Gli “Altrove”.

Partiamo tutti da qui, da questo posto che attira sciagure, una dopo l’altra. Lasciamo questo luogo che nessuno vuol vedere, come se fosse il culo del mondo.

La strada si scioglieva morbida, un serpente liquido sotto un cielo che prometteva vento di Mistral e polvere da sparo. Continua a leggere

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La valigia senza peso.

Finì di piovere il giorno della festa del santo. In realtà nessuno aveva mai dubitato di questo. Non c’è memoria di una festa del santo sotto la pioggia. Il temporale era finito, come era logico aspettarsi, se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche pozzanghera qua e là, che presto sarebbe scomparsa, eliminando definitivamente le prove del suo passaggio. Andato, svanito, così come si era manifestato adesso non esisteva più. Come quando arrivi alla sera, in un giorno come tutti gli altri, che neanche te lo saresti aspettato che fosse quel giorno lì, invece arrivi alla sera e ti rendi conto che quel dolore non c’è più. Finito, come era logico aspettarsi. Se n’era andato lasciando poche tracce di sé, tranne qualche livido in fondo all’anima, che sarebbe rimasto lì per sempre, mostrando in eterno le prove del suo passaggio.

Sabrina è arrivata qui, oggi, per caso, viene da lontano, in fuga da qualcuno e cerca chissà cosa. Ed è arrivata qui. Cammina per i vicoli, come se fosse in cerca di risposte. Cammina tenendo in mano una valigia senza peso, cerca meraviglie. E oggi le troverà.

Sabrina è partita qualche giorno fa, ha lasciato il suo lavoro di insegnante, suo marito che dormiva abbracciato ad un fucile e una bottiglia, suo fratello chissà dove sotto tre metri di terra e una raffica di mitra nel costato, ha lasciato il suo paese con un mare troppo scuro ed un cielo troppo basso che si piega sotto il peso delle bombe, che da quelle parti tiri a sorte con la vita.

E’ partita per trovarlo, il suo sogno, per farsi cogliere dallo sgomento e dalla bellezza che avrebbe accompagnato la sua ricerca. E’ partita per imparare a crederci davvero nel suo sogno possibile.

E’ arrivata qui, con una valigia senza peso, il giorno della festa. E trova Robert l’inglese, che suona con le dita i suoi bicchieri e ti ci perdi a guardare quelle mani frettolose che corrono sui bordi di vetro, come chi ha perso ogni speranza e danza sul ciglio di un burrone.

Trova Coppelia delle tenebre, che morì dieci anni fa ma nessuno glielo disse. Si aggira per i vicoli bui di questo borgo declamando versi di Lucrezio e Ceronetti, gli occhi neri come il culo dell’inferno e la voce di ragazza davanti a uno stupore. Un vestito di nebbia fitta a coprire il suo scheletro inquietante. Si avvicina ad un metro dal cemento, ti si pianta davanti, con quell’anima che ha e ti sfiora il viso con un dito. E tu lo senti il freddo delle ossa sulla pelle e preghi iddio che non si abbandoni mai. Ma Coppelia fa un inchino e si allontana e a te non rimane che un rivolo di cenere sullo zigomo sinistro.

Sabrina non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

Da un angolo un po’ nascosto sbuca Mirandola dei ratti, vestita di crepuscoli e curiosità. Si aggira fra la gente all’ora del tramonto con il suo corteo di topi a farle da riparo. Sono scappati da una fiaba che profumava di tragedia, sfuggiti al controllo del loro distratto romanziere. Mirandola non ha un passato, la penna dell’autore non ha fatto in tempo a descrivere i giorni che ha vissuto. Così non conosce i suoi pensieri di bambina, il batticuore e le complicazioni del destino di ragazza. Non sa cosa sia l’amore da ricevere e poi dare, le notti con lenzuola intrise di istinto e di sudore. Lei impara ogni singolo dettaglio guardando le persone che le passano vicine, prende la tua mano fra le sue, ti soffia sulla fronte. Ti ruba un singolo ricordo, uno soltanto e in cambio ti dona un topolino per farsi perdonare. Lei, curiosa come un gatto.

Sabrina è frastornata, in mezzo a tutta quella gente dimentica il rumore delle bombe, dimentica l’odore aspro della guerra. Questo è soltanto il suo viaggio e non ci vuole rinunciare. Non smette neanche per un attimo di guardarsi intorno. E di cercare le sue risposte.

In mezzo alla discesa che porta alla piazza delle erbe c’è la tenda di Alice del nigredo. Alchimista e ciarlatana, insegna filastrocche ai bambini e piaceri di altro tipo ai loro padri. Un po’ strega in calze a rete un po’ fata immacolata, additata come eretica dalle donne del paese, bramata come il vino nel deserto dagli uomini furtivi. Trasforma il metallo in oro, il vile in guerriero, medica le ferite dell’anima cantando frasi in rima.

Sabrina si affaccia all’ingresso di quella tenda, un gesto appena accennato.

–  Ti stavo aspettando ragazza della sabbia, dimmi cosa cerchi e io ti aiuterò

–  Cerco le risposte, tutte quelle che posso avere, le cerco da sempre, da quando quel boato annunciò l’inizio di un mondo che non volevo. Non le trovo, le mie risposte, maledizione non le trovo.

– Saranno loro a trovare te, è sempre stato così, fin dall’inizio dei tempi. Noi non possediamo niente, abbiamo solo l’illusione del possesso. Adesso chiudi gli occhi, segui il ritmo del respiro, pensa alla domanda, sceglila bene, senza giri di parole. Quando sarai pronta apri gli occhi e prendi la tua risposta da uno di questi calici di fronte a te. E non dimenticare mai che sarà stata lei a scegliere te.

Sabrina formulò la sua domanda, era un pensiero deciso, quasi fastidioso, puntuale come l’inizio dell’inverno, poi senza dire una parola aprì gli occhi e prese un biglietto da un calice viola.

– Questo è ciò che stavi cercando, solo tu riuscirai a comprenderne l’esattezza dell’inchiostro sulla carta.

Le due donne si guardarono per un istante lungo quasi un’esistenza, poi Alice la baciò sulla bocca e le indicò l’uscita.

Appena in strada Sabrina aprì la sua valigia, completamente vuota, portata in giro per metterci dentro le risposte, prese il biglietto che teneva tra le dita lo rilesse ancora una volta.

