Il barbiere e Berlinguer.

Alcuni mesi fa il mio barbiere di fiducia è andato definitivamente in pensione. Lui, è stato il primo a tagliarmi i capelli, era il custode dei miei segreti, alcuni leggeri, altri più compromettenti. Quando le persone si sedevano su quelle poltrone piroettanti si sentivano coccolati e al sicuro, era quindi normale sciogliere la lingua e lasciar correre quel flusso di coscienza che è la tua vita.

In posti come quello in cui vivo i legami con certe figure sono forse più autentici e quando qualcuno cambia vita finisce per cambiare inesorabilmente anche quella di tutti gli altri. Perché qui viviamo così. E ne andiamo fieri.

Questo è il mio tributo e il mio modo per dire “Grazie di tutto”.

Via Firenze sembra l’autostrada del sole, quattro corsie e auto che sfrecciano a tutta velocità, realizzi di essere in piena città soltanto quando arrivi al semaforo e lo trovi rosso. Improvvisamente sei circondato da uno sciame di scooter, come quando decidi di fare un pic-nic e appena tiri fuori il panino ti rendi conto che sarai costretto a condividerlo con settecento mosche che fino ad un secondo prima se ne stavano nascoste nelle loro trincee aspettando il momento giusto per attaccare, le bastarde.

Guardi tutti quei centauri, alcuni normalissimi altri più pittoreschi. Il tipo davanti a te ha una scritta sulla parte posteriore del casco, ma non distingui bene le parole, ti sporgi in avanti premendo il petto sul volante della tua auto, stringi gli occhi nello sforzo estremo di codificare quelle sillabe e alla fine le tue diottrie ti permettono di appropriarti di quella frase dal profondo significato filosofico “Il montone esce dal gregge e lo butta nel culo a chi legge”.

Rimani un attimo a rimuginare sul senso della vita, nel frattempo è scattato il nero, cioè, il semaforo è in quella fase in cui si è spenta la lampadina del rosso ma non si è ancora accesa quella della verde. In una frazione di micro secondo gli scooteristi davanti evaporano come se avessero il plutonio nel serbatoio, la luce del semaforo dà il liberi tutti e l’automobilista dietro di te abbassa il finestrino, fa uscire la testa e con voce di tuono ti sveglia dal tuo torpore «Guarda che questo è il massimo eh, più verde di così non diventa».

Prosegui dritto e al primo incrocio che trovi svolti a sinistra, perché come diceva tuo nonno tra una scatarrata e l’altra «Bimbo, quando nella vita non sai che cazzo fare svolta a sinistra, male che vada ci trovi la tazza del cesso». I proclami di tuo nonno era difficili da capire. Comunque segui il consiglio, imbocchi una strada anonima e d’improvviso ti trovi catapultato nel 1930. Intorno a te solo palazzi che sembrano caserme, una chiesa, un tabaccaio e una sede del Partito Comunista con annessa bandiera che sventola imperterrita. Perché da queste parti se ne fregano del centrodestra, centrosinistra, centrocentro e se chiedi a qualcuno di qui cosa ne pensa dei pentastellati lui ti risponderà «pentastellami stocazzo». Qui sono comunisti. Tutti. Da sempre. E sono contro, anche se non si sa bene contro chi o cosa, non importa, l’importante è che tu sappia che loro sono contro. Loro vivono qui, in questo quartiere, si lamentano delle strade, dei palazzi con i cornicioni che cadono, dei marciapiedi tempestati di merde di cane. Si lamentano di tutto e te lo dicono, ma se ti azzardi a dire che hanno ragione si incazzano come pantere. Perché qui sei a Shangai e devi portare rispetto, se vuoi fare come ti pare vai a farlo in centro con i fighetti del quartiere Venezia.

Questa è Livorno e questo è il quartiere Shangai, anzi Sciangai perché qui scrivono come parlano. Il nome lo deve alla densità della popolazione paragonabile a quella dell’omonima città cinese. La gente di qui non ha la più pallida idea di dove si trovi la vera Shangai, sa soltanto che anche lì sono tutti comunisti e questo è sufficiente.

Se guardi bene, oltre la chiesa, il tabaccaio e la bandiera con la falce e il martello, laggiù, alla fine della strada, c’è un barbiere.

