Meno di un minuto.

Mi chiamo Teresa e tra meno di un minuto sarò morta. Solo pochissime persone al mondo sono in grado di sapere con esattezza il momento della loro scomparsa. Meno di un minuto, così ha detto il medico che mi ha appena visitato, quello bello, con gli occhiali e la bocca carnosa. “La pallottola ha trapassato lo sterno,” Ha detto con quelle labbra perfette, “non c’è più niente da fare”. Dio cosa gli farei ad una bocca così.

Meno di un minuto, il tempo che ho impiegato ad innamorarmi dell’uomo sbagliato, il comandante di un esercito di mercenari. Tutti con qualche nemico nuovo da affrontare con chili di tritolo, acido e cemento.

Meno di un minuto, la durata del boato sull’’autostrada e dell’auto vicino al centro di Palermo, meno di un minuto, l’attesa del treno per Peppino. Perché a certe persone non basta ammazzare qualcuno, no, devono fare in modo che si sappia.

Meno di un minuto, il tempo che durava la stretta di mano tra il comandante e quella processione di faccendieri, pancioni, puttanieri, in cravatta e doppiopetto, venuti a chiedere un compromesso per la loro fame di potere. Li spiavo da dietro la porta socchiusa, tutti devoti e imploranti, come a dire “comanda me, comandante”.

Meno di un minuto, il tempo necessario per inventarmi cento modi di fuggire, meno di un minuto per abbassare la testa e rinunciare.

Meno di un minuto per trovarmi fra le braccia di un ragazzo, avrà avuto vent’anni, io almeno quaranta. Non era amore, era solo aria sana, ma quelle come me non sono destinate a respirare ossigeno. Cerco di pensare a lui, ogni giorno, per meno di un minuto.

Meno di un minuto è il tempo che mi resta per pensare al figlio che non ho, si sarebbe chiamato Giovanni e a quest’ora sarebbe laureato, magari avrebbe cambiato cognome, magari, chissà, avrebbe potuto anche amarmi.

Meno di un minuto per imparare a chiede scusa, quelle come me non conoscono il significato, ma l’ultima volta che mi sono vista nello specchio mi è venuto da piangere forte.

Meno di un minuto per pensare al comandante, che a suo modo mi ha voluto bene e io, a mio modo, ho tradito ogni giorno.

Meno di un minuto per beccarmi una pallottola in mezzo al petto, a far compagnia a tutti gli altri dolori incastrati nel respiro. Una fatalità, dicono, io invece sono convita che mi aspettasse da tempo quel proiettile. Come un amante paziente seduto al tavolo di un ristorante con una rosa in mano in attesa di qualcuno da liberare.

Mi chiamo Teresa e adesso ho perso il conto dei secondi, il dottore dalle labbra perfette mi sta guardando e io vorrei solo dirgli che ho pau

Egan il matto.

Maledizione, avrei voluto dormire ancora un po’. Invece eccomi qua, approdato in un’altra giornata con nessun impegno da affrontare. Niente di niente, solo stare qui ad osservare, controllare che tutto si svolga secondo i piani. Un giorno come gli altri, fotocopiato e messo lì ad occupare spazio. Con la solita pioggia leggera a battere contro i vetri della finestra in finto stile inglese.

Non resta che stare qui ad aspettare qualche persona nuova che sale su per la collina a soddisfare la propria curiosità. Con quella faccia da topo invadente, tutti uguali, hanno tutti lo stesso viso. Quelli che percorrono la Wild Atlantic way andrebbero sterminati con processi sommari. Tutti uguali. Curiosi in modo irritante. Tutti con la stessa identica domanda, tutti quanti. “Perché ha deciso di vivere qui?” E lo chiedono con lo stesso tono di quando si chiede “Come stai”, giusto per far prendere aria alla bocca, fregandosene palesemente della risposta. I più audaci aggiungono un “beato lei” nel mezzo di un sospiro. Tutti uguali. Strozzatevi con le vostre domande inutili. Riprendete quella maledetta strada e portate il vostro culo piatto come il Benn Gulbain a vedere qualche stronzata inglese, che quando sarete a casa sul vostro divano in alcantara di questo sputo d’Irlanda non vi ricorderete neanche il nome.

Vivo qui da quando persi la memoria. Egan il matto, così mi chiamano. Era il giorno di San Patrizio, così mi hanno detto. Probabilmente non è neanche vero che fosse quel giorno lì, semplicemente dovevano sceglierne uno e hanno scelto quello. Giusto per dare una data precisa ad un ricordo. Il giorno in cui Eveline si alzò in volo dimenticandosi di aprire le ali. Che la vidi, bella come un temporale, lasciarsi alle spalle Fanad Head e abbracciare l’Atlantico. Stringerlo forte, tutto quando. Ditemi voi come si fa a non perdere la ragione davanti ad una meraviglia come quella.

Da allora vivo qui, guardando tutti gli anni del mondo da una finestra in finto stile inglese, con un oceano sotto i piedi a custodire stupori. Sul bordo di questa baia ingannevole, che attirava navi, ammaliante e lasciva, con l’anima di serpente. Resto qui. E ascolto. E le sento le storie dei marinai, raccolti sottocoperta a sputare tabacco e bere vino. Sento le preghiere delle donne, pronte a scambiare un giuramento al Padreterno pur di vederli tornare senza troppi graffi nel destino. Sento le promesse degli amanti, quelle proclamate sotto un cielo di marzo, che durano una vita o una stagione. Quelle che quando ci ripensi si scaldano le mani e i respiri. Sento le bestemmie delle balere che si affacciano sul porto, le sottane delle donne che barattano spiccioli con effimeri piaceri, sento il profumo di tutte le città di mare, tutte quante, quell’odore rugginoso di speranze e boccaporti, di gasolio e letti sfatti.

Vivo qui, perché è come se ogni esistenza approdasse su questa scogliera. Vivo qui perché da qui si vede l’anima del mondo, ogni vostro sussulto di vita. E’ così che deve sentirsi Dio quando si ferma a prendere fiato.

Ogni giorno, un attimo prima della fine di un tramonto, scendo queste scale, faccio i trentaquattro passi che mi dividono dalla fine della terra, guardo tutta quell’immensità, apro le braccia come un crocifisso, chiudo gli occhi, il respiro rallentato e aspetto. Aspetto finché non sento il bacio di Eveline. Le sue mani intorno al viso e la sua voce come una ballata di fine settembre a dirmi “Non sei ancora pronto per volare. A domani amore mio”. Una voce così, bella come un temporale.

Ogni giorno, un attimo dopo la fine di un tramonto, apro gli occhi e resto così, con l’Atlantico sotto piedi e il faro di Fanad Head, con la sua finestra in stile finto inglese a vegliare sopra i sogni.