Il rosario delle pheeghe.

Pheega 2

Ieri navigavo senza mèta nel web. Oh, cos’è questo coro di “seeeeeee”?!?!?. Ok, lo confesso, stavo cercando gli scatti selfie di Martina Colombari (ma dopo mi son pentito e ho fatto l’abbonamento a Famiglia Cristiana), ok, dicevo, mentre ero lì, ho realizzato che sto iniziando ad avere difficoltà a relazionarmi con le altre persone. Ora non saprei dire se a scatenare questi pensieri profondi siano state le tette della Colombari o il fatto che la mia connessione ci mettesse un secolo a caricarle, ma gli eventi sono lì a dimostrare la mia tesi.

Da quando sono diventato un essere “tecnologicamente avanzato”, le mie interazioni con il mondo esterno sono fatte prevalentemente di “mi piace”, emoticon di whatsapp o al massimo commenti insulsi su argomenti di pubblico interesse. L’uso della parola orale sta diminuendo a vista d’occhio e di conseguenza anche il modo di rapportarmi alle persone in carne e ossa diventa più faticoso.
Il problema di fondo è che nella maggior parte dei casi mi trovo a parlare con gente che io chiamo “veggenti”, cioè riescono a sapere cose sul mio conto prima ancora che gliele dica io. Precisiamo, non sono il tipo che mette proprio tutti gli affaracci sui su facebook, si, insomma, ci scrivo qualche cavolata cercando di fare il brillante, evito per esempio di pubblicare cose tipo “ho un callo sotto i piedi” oppure “oggi piove, governo ladro”, provo in qualche modo a mantenere un minimo alone di mistero. Con scarsissimi risultati a quanto pare.  Non mi preoccupo, per esempio, di togliere l’opzione “localizzazione”, così quando incontro qualche amico “feisbucchiano” fuori dal recinto dell’etere, la prima cosa che mi dice è “o cosa ci facevi l’altra sera alla trattoria di Alvato lo zozzone?”. Già, che ci facevo…forse il ragazzo immagine?

Praticamente mi viene a mancare “l’effetto sorpresa” che è da sempre uno dei miei cavalli di battaglia. E rimango così, senza parole, oppure con argomenti già inflazionati dalla rete. Qualunque cosa esca dalla mia bocca, la risposta è sempre la stessa “ah si si, lo so, l’ho letto su facebook”. Ok, allora di cosa ti parlo? Provo con l’argomento a piacere?

La verità è che forse ci stiamo abituando a comunicare solo attraverso i tasti, stiamo un po’ perdendo il dono della parola, che per qualcuno non sarebbe neanche un male.

Sei lì, dal tuo parrucchiere di fiducia, il mio per esempio è un coiffeur per signore, e non sai che dire. Cavolo, una volta il parrucchiere/barbiere sapeva più peccati del parroco del paese, insomma, i giornalisti di novella 2000 andavano da lui per avere nuovi gossip, non ti giudicava, ascoltava i tuoi peccati e non ti dava la penitenza, te la cavavi con uno shampoo alla camomilla e il dopobarba Aqua Velva, che ti sembrava di mettere il viso nel forno a microonde da quanto ti bruciava e dopo ti venivano due gote rosse come il babbuino della Guinea durante la stagione degli amori. Non a caso il serial killer Gary Ridgway la usava come antisettico per coprire l’odore delle vittime. Per dire.
Se prima era una specie di barbiere di Siviglia, adesso sembra uno sciampista di Orbetello: niente confessioni, niente sputtanamenti di coppie fedigrafe, niente di niente, solo una carrellata di teste fonate, mesciate, rasate, tutte rigorosamente mute e chine. Si chine sullo smartphone. Sembra di stare alla messa del 2 novembre in una chiesina dell’entroterra siciliano, tutte queste comari col capo basso, solo che invece di snocciolare il rosario, scandagliano la lista degli amici per taggarli nella foto postata con il nuovo taglio di capelli sulla bacheca. Così, prima che il solerte parrucchiere abbia finito la messa in piega, loro hanno già collezionato 127 mi piace e 34 commenti, tutti uguali: “wow sei pheega” (che questo nuovo slang mi sta contagiando e per essere alla moda inizio a scrivere phorno, phagioli e phiglio…anzi, grandissimo phiglio…). Se vi capita di passare di fronte ad un parrucchiere e vedere il negozio vuoto, state tranquilli, probabilmente è bravissimo a fare il suo lavoro, semplicemente gli manca il wi-fi.