L’insegna parla chiaro “Barbiere”, sottotitolo “da Lido”. Non è un parrucchiere e ci tiene a farlo sapere, lui è specializzato in barbe, poi se non gli fai girare i coglioni ti taglia anche i capelli. Quei ventisette metri quadrati facevano da cornice a quattro sedie di legno chiaro liscio, ovviamente senza cuscini, su ognuna c’è un numero di Novella 2000 di almeno quindici anni fa. Una foto di Berlinguer che sorride sulla parete di sinistra, accanto c’è la maglia numero 10 di Igor Protti con autografo originale, poi una foto di Berlinguer con il pugno alzato. Sulla parete frontale la bandiera del Livorno Calcio, subito dopo la foto di Berlinguer con Pertini. Sulla parete di destra c’è una lavagna dove qualcuno ha scritto “Se la merda fosse oro Pisa sarebbe un tesoro”, subito dopo c’è la foto di Benigni che tiene in braccio Berlinguer. Più in basso c’è un lavandino con la doccia che esce dalla ceramica e una sedia, sempre di legno chiaro e liscio, però questa è girevole. Insomma, è un posto da uomini.

In quartieri come quello di Sciangai la figura del barbiere aveva un ruolo fondamentale per gli equilibri della vita quotidiana. Lido era molto più di un semplice tagliatore di barbe e capelli. Sotto i suoi sapienti colpi di forbici e rasoio le persone si sentivano coccolate e inclini ad aprire l’armadio per far uscire qualche scheletro. In realtà si instaurava una sorta di scambio, una regola non scritta che prevedeva “io ti racconto qualcosa di mio e tu mi racconti qualcosa di qualcun altro” Lui era un confessore, anche più di padre Luciano, parroco del quartiere, che andava a tagliarsi i capelli solo per tenersi aggiornato sugli accadimenti che i suoi parrocchiani evitavano di raccontargli durante il sacramento confessionale. Lido ascoltava i tuoi peccati e alla fine ti assolveva usando una formula liturgica che non lasciava scampo, una sorta di sentenza universale valida per qualsiasi occasione, come il completo nero con camicia bianca che è un passpartout per matrimoni, battesimi e ricorrenze varie in cui è richiesta una certa eleganza. La frase che decretava la fine di ogni confessione era «vaini e corna chi ce l’ha son sua». (Vaini=soldi). Dopo questa sentenza l’interlocutore si sentiva pienamente assolto e Lido poteva riprendere a sferragliare con lame e pettini.

Lui è il tipico barbiere che non te le manda a dire, se avevi dei capelli di merda te lo faceva capire chiaramente con metafore alquanto colorite tipo:

«Buongiorno Lido, tutto bene?»

«Boia dè, o che capelli hai? Sei venuto col motoscafo?»

«Lascia perdere i capelli Lido, dimmi piuttosto qualche pettegolezzo dell’ultimo minuto»

«Se vuoi le novità di questo porto: o piove, o tira vento, o sòna a morto». Rispondeva il barbiere senza esitazione.

Lido ha tagliato barbe e capelli a tutti i maschi del quartiere, anzi, ormai per i più giovani entrare per la prima volta in quel mondo che sapeva di aria calda e dopobarba era un rito di iniziazione. Una vera e propria cerimonia.

Il giorno stabilito era di solito un sabato alle 15, il padre si metteva i pantaloni migliori e giacca di velluto, anche in pieno agosto, prendeva il suo figlio maschio sottobraccio e uscivano di casa dicendo alle donne della famiglia «Noi andiamo a diventare grandi». La madre aveva già preparato la sfoglia per le lasagne e la nonna era intenta a cucinare il ragù con la cipolla e la carota, che “queste donne moderne sanno ‘na sega di come si cucina” pensava fra sé e sé.

Il padre percorreva quei trecento metri che li separavano dalla bottega di Lido guardandosi intorno compiaciuto, rispondendo «eh già» a chi chiedeva «ma è già così grande?». Il ragazzo stringeva le mani a quelli che gli si paravano davanti facendogli i complimenti. Come se diventare grande fosse un merito conquistato sul campo.

Entravano trionfanti, il padre e il figlio, Lido faceva volteggiare la sedia girevole e per l’occasione aveva messo sulla spalliera un cuscino con la foto di Berlinguer. Per la seduta aveva lasciato perdere, perché non ce la faceva proprio a mettere la faccia di quel grande uomo sotto il culo di qualcuno.

