Il barbiere e Berlinguer.

Alcuni mesi fa il mio barbiere di fiducia è andato definitivamente in pensione. Lui, è stato il primo a tagliarmi i capelli, era il custode dei miei segreti, alcuni leggeri, altri più compromettenti. Quando le persone si sedevano su quelle poltrone piroettanti si sentivano coccolati e al sicuro, era quindi normale sciogliere la lingua e lasciar correre quel flusso di coscienza che è la tua vita.

In posti come quello in cui vivo i legami con certe figure sono forse più autentici e quando qualcuno cambia vita finisce per cambiare inesorabilmente anche quella di tutti gli altri. Perché qui viviamo così. E ne andiamo fieri.

Questo è il mio tributo e il mio modo per dire “Grazie di tutto”.

Via Firenze sembra l’autostrada del sole, quattro corsie e auto che sfrecciano a tutta velocità, realizzi di essere in piena città soltanto quando arrivi al semaforo e lo trovi rosso. Improvvisamente sei circondato da uno sciame di scooter, come quando decidi di fare un pic-nic e appena tiri fuori il panino ti rendi conto che sarai costretto a condividerlo con settecento mosche che fino ad un secondo prima se ne stavano nascoste nelle loro trincee aspettando il momento giusto per attaccare, le bastarde.

Guardi tutti quei centauri, alcuni normalissimi altri più pittoreschi. Il tipo davanti a te ha una scritta sulla parte posteriore del casco, ma non distingui bene le parole, ti sporgi in avanti premendo il petto sul volante della tua auto, stringi gli occhi nello sforzo estremo di codificare quelle sillabe e alla fine le tue diottrie ti permettono di appropriarti di quella frase dal profondo significato filosofico “Il montone esce dal gregge e lo butta nel culo a chi legge”.

Rimani un attimo a rimuginare sul senso della vita, nel frattempo è scattato il nero, cioè, il semaforo è in quella fase in cui si è spenta la lampadina del rosso ma non si è ancora accesa quella della verde. In una frazione di micro secondo gli scooteristi davanti evaporano come se avessero il plutonio nel serbatoio, la luce del semaforo dà il liberi tutti e l’automobilista dietro di te abbassa il finestrino, fa uscire la testa e con voce di tuono ti sveglia dal tuo torpore «Guarda che questo è il massimo eh, più verde di così non diventa».

Prosegui dritto e al primo incrocio che trovi svolti a sinistra, perché come diceva tuo nonno tra una scatarrata e l’altra «Bimbo, quando nella vita non sai che cazzo fare svolta a sinistra, male che vada ci trovi la tazza del cesso». I proclami di tuo nonno era difficili da capire. Comunque segui il consiglio, imbocchi una strada anonima e d’improvviso ti trovi catapultato nel 1930. Intorno a te solo palazzi che sembrano caserme, una chiesa, un tabaccaio e una sede del Partito Comunista con annessa bandiera che sventola imperterrita. Perché da queste parti se ne fregano del centrodestra, centrosinistra, centrocentro e se chiedi a qualcuno di qui cosa ne pensa dei pentastellati lui ti risponderà «pentastellami stocazzo». Qui sono comunisti. Tutti. Da sempre. E sono contro, anche se non si sa bene contro chi o cosa, non importa, l’importante è che tu sappia che loro sono contro. Loro vivono qui, in questo quartiere, si lamentano delle strade, dei palazzi con i cornicioni che cadono, dei marciapiedi tempestati di merde di cane. Si lamentano di tutto e te lo dicono, ma se ti azzardi a dire che hanno ragione si incazzano come pantere. Perché qui sei a Shangai e devi portare rispetto, se vuoi fare come ti pare vai a farlo in centro con i fighetti del quartiere Venezia.

Questa è Livorno e questo è il quartiere Shangai, anzi Sciangai perché qui scrivono come parlano. Il nome lo deve alla densità della popolazione paragonabile a quella dell’omonima città cinese. La gente di qui non ha la più pallida idea di dove si trovi la vera Shangai, sa soltanto che anche lì sono tutti comunisti e questo è sufficiente.

Se guardi bene, oltre la chiesa, il tabaccaio e la bandiera con la falce e il martello, laggiù, alla fine della strada, c’è un barbiere.