Lasciò fuori i timori, le paure e i ripensamenti, mise dentro solo quel biglietto, con la sua potente filastrocca.

Chiuse la valigia e partì.

– Svegliati Sabrina, è ora di scrollarsi i sogni di dosso.

La ragazza aprì gli occhi, i contorni della stanza le furono subito familiari, un rapido inventario con lo sguardo, giusto per essere sicura che fosse tutto regolare. Ad una prima occhiata non si notavano sobbalzi strani, solo un biglietto rosso arrivato da chissà dove, l’inchiostro color oro proclamava una filastrocca che suonava come una sentenza.

“Dopo una lunga guerra Re Bianco si arrese. – Mandami alla forca, dunque! – Ma Re Nero gli donò castelli, cavalli e tesori. – Non li voglio! – No? – E la guerra ricominciò”

Se questo sogno avesse una colonna sonora sarebbe questa: Dei pensieri – Ezio Bosso

Valentina in attesa della neve.

 Valentina tiene gli occhi dietro un vetro, da lì vede la vita e le si appannano i respiri. Lei guarda verso il cielo. Potrebbe nevicare.

 Ma non succede mai che nevichi sul mare, sarebbe qualcosa di imperfetto, sono incompatibili il mare con la neve, come il sole e la sua ombra, come quando dici che va tutto bene mentre ti sembra di morire. Lei lo sa che non nevica sul mare, ma ha imparato ad illudersi con poco e allora prende un passo più leggero, che non si può mai sapere e continua ad aspettare. Come faceva da ragazza, quando attendeva “quella” telefonata, aveva la certezza che non sarebbe mai arrivata, ma non si rassegnava e fissava la cornetta, che non c’era cosa più bella al mondo che stare lì in attesa, che il solo pensiero che potesse succedere davvero la scaldava come un abbraccio di madre. E questo era un buon motivo, sì, decisamente un buon motivo, per non smettere di illudersi.

 Valentina aveva quindici anni quando capì di esser sola, quando iniziò la sua vita in parallelo, fatta di strade prese contromano, come quando ti dicono di arrenderti e senti il freddo della canna di pistola sulla tempia e chiudi gli occhi e pensi sia finita e aspetti un ultimo rumore. Quasi un po’ ci speri che si muova il dito sul grilletto, che alla fine sarebbe solo un ultimo istante di dolore, magari neanche così atroce, sarebbe questione di un secondo, niente in confronto ai giorni che ti aspettano spietati. Finalmente tutto sarebbe compiuto e tu potresti smettere di rincorrere scampoli di vita e forse, per la prima volta, dopo un tempo indefinito, sederti e tirare il fiato.

 Stava seduta su una panchina dei giardini di Villa Fabbricotti, vicino al lungomare, con un freddo pungente che non dava tregua e non capiva se arrivasse da fuori o da dentro il respiro, davvero non capiva. Avrebbe giurato di sentire la temperatura del parco diminuire ad ogni movimento del suo diaframma. Ma quelle erano solo irreali sensazioni, come quando ti sembra di vedere un viso conosciuto che si affaccia al bordo estremo degli occhi, poi ti volti, cercando una conferma e ti convinci dell’abbaglio.

 Aveva quindici anni, un giubbotto di pelle nero, una maglietta con la scritta “I am mine”, i jeans strappati non certo per essere alla moda e un paio di anfibi, presi in prestito al banco del mercato e mai restituiti. Quasi un po’ le dispiaceva di non essere elegante, ma non poteva immaginare che quello sarebbe stato il primo giorno della sua nuova vita, che poi, a pensarci, non sarebbe cambiato molto, non prometteva comunque un granché, questo giorno. E neanche la sua vita.

Se ne stava lì seduta, con gli auricolari che vomitavano distratti “Mad World” di Gary Jules, che a pensarci adesso sembrerebbe che quelle note avessero avuto quasi un senso, sembrerebbe proprio così. Ma non lo avevano, un senso, quello note. Neanche i suoi insulsi pensieri ne avevano, un senso. In quell’istante qualunque, gettato a caso come note improvvisate, squillò il telefono. Una voce categorica la informò che sua madre non c’era più. Che lì, su due piedi, il primo pensiero che le attraversò la testa fu “sai che novità”. Ma al respiro successivo realizzò che stavolta c’era un piccolissimo “per sempre” a fare la differenza. Lieve, sottile, impalpabile differenza.

 Vedeva le persone che passavano lungo la strada, alcune la guardavano di sfuggita, come si guardano i pescatori seduti al tramonto in cima al molo, che la loro presenza non aggiunge niente agli ultimi colori del giorno. Lei vedeva passare tutte quelle persone e immaginava le loro vite, le loro domeniche coi parenti, tutti a tavola, davanti ad un sorriso ipocrita fatto di tagliatelle e vino rosso. Che per lei, la domenica era solo un tramezzino e una birra media, come gli altri giorni, come tutti gli altri giorni normali della gente che le passava davanti. La domenica si sentiva come loro.

Ma senza ipocrisia.

Le tornarono alla mente immagini sbiadite, di estati passate da tempo e le pareva di sentire ancora i piedi affondare nella sabbia, la fatica salire dallo stomaco, come quando devi sostenere lo sguardo di qualcuno, qualcuno migliore di te, qualcuno che non conosce la vita ma deve dirti come si fa.

 La sente ancora la voce di sua madre, che la chiama da lontano, che le dice di sbrigarsi, che le ripete che non riuscirà mai a combinare niente di buono, che farà la fine di suo padre. Che poi chissà che fine avrà fatto, suo padre. Sua madre invece era rimasta, ma era altrove, si percepiva chiaramente la sua smania di movimenti distanti, come fosse un fastidio dover fermarsi anche solo un istante. Che poi, alla fine, veniva da chiedersi chi dei due fosse più distante. Più devastante.

 Erano questi i pensieri che le pulsavano nelle tempie, che la infastidivano come zanzare in una sera di luglio, pensieri inopportuni, che si scontravano con la realtà di quel momento così solenne, forse avrebbe dovuto piangere a dirotto. Forse avrebbe dovuto provare pietà e riuscire a perdonare gli errori di sua madre, ma davvero non ci riusciva, non poteva farlo, perché sentiva che non c’era proprio niente da dover perdonare. Concedere a qualcuno il proprio perdono significa reputarsi migliori, elargire beneficenze stucchevoli, come il signore del maniero che regala briciole di pane alla plebe. Ma Valentina non aveva briciole da donare e non c’era nessun maniero, davvero non c’era nessun motivo al mondo, per potersi sentire migliori.

