Margherita e i tulipani.

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici dei primi anni settanta. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Esce dal suo bilocale di via Roma numero 9, percorre i quattrocento metri che lo separano dall’incrocio con via Londra, facendo un cenno con la mano a Piero seduto al tavolo del bar Marilena, con un budino di riso, un cappuccino scuro e la Gazzetta aperta alla pagina del Milan a fargli compagnia. Anche se lui tifa Fiorentina. Giovanni imbocca via Madrid, alla fine della discesa rallenta e manda un bacio a Rossella che sta in piedi, con il telefono all’orecchio, davanti alla porta della sua merceria. Quel bacio è talmente forte che interrompe il flusso dei pensieri. E la telefonata di Rossella.

Giovanni ha settantadue anni ma ne dimostra almeno settantaquattro, si veste come se ne avessi cinquantuno e parla come un ragazzo ventisei. Uno di quei ragazzi con i sogni che profumano ancora di incoscienza e pane fresco, quelli che si sentono felici davanti ad un quadro di Monet e piangono sulla scena finale de “L’attimo fuggente, Uno di quei ragazzi che hanno il loro mondo chiuso lì, in quel punto preciso, a metà fra il polso destro e l’infinito.

Giovanni è strano, sì, è decisamente strano, ma sfido chiunque a trovare qualche innamorato che non lo sia. Ama Margherita e la ama talmente tanto che non lascia cadere neanche un istante senza farglielo sapere. Perché l’amore è così, ti fa scordare tutto il resto, mangi poco e ridi spesso, ti dimentichi le chiavi sul sedile e ti lavi i denti con la schiuma da barba, piangi e non sai perché e quasi vivi temendo una sventura. E non sai quale. Ama e basta, perché non gli costa fatica farlo, perché quella strana sensazione lo culla, come il rollio di una barca a remi ai bordi del porto. Ama di un amore fantastico e disperatissimo. Uno di quegli amori come i gelati d’Aprile, benedetti dal sole come i panni stesi. Un amore un po’ smarrito in questo traffico di cuori.

Ma quanti amori sono appassiti in attesa del giorno giusto in cui sbocciare, se ne accorgeva ogni volta che guardava i tulipani, quelli che metteva in vetrina, fra le gerbere e l’anthurium. In ogni mazzo c’era sempre un tulipano che rimaneva chiuso, succedeva sempre. Ce n’era sempre uno che non aveva avuto il coraggio di mostrarsi, preferiva restare nell’ombra, continuare a sognare indisturbato il momento giusto in cui uscire allo scoperto, rinunciando a tutto quel mondo che non smetteva un attimo di girare. Rimaneva nel suo guscio, stringendosi le ginocchia al petto, contando fino a dieci ma nell’attimo esatto in cui decideva di squarciare il suo silenzio c’era sempre qualcosa che lo faceva desistere. Un rumore, un’ombra di inquietudine, una nuova ondata di incertezza che alzava di un metro l’innaturale barriera al volo dei sogni. Serviva una specie di miracolo per convincere quei tulipani a lasciarsi andare. Che dove lo trovi poi un miracolo così. Che passa talmente tanto tempo che alla fine ti convinci di non meritarlo neanche un miracolo così. Con Margherita era capitato tutto all’improvviso. Uno sguardo, un sorriso fugace, la vita che li ha fatti incontrare e tenere abbracciati come dopo un lunghissimo tuono.

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici dei primi anni settanta. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo. Entra in quello che un giorno era il suo negozio di fiori. Una sosta veloce, roba da niente. Arriva ad una panchina, di quelle che ci passi davanti centinaia di volte e non ne noti la presenza, si siede lì ad ascoltare la voce dell’acqua che scorre sotto di lui e parla e muove le mani e racconta la sua vita a qualcuno che non c’è. E si vede che è felice, come quando condividi una gioia con qualcun altro stingendogli le mani. Poi si alza e si allontana, si ferma un istante, roba da niente, si volta come per salutare, uno sguardo alla panchina sulla quale ha posato un tulipano ed uno alla ringhiera dove anni prima ha inciso qualcosa che assomiglia molto ad una frase lasciata sul parapetto di un ponte che sovrasta un fiume irrequieto. “a Margherita, che adorava questa vallata. Da Giovanni, che le teneva la mano. E mai smetterà di farlo”. Perché è così che ogni giorno riesce a fregare la morte. Solo così. Perché è così che si spiegano certe esistenze. Solo così. E’ il miracolo dei tulipani.