli discreti, vincendo anche tornei importanti, ma sempre con premi simbolici, tipo medaglie, coppe, o roba simile. Ecco, se volete sfidarmi a calcio balilla con la certezza di vincere a mani basse basta dirmi “dai, chi perde paga”. Improvvisamente divento lobotomizzato e non beccherò più una palla neanche per sbaglio. Comprese le mie.

Non faccio uso di droghe, ma da sempre eh, non ho mai avuto la curiosità di provare a stordirmi in qualche modo. Lo sono già abbastanza di mio. Niente acidi, coca, canne, pastiglie varie. Quando prendo il Brufen lo faccio di nascosto, sembro uno spacciatore ai giardini della stazione. Ho il terrore di perdere il controllo, di fare o dire cose inopportune, ok, quello lo faccio anche da sobrio, ma è un altro discorso. In poche parole, se faccio una cazzata voglio farla consapevolmente, senza la paraventata dello sballo, per intenderci. Però lo ammetto, se la cazzata è particolarmente grossa uso la tecnica dell’opossum: mi fingo morto.

Ora capite cosa voglio dire? Osservato da questa angolazione il vizio del fumo diventa già più accettabile. Cioè, avrei potuto essere molto peggio di così. Sì lo so, è un po’ come quando a evadi mille euro di tasse e ti giustifichi dicendo; ma…ma…allora quelli che evadono milioni?. In altre parole cerchi sempre quello un po’ più figlio di puttana di te. Lo so, lo so, fumare fa male, ma…sono stressato, ecco, sì, è lo stress che mi fa fumare. Anzi no, fumo perché…perché una sigaretta ogni tanto me la merito dai. Magari ho avuto una giornata di merda, arrivo a casa la sera e una sigaretta sul terrazzo dopo cena ci sta da dio. Anzi, in quel momento Dio sono io, No no, fumo perché sono un insicuro, è colpa di quella grandissima stronza dell’autostima. Fumo per darmi delle arie, quelli come sono sono cresciuti con i film americani dove il protagonista è ombroso, poco loquace e maledettamente affascinante con quella sigaretta in bocca. A pensarci…fumo perché sono timido, mi imbarazzo con niente, è un’equazione perfetta: mi fanno un complimento, mi imbarazzo e fumo. Sì ok, detta così sembra che voglia essere trattato di merda. No, non fatelo, che poi mi sento in difficoltà…e fumo. Il caffè, ecco, è colpa del caffè. Dai lo sanno tutti, caffè e sigaretta è un binomio perfetto, tipo Cochi e Renato, cantiere e umarell, Salvini e michiate.

La verità…la verità è non ho la volontà di smettere, fumo poco ma non voglio smettere e allora me la canto e ma la suono, però…in fondo…molto in fondo…vorrei farlo. Ogni tanto ci penso, anzi ultmamente ci penso un po’ più spesso a questa cosa di smettere, ecco, diciamo…che ci sto lavorando, magari in nero, ma ci lavoro.
Un po’ di tempo fa mi regalarono un libro, si intitola “E’ facile smettere di fumare. Se sai come fare” (e grazie al cazzo. Ndr). Un librettino di un centinaio di pagine o giù di lì che ti accompagna nelle intercapedini della mente. Non è il solito libro che dice “fumare fa male, spendi soldi per avvelenarti, pensa ai tuoi figli….” E stronzate varie. No, è un manuale che lavora sugli schemi mentali, considerate che la prima cosa che dice è che non devi smettere di fumare finché non finisci di leggere il libro. E lo ripete spesso, quasi come una minaccia. Lo sto leggendo attentamente, con la giusta concentrazione, ve lo consiglio, funziona davvero. E ricordate…”non smettere di fumare finché non finisci il libro”. Io ci sono quasi, ancora un piccolo sforzo e mi libererò per sempre dal demone del fumo. Ci sono, ormai mi mancano solo dieci pagine…da dodici anni.

FUORI ELENCO

Lavoro in un negozio, sì ok, non è una cosa particolarmente strepitosa da dire. Non è che lavoro alla Nasa o nell’area 51, lo so, ma il punto non è questo. Il punto è che lavorando in un negozio vengo quotidianamente a contatto con persone di qualsiasi tipo e questa è una cosa che non capita proprio a tutti. Voglio dire, gli astronauti della stazione spaziale, mentre sono intenti a girare con la tuta, il casco e tutto il resto intorno al pianeta non è che incontrano la casalinga di Voghera, per capirci.

Comunque, qualche giorno fa entra in negozio un signore sulla settantina, tiene qualcosa fra le mani, una sorta di libro antico e prezioso, di quelli che ti fanno ricordare le merende con le fette di pane e olio.͔«Buongiorno, ha bisogno?» «Buongiorno…ehm…scusi il disturbo…sarei venuto a lasciare…l’elenco telefonico».Ora, non so da quanto tempo non vi capita di vedere un elenco telefonico. A me sinceramente erano anni, molti anni. Il ricordo che avevo io era quello di un librone grigio che portava sulla copertina un monumento famoso della città a cui faceva riferimento. Nel mio caso alla provincia, perché dove abito io le grandi città sono come lo Yeti. Tutti ne parlano ma nessuno l’ha mai visto veramente.

