Hasta l’abete addobbato siempre!

E’ tempo di addobbi, le città si vestono a festa, con luminarie e stelle comete per le vie. Luci ovunque, bianche, rosse, gialle, verdi e per i più bastardi, blu. Queste sono le peggiori, viste da lontano sembrano posti blocco. Le vedi, smadonni, capisci che è un terrazzo e non una volante, sospiri, ti penti, ma ormai anche per questo Santo Natale ti sei giocato la santità.

Ma il vero spirito natalizio si vive nelle case, tutti intorno all’albero.Ci sono regole universali e precise per realizzare un albero di Natale come dio comanda.

Per prima cosa c’è da risolvere il dilemma “albero finto o albero vero”. Qui l’umanità si divide, un po’ come accade fra i fanatici di Iphone o Samsung, Playstation o Xbox, Ronaldo o Messi. L’albero sintetico è senza anima, se fai l’albero vero uccidi una pianta. L’albero finto è tossico, l’albero vero non lo puoi riutilizzare e via così all’infinito. Scuole di pensiero che corrono su linee parallele e non si incontreranno mai. Come i Modà e la buona musica. Il mio albero è sintetico, non per motivi morali ma pratici. Se metto in casa un abete vero il cane ci piscia sopra almeno quattro volte al giorno. Problema risolto.

Una volta piazzato l’albero al centro della sala il protocollo prevede che vengano messe le luci. Mai e dico mai, mettere prima le palline. Questo è un assioma cartesiano: “se non metti prima le luci le uniche palline che rimarranno sull’albero saranno le tue”.

Prima però di mettere luci sull’albero c’è un’altra operazione fondamentale da svolgere: verificare se si accendono. Datemi retta, lasciate perdere l’ottimismo del “tanto funzionano”. Neanche per sogno. Funzionano solo se le provate prima. Se non lo fate e le mettete fiduciosi state pur certi che non si accenderanno mai. Lo so, l’anno prima le hai riposte nella scatola ancora calde di luce e dopo undici mesi non danno più segni di vita. E’ uno dei più intricati misteri cosmici. Il compianto Stephen Hawking preferì dedicare la sua vita allo studio dei buchi neri piuttosto che all’enigma delle lucine bianche. Per dire.

In media ogni famiglia ha tre gruppi di lucine da mettere sull’albero e in media, ogni anno, almeno uno dei tre non funziona. Poco male, direte voi, si ricomprano. Certo, il problema è trovarle dello stesso colore.

Fino a qualche anno fa erano di moda le normalissime luci ”bianco caldo”. Oggi è più facile trovare un panda gigante in superstrada. Sparite, ora sono tutte a led e di un bianco asettico. Roba che quando le metti sull’albero la sala da pranzo diventa una sala operatoria. Alla fine ti arrendi e ogni anno compri una scatola diversa. Il risultato è interessante. Il tuo albero di Natale sembra un casello autostradale con una fila di luci rosse, una verde e una gialla che si accende solo se ci passi sotto con il telepass.

L’allestimento delle luci è un’impresa titanica. Si intrecciano, se ne schiacci una smettono di funzionare tutte, le tue, quelle del tuo vicino e dei tuoi parenti fino al sesto grado. E’ impossibile dare una disposizione uniforme. Di solito la parte bassa dell’abete sembra la campagna modenese in una notte di nebbia fitta. Invece la parte la puoi guardare solo con gli occhiali da saldatore, come per l’eclissi solare. Dai, diciamocelo, mettere le luci sull’albero è una gran rottura di coglioni. Non per niente è un compito riservato esclusivamente all’uomo. Oltretutto va fatto anche con una certa rapidità perché…«finché non hai messo le luci non possiamo iniziare ad appendere le decorazioni. Quindi vedi di darti una mossa». Noi cerchiamo di terminare il compito nel più breve tempo possibile, rischiando più volte di volare dalla scala e impiccarci con il filo delle luci, per poi scoprire che per i successivi quattro giorni non ci saranno accenni di decorazioni sull’abete. Ogni tanto il povero albero cede alla disperazione e inizia a produrre bacche rosse. Lo fanno in particolar modo quelli sintetici comprati a saldo nel negozio cinese sotto casa.

