Le ragazze degli anni novanta.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta,

che fumavano sotto le stelle con Dolores O’ Riordan che canta,

di frasi d’amore riempivano il diario,

Come una Alice qualunque che si innamora di Mario

E scriveva i “per sempre” sulla Smemoranda

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Poco più di vent’anni e il duemila alle porte,

ma il futuro è un bugiardo con le gambe un po’ corte,

poco più di vent’anni e qualche pena d’amore,

ma certe notti era bello aver mal di cuore,

con i sospiri intrecciati in fondo a una Panda,

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

In quel posto segreto, quello del primo bacio,

rimanevi in attesa come un gatto randagio,

poi arrivava improvvisa bella come un temporale

e ti sentivi un po’ dio quando guarda il suo mare.

era la risposta perfetta a ogni domanda.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Ne è passato di tempo e son cambiate le facce,

di Alice e di Mario si son perse le tracce.

Lei si è fatta ingannare da un amore bugiardo,

lui si trascina la vita e ha spento lo sguardo,

ma ogni tanto alla radio c’è Dolores che canta.

Non si sono mai arrese le ragazze degli anni novanta.

Alcune hanno un uomo a cui far promesse

altre hanno figli e diverse scommesse

spesso i sogni e la vita fan fatica a coincidere

ma loro fanno spallucce si ostinano a ridere

Hanno un lampo negli occhi che nessuno comanda.

Le riconosci tra mille, le ragazze degli anni novanta.

Adesso son donne con il basco e lo scudo,

soldatesse in tailluer con lo sguardo sicuro,

ma si accendono ancora quando si apre il sipario

e ripensano al posto, quello del primo bacio.

il cuore ha un sussulto e il respiro si incanta.

Sanno amare davvero, le ragazze degli anni novanta.

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Hasta l’abete addobbato siempre!

E’ tempo di addobbi, le città si vestono a festa, con luminarie e stelle comete per le vie. Luci ovunque, bianche, rosse, gialle, verdi e per i più bastardi, blu. Queste sono le peggiori, viste da lontano sembrano posti blocco. Le vedi, smadonni, capisci che è un terrazzo e non una volante, sospiri, ti penti, ma ormai anche per questo Santo Natale ti sei giocato la santità.

Ma il vero spirito natalizio si vive nelle case, tutti intorno all’albero.Ci sono regole universali e precise per realizzare un albero di Natale come dio comanda.

Per prima cosa c’è da risolvere il dilemma “albero finto o albero vero”. Qui l’umanità si divide, un po’ come accade fra i fanatici di Iphone o Samsung, Playstation o Xbox, Ronaldo o Messi. L’albero sintetico è senza anima, se fai l’albero vero uccidi una pianta. L’albero finto è tossico, l’albero vero non lo puoi riutilizzare e via così all’infinito. Scuole di pensiero che corrono su linee parallele e non si incontreranno mai. Come i Modà e la buona musica. Il mio albero è sintetico, non per motivi morali ma pratici. Se metto in casa un abete vero il cane ci piscia sopra almeno quattro volte al giorno. Problema risolto.

Una volta piazzato l’albero al centro della sala il protocollo prevede che vengano messe le luci. Mai e dico mai, mettere prima le palline. Questo è un assioma cartesiano: “se non metti prima le luci le uniche palline che rimarranno sull’albero saranno le tue”.

Prima però di mettere luci sull’albero c’è un’altra operazione fondamentale da svolgere: verificare se si accendono. Datemi retta, lasciate perdere l’ottimismo del “tanto funzionano”. Neanche per sogno. Funzionano solo se le provate prima. Se non lo fate e le mettete fiduciosi state pur certi che non si accenderanno mai. Lo so, l’anno prima le hai riposte nella scatola ancora calde di luce e dopo undici mesi non danno più segni di vita. E’ uno dei più intricati misteri cosmici. Il compianto Stephen Hawking preferì dedicare la sua vita allo studio dei buchi neri piuttosto che all’enigma delle lucine bianche. Per dire.

In media ogni famiglia ha tre gruppi di lucine da mettere sull’albero e in media, ogni anno, almeno uno dei tre non funziona. Poco male, direte voi, si ricomprano. Certo, il problema è trovarle dello stesso colore.

Fino a qualche anno fa erano di moda le normalissime luci ”bianco caldo”. Oggi è più facile trovare un panda gigante in superstrada. Sparite, ora sono tutte a led e di un bianco asettico. Roba che quando le metti sull’albero la sala da pranzo diventa una sala operatoria. Alla fine ti arrendi e ogni anno compri una scatola diversa. Il risultato è interessante. Il tuo albero di Natale sembra un casello autostradale con una fila di luci rosse, una verde e una gialla che si accende solo se ci passi sotto con il telepass.

L’allestimento delle luci è un’impresa titanica. Si intrecciano, se ne schiacci una smettono di funzionare tutte, le tue, quelle del tuo vicino e dei tuoi parenti fino al sesto grado. E’ impossibile dare una disposizione uniforme. Di solito la parte bassa dell’abete sembra la campagna modenese in una notte di nebbia fitta. Invece la parte la puoi guardare solo con gli occhiali da saldatore, come per l’eclissi solare. Dai, diciamocelo, mettere le luci sull’albero è una gran rottura di coglioni. Non per niente è un compito riservato esclusivamente all’uomo. Oltretutto va fatto anche con una certa rapidità perché…«finché non hai messo le luci non possiamo iniziare ad appendere le decorazioni. Quindi vedi di darti una mossa». Noi cerchiamo di terminare il compito nel più breve tempo possibile, rischiando più volte di volare dalla scala e impiccarci con il filo delle luci, per poi scoprire che per i successivi quattro giorni non ci saranno accenni di decorazioni sull’abete. Ogni tanto il povero albero cede alla disperazione e inizia a produrre bacche rosse. Lo fanno in particolar modo quelli sintetici comprati a saldo nel negozio cinese sotto casa.

Le decorazioni dell’albero sono la massima espressione della creatività umana. Palline colorate, pupazzetti di ogni tipo, angioletti, animaletti vari e puntali storti. Il sacro e il provano che vanno a braccetto.

Mia madre per esempio mette nel punto focale dell’albero l’immagine di Padre Pio da giovane. E’ una foto che un giorno trovò sotto al mio letto.«Ved? È un segnale, significa che ti protegge», disse perentoria senza darmi modo di controbattere. Da allora ogni Natale tira fuori quella foto sbiadita del Santo di Pietralcina quando era ancora un ragazzo e la mette in bella mostra al centro dell’abete. Ogni tanto ci passa davanti, si fa il segno della croce e gli manda un bacio. Poi si volta verso di me e fa un cenno come a dire «Dai, fallo anche tu». La guardo allargando le braccia «dai mamma, il segno della croce non mi pare il caso», però, per accontentarla almeno in parte, mi metto a mani giunte e accenno un inchino veloce.

In realtà quella è una foto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara, con i capelli corti e senza sigaro. Non ho il coraggio di dirlo a mia madre e poi, tutto sommato, al centro dell’albero non ci sta neanche male.