Insomma, era qualcosa di importante e di ingombrante. Una volta mi è capitato di vedere l’elenco telefonico di Roma, sono rimasto sbalordito. Addirittura erano due volumi perché tutti quei nomi in uno solo non ci stavano. Un’infinità di persone, catalogate in scrupoloso ordine alfabetico, che poi se ne vanno in giro e scambiare la loro vita con quella degli altri, perché alla fine siamo tutti come le carte da gioco, ognuna unica e irripetibile, mischiati nel mazzo e pronti a giocarci la nostra partita in una briscola chiamata. C’eravamo tutti su quei volumi grigi, nessuno sfuggiva e se proprio qualcuno non compariva su quegli elenchi significava che era una persona particolarmente importante. Presidente della Repubblica, calciatore famoso, cantante e altre persone così. Cioè, non è che uno prendeva l’elenco e poteva telefonare a Sandro Pertini o a Michel Platini. Per dire. Ma a parte queste persone famose, il resto eravamo tutti lì sopra. Anzi, per essere sicuro di esserci cercavi il tuo nome e quando lo trovavi ti sentivi quasi importante, cioè, stavi su un libro. Il tuo nome e cognome era stampato su carta e mandato in giro per il mondo, roba da montarsi la testa.

Ecco, come dicevo prima, non so da quanto tempo non vedete un elenco telefonico. Io l’ho visto due giorni fa e sono rimasto senza parole. E’ un librettino in formato A5, tipo quaderno di seconda elementare. Più che un elenco è una lista della spesa, con pochi ingredienti. Una lista della spesa di uno che è a dieta ferrea ecco. Una roba tipo: Mario Rossi – Tofu – Carlo Verdi – pane integrale – Maria Bianchi e bacche di goji

Ma che fine hanno fatto?, tutti quanti intendo. Dove sono finiti tutti quei nomi che rendevano enormi gli elenchi telefonici? Non erano solo nomi e numeri, erano storie e le storie non sono mai da buttare via.Dove sono? Hanno rinunciato al telefono fisso?, sono espatriate?, sono cadute nel buco nero? Stai a vedere che hanno ragione i terrapiattisti e tutti quelli che erano nell’elenco sono caduti di sotto. C’è da perderci la ragione se ti metti a pensare agli elenchi telefonici.Da qualche giorno a questa parte guido con prudenza, non che prima fossi un automobilista scellerato, ma adesso quando entro in galleria rallento un po’ e cerco di allungare lo sguardo, così, perché non si sa mai, magari alla fine del tunnel cado di sotto e mi ritrovo di colpo fuori dall’elenco. Roba da perderci la ragione.

UN BAZOOKA DENTRO CASA

Diciamoci la verità: i ragazzini di oggi sanno molte più cose di noi. E ne sono consapevoli.

Finché sono piccoli riesci a tenere loro testa, oddio, nemmeno più di tanto, ma diciamo, ti illudi di farcela, o almeno, te lo lasciano credere.
Poi intorno ai cinque/sei anni iniziano a farti domande precise. Alcuni anche prima, e non si accontentano di risposte generiche, col cazzo, loro pretendono di essere convinti. Noi alla loro età credevamo a tutto ciò che ci veniva detto, lo prendevamo per buono e basta, probabilmente credevamo ancora nell’onesta del genere umano. I bambini di oggi no, quelli dubitano, chiedono spiegazioni, dettagli, non li freghi con risposte di merda tipo “sei piccolo non puoi capire”, neanche per sogno, i bambini di oggi ti inchiodano alla sedia e non ti rilasciano finché non paghi il riscatto con spiegazioni scientifiche.

Tutti noi abbiamo creduto a Babbo Natale, dai, chi non l’ha fatto?, tutti, l’abbiamo fatto ed era bello, ci lasciavamo trasportare da quella magica sensazione di stupore, ci immaginavamo questo omone vestito di rosso che passa dal camino a portarci i regali, fantastico, una meraviglia proprio. E ci credevamo con tutte le cellule del nostro corpo, eravamo convinti ed estasiati proprio, come Salvini sulla spiaggia del Papeete, per capirci. E cercavamo di prolungare quella sensazione il più a lungo possibile. Mi ricordo che alla fine della seconda media mio padre mi prese da una parte dicendomi “senti bimbo, ormai sei grande, devo dirtelo…(sospiro)…Babbo Natale sono io. Sono io che ti metto i regali sotto l’albero la notte della vigilia…(sospiro)…mi dispiace, ma era giusto che lo sapessi”. Una notizia sconvolgente, mi mancava il fiato. Sono arrivato fino alla seconda liceo vantandomi che il mio padre era Babbo Natale, proprio lui, quello vero.