«Allora giovanotto, come li facciamo questi capelli?» chiedeva Lido brandendo in aria pettine e forbici.

«A spazzola!» Rispondeva il ragazzo con l’aria sicura di uno che ha studiato anni per farsi trovare pronto a quella domanda.

Lido non aveva sentito la risposta ma se ne fregava, tanto questi sbarbati li vogliono tutti a spazzola.

E mentre sentiva le ciocche cadere il giovane si immaginava il momento in cui avrebbe fatto ritorno dai suoi amici. Lo avrebbero accolto in trionfo, adesso era grande. Forse era così che si sentivano quelli che guidavano la macchina per la prima volta, quelli che facevano ritorno a casa dopo il primo viaggio da soli, quelli che davano il primo bacio. Forse era così che si sentivano quelli che sapevano di essere amati da una donna per la prima volta.

Alla fine uscivano insieme, il padre e il ragazzo, ma stavolta non si toccavano, camminavano fianco a fianco, come due soldati di pari grado. Lido li guardava allontanarsi di spalle e scuoteva la testa, dietro di lui Berlinguer sembrava avere un sorriso un po’ più largo.

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Cristina in attesa di Breva e Tivano.

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A momenti sarà qui, questo è il tempo peggiore, quello in cui aspetti. Che poi lo faccio di proposito, di arrivare in anticipo agli appuntamenti, solo per il gusto di torturarmi con la mia fantasia. Di pensare che andrà malissimo, anche se non me lo dirà. Aspetto. E intanto esco dal mio corpo e vado a sedermi di fronte a me, vedermi come mi vedrà lui. E mi metto a fare le facce strane. E rido. E mi mordo forte le labbra, fin quasi a sentire il sangue sulla lingua. E adesso lo so, andrà malissimo, anche se non me lo dirà.

Che poi cosa devo dire? La prima frase in assoluto, intendo, quale deve essere? Una cosa tipo “Ciao, sono io e vorrei soltanto evitare di sognare?”. Sì, potrebbe andare, un po’ spiazzante, ma potrebbe andare. Devo ricordare di sistemarmi i capelli ogni tanto, che in questo periodo prendono il volo, come i pensieri che ho. E respirare con calma. Ma so già che non lo farò.

Già mi vedo, respiro di fretta, lo guardo indecisa, prendo la mira. E poi sparo.

E scaglierò parole come sassi contro i vetri di una chiesa e gli dirò che ho scelto di essere folle e se mi compatisce mi incazzo. Gli dirò che il mio male l’ho cercato, amato e fortemente voluto. Perché non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale. E mi sistemerò i capelli. Devo segnarmela da qualche parte questa cosa del sistemare i capelli. E di respirare con calma. E di sorridere.

E gli guarderò la bocca, solo per non incrociare il suo sguardo, perché se mi guarda negli occhi rischia di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, tutti i pranzi non fatti, volutamente lasciati per la via, come se poi mi servissero a ritrovare la strada di casa. Che ad ogni chilo disciolto mi sentivo più forte. E non era mai abbastanza ciò che avevo. O forse, semplicemente, era troppo.

No, meglio evitare i suoi occhi, decisamente, che rischierebbe di vedermi ancora bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, o in quella stupida foto che tengo accanto al cuscino. Avevo dieci anni, il viso diverso, ma lo stesso, identico, assurdo, sguardo di adesso. Come di chi tiene l’affanno del mondo sotto il diaframma. Ho in braccio un pupazzo e mi mordo le labbra, che ancora sento il sapore del sangue sulla lingua. E i capelli prendono il volo.

Se per disgrazia dovesse incrociare il mio sguardo lo vedrebbe quel giorno, il momento esatto in cui ho deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso  e perfetto in cui ho scelto di non essere più trasparente, che per farlo avrei dovuto scomparire. Solo un po’. Ogni giorno.

E magari lo capisce il desiderio che avevo, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Magari lo capisce. E sarebbe un disastro.

E allora gli guardo la bocca. E glielo dico di aver scelto il mio male, che non sono una vittima dei miei giorni allo sbando, che se si azzarda a pensarlo mi incazzo, che era come un regalo vedermi bella e sicura, quasi onnipotente, fino a farmi inghiottire dalla mia ombra sul muro. E mentre glielo dico mi sistemo i capelli. E respiro con calma. E sorrido.