 Avrebbe solo voluto qualcuno a cui appoggiarsi e invece ha dovuto sempre cavarsela da sola, si potrebbe dire che ci è proprio cresciuta, da sola. Tutte le persone che ha incontrato erano sbagliate, sempre e comunque sbagliate, come se continuasse a mangiare chicchi d’uva da un grappolo

infettato dal male di vivere. “Persone sbagliate”, ti dice con un gesto delle labbra che somiglia ad un sorriso, persone e decisioni, come fossero complementari, che una cosa quasi non esisterebbe senza l’altra. Sbagliate, una dopo l’altra fino a convincersi di essere lei quella sbagliata.

 Valentina ha dovuto accelerare i suoi anni migliori, non poteva permettersi il lusso di aspettare, è cresciuta senza percorsi da seguire, senza nessuno a dirle come si fa, senza un paio di braccia sicure per cacciare via la notte e lei davvero non sapeva come fare. Non lo poteva sapere. Poteva solo improvvisare. Come fanno gli artisti di strada, che se lasci una moneta, ti regalano un inchino. E’ arrivata a quarant’anni nel giro di un minuto, con decisioni prese contromano, controvoglia, contro

il disappunto dei benpensanti, trascinandosi dietro l’esistenza, fra le grida del porto e i sussurri di emozioni.

 Ma alla fine si è convinta, che certe esistenze non puoi mica decidere di sceglierle, come certe giornate uggiose di fine Ottobre, che arrivano anche se non le aspettavi, non le scegli, puoi solo decidere di cambiarle, o almeno, ci puoi provare. Se ti rimane un misero sussulto di vita, ci puoi provare. Ha imparato che avere una vita difficile non è una colpa, ma neanche un alibi, che a quelle come lei nessuno farà sconti e piangersi addosso serve solo a far crescere il senso di pena e la fame di carezze.

 Valentina cammina senza fretta, lancia un sorriso a Cisco il matto, che aspetta appeso ad un angolo di finire la sua birra, oltrepassa il bar “quattro mori”, dove un giorno chiese due spiccioli ad un passante per regalarsi un pranzo, guarda i traghetti lasciare la banchina, pensa che nonostante tutto quello spazio, il comandante farà sempre la stessa rotta, che anche in mare ci sono traiettorie da seguire, linee indefinite ma tassative, che alla fine sono sempre pochi quelli che guidano e tantissimi quelli che si lasciano trasportare, contenti e soddisfatti che il viaggio sia andato a buon

fine, sì, soddisfatti, come se fosse stato merito loro. Arriva sotto i portici al numero quaranta, guarda verso il cielo, sente sulle ossa il calore di un abbraccio e pensa che quello è stato l’ultimo regalo che le ha fatto sua madre. Da quel giorno sta solo cercando di meritarselo, quel regalo.

Adesso è quasi buio, forse è meglio rientrare, che per stasera non c’è più niente da salvare, ma domani sarà un giorno nuovo di zecca, con qualche sogno da cullare, qualche altra illusione contro cui fare a pugni. Il fatto che domani sia Natale è solo un inutile dettaglio. L’aria è più fredda e il tempo sta cambiando. Potrebbe nevicare
Questo è il mio contributo per il numero speciale di Natale della rivista Writers. Potete scaricare l’intero numero qui: WRITERS

Penelope non smette di fuggire.

Valigia

Se vai a Breis ci trovi un clandestino, ha un banco di frutta al mercato rionale, ha una moglie che profuma di liquirizia e nuvole e che non smette un attimo di far galoppare il suo cuore di sabbia e salmastro. Se vai a Breis ci trovi la compagnia dell’Ammiraglio, il sabato sera mettono in scena commedie e tragedie, gli altri giorni sono solo artisti di strada, ognuno con la propria vita. E qualche tragedia. Se vai a Breis ci trovi una scuola con quattordici bambini, il maestro tiene nascosto un lutto e un omicidio nel doppiofondo dell’anima. Ogni tanto ingoia un rimorso ed un rimpianto, ma alla fine è felice, indubbiamente. Felice. Se vai a Breis ci trovi Penelope con la schiena appoggiata a due pareti diverse che le lasciano respirare le vertebre, perché, lei dice, è da lì che scorre la vita.

Se ne stava lì, perduta in un angolo di mondo, un angolo nascosto di questo mondo schifoso, che a forza di nuotarci in mezzo quasi ti sembra normale, quasi ti convinci che in fin dei conti te la meriti tutta quella spazzatura in fondo all’anima. Forse te la meriti, ma non ti ci abitui. Che se ti rassegni, se smetti di fuggire. allora sei morta davvero.

Non si ricorda neanche cosa sia successo, ma qualcosa, in un punto indefinito della sua vita, ha preso un percorso alternativo. Una strada maledettamente sbagliata. Che da certi incroci non riesci proprio a riprenderti. Ne sbagli uno e tutto il resto viene di conseguenza.  E allora precipiti, quasi senza sosta, anche se resti immobile. Guardi il mondo, guardi in faccia l’infinito. E precipiti. Cadi giù, da un letto ad un altro, da una camera d’albergo ad un altra. Da un cliente ad un altro. Sempre più soldi. Sempre più schifo.

E quando la misura è colma e il tanfo che viene dal cuore è insopportabile, le rimane una sola cosa da fare. Andare a Breis.

Quando rimane sola, con il sudore addosso e le cosce indolenzite da sesso e umiliazione, si siede sul pavimento, con la schiena appoggiata a due pareti diverse, che si uniscono dietro di lei, lasciandole respirare le vertebre, che da lì scorre la vita. Distende le gambe, chiude il mondo fuori dagli occhi. E va a Breis.

Gliela insegnò un uomo questa cosa, quella di andare a Breis. Un uomo con un destino scritto nel nome, di quelli che puoi fare di tutto, puoi sforzarti quanto vuoi, ma non riuscirai mai a dimenticare. Perché quell’uomo lì l’ha amato. Magari per un anno, una vita o un secondo, ma l’ha amato davvero. – Vieni, dammi la mano che andiamo a Breis -, le diceva così, – che lì siamo al sicuro, che lì le persone hanno la loro vita cucita addosso, hanno una storia da raccontare, che sarà inevitabile tornarci, perché Breis ti entra nelle vene. Sarà la tua droga più pura. Andiamo a Breis, dormiamo sulle sponde del lago, che lì si sta bene. Andiamo a Breis e tieni scoperte le vertebre, che lì la vita scorre davvero. –

E funziona. Sembra incredibile, ma funziona davvero, tutto lo schifo che le sta attorno svanisce. Mentre qualcuno le sta sopra e le fotte i fianchi, lei chiude il mondo fuori dagli occhi. E fotte la vita. Poi, un po’ alla volta tutto il marcio del mondo ritorna, ma intanto, per qualche momento, ha respirato ossigeno, è fuggita. E si è salvata.

