Egan il matto.

Maledizione, avrei voluto dormire ancora un po’. Invece eccomi qua, approdato in un’altra giornata con nessun impegno da affrontare. Niente di niente, solo stare qui ad osservare, controllare che tutto si svolga secondo i piani. Un giorno come gli altri, fotocopiato e messo lì ad occupare spazio. Con la solita pioggia leggera a battere contro i vetri della finestra in finto stile inglese.

Non resta che stare qui ad aspettare qualche persona nuova che sale su per la collina a soddisfare la propria curiosità. Con quella faccia da topo invadente, tutti uguali, hanno tutti lo stesso viso. Quelli che percorrono la Wild Atlantic way andrebbero sterminati con processi sommari. Tutti uguali. Curiosi in modo irritante. Tutti con la stessa identica domanda, tutti quanti. “Perché ha deciso di vivere qui?” E lo chiedono con lo stesso tono di quando si chiede “Come stai”, giusto per far prendere aria alla bocca, fregandosene palesemente della risposta. I più audaci aggiungono un “beato lei” nel mezzo di un sospiro. Tutti uguali. Strozzatevi con le vostre domande inutili. Riprendete quella maledetta strada e portate il vostro culo piatto come il Benn Gulbain a vedere qualche stronzata inglese, che quando sarete a casa sul vostro divano in alcantara di questo sputo d’Irlanda non vi ricorderete neanche il nome.

Vivo qui da quando persi la memoria. Egan il matto, così mi chiamano. Era il giorno di San Patrizio, così mi hanno detto. Probabilmente non è neanche vero che fosse quel giorno lì, semplicemente dovevano sceglierne uno e hanno scelto quello. Giusto per dare una data precisa ad un ricordo. Il giorno in cui Eveline si alzò in volo dimenticandosi di aprire le ali. Che la vidi, bella come un temporale, lasciarsi alle spalle Fanad Head e abbracciare l’Atlantico. Stringerlo forte, tutto quando. Ditemi voi come si fa a non perdere la ragione davanti ad una meraviglia come quella.

Da allora vivo qui, guardando tutti gli anni del mondo da una finestra in finto stile inglese, con un oceano sotto i piedi a custodire stupori. Sul bordo di questa baia ingannevole, che attirava navi, ammaliante e lasciva, con l’anima di serpente. Resto qui. E ascolto. E le sento le storie dei marinai, raccolti sottocoperta a sputare tabacco e bere vino. Sento le preghiere delle donne, pronte a scambiare un giuramento al Padreterno pur di vederli tornare senza troppi graffi nel destino. Sento le promesse degli amanti, quelle proclamate sotto un cielo di marzo, che durano una vita o una stagione. Quelle che quando ci ripensi si scaldano le mani e i respiri. Sento le bestemmie delle balere che si affacciano sul porto, le sottane delle donne che barattano spiccioli con effimeri piaceri, sento il profumo di tutte le città di mare, tutte quante, quell’odore rugginoso di speranze e boccaporti, di gasolio e letti sfatti.

Vivo qui, perché è come se ogni esistenza approdasse su questa scogliera. Vivo qui perché da qui si vede l’anima del mondo, ogni vostro sussulto di vita. E’ così che deve sentirsi Dio quando si ferma a prendere fiato.

Ogni giorno, un attimo prima della fine di un tramonto, scendo queste scale, faccio i trentaquattro passi che mi dividono dalla fine della terra, guardo tutta quell’immensità, apro le braccia come un crocifisso, chiudo gli occhi, il respiro rallentato e aspetto. Aspetto finché non sento il bacio di Eveline. Le sue mani intorno al viso e la sua voce come una ballata di fine settembre a dirmi “Non sei ancora pronto per volare. A domani amore mio”. Una voce così, bella come un temporale.

Ogni giorno, un attimo dopo la fine di un tramonto, apro gli occhi e resto così, con l’Atlantico sotto piedi e il faro di Fanad Head, con la sua finestra in stile finto inglese a vegliare sopra i sogni.

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Uno sguardo in Irlanda.

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Ci sono mari sconfinati e ci sono scogliere che li contengono. È così e niente potrà sciogliere l’abbraccio che li unisce.

Vivo da sempre in una città di mare e tutte le volte che mi trovo a passare sulla strada che costeggia la scogliera devo rallentare, a volte fermarmi e guardare verso l’infinito. Succede ogni maledetta volta. E da sempre, in quel preciso istante, nasce un’emozione che mi seduce. Ogni volta.
Ho sempre creduto che esistano due tipi di emozioni, quelle che si fermano agli occhi e quelle che arrivano allo stomaco.

Sì, perché certe sensazioni si piantano dentro, come certi gesti o certi amori.
E non importa se poi il momento passa, il senso di vuoto che toglie per un attimo il fiato ormai è dentro, giù, in fondo. Ormai fa parte di noi e nessuno potrà mai toglierlo da lì. Siamo legati, come il mare e la sua scogliera.