E non lo deve capire che sono rimasta in sospeso, quelle come me sono equilibriste incomprese, stanno a tre metri dal suolo, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i trentadue anni e i trentasette chili. E da quassù è tutto perfetto. Ma se mi osserva davvero, lo vede che sono caduta mille volte da quel filo, non riuscirei a nascondere la mia ossessione strisciante, che mi ha distorto i pensieri con un dolore dolcissimo che mi accarezza con la lingua di un cobra. Che mi cura e mi tradisce e non rinuncia a donarmi complimenti e veleno. Il mio male di vita, che mi nutre di illusioni e intanto mi mangia l’anima.

Dicono che ci sia sempre una soluzione alla fine di tutto e allora ho passato un numero indefinito di mesi in una clinica, illudendo tutti di essere guarita. Ma non era altro che una nuova galera senza sbarre e certi muri non li scavalcherai mai. Puoi solo fingere di stare bene, finendo per diventare una contrabbandiera di specchi e di fili sospesi. E di aquiloni.

Sono in ritardo, devo camminare più veloce, ho l’affanno, dovrei smettere di fumare. Mi manca l’aria. Speriamo che non sia già arrivata, che lei è sempre in anticipo. Sempre. Almeno di venti minuti, ma ti dice “Sono appena arrivata”. Sempre. Sono in ritardo. Cazzo.

Me la immagino già, seduta a quel tavolo, a passarsi una mano fra i capelli, che neanche ne avrebbe bisogno, che sono perfetti così. E si sforza di respirare con calma, ma non ci riesce. E poi sorride.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza assurda con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare. Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate. Devo ricordarmi di non compatirla, che altrimenti si incazza di brutto. Mi limiterò a guardarle la gonna e il rossetto, perché è nei dettagli che si nasconde la verità. Già me la vedo, che si sistema i capelli, la fa spesso questa cosa dei capelli, come se l’avesse appuntata da qualche parte. E si sforza di respirare con calma. E poi sorride.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.

Tiene una foto accanto al cuscino, lo so, lo fa da una vita. E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice. Mi guarderà solo la bocca, già lo so. Mentre si morde le labbra. E si sistema i capelli. E cerca di respirare con calma. E sorride.

Sono quasi arrivato, aumento i passi. Sono in ritardo. Cazzo.

Ormai ci siamo, tra pochi minuti lo vedrò sbucare da dietro l’angolo della piazza, affascinante come sempre, di una bellezza quasi irritante, con il passo veloce e il fiato grosso di chi è consapevole di essere in ritardo. Adesso posso smettere di guardarmi dalla sua prospettiva, devo rientrare nella mia dimensione.

– Ciao Cristina, lo so, sono in ritardo.

– Non preoccuparti papà, sono appena arrivata.

Mi sistemo i capelli, respiro con calma. Sorrido. Sono felice.

 

“La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. (Alda Merini).

(Da un angolo della piazza qualcuno sta suonando Nobody’s wife)

Tommaso appeso a un filo.

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Tommaso viveva da un tempo infinito nella crepa di un muro, una di quelle che la vita lascia scoperte, quasi distrattamente, una di quelle scappatoie tra la parete e il soffitto, fatte apposta per sorvegliare, anche se non sai bene che cosa, forse il panorama, forse il mondo sotto di te. Forse, semplicemente, la vita degli altri.

Viveva nella sua quieta e dolce malinconia, dove piangi senza saperne il motivo ed esulti creando stupore e compassione, ti trascini lungo giorni sempre uguali, quasi aspettando una sventura senza conoscerne il nome. Viveva così Tommaso, costruendo ragnatele sulle esistenze altrui, calandosi dal suo filo alla ricerca di qualcosa che lo meravigliasse. Alla fine lo trovò.

Monica entrò nella stanza, così, senza avvertire, entrò e basta, come fanno i temporali in mezzo al cielo, che cambiano in un attimo l’aria polverosa dei giorni sovrapposti. Entrò scortata da un profumo di mattino da inseguire e da una scia di capelli, che ti sembra davvero di vederla, depositata sul cuscino, che ti guarda e ti sorride, profumata e tiepida.