L’albero più originale che abbia mai visto in vita mia lo fa il mio amico d’infanzia. E’ sempre identico a quello dell’anno precedente, ma proprio gemelli monozigoti. L’angioletto sul terzo ramo a destra, la palla rossa con la scritta “casinò di Sanremo” tre gradi a sud est, la renna che si gratta il culo con le corna va messa appena sotto al puntale. Una precisione maniacale che si tramanda di anno in anno. Il ripetersi infinito di una trama unica e inimitabile che si specchia costante in sé stessa. Tutto molto interessante, l’abete identico a quello precedente, se vogliamo è un po’ come metafora della vita. Il mio amico ne va fiero. Peccato che il primo albero che fece fosse addobbato veramente di merda.

“Olliuchenit” non ti temo.

Sono allergico all’aloe, alle uova di lompo, alle bacche di goji e a tutto il cibo esotico in generale, Questo per dire che amo le cose semplici, specialmente in cucina. Non piacciono esperimenti strani e soprattutto detesto esplorare sapori sconosciuti. Sì, lo so, che state passando in rassegna tutti i doppi sensi a sfondo sessuale noti al genere umano, ma io sto parlando semplicemente della mia idea culinaria. Scritto tutto attaccato.

Le mie convinzioni gastronomiche si rafforzano ogni volta che qualcuno mi trascina, spesso con l’inganno, in qualche locale dove si dilettano in ricette di cucina alternativa. La settimana scorsa, i miei colleghi di lavoro con uno stratagemma che non sto qui a spiegarvi, mi hanno fatto mettere piede per la prima volta in vita in un ristorante giapponese all you can eat. Che all’inizio ero convinto che “olliuchenit” fosse proprio il nome del ristorante. Per quelli come me cresciuti con il mito di “DanielSan, dai la cera togli la cera” in Giappone può succedere di tutto. Comunque i miei commensali hanno subito provveduto a spiegarmi con parole chiare e dirette il concetto di “all you can eat”: «France, non rompere i coglioni, la traduzione letterale è semplice: mangi quello che cazzo ti pare e paghi quindici euro». Già qui il primo dubbio mi ha assalito: la moneta giapponese è lo Yen, quindi non può essere una traduzione letterale. Comunque ho evitato di farlo notare altrimenti dicono che sono antipatico. Come quando qualcuno parla e io gli correggo i verbi. Quello mi guarda come se gli avessi rigato la macchina. Io ci rimango di merda ma vorrei dirgli quello che mi diceva mia madre ogni volta che mi tirava una ciabatta «Sappi che fa più male a me che a te».

Comunque il concetto è chiaro e io so già che assisterò dal vivo alla più alta rappresentazione dell’era preistorica che il genere umano sia in grado di mettere in scena. Ovvero: metti dieci persone intorno a un tavolo senza limiti sul menù e vedrai l’uomo di Neanderthal, in 3D e con il dolby surround, purtroppo. Di solito quando si va in questi posti esotici c’è sempre un membro della compagnia che ne sa più di tutti gli altri. E’ un abituè del locale, conosce per nome i camerieri e probabilmente con quello che ha speso lì dentro ha sistemato tutti i loro parenti e anche quelli del maestro Miyagi. Entriamo dentro, il personale ci accoglie con un inchino, il nostro compagno “esperto” prende subito in mano la situazione.

Ci accompagna al suo solito tavolo e dice al cameriere di portare i menù e il wasabi. Dopo trenta secondi arrivano due ciotole contenenti un impasto verde tipo i succhi gastrici che vomitava mia figlia quando mangiò il Didò e dieci volumi con il numero di pagine di “Guerra e pace”. Erano i menù. Mi astengo volentieri dall’assaggiare il wasabi e mi concentro sui piatti da ordinare. Sfoglio il libro sacro almeno una decina di volte alla fine azzardo e faccio la mia scelta: patatine fritte! (e vaffanculo al sushi, sashimi e Didò).

I miei compagni di merende iniziano a segnare su un foglio le loro ordinazioni ripetendomi continuamente «questo lo devi provare, è squisito». Uno di loro ordina addirittura i ravioli alla bolognese. Finalmente qualcuno che tiene alta la bandiera della cucina italiana.

Arrivano le pietanze. Il cameriere si presenta con un carrello delle stesse dimensioni del rimorchio di un cingolato Pirelli. Inizia a disporre tutto sul tavolo con un sorriso come a dire “mo’ so cazzi vostri”, in un perfetto dialetto di Hokkaido.

Improvvisamente il nostro banchetto viene sommerso da bocconi bizzarri e colorati, Tutti a base di riso, pesce e ingredienti misteriosi. Riso con salmone, riso e tonno, riso e alghe, risi e bisi, riso e chiwawa, riso sorriso e quanto mi viene da ridere. I mezzo a questo tripudio di ilarità spiccano i ravioli. Prendo coraggio e ne assaggio uno. In quel momento capisco che c’è un errore sul menù. Non sono tortellini “alla” bolognese ma “con” bolognese. Il ripieno è sicuramente fatto con i resti di un contadino della provincia di Modena. Uno di quelli scomparsi nel nulla che gli abitanti dei poderi vicini descrivono ancora come un tipo solitario e taciturno.

A metà del pasto iniziano a verificarsi fenomeni strani: i simpatici bocconcini di pesce non finiscono mai! Sembra il videogioco di Pac Man, più ne mangi più si ricreano. Mi viene il dubbio che il pesce non sia crudo ma vivo e appena ti distrai ne approfitta per accoppiarsi e riprodursi.

Anche le mie patatine fritte sembrano soffrire della stessa sindrome. Oltretutto sono fritte nell’olio Motul con centoventimila chilometri percorsi e l’antigelo Paraflu da cambiare.

Il pensiero “cazzomene, io le lascio nel piatto” inizia farsi strada nella mia testa e mi sento sollevato

Quando ormai anche l’ultimo commensale sta per cedere e perdere i sensi si manifesta nuovamente il cameriere che con i suoi occhietti a mandorla sfoggia stavolta un vero e proprio sorriso di rivincita personale esclamando:

«Signori avete finito?, posso iniziare a contare?».

Contare? cosa deve contare?

L’amico esperto con un master in “inculazioni giapponesi” emerge dal letargo e con un filo di voce bisbiglia:

«Quello che avanza ce lo fanno pagare a parte».

Cosa??? In quel preciso momento mi sento come Lucignolo nel paese dei balocchi quando capisce che si sta trasformando in asino. Anche gli altri membri del gruppo hanno uno scatto emotivo e realizzano che a occhio e croce sul tavolo c’è una cifra pari al pil della Nuova Zelanda. Inizia così una frenetica azione di occultamento delle prove. Qualcuno si mette il sashimi in bocca conservandolo all’interno delle gote, tipo criceto. Altri con un’azione da veri bastardi senza gloria iniziano a lanciare palline di riso stocazzoshimi sui tavoli vicini, ma la tecnica di nascondismo più usata in assoluto è quella di avvolgere tutto ciò che si trova nei piatti dentro a fazzoletti di carta e seppellirlo nelle tasche dei giubbotti.

Andiamo a pagare il conto con aria indifferente, vestiti come zampognari e con un cucciolo di tonno pinna gialla che si agita dentro la tasca destra della giacca.

Le successive dodici ore le passiamo seduti sulla tazza del cesso bestemmiando in giapponese e cercando su Facebook i parenti del contadino emiliano per avere la ricetta ufficiale dei ravioli.

Quindi vi prego, lasciatemi alle mie allergie esotiche e al mio cacciucco di pesce cotto bene. Lasciatemi al mio concetto di cucina culinaria, scritto anche separato.