Non sa neanche come sia venuto fuori il nome di quel posto, non ha neanche idea se possa esistere davvero un posto come quello. Non sa neanche se possa esistere ancora quell’uomo con il destino scritto nel nome. Forse non è mai esistito, forse l’ha sognato, come un condannato sogna la clemenza del carceriere. L’unica cosa certa è che quell’uomo non è lì. Che certe persone non sono fatte per restare. Certe persone devi lasciarle andare, quelle con l’infinito nell’anima. Sarebbe un crimine cercare di trattenerle, sarebbe una disgrazia averle accanto sperando di farsi salvare da loro.

Non c’è niente da fare, da quello schifo di mondo deve salvarsi da sola. E questo è un pensiero che la spaventa, che quando sei lì, con qualcuno che ti lascia i soldi sulla cassettiera comprandosi il diritto di infilarti le mani sotto al vestito, ecco, in quel momento lì, il pensiero di salvarsi da sola è spaventoso. E allora immagini posti, volti sereni, ma devi farlo bene, deve sembrare vero, ci metti dentro i suoni, i gesti di qualcuno, la storia che si porta addosso. Ci metti dentro un uomo con il destino scritto nel nome e lo chiami Ulisse, un uomo da amare, perché vicino a lui lo senti davvero quel senso di infinito dentro l’anima. Ci metti dentro i suoi occhi di cenere e maremoti, le sue braccia cariche di lampi e vene. Ci metti dentro la sua voce, mentre la realtà te lo strappa dalle mani, che alla fine non ti restano nient’altro che quelle parole lì a scivolarti lungo la schiena. – Tu riuscirai a salvarti da tutto questo. Non smettere di fuggire Penelope. Non smettere mai amore mio. Ci vediamo a Breis. –

Se ne stava lì, perduta in un angolo di mondo, un angolo nascosto di questo mondo schifoso, seduta sul pavimento, con la schiena appoggiata a due pareti diverse, che si uniscono dietro di lei, lasciandole respirare le vertebre, che da lì scorre la vita. Distende le gambe, chiude il mondo fuori dagli occhi. E mentre qualcuno le strappa di dosso i vestiti e una scheggia di vita, lei va a Breis. Perché lei è Penelope. E non vuole smettere di fuggire.

Tutto intorno suona Sing-hiozzo – Negramaro.

Il pianista fuori posto.

pianista fuori posto 2
Immagine presa dal web.

Di tutta quella gente che mi guarda non conosco neanche il nome. E loro il mio, non conosco neanche la voce. E loro la mia. Ma di alcuni di loro intuisco i pensieri. E loro i miei.

Capita così, in un giorno qualunque, uno di quelli in cui non hai un progetto preciso, nessun programma da seguire, uno di quei giorni “sciolti”. Ecco in un giorno così, capita che per un motivo che stenti a capire, esci di casa, prendi una di quelle vie che vanno verso il centro, che poi non si sa mai verso il centro di che cosa. Forse della città, forse del cielo. Forse semplicemente, il centro di un altro sogno da buttare. Cammini sicuro, come se stessi seguendo un teorema indiscutibile, sicuro, che ad ogni passo potrebbe accadere un miracolo inaspettato. Cammini e da lontano mi vedi. Come un’isola in mare aperto, come un piccolissimo particolare che fa attrito con il resto del quadro, un aquilone in assenza di vento. Un improbabile carillon sopra un tavolo da biliardo. O più semplicemente, un pianista fuori posto.

E allora rimani un po’ interdetto, quasi infastidito, perché non capita tutti giorni di trovare sul cammino un uomo ed il suo pianoforte. Non capita tutti i giorni, lo capisco, di trovare sul cammino due amanti scandalosi, perduti in un amplesso di musica e sospiri. L’unione di due mondi, di due amori inopportuni, fatti di mani che scivolano inquiete. Perché non vorrei mai smettere di farci l’amore con la mia indecente sinfonia..

Le mie dita di neve sul suo ventre più chiaro, i sospiri bagnati sulle labbra più nere. I suoi seni di mare, la mia pelle sudata, la mia mano più audace in carezze di seta. Le mie gambe nervose, la sua schiena più nuda, la mia voce in un soffio, il suo accordo che vibra. I miei sguardi più larghi, i suoi suoni più opachi, le sue corde impazzite, le mie spalle più chiuse. Le mie cosce serrate, la sua voce più acuta, le sue note più gonfie di un vento in salita. I miei piedi puntati, i suoi accordi più rauchi, potrei perfino morire sopra i suoi fianchi indifesi. Arrivare alla fine con la voglia incontrollabile di perdersi di nuovo.

Guardo quelle persone e non faccio mai domande, per non avere mai risposte. Il mio sogno indiscreto è quello di indovinare la loro vita, di vederli passare e costruire il loro mondo inventando improbabili accordi, fra scale di blues e arpeggi più lineari. Non voglio risposte, assolutamente, perché le risposte mi chiudono lo sguardo, perché quando qualcuno ti racconta la propria matassa di pensieri non puoi far altro che starlo ad ascoltare, senza poter modificare il suo flusso di parole. E’ come una condanna, conoscere la vita delle persone, molto meglio immaginarsela e suonarla al pianoforte, molto meglio raccontarla mettendo una pausa sul pentagramma, magari vicino ad un Si bemolle, che il Si bemolle fa sempre un certo effetto. Potresti costruirci esistenze eccezionali intorno ad un Si bemolle. Questo faccio, quando mi siedo in una piazza, con il vestito scuro ed il cilindro sulla testa, faccio esattamente questo. Costruisco esistenze eccezionali, fra una pausa e un Si bemolle.

Un giorno decisi di scendere da un palco, così, di botto, come fanno le porte che sbattono all’improvviso, quasi come non ci fosse una ragione. Come fanno quelli che dicono “non ci avrete mai”, quasi che non avessero altro da dire. Presi il pianoforte e lo trascinai giù per strada, senza dare spiegazioni, così, di botto.