Ci sono emozioni che seducono il nostro stomaco, sono piccole cose, magari piccoli gesti, come una donna che si sposta una ciocca di capelli dagli occhi, ma lo fa in un modo che ci sorprende, lei neanche sa di quanto sia irresistibile in quel momento, di quanta bellezza sia capace di sprigionare, una bellezza che fa quasi male, come fosse un fastidio. Lei non lo sa di aver agitato il nostro mare, di aver fatto nascere una nuova emozione che ci seduce.

E non ci saranno liti o parole sbattute sul tavolo che riusciranno a strappare via quella scheggia dal respiro. Sarà così ogni volta che la guarderai negli occhi e ci vedrai l’Irlanda, o la vedrai sorridere e sentirai l’odore della Normandia, muove le mani e tu sei seduto su uno strapiombo portoghese, con l’Atlantico che minaccia tempeste.
E ti ci perdi in quegli occhi e in quei sorrisi e anche se lei smetterà di guardarti non importa, tu sentirai ancora il mare sotto di te che tira cazzotti agli scogli.

Perchè ormai sei là e se l’amore è volubile, tu non smetterai di pompare il salmastro nei polmoni, né di guardare i vortici dell’acqua, né di sentire le grida della tua emozione che ti seduce.

E allora non fa niente se lei se ne andrà, se porterà con sé i sospiri, i silenzi, i giardini d’estate, i baci voluti e quelli mai dati, i morsi alle labbra, le 9 e 40 e i giorni di vento, le strade in campagna e le ore a parlare, i biglietti non scritti i “noi ci sentiamo”, i sogni e i cassetti, i parcheggi assolati, il tempo in attesa di un treno in arrivo, i “dammi le mani, non senti che tremo”, restiamo in silenzio che voglio sognare, che è il nostro modo di fare l’amore.

Ci sono mari e ci sono strapiombi, a volte mancano sia gli uni che gli altri, esistono solo alcuni impercettibili sospiri interrotti, che resteranno dentro lo stomaco in attesa di una scogliera e della sua emozione che ci seduce.

” Ci sono cattivi esploratori che pensano che non ci siano terre dove approdare solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno a sé.” Francesco Bacone

Se vi capitasse di viaggiare e incontrare la vostra scogliera, se volete, senza impegno, mandatemi una cartolina

Guardando verso Macondo

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Ci sono occhi che ti guardano e ti rimangono addosso.

Occhi che ti scrutano e ti si piantano sulla carne, non si scrollano più, ti scavano, ti costringono a tirar fuori le tue paure più inconfessabili, ti si incollano all’anima, come satelliti irrequieti.

Occhi in cui navigare, come mari calmi all’alba di un temporale, come le scogliere d’Irlanda, come vele spiegate in una giornata di maestraele, occhi capaci di calmarti, da tenere sotto al cuscino.
Occhi sinceri come sorrisi di madre, infiniti come arcobaleni costanti, graffianti come unghie sulla pelle salata, come sabbia sulle ferite mai risolte, come lingue che danzano sotto un cielo d’aprile.

Occhi come paure afgane, nascoste sotto al letto mentre fuori scoppia la notte, occhi di frontiere di terre sconosciute, di imprese, di voli in deltaplano sopra le vette del Tibet, che raccontano storie, pieni di persone come le ramblas di Barcellona.

Occhi che non sanno nascondere niente, come pareti trasparenti di musei improvvisati, di girasoli nei deserti dell’Arizona.
Occhi che parlano di Aureliano Buendia quando torna a casa. Perchè una volta nella vita, ognuno ha diritto di arrivare a Macondo. Ne ha diritto. Almeno una volta.

Ci sono occhi che ti si piantano nella testa, che non te ne liberi proprio, che è inutile anche provarci, che tanto, ti spogliano comunque.
Occhi arrabbiati, che ti vomitano parole, assordanti come un concerto degli Iron Maiden, che tirano schiaffi, che lanciano coltelli, che chiudono lo stomaco sfregiando il respiro, che lasciano lividi, che fottono i tuoi errori.

Occhi indiscreti, come porte socchiuse di un bordello parigino, sfacciati, di amanti scandalosi in oasi pubbliche, lascivi, di dita vogliose in luoghi sicuri.
Occhi che scatenano torbidi sospiri di mani dentro i jeans.

Sguardi di donne che se ne vanno senza voltarsi, ma lasciano gli occhi piantati nei tuoi, che spengono le luci dei lampioni alle due di notte.
Occhi traboccanti di imbarazzi smisurati, di lenzuola stese al sole di Amsterdam, di tuoni allo stomaco e fulmini sulle vertebre.
Occhi di “dio ma come sei bella”, di “abitami addosso, che una sola pelle non mi basta”.

Occhi eterni, come i passi a Trinità dei monti, pesanti da sostenere, di fatiche, di fiato grosso come un vento in salita, di giorni irreali come il Natale a ferragosto.

Ci sono occhi che non vogliono vederti, se ne fregano di quello, no, non ti vedono, loro ti guardano. E per una volta nella vita, lo trovi, il tuo Macondo.

Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo. William Shakespeare.

Hay magos, hay acrobates, hay juventud rebelde