La gente che sta bene.

(Mamma, se stai per leggere questa cosa rilassati, non è autobiografica).

Finalmente ho molto tempo libero, è un desiderio che ho espresso tante volte e ora qualcuno mi ha ascoltato. A quarantanove anni ho perso il lavoro. Un calcio nel culo e via, Come diceva Oscar Wilde “ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non puoi avere. La seconda è ottenerla”.

«Ci dispiace ma questo ramo dell’azienda verrà chiuso», mi hanno detto, «ma non si preoccupi, alla prima occasione la richiamiamo. E poi, un uomo con le sue capacità non avrà problemi a trovare un altro impiego». C’è solo un piccolissimo particolare: un uomo con le mie capacità, quando si ritrova disoccupato perde immediatamente il grado di “uomo”.

Ma chi se ne frega, vediamo il lato positivo. Posso fare ciò che voglio. Conoscere un sacco di gente nuova, ogni giorno, almeno una decina di facce sconosciute che mi fanno sempre le stesse domande. Mi squadrano da dietro la scrivania. Con la loro giacca di un blu rassicurante, segnano le mie risposte su un foglio impegnandosi a celare, con pessimi risultati, un sorriso inopportuno quando dico la mia età. Molti mi congedano con la frase «le sue conoscenze sarebbero sprecate per la nostra azienda, si merita qualcosa di meglio». Mi ricordano quei fidanzati che si separano e uno dice all’altro «ti lascio perché ti meriti di meglio». Che cazzo di frase è? Fatti i cazzi tuoi, io voglio una storia di merda. Voglio un lavoro di merda.

Dicono «ti aiuterà la famiglia», certo, come no. Mia moglie mi ha lasciato quattro anni fa, perché mi “meritavo qualcosa di meglio”. Lei invece si è sacrificata per me e adesso convive con un direttore di banca. E’ sempre stata una donna altruista e si vocifera che sia anche in odore di santità.

M dai, non mi lamento, mi restano gli amici, quelli veri. Loro ci sono sempre, è bello passare del tempo insieme. Sì insomma, quei tredici secondi. Il tempo necessario per incrociare il mio sguardo e cambiare strada. D’altronde sono “la gggente che sta bbbene”, si sono salvati dal cataclisma e adesso si sentono tutti un po’ più Flavio Briatore. Come lui si tengono alla larga da certe persone perché potrebbero attaccare la povertà. Fosse per loro girerebbero con una mascherina sulla bocca come i cinesi, magari brandizzatata Dolce e Gabbana. Alcuni vecchi amici mi guardano con disprezzo, altri con compassione. Potendo scegliere preferisco la prima. E’ molto meno umiliante, credetemi.

Ma non importa, sono riuscito comunque a farmene di nuovi, di amici intendo. Ho scoperto per esempio che alcuni dei pensionati che vengono a vedere il cantiere della nuova metropolitana hanno un cuore grande così. Si chiama cardiomegalia e si può curare con una sana alimentazione. Altri invece di grande hanno la prostata e quella è come le corna: te le tieni così e basta.

La mia condizione ha un altro lato positivo, molto positivo direi. Ogni notte posso dormire in un posto diverso. Tanto che insieme a un mio socio clochard stiamo progettando un’applicazione: BarboniAdvisor. Rileva la tua posizione e ti dice in tempo reale se ci sono sottoponti, panchine attrezzate, portici e androni accoglienti intorno a te. Se scarichi la versione a pagamento hai diritto anche a un chilo di cartone quattro metri per due.

In tutto questo tempo da portatore sano di disoccupazione ho capito che il lavoro è l’unità di misura della tua dignità. (e su questa, caro Oscar Wilde, scansati proprio). Se consegni bevande a domicilio puoi salvare la vita al Papa, ma rimarrai sempre “l’omino dell’acqua”. Non c’è un cazzo da fare.

Ma ormai non ho più di questi problemi, vivo la mia disoccupazione con serenità, come quelli della pubblicità del Tena Lady. Ecco, ci vorrebbe un assorbente per noi poveri, perché siamo fra voi, ci trovate sugli autobus, nei sottoscala della metro o fuori da qualche supermercato. Ogni tanto sorridiamo, almeno un paio di volte al giorno beviamo, cerchiamo di limitarci ma due o tre volte a settimana cediamo alla tentazione e mangiamo qualcosa. Facciamo di tutto per trattenerci ma spesso ci scappa pure di respirare. Quindi, datemi ascolto, voi che state bene, datevi una mossa e iniziate a distribuire al più presto il Tena Povery. Perché ce la mettiamo tutta, ma iniziamo a puzzare troppo di umanità. E questa sì che è una piaga sociale.

Tutta colpa di Foppa Pedretti.

Ci sono domande che attanagliano il genere umano fin dalla notte dei tempi:

«è nato prima l’uovo o la gallina?»,

«come si è formato l’universo?»,

«la Juve quest’anno vincerà la Champions?».

Ma la regina di tutte le questioni irrisolte che ci perseguita dai tempi di Neanderthal è:

«perché un uomo deve accompagnare la sua fidanzata/moglie/compagna in giro per negozi?».

Voglio dire, apparentemente non c’è uno straccio di motivo valido.

È giusto annotare che il comportamento del maschio alfa che si trova nella situazione di accompagnatore cambia radicalmente con il prolungarsi della relazione amorosa.

Di solito c’è un rapporto direttamente proporzionale tra i due fattori: più la relazione è lunga, più lui si rompe i coglioni fuori dal negozio.

Questo ineluttabile assioma cartesiano è facilmente individuabile mettendosi seduti su una panchina della via principale di una qualsiasi città e osservare. Tra l’altro, Cartesio non si è mai sposato. Per dire.

Nelle coppie appena formate, quelle che sono nel pieno dell’esaltazione amorosa, per intenderci, il soggetto maschile è fiero ed entusiasta di accompagnare la sua metà della mela in un qualsiasi negozio. Indipendente che al suo interno ci siano prodotti cosmetici o cure omeopatiche per le ragadi anali del volpino di pomerania, Il paladino dell’amor cortese avrà un sorriso a tremila denti e pronuncerà frasi del tipo:

«certo passerottino, scegliamo insieme il mascara, sarò onorato anche di darti il mio parere sulla tonalità dello smalto che più ti si addice». Poi però, gentili donzelle, non vi lamentate se il vostro cavalier servente inizierà a farsi le sopracciglia ad ali di gabbiano.

Dopo circa due anni dall’inizio della sfavillante storia d’amore l’accompagnatore baldanzoso ed entusiasta si trasforma in un “servo muto”. Avete presente quella specie di appendiabiti che si trova nelle camere da letto? No, non ha i pedali, quella è la cyclette.

L’uomo all’alba della biennale della relazione sembra l’albero delle idee di Foppa Pedretti. Tiene appese alle braccia buste di ogni sorta, la borsa della compagna tenuta a tracolla e prega il cielo di non avere un’erezione per non fornire altri appigli.

Lei deve avere le mani libere per esaminare la mercanzia, lui la testa occupata per non coniare nuove bestemmie.

Dal quinto al settimo anno di relazione l’accompagnatore assume le sembianze di pastore maremmano. Aspetta fuori facendo la guardia al malloppo, perché entrare in un negozio con merce comprata altrove “pare brutto”.