E così adesso passo le giornate fra i loggiati dei palazzi antichi, o a graffiare con note gli angoli delle piazze, immerso in un viavai di visi e di persone affaccendate che mi passano vicino, mi sfiorano con lo sguardo, alcuni di loro si fermano un istante, altri un giorno intero. Ma tutti, ogni viso, ogni sguardo, ogni sorriso, tutti, non possono evitare di sentire almeno una nota volare dispettosa.

E allora tu, tu che mi guardi stupita, in questo giorno che neanche sembrava dovesse arrivare, tu che ascolti anche solo una nota uscita dalle mie dita di grandine e velluto, tu che hai rallentato il passo anche solo per un istante impercettibile, tu, neanche lo sai, ma per un secondo, sei stata seduta qui, accanto a me.

Io sono solo un ladro di dettagli, a tutte quelle persone che mi attraversano come fossi un temporale, rubo qualcosa, loro neanche se ne accorgono. Sul momento non ci fanno caso, magari però, quando arrivano a casa si passano una mano sul viso e si rendono conto di avere uno sguardo in meno. Altri svuotano le tasche dei loro paltò e hanno perso tre o quattro sospiri. Altri ancora si tolgono il maglione e hanno come l’impressione di aver perduto una carezza di profumo. Mi sembra quasi di vederli, quelli a cui ho rubato un dettaglio. Rimangono interdetti, come quando aspetti per un tempo troppo lungo lo scatto della lancetta dei secondi, come quando indossi una giacca che non metti da mesi e trovi una moneta nel taschino. Non te l’aspetti, cerchi di capire e alla fine, per un motivo sconosciuto, ti metti a pensare. E sorridi. Mi sembra di vederli, quelli a cui ho rubato un dettaglio. Assolutamente immobili, aspettando che la lancetta dei secondi compia lo scatto successivo.

Questa è la mia refurtiva, sono un mascalzone a piede libero. E’ impressionante il numero di dettagli che puoi rubare alle persone, ne ho la casa piena, che se mi metto a pensarci ai dettagli che ho rubato, ci vado fuori di testa. La procedura è molto semplice, sempre la stessa: nascondo un po’ del vostro mondo dentro la mia mente, lo faccio passare per il cuore, attraversa l’avambraccio e poi giù, fino alle dita. Ve lo restituisco sotto forma di musica, ma non tutto, un pezzetto del vostro mondo me lo tengo per sempre con me. Se mi metto a pensarci ci vado fuori di testa.

Perciò eccomi qua, adesso lo sapete, se volete indietro un pezzetto dei vostri dettagli, uscite di casa, in uno dei vostri giorni “sciolti”, prendete una via, una di quelle che vanno verso il centro e venite ad ascoltare. Anche se non mi trovate, voi state ad ascoltare.

Imploro il vostro perdono, in fin dei conti sono solo un ladro di dettagli, un matto ai bordi di una piazza che costruisce esistenze fra una pausa e un Si bemolle. In fin dei conti sono solo un pianista fuori posto. Io, in fin dei conti, sono solo.

“Il pianoforte reclama l’abbandono: esso non vuole essere suonato, ma è lui che vuole suonare tramite il pianista. L’esecutore abbandonato al suo strumento diviene egli stesso strumento, in un gesto impersonale e per questo totale, e la Musica, misteriosamente, inizierà a sgorgare, fresca e leggera”. (Giovanni Allevi, La musica in testa).

Continuo a portare in giro la musica per le strade di questo mondo pazzo. (Mad World – Gary Jules)

Questo racconto è dedicato a Paolo Zanarella, è lui il “Pianista fuori posto”. Se vi capita di incontrarlo in una piazza qualunque, di un giorno qualunque, rallentate il passo e fatevi un regalo. Ascoltateli, lui e il suo pianoforte. E rubate loro una nota.

Il paradiso alternativo.

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Se abbassate un attimo l’amplificatore, se guardate bene fra le pieghe delle strade, se sfiorate con le dita le insenature dell’indifferenza, forse riuscirete a vederle. Le persone silenziose.

Sono quelle che non si notano mai, quelle di cui dimentichi l’esistenza appena si allontanano, quasi superflue agli occhi di chi si sente al centro della scena. Sono le figure nascoste dietro il sipario, che ringraziano con gli occhi un dio che non si vede, quando il pubblico applaude soddisfatto.

Sono i tatuaggi sottopelle, la foto chiusa a chiave in un cassetto. Le persone silenziose sono aeroplani sopra il Tibet con la scatola nera dentro al diaframma. Sono quelle di cui non noti l’assenza, che se ne vanno senza lasciare vuoti, come se non ci fossero neanche mai state.

Sono quelli che non ti cambiano la vita, come i discorsi sui problemi di qualcun altro, Le persone silenziose non si espongono, non dicono la loro, non prendono una posizione, ma non perché sia più comodo, ma per il timore di disturbare. Loro sono i facili bersagli, quelli con la rabbia caricata a salve, sono le bandiere lanciate contro il carro armato. Sono bolle di sapone, nate nella galassia delle spine.

Le persone silenziose parlano con gli occhi, usano gli sguardi come un bisturi nell’anima di quelli che alzano il volume, Non parlano per proteggere i loro pensieri vulnerabili, quel mondo di vetro in mezzo a palle di cannone. Hanno un cuore di cristallo e non si contano le volte in cui è andato in frantumi e ogni volta è sempre più difficile ricomporlo, ogni volta impiegano più tempo. Ogni volta manca un pezzo.

Le persone silenziose hanno i sogni sepolti sotto tonnellate di paure, contano i giorni che li separano da un sussulto di attenzione, vorrebbero sentire il peso di un sorriso sconosciuto. Hanno una giostra di emozioni da donare. Vorrebbero squarciare quel silenzio di cattedrali e mettersi a gridare che loro esistono da sempre, anche se sono trasparenti.

Le persone silenziose scrivono lettere a nessuno e con la matita lasciano frasi d’amore su un muro di graffiti. Sono quelli che prendono il coraggio a due mani giusto il tempo di una sigaretta per poi lanciarlo via insieme al mozzicone. Sono quelli che cercano di dare un senso ai loro passi spaventati, come se cadessero nel vuoto e ad ogni metro ripetessero “fin qui va tutto bene”. Ma non ci si abitua mai a precipitare, non si può vivere una vita con il fiato corto, perché quella non è vita.

