Antonio con la luce che serve.

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Antonio è un ladro, su questo non si discute. Uno di quelli che sanno come forzare la porta principale senza lasciare segni evidenti, abile e invisibile, scavalca recinzioni di cemento e indifferenza, entra in case sconosciute, senza neanche guardarsi intorno, lui sa già come muoversi. Punta dritto alla cassaforte. Calcola i passi con invidiabile precisione. Due a sinistra oltre il centro del petto. E la trova. Sempre. Antonio è un ladro, ma non mira ai soldi, lui ruba immagini ai volti delle persone. Non ha pistole né coltelli, va in giro armato solo di una macchina fotografica, di quelle che ancora montano il rullino, perché è sempre un miracolo veder affiorare dal foglio bianco il viso di qualcuno. Come se vedesse nascere tutti quegli sguardi e quei sorrisi. Persone di ogni età, senza nome né indirizzo, incontrate per caso oppure per sbaglio, tutte con la loro storia cucita addosso. Visi immacolati che nascono, lì, adesso, per la prima volta, tra le sue mani. Un miracolo.

Antonio gira a volto scoperto, poi ti guarda, con la faccia che ha, dalla tasca del giubbotto tira fuori la sua Reflex e ti saccheggia l’esistenza.

Che poi neanche se ne rendono conto di essere stati derubati, hanno tutti cose più importanti e pesanti a cui dedicarsi. Alcuni sorridono, nell’attimo esatto in cui realizzano di essere fotografati, altri restano indifferenti e scuotono la testa, la maggior parte di loro rimane sorpresa. Perché è qualcosa che non ti aspetti, essere derubato in pieno giorno, con tanta astuzia intendo. E’ un evento che sfugge al controllo, come un bacio dato a bruciapelo. Un fruscio di mani che ti frugano la vita, un gesto quasi intimo, inappropriato. Che appena è passato ti fermi a controllare che sia tutto in ordine, una sorta di disperato bisogno di conforto, come quando esprimi un’opinione e cerchi conferme nello sguardo di chi ti sta attorno.

Ma è di notte che Antonio vive davvero, quando torna a casa ad ammirare la refurtiva. Toglie il rullino ed entra nella camera oscura, perché certe emozioni vanno vissute con la luce che serve. C’è una parete in casa di Antonio in cui sono custoditi con cura tutti quei destini. E lui li ha amati. Tutti. Per ognuno di loro ha inventato una storia, una casa, una vita intera per cui lottare. Per ognuna di quelle persone ha indovinato le traiettorie della mente, ha dipanato incertezze e paure. Perché lui non le dimentica quelle persone, non riesce a togliersi dalla mente chi ha toccato con mano, almeno una volta, la sua vita. Antonio è un po’ stregone e un po’ indovino, perché prevede il destino di quei visi. E non sbaglia mai, riesce a descriverne il percorso, con un’esattezza quasi fastidiosa. E ogni tanto sorride, contemplando quel mosaico di passioni e gli viene da pensare che dev’essere così che si sente Dio quando guarda verso il mondo. Lui che non ha nessun dio a cui fare promesse solenni.

E allora lui ruba, si appropria con l’inganno di meraviglie vissute da altri, come se quegli scatti presi di contrabbando non si limitassero ad imprimere solo un’immagine sulla pellicola, ma un’esistenza intera. Da quando è rimasto da solo scatta foto al destino di sconosciuti, non potendo più farlo a quello di lei, che un giorno disse soltanto “E’ tardi, devo andare”. Lui pensò ad un impegno improrogabile, uno di quelli che non c’è verso di rimandare. In un certo senso era così.

Sono passati otto anni. Otto anni senza un indizio. In tutti questi giorni non ha smesso di aspettarla. Che quelli che aspettano li riconosci subito, sì guardano attorno aspettando una sorpresa. E allora l’unica cosa che gli resta è cercarla, nelle vite che sfiorano la sua.

Antonio costruisce la vita degli altri, che con la sua fa fatica ad andare d’accordo. Della sua si limita a seguirne i passi, come in una danza, si lascia guidare, stando solo attento a non pestarle i piedi. Che certe esistenze vanno prese senza clamori. Certe vite le freghi soltanto chiudendo gli occhi. Vivendole con la luce che serve.

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32 pensieri su “Antonio con la luce che serve.

  1. Ricordo in India, mi chiedevano di potermi fotografare assieme ad intere famiglie, per strada. Non avevano mai visto una bianca, bionda. Mi sentivo una scimmia da circo, ma dicevo di sì. Mi vergognavo un pò, ma alla fine mi sembrava di donare un sorriso.

  2. Ti stavo aspettando….perché ogni volta che ti leggo è come se ritrovassi una parte di me, che avevo già ma che ancora non avevo “letto” e compreso fino in fondo.
    Ora, ad esempio, conosco una ragione in più per la quale amo così tanto fotografare..
    In fondo, la fotografia è lo specchio di ciò che siamo riflesso attraverso un vetro trasparente; cerchiamo all’esterno di noi ciò che dentro custodiamo gelosamente.
    E’ sempre un piacere leggere le tue “fotografie”..

    • Non sono molto bravo a scattare fotografie “normali”, perciò mi diverto a farlo a parole. Diciamo che mi piace provare ad indovinare l’esistenza delle persone che mi passano accanto, che è il mio modo di immortalare panorami. Grazie infinite. Al prossimo click.

  3. O mamma! E che mi son persa fino ad ora! Ma è bello vero questo racconto! Lui fotografava con la macchina fotografica, tu lo hai fatto con le tue parole! E mi son pure emozionata…. A volte questa è proprio la realtâ della vita di qualcuno…

  4. … e quando dodici anni fa dal bagno /gli disse è tardi, devo andare
    pensò che si trattasse di un impegno, non dodici anni senza ritornare…
    A parte i ricordo di questa canzone che amo molto e che mi hai riportato alla mente (non so se volutamente o no), anch’io avevo pensato che quello che Antonio fa con le fotografie, chi scrive lo fa con le parole. Perché non va d’accordo con la sua vita, forse, o per seguirne i passi (che bello quell’ultimo paragrafo, mi sono incantata a leggerlo!): o a volte forse solo perché è in attesa. Di una storia o della luce che serve o chissà…

  5. Qui ci sono molti che ti aspettano. E fanno bene !
    mio nonno che era un fotografo di professione si sarebbe commosso a sentirti parlare di camere oscure, negativi, sviluppi e immagini che nascono come per incanto.
    Questo racconto mi è piaciuto più degli altri e non dipende solo da aspetti affettivi personali. Questo è di una spanna più su. Migliori a vista d’occhio.

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