Le decorazioni dell’albero sono la massima espressione della creatività umana. Palline colorate, pupazzetti di ogni tipo, angioletti, animaletti vari e puntali storti. Il sacro e il provano che vanno a braccetto.

Mia madre per esempio mette nel punto focale dell’albero l’immagine di Padre Pio da giovane. E’ una foto che un giorno trovò sotto al mio letto.«Ved? È un segnale, significa che ti protegge», disse perentoria senza darmi modo di controbattere. Da allora ogni Natale tira fuori quella foto sbiadita del Santo di Pietralcina quando era ancora un ragazzo e la mette in bella mostra al centro dell’abete. Ogni tanto ci passa davanti, si fa il segno della croce e gli manda un bacio. Poi si volta verso di me e fa un cenno come a dire «Dai, fallo anche tu». La guardo allargando le braccia «dai mamma, il segno della croce non mi pare il caso», però, per accontentarla almeno in parte, mi metto a mani giunte e accenno un inchino veloce.

In realtà quella è una foto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara, con i capelli corti e senza sigaro. Non ho il coraggio di dirlo a mia madre e poi, tutto sommato, al centro dell’albero non ci sta neanche male.

L’albero più originale che abbia mai visto in vita mia lo fa il mio amico d’infanzia. E’ sempre identico a quello dell’anno precedente, ma proprio gemelli monozigoti. L’angioletto sul terzo ramo a destra, la palla rossa con la scritta “casinò di Sanremo” tre gradi a sud est, la renna che si gratta il culo con le corna va messa appena sotto al puntale. Una precisione maniacale che si tramanda di anno in anno. Il ripetersi infinito di una trama unica e inimitabile che si specchia costante in sé stessa. Tutto molto interessante, l’abete identico a quello precedente, se vogliamo è un po’ come metafora della vita. Il mio amico ne va fiero. Peccato che il primo albero che fece fosse addobbato veramente di merda.

Cari Billy e Mag, io la vedo così…

harry sally

Oggi vorrei affrontare un argomento vecchio come il mondo, e questo già vi fa capire il grado di originalità che mi pervade in questi giorni.

Ok, non ci girerò intorno e andrò dritto al punto. Puo’ esistere l’amicizia fra uomo e donna? si, lo so, potrei già chiudere qui questo post. ma sto diventando davvero cattivo e quindi proseguirò nei miei vaneggiamenti. Mi dispiace per voi.

La risposta più gettonata di solito è: no, non puo’ esistere, non c’è verso, prima o poi subentrano i sentimenti forti e l’amicizia si trasforma in qualcosa di diverso, spesso chiamato amore. Sembra un dogma, un concetto marchiato a fuoco, e i film e le serie tv non fanno altro che avvalorare questa affermazione. Billy Cristal e Mag Ryan in “Harry ti presento Sally” ne sono un esempio lampante.

Il mio punto di vista è, ovviamente, diverso, tanto per cambiare.
Credo che uomini e donne possano essere amici, grandi amici addirittura.

Ma non voglio fare l’ipocrita, è ovvio che ci siano differenze fra amicizie uomo-uomo e quelle uomo-donna. Il primo caso è indubbiamente più semplice, tra di noi spesso ci consideriamo i fratelli che non siamo mai stai o che non abbiamo mai avuto, possiamo parlare di donne, calcio, politica, ma anche di sentimenti. Solo che quest’ultimi sono esposti in modo diverso rispetto a come si farebbe parlando con una donna. Tra uomini affrontiamo le questioni sentimentali in termini molto più pratici, usando parole “da uomini” per l’appunto, perchè di solito ragioniamo su un livello emotivo identico e non abbiamo bisogno di preoccuparci troppo di urtare la sensibilità di chi ci ascolta. Alla fine quasi sempre, chiudiamo il discorso con una battuta maschilista a sfondo sessuale di fronte ad una birra media.