L’insegna parla chiaro “Barbiere”, sottotitolo “da Lido”. Non è un parrucchiere e ci tiene a farlo sapere, lui è specializzato in barbe, poi se non gli fai girare i coglioni ti taglia anche i capelli. Quei ventisette metri quadrati facevano da cornice a quattro sedie di legno chiaro liscio, ovviamente senza cuscini, su ognuna c’è un numero di Novella 2000 di almeno quindici anni fa. Una foto di Berlinguer che sorride sulla parete di sinistra, accanto c’è la maglia numero 10 di Igor Protti con autografo originale, poi una foto di Berlinguer con il pugno alzato. Sulla parete frontale la bandiera del Livorno Calcio, subito dopo la foto di Berlinguer con Pertini. Sulla parete di destra c’è una lavagna dove qualcuno ha scritto “Se la merda fosse oro Pisa sarebbe un tesoro”, subito dopo c’è la foto di Benigni che tiene in braccio Berlinguer. Più in basso c’è un lavandino con la doccia che esce dalla ceramica e una sedia, sempre di legno chiaro e liscio, però questa è girevole. Insomma, è un posto da uomini.

In quartieri come quello di Sciangai la figura del barbiere aveva un ruolo fondamentale per gli equilibri della vita quotidiana. Lido era molto più di un semplice tagliatore di barbe e capelli. Sotto i suoi sapienti colpi di forbici e rasoio le persone si sentivano coccolate e inclini ad aprire l’armadio per far uscire qualche scheletro. In realtà si instaurava una sorta di scambio, una regola non scritta che prevedeva “io ti racconto qualcosa di mio e tu mi racconti qualcosa di qualcun altro” Lui era un confessore, anche più di padre Luciano, parroco del quartiere, che andava a tagliarsi i capelli solo per tenersi aggiornato sugli accadimenti che i suoi parrocchiani evitavano di raccontargli durante il sacramento confessionale. Lido ascoltava i tuoi peccati e alla fine ti assolveva usando una formula liturgica che non lasciava scampo, una sorta di sentenza universale valida per qualsiasi occasione, come il completo nero con camicia bianca che è un passpartout per matrimoni, battesimi e ricorrenze varie in cui è richiesta una certa eleganza. La frase che decretava la fine di ogni confessione era «vaini e corna chi ce l’ha son sua». (Vaini=soldi). Dopo questa sentenza l’interlocutore si sentiva pienamente assolto e Lido poteva riprendere a sferragliare con lame e pettini.

Lui è il tipico barbiere che non te le manda a dire, se avevi dei capelli di merda te lo faceva capire chiaramente con metafore alquanto colorite tipo:

«Buongiorno Lido, tutto bene?»

«Boia dè, o che capelli hai? Sei venuto col motoscafo?»

«Lascia perdere i capelli Lido, dimmi piuttosto qualche pettegolezzo dell’ultimo minuto»

«Se vuoi le novità di questo porto: o piove, o tira vento, o sòna a morto». Rispondeva il barbiere senza esitazione.

Lido ha tagliato barbe e capelli a tutti i maschi del quartiere, anzi, ormai per i più giovani entrare per la prima volta in quel mondo che sapeva di aria calda e dopobarba era un rito di iniziazione. Una vera e propria cerimonia.

Il giorno stabilito era di solito un sabato alle 15, il padre si metteva i pantaloni migliori e giacca di velluto, anche in pieno agosto, prendeva il suo figlio maschio sottobraccio e uscivano di casa dicendo alle donne della famiglia «Noi andiamo a diventare grandi». La madre aveva già preparato la sfoglia per le lasagne e la nonna era intenta a cucinare il ragù con la cipolla e la carota, che “queste donne moderne sanno ‘na sega di come si cucina” pensava fra sé e sé.

Il padre percorreva quei trecento metri che li separavano dalla bottega di Lido guardandosi intorno compiaciuto, rispondendo «eh già» a chi chiedeva «ma è già così grande?». Il ragazzo stringeva le mani a quelli che gli si paravano davanti facendogli i complimenti. Come se diventare grande fosse un merito conquistato sul campo.

Entravano trionfanti, il padre e il figlio, Lido faceva volteggiare la sedia girevole e per l’occasione aveva messo sulla spalliera un cuscino con la foto di Berlinguer. Per la seduta aveva lasciato perdere, perché non ce la faceva proprio a mettere la faccia di quel grande uomo sotto il culo di qualcuno.

«Allora giovanotto, come li facciamo questi capelli?» chiedeva Lido brandendo in aria pettine e forbici.

«A spazzola!» Rispondeva il ragazzo con l’aria sicura di uno che ha studiato anni per farsi trovare pronto a quella domanda.

Lido non aveva sentito la risposta ma se ne fregava, tanto questi sbarbati li vogliono tutti a spazzola.