Secondo me il problema non è da sottovalutare, almeno nel mio caso, sono arrivato al punto che preferisco trovarmi in sala d’attesa con sconosciuti piuttosto che con conoscenti per non avere l’obbligo di interagire con loro, oppure di fingere improvvise telefonate quando incontro il mio vicino al cassonetto della differenziata. In certi momenti non solo non so cosa dire, ma addirittura non riesco ad articolare le parole, figuriamoci pronunciare una frase di senso compiuto. Domenica scorsa ero a pranzo dai miei genitori, ad un certo punto il cellulare di mio padre vibra “uffa, chi è che rompe i cogl…ehm le scatole mentre si mangia?”…Ero io, gli avevo mandato un messaggio  “mi passi il sale?”

Uscire di casa sta diventanto una sfida tra le più difficili, leggendo un forum che visito spesso per copiare prendere ispirazione, ho scoperto che ci sono persone che escono di casa e incontrano altre persone. Si guardano senza i filtri di instagram, sorridono senza emoticon, parlano senza digitare e si toccano pure. Ma secondo me è una leggenda metropolitana, come il coccodrillo nelle fogne.

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“Orecchio”…”mi piace”

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Passi un paio d’ore (abbondanti) per scrivere un post, quantomeno decente, fai un po’ di ricerche su wikipedia, giusto per documentarti e sfoggiare qualche termine da bimbo acculturato, saltelli qua e la fra le righe del sito del “dizionario italiano” per evitare di commettere errori madornali di ortografia. Infine cerchi di inventarti (o di scopiazzare con discrezione) alcuni paragoni che possono risultare simpatici.

Insomma, cerchi di applicarti il più possibile, rileggi la tua “opera”, realizzi che è un tantino stringata (altro termine ricercato su wiki), quindi aggiungi un paio di paragrafi, giusto per donarle una misura di parole accettabile.
Ok dai, diciamo che potrebbe andare, la pubblichi e incroci le dita.

Certo, non scrivi per fame di gloria, ma semplicemente per il gusto di farlo, però, oh, sei un insicuro cronico e qualche apprezzamento schifo non ti fa.
E poi…e poi capita che la mattina dopo esci e cammini per le strade del centro, la tua attenzione viene richiamata da un tuo vecchio amico (vecchio nel senso che lo conosci da parecchio tempo, sennò se realizza che parlo di lui magari si incazza, anche perchè ha la mia età e perciò è un ragazzino), che ti chiama, ti fermi a fare due chiacchere veloci e lui esordisce così “oh France, mi fanno ridere i tuoi post, infatti metto sempre “mi piace” e i miei “mi piace” sono centellinati (è un tipo che se lo tira con gli apprezzamenti feisbucchiani) però deh, che palle…troppo lunghi, cazzo scrivi meno, avresti più successo, per esempio “culo” – “mi piace”, “tette” – “piace”, “f..a” – “mi piace”…è chiaro il concetto??”

Il concetto è chiarissimo, ma probabilmente (ma non ne sono sicuro), non possiedo il dono della sintesi.

Comunque mi sto allenando, perciò…oh, Simo, …”Prostata” –

La risposta definitiva è aloe?… “l’accenTiamo?”….”accenTiamola”!!

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Ok, svelo un piccolo mistero, da un po’ di tempo stiamo (e quando dico “stiamo” mi riferisco al mio nucleo familiare, cane e pesce inclusi) esplorando a piccole dosi il mondo della medicina alternativa. non proprio omeopatica, ma qualcosa di simile.
Oggi ho scoperto le proprietà curative dell’aloe. Già il fatto che la persona che me ne ha parlato assumesse questo prodigio della natura per via rettale avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma una volta appurato che era possibile introdurla nel corpo tramite altre vie d’accesso, mi sono lasciato convincere e ne ho ordinato un barattolo.

Ora qui vale la pena aprire una piccola parentesi.
Partiamo dal principio che personalmente non ci capisco una mazza, ma pare che di questa aloe ne esistano una quantità innumerevole di varianti, vabbè, la faccio breve: navigando fra un sito di divulgazione scientifica e uno simile (ma senza la “scienti”), mi sono imbattuto in un articolo di un fabbricante locale di prodotti derivati da questa fantasmagorica pianta.
E’ fatta, prendo il numero e chiamo, me ne faccio preparare un bel barattolo da chilo e oggi pomeriggio mi sono fatto, con la gioia nel cuore, i quaranta chilometri che mi separavano dal raggiungumento del mio scopo.