Lo scodinzolante guardiano rimane immobile in un angolo, all’ombra se è fortunato, altrimenti a schiumare Sali minerali sotto il sole a picco. Lei nel frattempo entra a dare un’occhiatina.

In realtà l’ingresso del negozio è uno stargate.

Una volta varcata la soglia il tempo non segue più un percorso lineare. Lei gira fra le corsie in quell’atmosfera ovattata di pizzi e merletti e musiche di Radio Subasio. I minuti vengono percepiti come battiti di ciglia e raggiunge l’uscita convinta di aver girato l’intero negozio in uno schiocco di dita. Per lui che invece aspetta fuori, l’attesa sembra infinita. Il suo tempo segue quello della sua natura di canide e un’ora ne vale sette. Il povero animale da compagnia può trascorrere le vacanze estive aspettando il ritorno della sua dama. Alla fine dell’attesa lo ritrovano immerso in un lago di sudore come le mozzarelle Santa Lucia.

Dal settimo al decimo anno le soste nei negozi diventano, per l’incolpevole convivente, come le stazioni della Via Crucis. Di solito infatti il pover’uomo cade tre volte sotto il peso del fardello che trasporta. Nessuno lo deve aiutare ad alzarsi altrimenti verrà squalificato come Dorando Pietri alle olimpiadi del 1908. Non può bere né mangiare e se per caso si azzarda a pronunciare con un filo di voce frasi del tipo «cara, ti voglio un bene dell’anima ma mi sarei leggermente rotto i coglioni», sarà immediatamente additato come eretico e fustigato in pubblica piazza.

Dopo i dieci anni di relazione l’uomo busta sapiens inizia a prendere coscienza di sé.

Familiarizza con altri individui della stessa specie, scambiandosi opinioni e battute sui vari culi femminili che solcano l’orizzonte. Molto spesso organizzano tornei di calcetto lungo la via principale, usando le buste della Benetton come pali delle porte e la lampada “luna piena” della Maison du monde come pallone.

Alla luce di queste considerazioni, il primo pensiero che nasce spontaneo è:

«ma chi ce lo fa fare?».

In effetti, noi portatori seriali di buste, progettiamo rivolte, inneggiamo alla lotta di classe e formiamo gruppi sovversivi su whatsapp per combattere lo sfruttamento a colpi di meme.

Ma alla fine desistiamo dal procurar battaglia e rimaniamo nella nostra condizione passività. Però non ci sottovalutate, la nostra non è mancanza di coraggio.

La verità è che evitiamo lo scontro perché loro, l’altra metà del cielo, hanno una cosa che noi voglia tantissimo e no, non è il telecomando di Sky.

Il Labyrintho adolescenziale.

La mia generazione è sopravvissuta alla moto senza casco, alla Panda senza airbag, al telefono grigio della Sip. Abbiamo assistito impotenti alla fine di Dallas e Happy Days, siamo usciti indenni dalle canzoni di Nino D’Angelo e dalle tette di Samantha Fox, magari con qualche diottria in meno, ma comunque salvi. “Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin” , diceva Jennifer Connelly in Labyrinth, ma tutte queste imprese eroiche sono niente in confronto alla prova estrema di relazionarsi con una figlia adolescente.

Capita all’improvviso, la sera le dai il bacio della buonanotte, guardi quel fagottino di ottanta centimetri, le rimbocchi le coperte e la lasci nella sua cameretta rosa confetto in compagnia di Winnie the Pooh e il lampadario di Peppa Pig. La vai a svegliare la mattina e trovi una tizia di un metro e quaranta con lo smalto nero, la stanza è tappezzata con i poster di Fedez, sul comodino il libro di uno youtuber di sedici anni dal titolo “La biografia di un uomo di successo”, Winnie the Pooh è impiccato al soffitto con il cavo del lampadario. In pratica hai dato la buonanotte a Biancaneve e il buongiorno alla sorella di Lady Gaga. Nel dubbio inizi a girare per casa con l’indice della mano destra sovrapposto a quello della sinistra a formare un crocifisso mentre reciti il Padrenostro stringendo un rosario mariano.

Da questo momento dovrai ripartire da zero, tutto ciò che avevi imparato sulla gestione di una figlia è stato spazzato via, proverai la stessa sensazione di smarrimento di quando il Furby cambiava personalità senza un motivo apparente.

Nessuno ti prepara a questo cambiamento repentino, voglio dire, fanno il libretto di istruzione per le televisioni in hd, assolutamente inutile peraltro, anche un bambino saprebbe installarlo, ci sono manuali per il montaggio della scrivania Ikea, anch’essi inutili, neanche un ingegnere astrofisico non riuscirebbe ad utilizzare tutte le viti. Ecco, quando diventi genitore l’ostetrica dovrebbe consegnarti il neonato con le istruzioni.

Se la situazione non fosse già abbastanza complicata ci pensano i social e i programmi tv a renderla drammatica. Il vero carico da undici nella relazione padre – Furby ehm figlia, ce lo mettono i talent musicali. Amici e X Factor su tutti. Ogni anno queste fucine del superfluo ci inondano con folletti saltellanti che si atteggiano a rockstar navigate. Ma non si limitano solo a cantare, essendo “bastardi inside” questi istrionici saltimbanchi fanno di tutto: creano capi d’abbigliamento, oggetti di design, scrivono libri, disegnano quadri improbabili. Ma soprattutto… organizzano i “Firmacopie”.

Per chi non lo sapesse il Firmacopie consiste nello stare in fila all’addiaccio per 48 chilometri per incontrare il “fenomeno” del momento con lo scopo di farsi autografare il suo cd, o libro (ahahah, libro, ahahahah), o qualunque altra cosa abbia creato la mente contorta del suo manager. Durata della fila 28 giorni, durata dell’incontro 13 secondi netti compresi i preliminari.

Il galateo adolescenziale prevede che tu debba stare con il sangue del tuo sangue per tutta la durata della fila, senza sbuffare, senza lamentarti e tenendo in spalla il suo zaino contenente probabilmente un tombino di ghisa a giudicare dal peso. State insieme fino all’ingresso, quando è il vostro turno la tua dolce bambina ti guarda come Ozzy Osburne farebbe con un pipistrello e sentenzia un «Te aspettami all’uscita».

In che senso??? Ho praticamente due ferri da stiro nelle scarpe, una scoliosi deformate e ora non posso entrare? Eh no cazzo, io entro e mi faccio autografare il tombino di ghisa con la fiamma ossidrica

Invece non entri e ti avvicini al recinto dei genitori in attesa. Lo riconosci subito, è uno spazio poco transennato all’interno del quale ci sono esemplari di quarantenni che fumano tenendo in mano lo smartphone, alcuni provano a socializzare fra di loro, altri si scambiano consigli su come domare le paturnie dei propri figli in tempesta ormonale. I più attrezzati si portano dietro anche la frusta e lo sgabello per dare dimostrazioni pratiche. I passanti li guardano compassionevoli, poi scattano foto e le mettono su Instagram con l’hastag #stopanimalialcirco.

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato il profilo Facebook o Instagram dei propri figli. Lo facciamo tutti, ci raccontiamo che è nostro dovere controllarli e metterli in guardia dai pericoli, sì, nobili intenzioni, in realtà siamo curiosi come le scimmie e cerchiamo di scoprire qualche “altarino”. Insomma, siamo un po’ giudiziosi e un po’ merde. Forse più merde.