Prova a dirlo a un ragazzino di sei anni che Babbo Natale esiste davvero. Quello inizia intanto a farti domande sulle renne, che tu non hai la più pallida idea di che razza di animali siano di preciso. Sì ok, assomigliano a un cervo, ma hanno le corna più grandi, tipo i fidanzati di Belen. Sono a pelo lungo? A pelo corto?, mangiano erba? Quanto sono alte? E insiste il ragazzino, anzi, se vede che barcolli…infierisce. Ma come fanno a volare? Dai, spiegami come fanno. E tu arranchi, farfugli…

”hanno le ali”. E lui, il ragazzino di sei anni intraprendente che , diciamocelo, inizia a essere un filo antipatico, prende il suo tablet, te lo sbatte in faccia dicendoti:

“Ali?, quali ali? Guarda, Google dice che le renne non hanno le ali. Quindi? Come fanno a volare? Eh? Dai, come fanno?”.

Tu sudi, hai un capogiro…bonfonchi un “hanno una polvere magica”… E il ragazzino ti guarda agonizzante, poi come un cacciatore spietato mette le cartucce nel bazooka e spara:

“Ok, ammettiamo che riescano a volare, ma non è così, comunque, prendiamo per buono che volino, mi spieghi come fa Babbo Natale a fare il giro del mondo, di tutto il mondo e andare dai bambini, sempre di tutto il mondo, in un solo giorno? Anzi, per esattezza, in otto ore al massimo, visto che di giorno siamo svegli e si vedrebbe?”.

Tu, ormai vinto, agonizzante e con la salivazione azzerata chiami a te quel nano dispettoso, prendi il suo viso tra le mani e usi il tuo ultimo respiro di dignità per dirgli con un filo di voce
“Figlio mio….quest’anno Babbo Natale deve pagare la rata del mutuo, quindi vaffanculo te, le renne e tutta la Lapponia”.

Per non parlare poi delle domande sul sesso. Tutti i genitori temono quel momento, l’attimo esatto in cui lo gnomo con l’ascia chiede:
“mi dici come nascono i bambini?”. Ecco, in quel momento rimpiangi enormemente le domande sulle renne. Ok, respiri,
“allora…ci sono le cicog…no, niente, lasciamo perdere gli animali che non sono il mio campo”, riprovi…
”allora…c’è il fiore, no? E ci sono le api”, lui ti guarda perplesso dicendoti
“sì, ok, le api fanno il miele, l’ho letto su wikipedia, ma che c’entra?”, ok, non è il momento di tergiversare, devi andare dritto al punto, dai, ce la puoi fare, semplice, diretto, efficace, tipo un cazzotto nei denti. Dai, falla breve, diglielo e basta, su.
«Allora…c’erano Adamo ed Eva, no?…”. Alla fine quel metro e dieci di cinismo e arroganza che da sei anni gira per casa tua ti fa sedere, si mette amabilmente di fronte a te e con tutta la comprensione del mondo ti dice:
“ok, ho capito, parliamo di sesso. Dimmi cosa vuoi sapere”. Così ti dice, lui a te!

Insomma, tocca impegnarsi di più, dobbiamo prendere coscienza che i tempi sono cambiati e i ragazzini di oggi sono cento volte più svegli di noi alla loro età. Non sottovalutiamoli, i ragazzini di oggi sognano, come facevamo noi, ma non sono ingenui, hanno fame di risposte, noi avevamo fame…e basta. Loro si informano, cercano, prendono appunti, registrano tutto nel loro hard disk mentale. Quando vedi un bambino di sei anni seduto a tavola tranquillo non si sta rilassando, neanche per sogno, sta facendo il backup dei dati e aggiorna l’antivirus interno. Pensiamoci, ogni volta che facciamo la scelta più comoda, quella di prendere l’ipad e darlo ai nostri figli dicendo “tieni, almeno per un’ora non mi rompi i coglioni”, pensiamoci, gli stiamo dando in mano il mondo intero, con le sue meraviglie e le sue schifezze, ma soprattutto, gli stiamo offrendo l’occasione per farci un’infinità di nuove domande a cui noi non sapremo mai rispondere, nuove cartucce per i loro maledetti bazooka. In altre parole, quando diamo un tablet a un bambino di sei anni, in realtà, ci stiamo tagliando i coglioni da soli.

Il finale di un monologo del grande Mattia Torre racchiude tutto l’universo del rapporto fra adulti e bambini. Le parole più o meno sono queste:

  • Tutti i genitori prima o poi vanno in crisi e ognuno vive la crisi a modo proprio. Ma tutti i genitori però, tutti, sono accomunati da una cosa: la strana e insindacabile libertà di usare una certa violenza quando si pulisce con un fazzoletto la bocca di un bambino. Dopo due passate, la successiva è sempre ingiustificatamente forte, violenta. Alla terza passata sulla bocca del bambino, tutti tirano fuori una certa rabbia, come a dire tacitamente : “Bambino, mi stai sul cazzo”. – (Figli- Mattia Torre).

Ingredienti sparsi.

Sembra scientificamente provato che ogni sette anni il nostro corpo si rigenera completamente, ogni singola cellula sparisce per lasciare posto a una nuova.