Tommaso scese lungo il muro per essere sicuro di esser vivo, si guardarono negli occhi un solo istante e lui ci vide l’infinito, forse era questo l’amore che tutti desideravano tanto, il grande amore che tutti sognano, capace di lanciare i sentimenti oltre i bordi del mondo conosciuto. Capì che anche gli insetti sanno amare, non si sarebbe fermato, come fanno certi amori diversi, che si arrendono perché la vetta da scalare è troppo alta, che mettono barriere ai propri sogni.
Da quel momento avrebbe negato l’evidenza, perché l’amore non fa sconti e se ne frega anche dei ragni, avrebbe distorto la realtà, avrebbe visto false coincidenze, esagerato certi gesti, avrebbe spento ogni protesta, accellerato i venti dentro al torace, ma soprattutto, si sarebbe illuso.

Volle sognare, correndo il rischio di ritrovarsi spento e devastato, perché la passione oltrepassa le paure e sminuisce i dubbi, ma quello per Monica era un amore troppo esagerato e spietato che nessuna ragnatela avrebbe potuto contenere. Era inutile tentare di ignorarlo, non c’era nessun motivo al mondo per cercare di restare ancora appeso a questo maledetto filo. Finalmente riuscì a fare ciò che aspettava da una vita, lasciarsi andare, fare il salto e volare.

Volava Tommaso, volava e piangeva, perché l’amore può far male e lui non aveva più tempo per curarsi le ferite. E se i ragni urlano lui urlava, come fanno i ribelli davanti alle ingiustizie, che preferiscono morire piuttosto che rassegnarsi ad un’esistenza senza sogni. Urlava per tutti quegli insetti senza voce nè coraggio, che implorano un po’ di pietà per la loro disperazione.
Lui scelse di morire, morire fra le sue braccia, morire perché non si è mai visto un amore più sbagliato di una donna che sorride ad un ragno.

Un soffio di vento mosse le tende del salone, forse erano le emozioni di Tommaso che prendevano il volo, come fanno certi giorni sbagliati, come i sogni liberati dall’armadio, come quando qualcuno entra all’improvviso in una stanza, come fanno i sentimenti incompresi. Nel gioco crudele dell’amore che a volte ci fa uomini e a volte ci rende insetti appesi a un filo.

Tendiamo nel vuoto molteplici fili di ragno per formare la tela che possa trattenere la felicità. (Augusta Amiel-Lapeyre Pensieri selvaggi)”

Dedicato a tutti i ragni che scelgono di volare. Take Me to Church – Hozier.

Liberamente ispirato al cortometraggio “Il sorriso di Diana”,

Non muova la testa e dica cheese.

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Allora, stavolta il compito è arduo: affrontare un argomento di particolare interesse….femminile.

 

Sto già sudando.

 

L’artigiano dei capelli…uff…l’ho detto.

 

Innanzi tutto la prima differenza sostanziale rispetto a noi uomini è l’appellativo col quale si identifica questa figura professionale. Per noi, fin dalla notte dei tempi, è il barbiere. Al massimo viene sostituito con una frase descrittiva del tipo “vado a farmi i capelli”, ma mai, da quando il genere umano ha avuto il dono della memoria, c’è prova concreta che un maschio (nel senso più ampio del termine) abbia osato pronunciare la parola “parrucchiere”. È un termine per noi inconcepibile, come per Maroni chiamare “italiano” uno di Rossano Calabro.

 

Ma si sa, siamo nel terzo millennio e gli orizzonti si ampliano, così è sempre più frequente incontrare tracce di testosterone nei laboratori di coloro che tagliano i capelli alle donne (oh…non mi viene), cioè spesso accompagniamo mamme, sorelle, fidanzate, badanti al restailing pilifero e approfittiamo spudoratamente dell’occasione per farsi dare la classica “spuntatina”.

La questione è puramente economica.

Ci viene naturale illudersi che, dato che probabilmente la nostra accompagnatrice elargirà una cifra pari agli interessi bancari di un mutuo trentennale al professionista della messa in piega, quest’ultimo avrà pietà di noi maschietti tagliandoci i capelli a costo zero. Niente di più sbagliato.

 

Personalmente ho passato da un pezzo il periodo delle illusioni e da quando un mio amico ha aperto l’attività, ho affidato a lui, l’arduo compito di rendere presentabile la mia capigliatura. Ovviamente è un coiffeur (sto facendo progressi) per signora.

 

Ecco, quando vado da lui vivo pressappoco queste emozioni.