Comunque si fanno scoperte clamorose leggendo i profili social degli adolescenti. Una su tutte: conoscono benissimo l’inglese. Alla loro età noi volevamo la cittadinanza anglosassone se riuscivamo a scrivere correttamente “The cat is on the table”. Loro postano foto con didascalie in un inglese perfetto, comunicano fra di loro in questa lingua universale mentre noi siamo ancora lì a chiederci quando entrerà in vigore l’esperanto.

Ma se li guardiamo bene un po’ ci somigliano, ci criticano, come facevamo noi con i loro nonni e citano strofe dei loro cantanti preferiti, proprio come noi.

Anche i loro gusti cinematografici ricordano un po’ i nostri, parlano con le frasi delle loro pellicole preferite, ieri per esempio mia figlia ha chiuso un nostro dialogo con «… tu non hai alcun potere su di me»- Anche a lei piace Labyrinth,, che tenera eh, la mia bambina, eh?

“Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, io ho superato la strada per il castello oltre la città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte quanto la tua e il mio regno altrettanto grande… tu non hai alcun potere su di me.” (dal film Labyrinth – Dove tutto è possibile).

 

La besciamella divina.

Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, con mamma, nonna e zia. Figlio unico e nipote unico, mio padre si manifestava all’ora di cena e non seguiva le dinamiche famigliari. Lui lavorava.

Tutta questa frequentazione femminile mi ha portato a carpire i segreti più nascosti della tradizione culinaria. In pratica quando entravo in cucina nei giorni di festa era come entrare in massoneria.

La ricetta che più ha segnato la mia infanzia è quella della besciamella. Non tanto per gli ingredienti ma per la preparazione del prodigioso impasto. Era un rito esoterico, chi riusciva a farlo entrava di diritto nell’albo degli alchimisti del ventunesimo secolo.

Mia nonna era la gran visir, la mamma e la zia le sue fedeli adepte. Il rituale era pressappoco questo.

Prendi un pentolone, lo fai scaldare a fuoco lento, ci butti dentro una adeguata quantità di latte. farina, sale e noce moscata. Il burro no che faceva grasso e basta e comunque per dolce c’era il mascarpone, quindi andava bene così.

Una volta preparata la pozione arrivava la fase più delicata, mescolare gli ingredienti. C’erano regole ben precise, se sbagliavi qualcosa la besciamella “impazziva” e la nonna si incazzava come una cavalletta. (impazziva, dal greco “or’a son’o ca’zzi” = faceva i grumi).

In questa situazione di terrorismo psicologico era fondamentale scegliere la persona giusta addetta al mescolamento.

Innanzi tutto doveva essere una donna, fin qui niente di particolare.

Non doveva avere il ciclo. O meglio, non doveva averlo lei, ma neanche le sue parenti fino al terzo grado. Qui iniziava un giro di telefonate alle cugine, alle zie lontane, alle sorelle delle cugine perché non si sa mai. Roba del tipo «Pronto, scusa se ti disturbo, quando ti sono venute l’ultima volta? Ah, ok, ma sei regolare? Mi leggi i valori delle ultime analisi?». Ci sono massaie che hanno preso una laurea in ginecologia prima di poter fare la besciamella. Ma non era finita qui, se qualcuna delle assistenti aveva il ciclo non poteva per nessun motivo avvicinarsi e tantomeno toccare la persona addetta al mescolamento, pena sfilata per le vie del centro con la lettera scarlatta C di “ciclo”.

Seconda regola fondamentale: l’impasto andava girato solo e soltanto con la mano destra. La sinistra era quella del diavolo, i mancini erano figli del demonio e infatti facevano delle besciamelle di merda. Se vi sposate con una donna mancina fatele cucinare il cinghiale, l’abbacchio, il pesce siluro, il gatto Silvestro, qualunque cosa ma mai le lasagne. E soprattutto se notate che inizia a parlare azteco rivolgetevi a un esorcista. Questa cosa di mescolare solo con il braccio destro ha portato le massaie ad avere un bicipite tipo Silvester Stallone in “Over the top”.

Terza regola: girare il mestolo in senso orario. Se lo giri nell’altro senso dai uno schiaffo alla Madonna. A questo punto io me ne uscivo sempre con la stessa affermazione «Nonna, dipende da dove si è seduta la Madonna, se sta a sinistra il ceffone lo becca ugualmente, no?» La nonna mi guardava come se mi fossi pulito le scarpe sulla tovaglia di lino, si faceva il segno della croce alzando lo sguardo verso il soffitto e parlando sottovoce direttamente con l’Interessata, poi si rivolgeva a me dicendo «Se continui così vedrai cosa ti succede». Io la sera andavo a dormire con il terrore che mi venisse il ciclo.

Quarta regola: la “mescolatrice” non doveva togliere lo sguardo dalla pozione. Poteva sbattere le palpebre, ma non più di una volta al minuto. Non di rado venivano chiamati i cronometristi della federazione internazionale di atletica per prendere i tempi. Come scattava il sessantesimo secondo nella stanza rimbombava un «Sbatti!». L’addetta alla mescolanza doveva essere indifferente a qualsiasi distrazione, al telefono che squillava, alle richieste di soccorso e alle corna di Ridge durante la centoventisettemilionesima puntata di Beautiful. Di solito la mescolatrice veniva isolata tramite l’inserimento della testa dentro un casco da parrucchiera impostato sulla modalità di rumore “Reattore nella valle dell’eco”.

Quinta ma più importante regola. La regola regina: se sei arrabbiata la besciamella “impazzisce”. Vale anche se inizi calma e ti incazzi mentre mescoli. Quindi l’ordine era di parlare sottovoce, niente movimenti bruschi e se non potevi fare a meno di parlare alla mescolatrice dovevi prima fare un’ora di meditazione zen e poi rivolgerti a lei con «Cara perdona la mia invadenza… » Era consigliabile farlo con un sorriso devoto, a mani giunte e possibilmente essere in odore di santità.

Se tutto andava bene la mescolatrice veniva portata in trionfo per tutto il quartiere, con caroselli e cori da stadio tipo “Siam venuti fin qui, siam venuti fin qui, per mangiare lasagne così”.

Adesso le cose sono cambiate, le famiglie sono meno numerose, c’è il padre che lavora, la madre che lavora e i figli che non si riesce a capire se siano destri o mancini perché usano lo smartphone con entrambe le mani. Ma non dobbiamo disperare, oggi esiste la “mescolatrice” perfetta. Non ha il ciclo, mai, non è mancina, gira l’impasto in senso orario, non si distrae per nessun motivo al mondo e non si incazza neanche se lasci la tavoletta del water alzata. Costa più di mille euro e si chiama Bymby.

Fa un impasto strepitoso, niente da dire, ma io continuo a sognare le donne della mia famiglia e la loro besciamella della Madonna.

Pane, mozzarella, yogurt e maledetto ultimo quindici.

Per noi ragazzi degli anni ’80 una delle soddisfazioni più grandi era riuscire a risolvere “il gioco dei quindici”. Per quelli cresciuti a Playstation e YouPorn (che quindi non lo sanno), il mitico “quindici” consisteva in un rompicapo: una tabellina di forma quadrata all’interno della quale c’erano 15 tessere numerate da spostare e mettere in ordine da 1 a 15, per l’appunto. Ok, detto così sembra una cazzata, ma vi assicuro che c’erano persone che organizzavano caroselli in piazza e fuochi d’artificio ogni volta che riuscivano a risolvere il diabolico giochino.