Voglio dire, svaniscono le cellule ma noi, rimaniamo “noi”, se ci pensi c’è da perderci la ragione. E’ come se fossimo fatti di qualcos’altro, come se ciò che ci portiamo dentro sopravvivesse agli atomi e al ciclo naturale della vita. E’ come se una parte di noi fosse fatta di qualcos’altro. Già, e allora mi sono messo lì a pensare, che ultimamente non mi capita spesso di farlo, pensare, intendo, mi sono messo lì a cercare di capire di cosa sono fatto, cercando di trovare la composizione molecolare che è resistita a tutti questi anni e ha continuato ad essere me.


Sono fatto della Lambretta di mio padre, che ogni tanto prendevo di nascosto anche se non la sapevo guidare.


Sono fatto degli abbracci di madre, non troppi a dire il vero, ma dati sempre nel momento più giusto.


Sono fatto di sabbia, acqua, salmastro, libeccio, sole, burrasche e qualche tormento. In una parola, sono fatto di mare.


Sono fatto delle sere passate in macchina con due amici, ascoltando i Nirvana dicendoci che era ancora tutto possibile.


Sono fatto di una settimana passata a fare l’artista di strada a Copenaghen, con la mia Ibanez e una tastiera con dietro un compagno di sventura.


Sono fatto di un paio di piazze, che urlavano giustizia, e io là in mezzo, con una maglietta, senza capire bene cosa stessimo facendo, ma ci piaceva molto farlo. Ci stavamo illudendo, saremmo stati traditi, ma allora non potevamo saperlo.


Sono fatto di lettere, ma proprio tante, che non ho mai avuto il coraggio di spedire, ma va bene così, rinunciare a qualcosa ci rende più consapevoli. O più ingenui, chissà.


Sono fatto di Marco Tardelli e degli occhi commossi di mio padre, perché sì ok, il 2006, ma nell’82…


Sono fatto di lei, arrivata improvvisa e rimasta con me. Non è sempre facile ma continuiamo a sceglierci ogni giorno. Ogni tanto allungo la mano e lei c’è. Questo è quello che so dell’amore.


Sono fatto di Marco, Simone, Cristiano, Samuele, sono fatto di Federico, di Mirko, di Carlo, di Roberta, di Claudia, di Gemma e di pochi altri che mi hanno lasciato qualcosa di loro. Che non mi lascerò sfuggire.


Sono fatto di treni, di tutti quei treni che guardavo partire e arrivare e sono fatto di volti, di tutti quei volti che si incontravano o si lasciavano allontanare.


Sono fatto di chilometri e di tutte le aurore che continuo a fotografare, ma anche di tutti i tramonti su strade veloci mentre sto riportando tutto a casa.


Sono fatto di accordi e di tutti i concerti, di casse e rullanti, di muri scavalcati senza biglietto. Sono fatto di viaggi improvvisati a Pavana per bere qualcosa con Francesco Guccini.


Sono fatto di Camilla, la mia Cinquecento avuta in regalo, fuori tempo, fuori moda, caricata all’impossibile. E di tutte le doppiette venute male che terza marcia non c’era più.


Sono fatto di cicatrici, cicatrici vere eh, ginocchio, caviglia, occhio, naso, parti di me andate in frantumi che qualcuno ha rattoppato. Che se raccoglievo tutti quei punti di sutura un tostapane lo avrei preso di sicuro.


Sono fatto dei libri che ho letto e delle frasi che ho rubato per stupire, delle persone che ho conosciuto e dei luoghi in cui sono stato, senza mai andarci veramente.


Sono fatto di giorni sprecati, una serie lunghissima di giorni sprecati. E di cose non fatte, di parole non dette, di tutti quei momenti messi lì a prendere polvere e basta.


Sono fatto di lei, di lei che è fatta un po’ di me, che ha i miei occhi ma uno sguardo tutto suo, che ha cambiato la mia prospettiva e che, senza il minimo sforzo, ogni giorno mi rende migliore. Come solo i gesti inspiegabili riescono a fare.


Forse sono queste le particelle di me che sopravvivono al naturale corso della vita, qualcosa che faccio fatica a comprendere ma che, nel bene o nel male, porterò per sempre con me.

Vent’anni in mezzo al temporale.