Le persone silenziose si aggirano furtive e con gli occhi succhiano i decibel a chi li sfiora senza voltarsi. Sono ladri di parole e la loro refurtiva la nascondono tra le pagine di un quaderno. Si sentono sempre in imbarazzo, come se fossero ad una festa senza invito, come una sposa lasciata sola sull’altare.

Noi siamo le persone silenziose e voi che ne sapete di quello che facciamo quando fuggiamo dal rumore. Cosa ne sapete dell’invidia che proviamo nel vedervi andare in giro senza nessuna esitazione. Non potete immaginare gli sforzi che facciamo per camminare insieme a voi senza venire calpestati, come fossimo formiche nella terra dei giganti.Voi neanche realizzate quanto sia fragile il nostro scudo, siamo vetri di finestra da prendere a sassate. Viviamo nell’attesa dell’impatto.

Le persone come noi hanno l’esistenza sintonizzata su una frequenza differente, non riusciamo a prendere parte allo spettacolo, come se avessimo il biglietto ma il divieto di salire sulla giostra. Ma le emozioni che proviamo sono identiche alle vostre, forse solo un tantino amplificate. Siamo proprio come voi, cantiamo a squarciagola quando siamo certi che nessuno possa sentire, parliamo masticando le parole per la fretta di far conoscere la nostra felicità. Anche noi lasciamo costellazioni di pensieri sul cuscino dopo aver sognato prati biondi e labbra di passioni,

Abbiamo nelle orecchie infinite melodie perfette che si mischiano fra loro, creando una sola enorme assurda sinfonia. Le persone come noi hanno lo spartito rovesciato, come fosse un codice segreto che nessuno riesce a decifrare. E’ la nostra maledizione, quella di vivere cercando di farsi capire, di non soccombere, di trovare una maledetta ragione per non andare alla deriva.Ci chiudiamo nei nostri silenzi per non esporci alle intemperie, è il nostro guscio in cui poter fare baldoria, il nostro paradiso alternativo.

Non ci giudicate male, siate clementi, vogliamo solo essere tra voi senza darvi fastidio. Non fate caso a noi, non guardateci neanche, potremmo andare in mille pezzi. Voi proseguite il vostro show, alzate a bomba l’amplificatore, perché finché starete al centro della scena noi potremmo stare al sicuro sotto al palco. Presenze marginali che non fanno mai rumore.

Questa è la nostra dimensione, abbiamo firmato per il ruolo di comparse. E non si è mai visto una comparsa rubare la scena agli attori principali.

Le persone silenziose non chiedono attenzioni, ma se vi capita, lasciate due spiccioli di sorriso nei nostri occhi da mendicante. A voi non costerà fatica, per noi sarà la più grande ricompensa. Ma adesso basta parlare delle nostre insulse vite. Adesso è tempo di tornare ad ascoltarvi.

“C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.” (Romano Battaglia).

Perché anche noi abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che si prenda cura nel nostro piccolo insignificante tesoro. Il nostro misero cuore d’oro. (Heart of Gold – Neil Young)

L’aquila e lo sciacallo.

Quelli come noi sono mine antiuomo, o antidonna. Vampiri di emozioni, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, assetati di adrenalina e vite altrui.

Da quelli come noi è meglio stare alla larga, siamo mangiatori di sogni altrui, entriamo da una ferita mai sanata, da una piccola screpolatura della vita e vi rubiamo le illusioni, spegnendole con sorrisi e veleno. Siamo capaci di promesse giurate in eterno per poi rinnegarle l’istante successivo. Siamo la luce abbagliante, la cascata d’acqua di flashdance, il volo del deltaplano sopra Eliat. Siamo le parole che aspettavate di sentire, il messaggio del mattino e quello della notte, la morfina della vostra infelicità. Quei sospiri che creano dipendenza più della migliore cocaina. Siamo il vostro incubo più scuro vestito da angelo salvatore, siamo il predatore più spietato con le ali di farfalla. Siamo l’aquila e lo sciacallo. Siamo il Joker nei panni del boyscout.

Vi svuotiamo dall’interno, succhiando via la linea dell’orizzonte, vi sequestriamo nella nostra ragnatela e vi restituiamo al mondo con gli occhi velati, in uno stato di esistenza apparente.

Quelli come noi dormono poco perché se chiudiamo gli occhi incontriamo i nostri demoni. Quelli come noi non lasciano mai del tutto i sogni dentro al letto, quelli come noi puntano tutto sulla prima impressione, sono i velocisti dei pensieri, danno tutto nei primi metri per poi godersi il vantaggio accumulato.

Quelli come noi sono indovini e cartomanti, conoscono le frasi più efficaci, sono imbonitori, venditori di inutili speranze. Sono solo fenomeni da baraccone che si credono santoni.

Quelli come noi non trovano mai pace, hanno le termiti nel cuore e lo spirito di lava. Quelli come noi hanno ventidue anni, da almeno vent’anni e ne avranno ancora per almeno altri venti.

Quelli come noi lo sanno di essere sbagliati, sono consapevoli di essere un pericolo, andrebbero rinchiusi e torturati finché non chiedono pietà, finché non chiedono perdono.

Quelli come noi nascondono il disagio sotto milioni di parole, nascondono la paura dell’insuccesso evitando la competizione, giocano solo quando hanno l’assoluta certezza di vincere.

Quelli come noi si sentono braccati, non riescono a dare direzioni precise al loro percorso, sbattono continuamente contro un vetro ma non cambiano traiettoria.

Quelli come noi si sentono sempre fuori posto, sempre come fossero in galera, sempre come se l’ossigeno non bastasse. Sono gli assassini a piede libero, con una condanna che resterà impunita, ma il rimorso sarà la loro pena da scontare.

Quelli come noi sono clandestini, come se non esistesse un posto in questo mondo dove mettersi seduti. Sono i fuggiaschi da una realtà che li spaventa.

Quelli come noi si sentono morire, ma continuano a rovinarsi l’esistenza, come i tossici sempre alla spasmodica ricerca di una nuova dose di veleno, sperando nel profondo, che sia quella letale.

Quelli come noi sono da soli, anche tra milioni di persone, sono da soli. Ma a differenza di altri, la loro solitudine se la sono scelta, la cercano di continuo, la bramano come se fosse il premio più ambito.