 

Già prima di entrare dò uno sguardo dal vetro per quantificare il numero di persone presenti, giusto per far lievitare il senso di inadeguatezza che proverò una volta varcata la soglia d’ingresso. Ok, respirone, petto in fuori e via!

È ovvio che dovrò sedermi sul divanetto ad attendere il mio turno, spesso mi fanno aspettare anche se non c’è nessuno, così, tanto per farmi sentire un coglione.

Vabbè, ormai sono lì, vorrei essere a spalare la neve in bermuda e canottiera, ma sono lì. Mi godo la comodità del divano di pelle, senza spalliera (ma le donne non si appoggiano mai? Stanno sempre impettite? mah !) sfoglio appassionatamente l’ultimo numero di Donna Moderna, con lo stesso entusiasmo col quale toglierei le spine dal piede dopo aver pestato un riccio di mare e prego che tutto finisca il prima possibile.

Ok, è il mio turno! Esultiamo!

 

La signorina vestita da hostess della Lauda Air mi fa accomodare al lavatesta, io l’ho sempre chiamato lavandino, ma evito discussioni.

Mi siedo, mi stendo e incastro la testa in una ghigliottina modello Luigi XVI, la hostess mi da un comando secco e deciso “Mi raccomando non si muova”, dopo un millisecondo penso…”cazzo ora mi prude il naso”. Resisto stoico, sono comodo come se fossi sdraiato su un letto di chiodi, inizio a sudare e infatti sento una goccia scendere lungo la schiena, poi un’altra e un’altra ancora, dopo cinque minuti decido di infrangere il regolamento e da anarchico sovversivo alzo una mano per attirare l’attenzione della signorina, che nel frattempo si è allontanata lasciando l’acqua aperta con il getto che punta deciso al mio collo. Bagnato come Noè durante il diluvio emetto un suono gutturale, il livello dell’acqua nei miei pantaloni ha raggiunto proporzioni preoccupanti e, visto che ho pranzato mezz’ora fa, il rischio congestione è concreto.

 

Finalmente un mezzo della capitaneria di porto arriva in mio soccorso e mi riporta a riva.

 

Adesso viene il momento peggiore di tutta la cerimonia. Ormai conosco la liturgia e so che tutto quello che ho subito finora in confronto era zucchero filato. Il mio caro amico tagliacapelli si avvicina a me, sapendo benissimo cosa io stia provando, annuisce con la testa e fingendo compassione, come mia mamma quando da bambino mi metteva la supposta dicendomi “è per il tuo bene”, compie un gesto che corrisponde alla mia totale evirazione: mi avvolge sulla testa l’asciugamano bianco.

 

Non contento, mi fa fare tutta la sfilata sul corridoio facendomi sedere sull’ultima poltroncina accanto al vetro che dà sulla strada. Mi sento come se stessi parlando all’assemblea degli azionisti di Confindustria vestito come Platinette.

E poi…ma ci saranno state quattordici sedie vuote, perchè mi devi far sedere proprio in vetrina? Questa si chiama cattiveria.

Mi tiene lì altri quindici minuti, tanto per girare il coltello nella piaga, io vorrei letterarmente scomparire e infatti piano piano sto scivolando col sedere verso il basso cercando di nascondermi dietro la spalliera. Finalmente si decide, si avvicina e gira la sedia ruotante in modo da mettermi con lo sguardo rivolto verso la strada. In quel momento mi rendo conto che una comitiva di giapponesi sta immortalando la scena, un paio di loro sono sdraiati in terra in preda a convulsioni. Decido che non andrò mai più a mangiare il sushi e che, se incosciamente i giapponesi mi stavano sui coglioni un motivo ci doveva pur essere.

Inizia a tagliare e parla, mi spazzola e parla, poi accende il phon e continua a parlare ma il rumore copre tutto. Ecco, quello è il mio momento di riscatto.

Inizio ad insultarlo a ripetizione, lo mando a fanculo mentre sfoggio un sorriso smagliante e gli offendo tutti i parenti fino al terzo grado finchè non spegne l’asciugacapelli e tornano a diffondersi le note di radio pulce in sottofondo.

 

Rimpiango un pò i tempi in cui da bambino mio padre mi portava a tagliare i capelli da Lido, era spettacolare, lui tagliava mentre guardava la televisione, i clienti uscivano soddisfatti, perfettamente pettinati e qualche volta…con un orecchio in meno…ma si dai…stai a guardare il capello