E mentre sentiva le ciocche cadere il giovane si immaginava il momento in cui avrebbe fatto ritorno dai suoi amici. Lo avrebbero accolto in trionfo, adesso era grande. Forse era così che si sentivano quelli che guidavano la macchina per la prima volta, quelli che facevano ritorno a casa dopo il primo viaggio da soli, quelli che davano il primo bacio. Forse era così che si sentivano quelli che sapevano di essere amati da una donna per la prima volta.

Alla fine uscivano insieme, il padre e il ragazzo, ma stavolta non si toccavano, camminavano fianco a fianco, come due soldati di pari grado. Lido li guardava allontanarsi di spalle e scuoteva la testa, dietro di lui Berlinguer sembrava avere un sorriso un po’ più largo.

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È inutile usare la chiave inglese se non sai le lingue.

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Mi capita spesso, quasi sempre per una specie di impegno chiamato lavoro, di fare una comparsata in qualche paesino dell’entroterra collinare.

 

Prima che qualcuno si incazzi a sproposito, preciso subito che vado decisamente pazzo per questi macro presepi animati. Appena varco il confine comunale, che di solito è caratterizzato da scritte ingiuriose nei confronti della madre del sindaco del comune antagonista, il mio sguardo si illumina come quello di Cristiano Malgioglio davanti alla trousse del fard.

 

Gli abitanti si conoscono tutti e le prime volte che ti vedono sono sospettosi, si scambiano sguardi complici, ti chiamano “straniero” (come nei migliori western di Bud Spencer e Terence Hill) e per non sapere nè leggere nè scrivere…si portano la mano al portafoglio, perchè non si sa mai.

Una volta appurato che sei innocuo tipo Gigi D’Alessio senza microfono, iniziano a darti confidenza.

 

E Lì è l’apoteosi.

 

Il primo che ti rivolge la parola è il reduce. Tutti lo chiamano dottore ma non è nemmeno infermiere. Gira con un cappello da alpino (anche se era in marina), dice di aver fatto entrambe le guerre e, se non ha ancora preso la pasticchina rossa, giura di essere stato al fianco di Napoleone durante la campagna di Russia. Peccato che sul più bello del racconto, quando sta per sferrare l’attaco finale al nemico, arriva la badante, lei russa veramente, che lo porta a casa a vedere la ruota della fortuna.

 

Di solito ci sono tre bar, uno sempre aperto che fa un caffè che sa di fosso, uno sempre chiuso con la scritta alla porta “torno subito” e il terzo gestito da un rastone di 150 chili, che fa come cazzo gli pare. Gli chiedi un caffè ed esci con un’Oransoda.

 

Il pezzo da novanta è il ferramenta, sempre abbronzatissimo, scarpe nere lucide e capelli impomatati, un misto fra Valerio Merola e la brunetta dei Ricchi e Poveri, alcuni sostengono che il negozio sia una copertura per i suoi loschi giri di femmine, oddio, il dubbio è legittimo, una volta gli ho chiesto la chiave inglese del 13, mi ha guardato come se gli avessi domandato gli affluenti dell’Adige e poi s’è scusato dicendomi che lui alle medie ha fatto francese.

 

C’è l’impiegato della banca, venerato da tutti, visto come tramite tra noi poveri mortali e il divino, l’essere perfettissimo, nostro signore del fido bancario. Il direttore della filiale. Tale mistica figura è un’entità impalpabile, fa solo alcune sporadiche apparizioni come la Madonna di Fatima, per il resto, non si manifesta mai, tipo Berlusconi al tribunale di Milano.

 

La bottega del barbiere è il vero cuore pulsante della comunità.

È sempre pieno di gente, ma nessuno si taglia i capelli, sono tutti seduti sulle poltroncine imbottite a leggere la Gazzetta e disquisire di organi genitali. Lui si fa la barba tre volte al giorno, tanto per sentirsi impegnato. Conosce i cazzi di tutti, al punto che il parroco prima di dare la penitenza al confessato, va da lui a chiedergli conferma.

Si scopa la moglie del ferramenta (il barbiere, non il parroco, almeno, non ufficialmente), ma solo perchè il ferramenta compra la gommina per i capelli al supermercato anzichè andare da lui.

 

Insomma tutte persone così, che magari vanno a prendere l’aperitivo col trattore, ma che sono comunque indispensabili al regolare funzionamento dell’ecosistema paesano.

 

Come dite?…le donne?…Ecco, quello è un mistero, stanno tutto il giorno in casa a fare bricolage, piantano chiodi , stringono viti, mettono tasselli nel muro e usano chiavi inglesi (o francesi) di tutte le misure. Mi chiedo solo da dove nasca questa passione, mah…vanno continuamente al negozio a comprare questa roba, ma non in un negozio a caso..ma in quello del….