Quelli come noi non vogliono essere salvati, non provateci neanche, ve la faremmo pagare in eterno. Lasciateci in pace, mantenete le distanze, condannateci come fossimo eretici in un monastero.

Quelli come noi, vi trattano malissimo, vi urlano di andarvene, vi spingono lontano. Lo facciamo ogni volta, con una belva che ci fa a brandelli l’anima.

Lo facciamo ogni volta che vogliamo salvarvi la vita.

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro. (Elsa Morante – L’isola di Arturo)

Valentina in attesa della neve.

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Valentina tiene gli occhi dietro un vetro, da lì vede la vita e le si appannano i respiri. Lei guarda verso il cielo. Potrebbe nevicare.

Ma non succede mai che nevichi sul mare, sarebbe qualcosa di imperfetto, sono incompatibili il mare con la neve, come il sole e la sua ombra, come quando dici che va tutto bene mentre ti sembra di morire. Lei lo sa che non nevica sul mare, ma ha imparato ad illudersi con poco e allora prende un passo più leggero, che non si può mai sapere e continua ad aspettarla, come faceva da ragazzina, quando aspettava “quella” telefonata, aveva la certezza che non sarebbe mai arrivata, ma non si rassegnava e fissava la cornetta, che non c’era cosa più bella al mondo che stare lì in attesa, che il solo pensiero che potesse succedere davvero la scaldava come un abbraccio di madre. E questo era un buon motivo, sì, decisamente un buon motivo, per non smettere di illudersi.

Valentina aveva quindici anni quando capì di esser sola, quando iniziò la sua vita in parallelo, fatta di strade prese contromano, come quando ti dicono di arrenderti e senti il freddo della canna di pistola sulla tempia e chiudi gli occhi e pensi sia finita e aspetti un ultimo rumore. E quasi un po’ ci speri che si muova il dito sul grilletto, che finalmente tutto sarebbe compiuto e tu potresti smettere di rincorrere i tuoi giorni. E magari, per la prima volta, sederti e tirare il fiato. Aveva quindici anni, un giubbotto di pelle nero, una maglietta con la scritta “I am mine”, i jeans strappati non certo per essere alla moda e un paio di anfibi, presi in prestito al banco del mercato e mai restituiti. E quasi un po’ le dispiaceva di non essere elegante, non poteva immaginare che sarebbe stato il primo giorno della sua nuova vita, che poi, a pensarci, non sarebbe cambiato molto, non sarebbe stato comunque un granché, questo giorno. E neanche la sua vita.

Avrebbe voluto qualcuno a cui appoggiarsi e invece ha dovuto cavarsela da sola, si potrebbe dire che ci è proprio cresciuta, da sola. Tutte le persone che ha incontrato erano sbagliate, sempre e comunque sbagliate, come se continuasse a mangiare chicchi d’uva da un grappolo infettato dal male di vivere. “Persone sbagliate”, ti dice con un gesto delle labbra che somiglia ad un sorriso, persone e decisioni, come fossero complementari, che una cosa quasi non esisterebbe senza l’altra. Sbagliate, una dopo l’altra fino a convincersi di essere lei ad essere sbagliata.

E allora Valentina è cresciuta troppo in fretta, che non poteva permettersi il lusso di aspettare, è cresciuta senza percorsi da seguire, senza nessuno a dirle come si fa, senza un paio di braccia sicure per cacciare via la notte, e lei davvero non sapeva come fare. Non lo poteva sapere. Poteva solo improvvisare. Come fanno gli artisti di strada, che se lasci una moneta, ti regalano un inchino.

Ma alla fine si è convinta, che certe esistenze non puoi mica decidere di sceglierle, come certe giornate uggiose di fine Ottobre, che arrivano anche se non le aspettavi, non le scegli, puoi solo decidere di cambiarle, o almeno, ci puoi provare. Se ti rimane un misero sussulto di vita, ci puoi provare. Ha imparato che avere una vita difficile non è una colpa, ma neanche un alibi, Ha imparato che a quelle come lei nessuno farà sconti e piangersi addosso serve solo a far crescere il senso di pena e la fame di carezze.

Valentina cammina senza fretta, lancia un sorriso a Cisco il matto, che aspetta appeso ad un angolo di finire la sua birra, oltrepassa il bar “quattro mori”, dove un giorno chiese due spiccioli ad un passante per regalarsi un pranzo, arriva sotto i portici al numero quaranta, guarda verso il cielo e sente il calore di un abbraccio e pensa che quello è stato l’ultimo regalo che le ha fatto sua madre. E da quel giorno sta solo cercando di meritarselo, quel regalo.

Adesso è quasi buio, forse è meglio rientrare, che per stasera non c’è più niente da salvare, ma domani sarà un giorno nuovo di zecca. E potrebbe nevicare.

“Ogni esperienza vissuta, ogni realtà con la quale siamo venuti a contatto nella vita, è uno scalpello che ha creato la statua della nostra esistenza modellandola, plasmandola, modificandola. Noi siamo parte di tutto quanto ci è accaduto” (Orison Swett Marden)

In quelle giornate uggiose Valentina chiude gli occhi e ascolta il suono del primo giorno della sua vita (Bright Eyes – First day of my life)

Carolina Mai abbastanza.

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Carolina parla poco e cammina senza far rumore, si nasconde dalla vita perché non è come vorrebbe, perché non riesce a smettere di sentirsi in difetto. Non riesce a sentirsi mai “abbastanza”. E nessuno sa perchè, ma lei sussurra una canzone.

Lei cammina e va lontano, ma mai abbastanza, lei lavora e sputa l’anima a lavare i pavimenti, a lustrare le maniglie di portoni, che custodiscono famiglie in doppiopetto, che salgono le scale e la salutano come quando accarezzi la testa di un cane, come quando sorridi come a dire “ti guardo per sentirmi migliore, ti guardo ancora per convicermi di nuovo”. Lei china sulla scale sputa l’anima e i sospiri d’ammoniaca e se lo chiede e sottovoce si risponde “mai abbastanza”.

Carolina occhi scuri come il fondo della notte, si ferma un attimo e ti guarda come a dire “non azzardarti far domande, non devi accorgerti di me, è inutile che insisti, non ti lascerò entrare”. Ti sorride come a dire “adesso lasciami passare, come i viaggiatori alle stazioni, che appena son passati non ricordi neanche il viso, neanche il suono della voce, neanche se siano mai esistiti veramente”.