Con un’amica donna non può e non deve essere così. Qui è tutto diverso, è una questione di equilibri. E ognuno ha i suoi. I rischi, enormi, in questo rapporto sono due: quello di innamorarsi e quello di scoprirci a essere gelosi.
Quando il legame diviene particolarmente forte, c’è la possibilità, molto concreta peraltro, che si insinui in noi il dubbio di essersi invaghiti l’uno dell’altra. E qui iniziano i dolori.
Questa circostanza, non scontata ma probabile, nasce da convinzioni, spesso di natura culturale, secondo le quali quello fra uomo e donna è l’espressione massima di amore.
Permettetemi di dissentire. Non sono mai stato un amante delle classifiche in generale (tranne di quella di serie A degli ultimi tre anni…ma questo è un altro discorso), tantomeno in campo sentimentale. L’amore ha varie forme e trovo assurdo catalogarle all’interno di una scala gerarchica. La forza di un sentimento è data dalle persone che lo vivono, siano esse amanti, coniugi, amici, fino ad arrivare ai genitori e figli. Non ci sono amori di serie b.

Tornando all’amicizia uomo – donna, dicevo che la questione di fondo è riuscire a distinguere il tipo di rapporto che ci lega, pur forte che sia, non è detto che sia per forza amore.
Certo, capita spesso che due buoni amici, anche di lunga data, finiscano per stare insieme come coppia, e non c’è assolutamente niente di male in questo, però secondo me, esisteva già una forma latente di, chiamiamola, attrazione fisica, infatuazione, magari anche a livello inconscio o che più semplicemente  abbiamo cercato di non far uscire, di soffocare, con evidenti scarsi risultati.
Per la gelosia è un discorso diverso. Può manifestarci anche nell’amicizia fra uomini, magari perché uno dei due inizia una relazione di coppia e tralascia, anche involontariamente, il rapporto con l’amico. E allora ci possiamo sentire trascurati se non addirittura traditi.
Figuriamoci fra uomo e donna. Basta una parola pronunciata con un’inflessione diversa, più distaccata, oppure una faccina neutra all’interno di un messaggio altrettanto neutro per far scattare la paranoia seguita da enormi dubbi esistenziali.

Come dicevo all’inizio, è importate che ognuno trovi il giusto equilibrio. Imparare a dosare ben la frequenza degli incontri o dello scambio di messaggi.
Personalmente mi piace gestire le amicizie a “corrente alternata”, prendendomi delle pause, più o meno lunghe per poi concentrare magari in un pomeriggio gli scambi di opinione, prendendomi tutto il tempo necessario per ascoltare e raccontarmi. È il mio metodo per evitare di “correre rischi”. Tendo ad essere auto ironico, soprattutto per sentirmi meno attraente, anche se vi assicuro che non ce ne sarebbe bisogno.

Alcuni sostengono anche la teoria secondo la quale l’amicizia fra i due sessi puo esistere solo se uno dei due ha un aspetto fisico, diciamo, discutibile. Ecco, questa mi pare onestamente una cattiveria bella e buona. Qui si scade nella mancanza di rispetto ed è una delle cose che mi danno più fastidio in assoluto. E’ come dire che con le persone che non hanno un aspetto che a me piace posso sentirmi libero di frequentarle senza correre il rischio di rimanerne coinvolto. Già…e dell’altra persona ne vogliamo parlare?, dei sentimenti che puo’ provare o che comunque rischiamo di fargli provare. Si, più ci penso e più la cosa mi distruba (e mi fa anche un po’ schifo, se proprio devo dirla tutta).

Ognuno deve trovare il suo metodo per mantenere il giusto equilibrio, non ce n’è uno giusto o sbagliato, è importante capire fin dove vogliamo arrivare, conoscere le nostre linee di confine e, magari, anche quelle dell’altra persona.
E’ un po’ come giocare a golf: la direzione del vento, la scelta del ferro, la pendenza del terreno e la potenza del tiro, tutto deve essere calibrato. All’inizio non sarà facile, ma imparando a conoscersi tutto verrà più naturale.

Avere un’amicizia vera con una donna puo’ essere un’esperienza entusiasmante nella vita di un uomo. E’ una pallina che devi solo imparare a colpire.

“Ti rendi conto vero che non potremo mai essere amici.
Perché no?
Beh ecco… e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
No non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c’entra per niente.
Non è così.
Sì, invece.
No invece.
Si invece.
Tu credi sia così.
Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
Non è vero.
È vero.
Non è vero.
È vero.
E come lo sai?
Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
No, di norma vuole farsi anche quella.
Ma se lei non vuole venire a letto con te?
Non importa, perché il click del sesso è già scattato quindi l’amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.
Credo che non saremo amici allora.
Credo di no.
Ah è un peccato. Eri l’unica persona che conoscevo a New York.” (cit. dal film “Harry ti presento Sally”).