Senti scusa…scusa eh, non sai mica quando passa il prossimo? Di treno, intendo, Sì, insomma, un treno qualunque, non importa la direzione…non importa. A sud…a nord…non importa. Devo prenderne uno, uno qualunque e scorrerlo tutto, vagone per vagone, posto per posto. Faccia per faccia. Devo scorrerlo tutto perché…perché lei non scende mai dal treno e se lo fa…sì insomma…se lo fa è solo per salire su un altro. Lo so che sembra assurdo ma saranno passati vent’anni, sì, più o meno e non ho smesso di cercarla. Ogni giorno, tutti i giorni, uno dopo l’altro, fino a diventare vent’anni, più o meno. E fra vent’anni sarò ancora qui a cercarla…Me ne stavo lì, no? Me ne stavo lì seduto accanto a finestrino a guardare ogni cosa là fuori, ogni cosa che correva via. Buffo no?, buffo come le cose corrono via e ci sfuggono dalle mani quando siamo là fuori. Sul treno invece…sul treno invece è tutto più lento. Tutto decisamente più lento. Me ne stavo lì a pensare alle cose veloci della vita quando sento qualcosa di strano nell’orecchio e dentro Cat Stevens che cantava “Sad Lisa”. E io mi volto di scatto, no? Mi volto e la vedo seduta accanto a me con l’altro auricolare nell’orecchio. Così, senza dire niente, se ne stava lì a occhi chiusi. “ti chiami Lisa?”, le ho detto, “che importanza ha?, che te ne fai di un nome nel bel mezzo di un viaggio?”, così mi ha risposto. E io non ho detto niente, no?, non ho detto più niente, però le ho preso la mano, già…le ho preso la mano…perché certi viaggi è giusto farli in due, è giusto così, no? Poi la canzone è finita. E lei si è alzata. “Come ti ritrovo?” le chiesto, “sul treno, uno qualunque. Niente stazioni, le stazioni sono per chi arriva, o per chi parte. Io sto già facendo il mio viaggio”. Così ha detto. Mi ha lasciato una foto, C’è lei, con un sorriso croccante, nel bel mezzo di un temporale, Ma un temporale vero, con i fulmini e tutto il resto, che quando mi capita di farla vedere c’è sempre qualcuno che dice “guarda che meraviglia di temporale”. Nessuno fa caso a lei, come se non ci fosse neanche in quella foto. E invece c’è. Mi ha lasciato la foto. E poi è andata via. L’ho vista dal finestrino che saliva su un altro treno e andare nella direzione opposta. Io l’ho cercata, ogni giorno, tutti i giorni, sono passati vent’anni, più o meno. Sono salito e sceso da ogni treno, li scorrevo tutti, vagone per vagone, posto per posto, faccia per faccia. Sono salito sull’ultimo vagone, ho passato tutto il treno, tutti i treni, dall’inizio alla fine, ho guardato centinaia di facce, una per una, mentre cantavo Sad Lisa. Erano tutti impazienti di arrivare, nessuno che facesse caso all’istante che stavano vivendo. Erano tutti attesi, o in attesa. E’ questo che facciamo, no? Passiamo il tempo ad aspettare o a essere aspettati da qualcuno. Ma nel bel mezzo del viaggio siamo soli e questo ci spaventa. E allora ci illudiamo un po’, no? se non abbiamo nessuno in attesa o da attendere e magari prendiamo un treno, così, tanto per vedere il mondo fuori che si muove. Ma io no, io salgo sul treno, su ogni treno che riesco a prendere e inizio a cercarla, scorrendo tutti quei visi, in ogni vagone. La cerco più che posso, come un coglione, ogni giorno, uno dopo l’altro, fino a diventare vent’anni. E non importa se nessuno riesce a vederla in quella cazzo di foto, Io non smetterò di cercarla. Perché ho ognuno ha il diritto di rivederla almeno una volta la forma della propria solitudine nel bel mezzo di una meraviglia di temporale. – Senti..scusa eh, scusami se ti ho annoiato, ti lascio qui ad aspettare, io ora devo salire sul treno.

Marta fa il libera tutti.

Marta sopravvive in una piazza vuota senza far rumore tra una pizzeria e un caffè,

lei ti guarda e ride quando la sua rabbia non riesce a contenerla dentro sé

un vestito rosso, scarpe senza tacco, labbra di cristallo le ginocchia al petto senza età,

e certe giornate si diverte a indovinare il destino di qualcuno che passa e che va,

Quello è un tipo strano, forse è innamorato e non si rassegna a scrivere sui muri frasi sovversive tipo tu sei mia

Marta che sospira, fuma una marlboro, butta fuori l’aria e la guarda andare via.

Se solo anche i ricordi, quelli spaventosi, fossero solubili in lacrime e bestemmie, o potessero affogare alla fine del bicchiere senza riaffiorare allora sì,

sì che si potrebbe respirare, correre e lasciarsi andare, senza la paura di cadere, avere soltanto l’urgenza di esserci.

Marta che cammina, stringe fra le mani, una birra media e la faccia di suo padre che le urla contro frasi scellerate con il pugno in aria già da un po’

Uno sulla schiena, uno sul costato, uno sulla bocca per provare in tutti i modi a cancellarle quel sorriso che si ostina a stare su,

Ma la paura del dolore non era mai abbastanza per farle dire “basta, io mi arrendo adesso, hai vinto tu”,

Marta porta addosso tutti i segni del passato, ma non sono quelli sulla pelle a fare male a farla smettere di respirare proprio no,

certe cicatrici non si fanno mai vedere, come vipere di bosco, escono di notte spargono veleno senza antidoto.

E non ti puoi salvare, non c’è un cazzo da fare, devi lasciarti torturare fino quasi a scomparire, finché non vanno via.

Che certi pensieri sono spaventosi, vivono in simbiosi come fossero due sposi il terrore e la follia.

Marta se ne andò, aveva sedici anni, si lasciò alle spalle, un uomo mostruoso e una madre che sapeva e non parlava, arresa ormai

E tutte le serate a sputare sangue per i pugni presi non avrebbero raggiunto il grado di dolore di quelle parole dette mai.

Marta si è salvata, forse non del tutto, ma ci sta provando a regalarsi il sogno di una vita presa contromano come certa musica,

lei ci sta provando, coi suoi occhi asciutti, a nascondersi dietro a un sospiro e fare “libera tutti” all’anima.