Era tutta una questione di logica e mosse giuste. Arrivavi all’ultima tessera e ti ritrovavi il 15 al posto del 14, ma era quasi fatta. Spostavi il 12, facevi posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… partiva il trittico magico:  “vaffanculo”- cazzotto sul tavolo – giochino di merda rinviato di piede a 90 metri. Stile Dino Zoff.

Non c’era niente da fare, arrivavi ad un passo dal traguardo, sbagliavi una mossa e ti si incasinava tutto. Un po’ come nella vita.

Ecco, dovessi fare un paragone con i tempi moderni, direi, senza ombra di dubbio che “il gioco dei quindici” è come fare la spesa al supermercato con il Salvatempo. Qualcosa di apparentemente innocuo, innocente e rassicurante, praticamente Maculay Culkin in “L’innocenza del diavolo”. Vediamo nel dettaglio il dramma umano che può abbattersi su un uomo medio italico alle prese con questo strumento del Maligno.

Il preludio alla tragedia inizia con toni soft, come in tutti i film horror che si rispettino.

Sono le undici di una domenica mattina, c’è il marito sul divano, la televisione sintonizzata sull’oroscopo di Paolo Fox di bianco vestito che pronostica, con una certa soddisfazione, una settimana di merda per i segni d’aria, per quelli doppi in particolare, per i gemelli nello specifico. Ma non per tutti i gemelli, solo per quelli seduti sul divano alle undici di mattina. La moglie è in cucina, cioè, la moglie del tizio sul divano è in cucina, quella di Paolo Fox invece starà sicuramente riposando perché fa un lavoro particolare, che la tiene fuori la notte. No, non è l’astronoma. Torniamo a noi, l’atmosfera pre-prandiale della piccola famiglia viene bruscamente interrotta da una frase proveniente dalla cucina e che per il marito “divanato” ha lo stesso effetto che ha il fischietto ad ultrasuoni sui i cani. Che non capiscono bene da dove arrivi, ma sanno che seguirà una rottura di palle. La frase in questione è «Se per caso esci mi servirebbe…». Il finale non importa, ormai l’uccello padulo ha già spiccato il volo e si sta inesorabilmente avvicinando. L’uomo perde conoscenza per ventidue secondi e quando torna in sé capta soltanto «… tanto fai presto perché c’è il salvatempo». In altre parole, il povero martire dovrà andare al supermercato sotto casa a fare la spesa. Oddio, “la spesa”è una parola grossa, deve comprare pane, mozzarella e yogurt. Non necessariamente in quest’ordine.

Pane, mozzarella, yogurt. Pane-mozzarella-yogurt. Panemozzarellayogurt. Ce la può fare. Per sicurezza però si scrive il biglietto con la lista. Anzi, lo fa scrivere alla moglie. Perché in questo caso il biglietto non serve a ricordare i prodotti da comprare (#panemozzarellayogurt) ma sarà usato come prova regina a favore dell’imputato durante il processo protocollato come “ti sei dimenticato lo zucchero”. Eh no signor giudice, il foglietto parla chiaro “panemozzarellayogurt”, le altre parole indecifrabili sono imprecazioni scritte da me durante il tragitto casa-banco frigo, che comunque sono completamente estranee a questo dibattimento. Quindi, cari amici uomini, mai, e dico MAI, buttare la lista della spesa nell’immondizia. Va conservata vent’anni, come i pagamenti del 7 e 40.

Quando state per uscire la vostra compagna di vita vi ricorderà di prendere il telefono, voi non sapete il motivo, ma lei sì. Bene, siete pronti. Panemozzarellayogurt non ti temo.

Il nostro eroe giunge all’ingresso del supermercato. L’entrata è luminosa e accogliente, le porte si aprono automaticamente e una brezza di lavanda e rosmarino lo spinge a varcare la soglia.

È iniziato “il gioco dei quindici” e i primi quattro numeri sono andati via lisci. Grazie al cazzo, sei appena entrato.

La prima vera difficoltà consiste nel prelievo della pistola Salvatempo. Il problema è che ce ne sono centinaia, una parete intera di pistole da fare invidia al poligono di tiro di Pontedera Il nostro impavido ne prende una a caso. Bloccata. Prova con un’altra. Bloccata. Legge le istruzioni sul pannello, passa la tessera del supermercato sotto la banda luminosa e… non succede niente. Riprova, una pistola si accende, ok, il caricatore è pieno. Che guerra sia..

Inizia a scivolare con la schiena lungo le pareti dei surgelati, fa capolino per controllare il campo, poi impugna la sua arma con entrambe le mani e la punta verso il pensionato al banco dell’insalata gridando «Crepa fottuto vietcong!».

Il nostro cowboy continua a ripassare mentalmente la lista “panemozzarellayougurt”, rilegge il biglietto, perché non si sa mai. “Pane, porcatroia, mozzarella, merda, che coglioni, yogurt, Paolo Fox untore”.

Prende il numeretto per il banco del pane.

«Mezzo chilo di pane», chiede alla commessa che lo guarda con compassione.

«Pane come? Casalingo, rosetta? Baguette?», risponde la stronzetta con occhi beffardi. Ma che ne so, pane, maremma maiala, pane e basta. Pensa lui digrignando i denti.

«Casalingo… », risponde infine con la voce rotta da un brivido di terrore.

«Sì, ma casalingo chiaro o casalingo scuro?», rilancia la bastarda.

«Ma lei lavora insieme alla moglie di Paolo Fox?», chiede lui facendo scrocchiare le nocche delle mani.

«Come dice?».

«Ho detto, casalingo chiaro, per favore. Però me lo deve lanciare gridando “pool” così lo prendo al volo con il Salvatempo».

Ok, sistemati anche i numeri da 4 a 8. Il nostro giochino procede.

Panemozzarellayogurt.

E’ la volta della mozzarella. Lì, il nostro tiratore scelto, si ricorda le parole di sua madre quando lo mandava a prendere il latte e lui usciva con il terrore di incontrare Gianni Morandi. «Prendi quello dietro che scade più tardi». Probabilmente lo stesso principio si può applicare anche alle mozzarelle.

Panemozzarellayogurt.

Ecco, il nostro condottiero è arrivato alla scelta dello yogurt. Ma quanti tipi ne fanno? Ai frutti di bosco, a tutti i tipi di frutta di tutto il Fantacazzobosco, vegetali, senza latte, col bifidus, leggero, alto, basso, grasso, snello, brutto, bello, Riccardo, Riccardo (che quello fa i corredi ma mi sta sui coglioni come il bifidus). Yogurt! Sant’iddio, che ci vuole? Prendi un barattolo bianco, un pennarello indelebile e ci scrivi sopra “Yogurt”, con lo slogan “C’è questo, se non ti piace vaffanculo”.

Panemozzarellayogurt.

La lista della spesa è finita! Sistemati i numeri da 9 a 12! Ormai ci siamo.

Il nostro beniamino si avvicina alla cassa quando improvvisamente… gli squilla il telefono.

«Ciao, sei ancora lì?, perché mi servirebbe il lievito di birra». Lei lo sapeva che ti sarebbe servito il telefono, ricordi?