E si guarda Carolina, nello specchio dell’ingresso e vede zigomi sabbiosi come le dune che scalava a dieci anni, vede guance screpolate, come gli affreschi nelle chiese sconsacrate, che ti senti a disagio solo a vederle a lontano. Dovrebbero esserci anche gli occhi, forse nascosti chissà dove, ma tira a indovinare, meglio non rischiare di incrociarli in quello specchio, che lei lo sa che fanno male, ti si piantano addosso, ti tormentano, ti ricordano che respiri ancora. Decisamente è meglio non rischiare.

Carolina che tiene un diploma e trenta grammi di speranze in un cassetto, che se lo apre sente l’odore di quei giorni di risate, di pasticcini e luci al neon e tutti a dire “adesso sì che sei speciale, adesso esci e fatti valere e trova un uomo e metti su famiglia, che è così che si deve fare”.

Ma lei già lo sapeva di non esserne capace, di non sapere come fare, di non essere mai abbastanza.

Lei ha un figlio che ha vent’anni, vive a Londra per amore e un marito di quaranta fuggito chissà dove e non è vero che il tempo cura le ferite, per lei ogni giorno che finisce non fa altro che aumentare il sale sulla pelle, i pensieri fanno male e si piazzano di taglio sul respiro, come i gradini che torturano le ginocchia. Che a pensarci la sua storia è un po’ così, un dolore lieve e costante, che ti logora e ti scava, implacabile, incessante.

Carolina che si sdraia sulla sera, come fanno le tovaglie sopra i tavoli, quelle che sono un po’ fuori misura e lasciano uno spigolo scoperto alle intemperie. Si sdraia per abitudine, in un silenzio devastante, in una solitudine che disturba.

Tiene una foto sotto al cuscino, c’è un bambino che sorride, ha i suoi, occhi neri come il fondo della notte, lei si raggomitola i pensieri e si addormenta sussurrando una canzone. Il mondo fuori è soddisfatto. Carolina mai abbastanza.

La canzone che sussura l’ha sentita un giorno, chissà dove e fa così: Da adesso in poi.

“Come le lampade hanno bisogno di petrolio, così gli uomini hanno bisogno di essere nutriti di una certa quantità di ammirazione. Quando non sono abbastanza ammirati, muoiono”, (Henry de MontherlantPietà per le donne).

Dedicato a tutti quelli che non riescono a vedere il proprio valore.

Di camere, pentagrammi e poco rumore. E un po’ di più.

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Immagine presa dal web

Ci sono persone che più di altre hanno bisogno della loro camera del silenzio.

Sono quelli che hanno il buio in fondo agli occhi un po’ più nero, il miele sul palato un po’ più amaro, il mare dentro dentro all’anima più profondo.
Quelli che si perdono dentro un’illusione, che tutte quelle parole nella testa fanno un gran rumore, che vi passano vicino lungo i marciapiedi, ma non sanno neanche loro dove son finiti coi pensieri.

E li vedi seduti in una stanza a fissare un muro, perché non sapendo più dove guardare, si sono rifugiati dietro un orizzonte da inseguire, perché fa male sentirsi fuori posto e non poterlo dire e allora è meglio non avere sguardi da giustificare, sono note sparse sopra un pentagramma senza concerti in cui poter suonare.
Sono quelli che respirano a fatica davanti ad un sorriso inaspettato, perché temono di sgualcire quei secondi di bellezza assoluta che svanisce, quelli che non sanno dove andare ma è tutto perfetto, che non è mica la prima volta che vanno in giro per istinto, che anche se si perdono ormai non ci fanno più caso. E vanno a senso.

Quelli che restano in silenzio perché poi lo sanno, che a parlare da soli un po’ ci si confonde, mentre tutti gli altri fanno la loro parte, loro sono bolle di sapone dentro un vento forte, che basta un gesto insolito per farli svanire.
Sono quelli che fra le loro pareti sanno cosa fare, ma se li metti davanti ad uno sguardo, vorrebbero scappare o incarcerarsi dietro ad un paio di occhiali scuri per poter respirare, quelli che non hanno quasi niente da farsi perdonare, ma nonostante tutto vorrebbero non farsi notare.

Sono quelli che smaniano per provare a parlare, ne hanno un bisogno infinito, ma non è da tutti riuscire a sostenere un ideale senza lasciarsi trucidare dalla paura di non essere all’altezza di aprire bocca ed iniziare a sparare. Sono quelli che chiudono a doppia mandata e gettano la chiave, perché far uscire parole è come stare nudi davanti ad un tribunale, “e signor giudice io nego tutto, lei è un uomo che ha studiato, non le ho mai detto “amore tu mi manchi”, io l’ho solamente urlato”, ma nessuno l’ha sentito, che certe grida è meglio ignorarle, che certe donne non si meritano di fare le infermiere ad un matto, che certe volte è meglio non parlare perché quando va tutto bene non serve dirlo. Quando va tutto bene è meglio non saperlo.

Sono quelli che si sono chiusi fuori dalla confusione, per non sentire il peso di chi vuol sapere, di chi ti chiede se stai bene solo per fare conversazione, ma se poi rispondi non ti stanno neanche a sentire; sono quelli che saprebbero volare, che danno un peso alle parole, che davanti a certe labbra il fiato non ne vuol sapere di riprendere ad uscire.

Ci sono persone che hanno bisogno di rifugiarsi nella loro stanza senza nessun rumore, , dove nessuno li potrà mai trovare, dove osservano il mondo per poterlo affrontare, dove si guardano dentro per capire se va tutto bene, che si trovano sbagliati ma se ne fanno una ragione. È il posto in cui devono imparare a nuotare perché per stare a galla in questo mare devi riuscire a regalarti un sogno,

Ci sono persone che hanno il fiato in salita un po’ più corto, che ci sfiorano lungo i viali ma sono un po’ più lontani, che tengo gli occhi un po’ più chiusi per restare nella loro stanza, un po’ di più.
Ci sono persone che parlano poco, sorridono piano, soffiano i dolori un po’ più lontano da qui.
Continuano a sfiorarci, continuano a sorriderci, continuano a ripetere che stanno bene. Ad ogni passo muoiono un po’. Ma l’importante è non saperlo.

(Questo testo è stato ispirato da un po’ di musica, qualche chiacchiera sparsa e da un post di Harahel, anche se lei non lo sa)

“Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.” José Saramago, La caverna

Questa canzone non ci combina niente, lo so, ma mi piaceva…e quindi eccola qua.