Marta è la nostra terza onda, quella che restituisce tutto, le immagini più belle, ricordi profumati, lenzuola stese al sole e brividi di sale,

lei si è rialzata dopo ogni caduta, perché Marta è sempre stata viva e non sopravvissuta.

Se Marta fosse una canzona sarebbe questa: L’anima non conta (Zen Circus)https://www.youtube.com/watch?v=TtLcvqCCXBI

Le ragazze degli anni novanta.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta,

che fumavano sotto le stelle con Dolores O’ Riordan che canta,

di frasi d’amore riempivano il diario,

Come una Alice qualunque che si innamora di Mario

E scriveva i “per sempre” sulla Smemoranda

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Poco più di vent’anni e il duemila alle porte,

ma il futuro è un bugiardo con le gambe un po’ corte,

poco più di vent’anni e qualche pena d’amore,

ma certe notti era bello aver mal di cuore,

con i sospiri intrecciati in fondo a una Panda,

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

In quel posto segreto, quello del primo bacio,

rimanevi in attesa come un gatto randagio,

poi arrivava improvvisa bella come un temporale

e ti sentivi un po’ dio quando guarda il suo mare.

era la risposta perfetta a ogni domanda.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Ne è passato di tempo e son cambiate le facce,

di Alice e di Mario si son perse le tracce.

Lei si è fatta ingannare da un amore bugiardo,

lui si trascina la vita e ha spento lo sguardo,

ma ogni tanto alla radio c’è Dolores che canta.

Non si sono mai arrese le ragazze degli anni novanta.

Alcune hanno un uomo a cui far promesse

altre hanno figli e diverse scommesse

spesso i sogni e la vita fan fatica a coincidere

ma loro fanno spallucce si ostinano a ridere

Hanno un lampo negli occhi che nessuno comanda.

Le riconosci tra mille, le ragazze degli anni novanta.

Adesso son donne con il basco e lo scudo,

soldatesse in tailluer con lo sguardo sicuro,

ma si accendono ancora quando si apre il sipario

e ripensano al posto, quello del primo bacio.

il cuore ha un sussulto e il respiro si incanta.

Sanno amare davvero, le ragazze degli anni novanta.

Hasta l’abete addobbato siempre!

E’ tempo di addobbi, le città si vestono a festa, con luminarie e stelle comete per le vie. Luci ovunque, bianche, rosse, gialle, verdi e per i più bastardi, blu. Queste sono le peggiori, viste da lontano sembrano posti blocco. Le vedi, smadonni, capisci che è un terrazzo e non una volante, sospiri, ti penti, ma ormai anche per questo Santo Natale ti sei giocato la santità.

Ma il vero spirito natalizio si vive nelle case, tutti intorno all’albero.Ci sono regole universali e precise per realizzare un albero di Natale come dio comanda.

Per prima cosa c’è da risolvere il dilemma “albero finto o albero vero”. Qui l’umanità si divide, un po’ come accade fra i fanatici di Iphone o Samsung, Playstation o Xbox, Ronaldo o Messi. L’albero sintetico è senza anima, se fai l’albero vero uccidi una pianta. L’albero finto è tossico, l’albero vero non lo puoi riutilizzare e via così all’infinito. Scuole di pensiero che corrono su linee parallele e non si incontreranno mai. Come i Modà e la buona musica. Il mio albero è sintetico, non per motivi morali ma pratici. Se metto in casa un abete vero il cane ci piscia sopra almeno quattro volte al giorno. Problema risolto.

Una volta piazzato l’albero al centro della sala il protocollo prevede che vengano messe le luci. Mai e dico mai, mettere prima le palline. Questo è un assioma cartesiano: “se non metti prima le luci le uniche palline che rimarranno sull’albero saranno le tue”.

Prima però di mettere luci sull’albero c’è un’altra operazione fondamentale da svolgere: verificare se si accendono. Datemi retta, lasciate perdere l’ottimismo del “tanto funzionano”. Neanche per sogno. Funzionano solo se le provate prima. Se non lo fate e le mettete fiduciosi state pur certi che non si accenderanno mai. Lo so, l’anno prima le hai riposte nella scatola ancora calde di luce e dopo undici mesi non danno più segni di vita. E’ uno dei più intricati misteri cosmici. Il compianto Stephen Hawking preferì dedicare la sua vita allo studio dei buchi neri piuttosto che all’enigma delle lucine bianche. Per dire.

In media ogni famiglia ha tre gruppi di lucine da mettere sull’albero e in media, ogni anno, almeno uno dei tre non funziona. Poco male, direte voi, si ricomprano. Certo, il problema è trovarle dello stesso colore.

Fino a qualche anno fa erano di moda le normalissime luci ”bianco caldo”. Oggi è più facile trovare un panda gigante in superstrada. Sparite, ora sono tutte a led e di un bianco asettico. Roba che quando le metti sull’albero la sala da pranzo diventa una sala operatoria. Alla fine ti arrendi e ogni anno compri una scatola diversa. Il risultato è interessante. Il tuo albero di Natale sembra un casello autostradale con una fila di luci rosse, una verde e una gialla che si accende solo se ci passi sotto con il telepass.