«No, mi dispiace, sono appena uscito, ma se vuoi torno dentro, rifaccio tutta la fila, c’è tantissima gente, forse qualcuno non sopravviverà, ma se ti serve torno dentro».

Il lievito di birra non ha la più pallida idea di cosa sia e poi il nostro paladino è astemio e la birra proprio gli fa schifo.

Ok, dopo lo scampato pericolo non rimane che andare alla cassa e pagare. Il 13, 14 e 15 e il rompicapo sarà risolto.

Ma chi decide di schierarsi dalla parte del crimine brandendo la pistola del Salvatempo deve essere emarginato. Non ha diritto a interagire con una cassiera in carne e ossa, è obbligato a usare il suo ultimo proiettile sparando contro un monitor cercando di colpire il bersaglio con la scritta “Concludi la spesa”. E non ci pensare neanche a fallire il colpo. Non esiste una seconda chance. Il nostro novello Capitan Futuro chiude l’occhio sinistro, mano sul grilletto, fiato sospeso, un condor vola alto nel cielo. Bang! Bersaglio centrato. Colpito e affondato.

Ma qualcosa va storto. Il monitor inizia a diventare rosso e lampeggiare, una sorta di allarme atomico che destabilizza tutti i presenti. Il nostro Actarus di Ufo Robot si sente al centro dell’attenzione come quando da bambino fece la pipì nella vasca della piscina e l’acqua si colorò di un verde acceso. Ma quella era semplice ammoniaca a contatto con un reagente qui si tratta di… RILETTURA!!!

E’ qualcosa di umiliante, la rilettura, come se ti dicessero «hai la faccia di chi ha tre omicidi sulla coscienza. Meglio controllare», non ispiri fiducia. E allora il nostro Terminator inizia davvero a sudare freddo, gli passa tutta la vita davanti, inizia a ripercorrere a ritroso ogni singola mossa dal momento in cui ha messo piede in quel maledetto supermercato. «Ci sarà caricato anche il pensionato? Ho sparato al culo della commessa, se ne accorgeranno?».

Il controllo va buon fine, nessun reato evidente riscontrato. Ora il nostro Power Ranger può uscire.

Il 9 va al suo posto, il 10 e 11 lo seguono, il 12, il 13, solo il solito 15 al posto del 14.

Già, l’uscita. Il nostro maschio alfa arriva al cancelletto automatico ma… non si apre! Il primo istinto è scavalcarlo ma il direttore del supermercato lo sta guardando con un’espressione che dice «se ti azzardi a farlo ti mando a schiacciare i ricci col culo». E’ in confusione, chiede l’aiuto del pubblico ma quelli alzano il dito medio, non rimane che la telefonata a casa. Senti che il telefono sta squillando, dall’altra parte una voce amica non dice neanche “pronto”, ma esordisce con  «devi mettere il codice a barre dello scontrino sotto il lettore. Lo sapevo che non ero uscito, ti aspetto a casa, dobbiamo parlare».

Finalmente hai il via libera, ma non puoi prendere la porta a sinistra perché è riservata all’ingresso, quella centrale è volutamente occultata da due piante di baobab, alla tua destra ci sono le frecce con scritto “Partenza” tipo Il gioco dell’oca. Ho visto gente che per uscire dai supermercati è salita sul tetto dello stabile chiedendo un elicottero e una Alfa Sud con 120 mila euro nel bagagliaio in banconote di piccolo taglio. La fuga non è mai andata a buon fine perché dove cazzo la trovi una Alfa Sud di questi tempi?

Incredibilmente il nostro Ranatan arriva a casa ma il pane casalingo doveva essere di quello scuro, la mozzarella è scaduta da tredici minuti, perciò quando l’hai presa era ancora buona, è scaduta a te! E lo yogurt doveva essere quello da bere e non in vasetto.

E allora al nostro Medioman non rimane altro da fare se non spostare il 12, far posto al 9, su il 14, giù il 10 e poi… “vaffanculo”-  cazzotto sul tavolo – rinviare lontano il giochino di merda. Stile Dino Zoff.

Il sabato viene sempre prima della domenica.

I giorni della settimana vanno via lisci. Sveglia alle sei, quaranta minuti per passare dalla tazza della colazione a quella del cesso, un’ora per arrivare sul posto di lavoro, rientro a casa per cena. Un saluto a mia figlia, che nel frattempo è cresciuta di due millimetri e mezzo, uno a mia moglie, che non è cresciuta in altezza ma in luminosità e l’ultimo saluto al cane, secondo componente di sesso maschile della famiglia, adottato con il chiaro scopo, mio, di pareggiare i conti e non essere più in minoranza. Dopo due mesi il tenero cucciolino aveva già capito come girava il mondo e mi ha trascinato dal veterinario sotto casa per farsi castrare.

Tutto questo si ripete in loop e mi sembra di essere Drew Barrymore in Cinquanta volte il primo bacio se non fosse che lei ha le tette. No, quelle le ho anch’io. Se non fosse che lei non ha la barb… no, neanche. Se non fosse che lei ha i capelli. Ecco.

Sembra tutto abbastanza ripetitivo ma poi arriva il sabato. E lì le sicure abitudini vengono sbaragliate. Il sabato mattina mia figlia va a scuola ma io non lavoro, quindi posso dormire di più. Cioè, potrei. Alle sette in punto suona la sveglia, teoricamente è per la fanciulla e la mamma, ma mi sveglio io. Qui iniziano i dilemmi. Se mi alzo per andare in bagno scatta la tagliola del «dato che sei in piedi la accompagni tu?». Non sono in piedi!, mi sto trascinando verso il bagno perché ho la vescica come una zampogna, ma il piano era di rimettermi a dormire. Di solito la mia coscienza mi morde forte e rispondo con un «certo tesoro, mi sono alzato per quello». Accompagnando la frase con un cazzotto virtuale allo spigolo della porta per sfogare l’amarezza, che tanto è buio e nessuno mi vede.

Oppure c’è il piano B: fingere spudoratamente di dormire. Qui apro una piccola parentesi.

Ogni tanto mi capita di andare a letto quando lei sta già dormendo. Sì bambini, dopo aver sfatato il mito di Babbo Natale è giunto il momento di darvi un’altra delusione: le mamme dormono! E se le svegliate si incazzano pure e nella loro semi incoscienza sono capaci di dire cose che a confronto Jack lo squartatore è il nonno di Heidi. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te falla ubriacare? È una stronzata pazzesca. Se vuoi sapere cosa pensa una donna di te svegliala nella fase rem. Quindi quando entro in camera, al buio, cerco di fare meno rumore possibile. Perché la verità mi farebbe male, lo so. In poche parole mi trasformo in un ibrido fra un ninja e un anticristo. Cammino in punta di piedi, livello di rumore tendente allo zero decibel, al secondo passo pesto la presa multipla del televisore, rumore esterno zero decibel, rumore dell’intima imprecazione diecimila decibel; poi è la volta di un classico, il mignolo contro lo spigolo del letto. Qui il rumore blasfemico deve essere un po’ più alto perché vibra leggermente la porta a vetri, faccio per entrare nel letto e do una testata al manubrio della cyclette. Ancora nessun suono esterno, stavolta non parte neanche l’imprecazione al divino perché perdo conoscenza. Ci addormentiamo così, io e il mio trauma cranico.