La padrona della fazenda si è dimostrata molto disponibile, prodigandosi nel decantare le proprietà benefiche del prodotto. E’ un toccasana per le seguenti patologie: serve da filtro e depuratore dell’organismo, distrugge le tossine, introdotte anche dall’inquinamento idrico, atmosferico e alimentare, ristruttura, rigenera e rivitalizza il midollo osseo, è antiossidante, riabilitante ed energetico molto utile dopo le convalescenze, riattiva in modo specifico il sistema immunitario, stimola la produzione di endorfine ed esercita un’azione antidolorifica ed analgesica, utilissimo negli sportivi, tonifica i capillari sanguigni.
E’ particolarmente efficace in caso di emorroidi, artrite, asma, cancro al colon, alla prostata, al seno, ai polmoni, alle ovaie e al cervello; problemi circolatori, diabete, allergie, epilessia, eruzioni cutanee, verruche, eczemi cellulite, psoriasi, bruciature, malattie senili, depressioni nervose, morbo di Parkinson, e malattie degli occhi.

Ok e qui voi (o parte di quelli che sono arrivati al terzo rigo della descrizione), come me, avrete esclamato “cazzo è miracolosa”, forse si, a parte il fatto che in questa descrizione sono stati affiancati le ovaie e il cervello, ma probabilmente l’ha scritta un uomo e quindi…ci sta.

Certo, i metodi di conservazione sono quantomeno…bizzarri.
Puoi stappare il barattolo, ma non puoi richiuderlo, ti è concesso di avvitare leggermente il tappo, ma se lo fai con troppo vigore potresti causare una reazione a catena e distruggere la via lattea. Non deve MAI essere esposta a luce diretta, una cosa tipo Bernardo Provenzano dei tempi d’oro, pena la condanna ad assistere in prima fila a tutti i dibattiti della Santanchè. Infine è assolutamente vietato fare boccacce e smadonnare durante la degustazione del prodotto.

Ora ammetterete che ne è valsa la pena farsi ottanta chilometri (quaranta andata e quaranta ritorno) di sabato pomeriggio mentre tutte (e sottolineo tutte) le persone che conosci sono a cazzeggiare in riva al mare, ma ne è valsa la pena, anche se ti devi sorbire la fermatona della tua dolce metà al mega negozio di scarpe in piena campagna pisana, ma ne è valsa la pena, anche se fra intrugli medicamentosi, autostrada e soggiorno nel paradiso dei calzolai, avresti pagato la retta universitaria alla Bocconi per tutta la durata del corso di laurea di Renzo Bossi. Ma ne è valsa la pena.

Oddio, questa mia ferrea convizione ha iniziato a vacillare quando sono tornato a casa, ne ho preso (come da indicazioni posologiche della “fazendera”) un’abbondante cucchiaiatona. Lì è iniziata una serie catastrofica di eventi.
Ho realizzato di aver stappato il barattolo davanti alla finestra (l’effetto vampiro è stato inevitabile), il sapore m’ha fatto intasare gli orecchi e lacrimare sale dall’occhio sinistro, preso dalla rabbia ho avvitato il tappo come Silvio farebbe con la testa della Boccassini.
Il tutto è durato circa dieci minuti, il tempo necessario per realizzare di essere allergico all’aloe.

Sono giunto dalla guardia medica (mia vecchia conoscenza, vedi “pronto soccorso intimissimi”) rosso come il culo del cercopiteco in amore, con un prurito assurdo alle mani e ai piedi, un giramento di palle da centrale eolica e il solito dubbio che mi attanaglia in queste situazioni: ma sull’aloe (vera o finta non importa)…dove va l’accento?

Ok, il punturone di antistaminico gentilmente somministratomi dal sedicente medico risolverà anche questo problema.

Insomma, nel volgere di poche ore ho santificato il coltivatore di aloe, gli ho infamato la moglie, sputato l’amaro intruglio nella ciotola del cane e sono stato soprannominato “torsolo” (che dalle mie parti è sinonimo di “coglione”) dal dottore, ma almeno mi sono tolto la soddisfazione di mostrare il culo a qualcuno.