L’allestimento delle luci è un’impresa titanica. Si intrecciano, se ne schiacci una smettono di funzionare tutte, le tue, quelle del tuo vicino e dei tuoi parenti fino al sesto grado. E’ impossibile dare una disposizione uniforme. Di solito la parte bassa dell’abete sembra la campagna modenese in una notte di nebbia fitta. Invece la parte la puoi guardare solo con gli occhiali da saldatore, come per l’eclissi solare. Dai, diciamocelo, mettere le luci sull’albero è una gran rottura di coglioni. Non per niente è un compito riservato esclusivamente all’uomo. Oltretutto va fatto anche con una certa rapidità perché…«finché non hai messo le luci non possiamo iniziare ad appendere le decorazioni. Quindi vedi di darti una mossa». Noi cerchiamo di terminare il compito nel più breve tempo possibile, rischiando più volte di volare dalla scala e impiccarci con il filo delle luci, per poi scoprire che per i successivi quattro giorni non ci saranno accenni di decorazioni sull’abete. Ogni tanto il povero albero cede alla disperazione e inizia a produrre bacche rosse. Lo fanno in particolar modo quelli sintetici comprati a saldo nel negozio cinese sotto casa.

Le decorazioni dell’albero sono la massima espressione della creatività umana. Palline colorate, pupazzetti di ogni tipo, angioletti, animaletti vari e puntali storti. Il sacro e il provano che vanno a braccetto.

Mia madre per esempio mette nel punto focale dell’albero l’immagine di Padre Pio da giovane. E’ una foto che un giorno trovò sotto al mio letto.«Ved? È un segnale, significa che ti protegge», disse perentoria senza darmi modo di controbattere. Da allora ogni Natale tira fuori quella foto sbiadita del Santo di Pietralcina quando era ancora un ragazzo e la mette in bella mostra al centro dell’abete. Ogni tanto ci passa davanti, si fa il segno della croce e gli manda un bacio. Poi si volta verso di me e fa un cenno come a dire «Dai, fallo anche tu». La guardo allargando le braccia «dai mamma, il segno della croce non mi pare il caso», però, per accontentarla almeno in parte, mi metto a mani giunte e accenno un inchino veloce.

In realtà quella è una foto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara, con i capelli corti e senza sigaro. Non ho il coraggio di dirlo a mia madre e poi, tutto sommato, al centro dell’albero non ci sta neanche male.

L’albero più originale che abbia mai visto in vita mia lo fa il mio amico d’infanzia. E’ sempre identico a quello dell’anno precedente, ma proprio gemelli monozigoti. L’angioletto sul terzo ramo a destra, la palla rossa con la scritta “casinò di Sanremo” tre gradi a sud est, la renna che si gratta il culo con le corna va messa appena sotto al puntale. Una precisione maniacale che si tramanda di anno in anno. Il ripetersi infinito di una trama unica e inimitabile che si specchia costante in sé stessa. Tutto molto interessante, l’abete identico a quello precedente, se vogliamo è un po’ come metafora della vita. Il mio amico ne va fiero. Peccato che il primo albero che fece fosse addobbato veramente di merda.

“Olliuchenit” non ti temo.

Sono allergico all’aloe, alle uova di lompo, alle bacche di goji e a tutto il cibo esotico in generale, Questo per dire che amo le cose semplici, specialmente in cucina. Non piacciono esperimenti strani e soprattutto detesto esplorare sapori sconosciuti. Sì, lo so, che state passando in rassegna tutti i doppi sensi a sfondo sessuale noti al genere umano, ma io sto parlando semplicemente della mia idea culinaria. Scritto tutto attaccato.

Le mie convinzioni gastronomiche si rafforzano ogni volta che qualcuno mi trascina, spesso con l’inganno, in qualche locale dove si dilettano in ricette di cucina alternativa. La settimana scorsa, i miei colleghi di lavoro con uno stratagemma che non sto qui a spiegarvi, mi hanno fatto mettere piede per la prima volta in vita in un ristorante giapponese all you can eat. Che all’inizio ero convinto che “olliuchenit” fosse proprio il nome del ristorante. Per quelli come me cresciuti con il mito di “DanielSan, dai la cera togli la cera” in Giappone può succedere di tutto. Comunque i miei commensali hanno subito provveduto a spiegarmi con parole chiare e dirette il concetto di “all you can eat”: «France, non rompere i coglioni, la traduzione letterale è semplice: mangi quello che cazzo ti pare e paghi quindici euro». Già qui il primo dubbio mi ha assalito: la moneta giapponese è lo Yen, quindi non può essere una traduzione letterale. Comunque ho evitato di farlo notare altrimenti dicono che sono antipatico. Come quando qualcuno parla e io gli correggo i verbi. Quello mi guarda come se gli avessi rigato la macchina. Io ci rimango di merda ma vorrei dirgli quello che mi diceva mia madre ogni volta che mi tirava una ciabatta «Sappi che fa più male a me che a te».