La situazione cambia quando il sabato mattina io fingo di dormire e loro si alzano. Sembra di stare al mercato rionale del pesce azzurro mentre passa la banda di paese con gli sbandieratori di Siena. Luci che si accendono e si spengono creando un mix tra San Siro e il Cocoricò, porte che sbattono, frasi lanciate per il corridoio tipo «hai preso la merendaaa?», «mamma che scarpe mi devo mettereee?», «uomo in mareeee». In mezzo a tutto questo ci sono io che ormai ho affinato la tecnica dell’opossum: mi fingo morto.

Il sabato mattina va via così, con me che giro per casa come se avessi l’hangover cronico fino all’ora in cui esco per andare a prendere mia figlia a scuola. Perché, i maschi alfa me ne daranno atto, il sabato mattina i padri vanno a prendere i figli a scuola. Senza se e senza ma.

E in quei quaranta metri quadri di cortile che ti separano dal sangue del tuo sangue le differenze fra uomini e donne emergono in tutta la loro magnificenza.

Le donne fanno gruppo, si scambiano opinioni, stringono alleanze. Nei cortili della scuola le donne decidono chi mandare al governo. E ci riescono.

Gli uomini no, noi ci salutiamo a malapena, abbiamo cose molto più importanti a cui pensare. Noi mandiamo culi nei gruppi whatsapp, ascoltiamo messaggi vocali a tutto volume perché ancora non abbiamo scoperto che se metti l’iphone all’orecchio puoi sentirlo solo tu senza rompere i coglioni a nessuno. Noi uomini interagiamo con altri simili, ma a distanza, come se guardare in faccia qualcuno mentre si parla ci inibisse. E allora rimaniamo lì con il nostro surrogato di vita in mano ad aspettare di essere risvegliati da una voce familiare che ci dice:

«Ciao babbo».

«Ciao tesoro, com’è andata a scuola?», diciamo, senza alzare lo sguardo dal telefono.

«Bene».

Perché va sempre bene. Cazzo, quando andavo a scuola io mi facevano un mazzo come un portaombrelli.

Arriviamo all’auto, i padri più compassionevoli portano lo zaino dei figli ma continuano a mandare messaggi whatsapp. Guidiamo fino a casa concentrati sulla strada, parcheggiamo, riprendiamo lo zaino, perché siamo persone di cuore e terminiamo la conversazione “culi n’aria”. Arriviamo in casa e nostra moglie ci guarda strano ma non ne capiamo il motivo. Poi vediamo nostra figlia che si manifesta nell’angolo buio della cucina. Qualcosa non torna, ci voltiamo verso la persona che ci ha accompagnato nel tragitto scuola-casa guardandola in faccia per la prima volta e tutto si fa chiaro. Ho varcato la porta d’ingresso tenendo per mano un dodicenne rumeno.

Ma tutto è bene quel che finisce bene, il pomeriggio del sabato fila via senza troppi sobbalzi, l’adolescente rumeno è stato riconsegnato ai legittimi genitori che in cambio mi hanno dato due forme di kashkaval, il nostro caciocavallo, ma rumeno. La domenica finisce prima di riuscire a dire apericena e in un attimo sono pronto a rientrare nei panni di Drew Barrymore, con qualche capello in meno.

Ogni tanto però mi sveglio in piena notte, mi siedo sul letto e sento i respiri della casa, quello di mia moglie vicino a me, di mia figlia nella stanza accanto, quello dell’eunuco quadrupede, non so neanche che giorno della settimana sia, non ha importanza, noi continueremo ad affrontare all’infinito il sabato mattina. Come se fosse il primo.

L’aquila e lo sciacallo.

Quelli come noi sono mine antiuomo, o antidonna. Vampiri di emozioni, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, assetati di adrenalina e vite altrui.

Da quelli come noi è meglio stare alla larga, siamo mangiatori di sogni altrui, entriamo da una ferita mai sanata, da una piccola screpolatura della vita e vi rubiamo le illusioni, spegnendole con sorrisi e veleno. Siamo capaci di promesse giurate in eterno per poi rinnegarle l’istante successivo. Siamo la luce abbagliante, la cascata d’acqua di flashdance, il volo del deltaplano sopra Eliat. Siamo le parole che aspettavate di sentire, il messaggio del mattino e quello della notte, la morfina della vostra infelicità. Quei sospiri che creano dipendenza più della migliore cocaina. Siamo il vostro incubo più scuro vestito da angelo salvatore, siamo il predatore più spietato con le ali di farfalla. Siamo l’aquila e lo sciacallo. Siamo il Joker nei panni del boyscout.

Vi svuotiamo dall’interno, succhiando via la linea dell’orizzonte, vi sequestriamo nella nostra ragnatela e vi restituiamo al mondo con gli occhi velati, in uno stato di esistenza apparente.

Quelli come noi dormono poco perché se chiudiamo gli occhi incontriamo i nostri demoni. Quelli come noi non lasciano mai del tutto i sogni dentro al letto, quelli come noi puntano tutto sulla prima impressione, sono i velocisti dei pensieri, danno tutto nei primi metri per poi godersi il vantaggio accumulato.

Quelli come noi sono indovini e cartomanti, conoscono le frasi più efficaci, sono imbonitori, venditori di inutili speranze. Sono solo fenomeni da baraccone che si credono santoni.

Quelli come noi non trovano mai pace, hanno le termiti nel cuore e lo spirito di lava. Quelli come noi hanno ventidue anni, da almeno vent’anni e ne avranno ancora per almeno altri venti.

Quelli come noi lo sanno di essere sbagliati, sono consapevoli di essere un pericolo, andrebbero rinchiusi e torturati finché non chiedono pietà, finché non chiedono perdono.

Quelli come noi nascondono il disagio sotto milioni di parole, nascondono la paura dell’insuccesso evitando la competizione, giocano solo quando hanno l’assoluta certezza di vincere.

Quelli come noi si sentono braccati, non riescono a dare direzioni precise al loro percorso, sbattono continuamente contro un vetro ma non cambiano traiettoria.

Quelli come noi si sentono sempre fuori posto, sempre come fossero in galera, sempre come se l’ossigeno non bastasse. Sono gli assassini a piede libero, con una condanna che resterà impunita, ma il rimorso sarà la loro pena da scontare.

Quelli come noi sono clandestini, come se non esistesse un posto in questo mondo dove mettersi seduti. Sono i fuggiaschi da una realtà che li spaventa.

Quelli come noi si sentono morire, ma continuano a rovinarsi l’esistenza, come i tossici sempre alla spasmodica ricerca di una nuova dose di veleno, sperando nel profondo, che sia quella letale.

Quelli come noi sono da soli, anche tra milioni di persone, sono da soli. Ma a differenza di altri, la loro solitudine se la sono scelta, la cercano di continuo, la bramano come se fosse il premio più ambito.

Quelli come noi non vogliono essere salvati, non provateci neanche, ve la faremmo pagare in eterno. Lasciateci in pace, mantenete le distanze, condannateci come fossimo eretici in un monastero.

Quelli come noi, vi trattano malissimo, vi urlano di andarvene, vi spingono lontano. Lo facciamo ogni volta, con una belva che ci fa a brandelli l’anima.

Lo facciamo ogni volta che vogliamo salvarvi la vita.

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro. (Elsa Morante – L’isola di Arturo)