Comunque il concetto è chiaro e io so già che assisterò dal vivo alla più alta rappresentazione dell’era preistorica che il genere umano sia in grado di mettere in scena. Ovvero: metti dieci persone intorno a un tavolo senza limiti sul menù e vedrai l’uomo di Neanderthal, in 3D e con il dolby surround, purtroppo. Di solito quando si va in questi posti esotici c’è sempre un membro della compagnia che ne sa più di tutti gli altri. E’ un abituè del locale, conosce per nome i camerieri e probabilmente con quello che ha speso lì dentro ha sistemato tutti i loro parenti e anche quelli del maestro Miyagi. Entriamo dentro, il personale ci accoglie con un inchino, il nostro compagno “esperto” prende subito in mano la situazione.

Ci accompagna al suo solito tavolo e dice al cameriere di portare i menù e il wasabi. Dopo trenta secondi arrivano due ciotole contenenti un impasto verde tipo i succhi gastrici che vomitava mia figlia quando mangiò il Didò e dieci volumi con il numero di pagine di “Guerra e pace”. Erano i menù. Mi astengo volentieri dall’assaggiare il wasabi e mi concentro sui piatti da ordinare. Sfoglio il libro sacro almeno una decina di volte alla fine azzardo e faccio la mia scelta: patatine fritte! (e vaffanculo al sushi, sashimi e Didò).

I miei compagni di merende iniziano a segnare su un foglio le loro ordinazioni ripetendomi continuamente «questo lo devi provare, è squisito». Uno di loro ordina addirittura i ravioli alla bolognese. Finalmente qualcuno che tiene alta la bandiera della cucina italiana.

Arrivano le pietanze. Il cameriere si presenta con un carrello delle stesse dimensioni del rimorchio di un cingolato Pirelli. Inizia a disporre tutto sul tavolo con un sorriso come a dire “mo’ so cazzi vostri”, in un perfetto dialetto di Hokkaido.

Improvvisamente il nostro banchetto viene sommerso da bocconi bizzarri e colorati, Tutti a base di riso, pesce e ingredienti misteriosi. Riso con salmone, riso e tonno, riso e alghe, risi e bisi, riso e chiwawa, riso sorriso e quanto mi viene da ridere. I mezzo a questo tripudio di ilarità spiccano i ravioli. Prendo coraggio e ne assaggio uno. In quel momento capisco che c’è un errore sul menù. Non sono tortellini “alla” bolognese ma “con” bolognese. Il ripieno è sicuramente fatto con i resti di un contadino della provincia di Modena. Uno di quelli scomparsi nel nulla che gli abitanti dei poderi vicini descrivono ancora come un tipo solitario e taciturno.

A metà del pasto iniziano a verificarsi fenomeni strani: i simpatici bocconcini di pesce non finiscono mai! Sembra il videogioco di Pac Man, più ne mangi più si ricreano. Mi viene il dubbio che il pesce non sia crudo ma vivo e appena ti distrai ne approfitta per accoppiarsi e riprodursi.

Anche le mie patatine fritte sembrano soffrire della stessa sindrome. Oltretutto sono fritte nell’olio Motul con centoventimila chilometri percorsi e l’antigelo Paraflu da cambiare.

Il pensiero “cazzomene, io le lascio nel piatto” inizia farsi strada nella mia testa e mi sento sollevato

Quando ormai anche l’ultimo commensale sta per cedere e perdere i sensi si manifesta nuovamente il cameriere che con i suoi occhietti a mandorla sfoggia stavolta un vero e proprio sorriso di rivincita personale esclamando:

«Signori avete finito?, posso iniziare a contare?».

Contare? cosa deve contare?

L’amico esperto con un master in “inculazioni giapponesi” emerge dal letargo e con un filo di voce bisbiglia:

«Quello che avanza ce lo fanno pagare a parte».

Cosa??? In quel preciso momento mi sento come Lucignolo nel paese dei balocchi quando capisce che si sta trasformando in asino. Anche gli altri membri del gruppo hanno uno scatto emotivo e realizzano che a occhio e croce sul tavolo c’è una cifra pari al pil della Nuova Zelanda. Inizia così una frenetica azione di occultamento delle prove. Qualcuno si mette il sashimi in bocca conservandolo all’interno delle gote, tipo criceto. Altri con un’azione da veri bastardi senza gloria iniziano a lanciare palline di riso stocazzoshimi sui tavoli vicini, ma la tecnica di nascondismo più usata in assoluto è quella di avvolgere tutto ciò che si trova nei piatti dentro a fazzoletti di carta e seppellirlo nelle tasche dei giubbotti.

Andiamo a pagare il conto con aria indifferente, vestiti come zampognari e con un cucciolo di tonno pinna gialla che si agita dentro la tasca destra della giacca.

Le successive dodici ore le passiamo seduti sulla tazza del cesso bestemmiando in giapponese e cercando su Facebook i parenti del contadino emiliano per avere la ricetta ufficiale dei ravioli.

Quindi vi prego, lasciatemi alle mie allergie esotiche e al mio cacciucco di pesce cotto bene. Lasciatemi al mio concetto di cucina culinaria, scritto anche separato.