“Orecchio”…”mi piace”

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Passi un paio d’ore (abbondanti) per scrivere un post, quantomeno decente, fai un po’ di ricerche su wikipedia, giusto per documentarti e sfoggiare qualche termine da bimbo acculturato, saltelli qua e la fra le righe del sito del “dizionario italiano” per evitare di commettere errori madornali di ortografia. Infine cerchi di inventarti (o di scopiazzare con discrezione) alcuni paragoni che possono risultare simpatici.

Insomma, cerchi di applicarti il più possibile, rileggi la tua “opera”, realizzi che è un tantino stringata (altro termine ricercato su wiki), quindi aggiungi un paio di paragrafi, giusto per donarle una misura di parole accettabile.
Ok dai, diciamo che potrebbe andare, la pubblichi e incroci le dita.

Certo, non scrivi per fame di gloria, ma semplicemente per il gusto di farlo, però, oh, sei un insicuro cronico e qualche apprezzamento schifo non ti fa.
E poi…e poi capita che la mattina dopo esci e cammini per le strade del centro, la tua attenzione viene richiamata da un tuo vecchio amico (vecchio nel senso che lo conosci da parecchio tempo, sennò se realizza che parlo di lui magari si incazza, anche perchè ha la mia età e perciò è un ragazzino), che ti chiama, ti fermi a fare due chiacchere veloci e lui esordisce così “oh France, mi fanno ridere i tuoi post, infatti metto sempre “mi piace” e i miei “mi piace” sono centellinati (è un tipo che se lo tira con gli apprezzamenti feisbucchiani) però deh, che palle…troppo lunghi, cazzo scrivi meno, avresti più successo, per esempio “culo” – “mi piace”, “tette” – “piace”, “f..a” – “mi piace”…è chiaro il concetto??”

Il concetto è chiarissimo, ma probabilmente (ma non ne sono sicuro), non possiedo il dono della sintesi.

Comunque mi sto allenando, perciò…oh, Simo, …”Prostata” –

Il vicino avrà anche l’erba più verde, ma spesso gli mancano le cartine

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Qualche giorno fa ho incontrato per caso un mio vecchio amico, non ci vedevamo da almeno quindici anni.
Mi sono sentito improvvisamente vecchio.

Premetto che siamo amici su facebook, ma è una di quelle amicizie che, come direbbe l’attuale ministro Grilli, fa parte del sommerso.
La cosa è ovviamente reciproca.
Non leggiamo i nostri post e non ci teniamo aggiornati sugli sviluppi delle nostre esistenze.
Ma appare la fotina nella colonna della chat, tu la vedi, sai che c’è ma la ignori, come la bolletta del gas che ti arriva dieci giorni prima della scadenza.

Comunque un’occhiata ogni tanto la butti, per una sana morbosità, per controllare il grado di decadimento dei tuoi coetanei e anche come sprone per non lasciarti totalmente andare ad uno stato di sciatteria completa.

Questo a patto che ognuno degli utenti applichi le regole minime di onestà intellettuale.

Così vai in giro con l’immagine patinata dei tuoi amici-psico-ignorati stampata della mente.
Poi arriva quel fatidico giorno in cui la realtà si palesa davanti a te. Il tipo che per un caso fortuito ha incrociato il tuo sguardo ti ricorda qualcuno ma proprio non sapresti chiamarlo per nome. Lui ha il tuo stesso identico atteggiamento, ma probabilmente le sue sinapsi sono più attive (misero risultato, dato che i tuoi neuroni alle nove di mattina sono ancora a Copacabana), e ti saluta.

E in quel preciso istante gli salteresti alla gola, come un mastino napoletano, gridandogli “Sciagurato!!! Aggiorna la foto del profilo!!!”
Scopri così che l’immagine che vuole dare di sè, risale a otto anni prima, con capelli fluenti, fisico asciutto e sorriso sornione di uno che la sa lunga.
Ora invece stai per interagire con un tizio che porta in testa uno spiazzo tale da poterci organizzare il prossimo Palio di Siena, la sua fiera muscolatura è finalmente esplosa e qui una leggera vena di cattiveria, mista a passata invidia, ti fa esultare come quando andavi a scuola senza aver aperto libro e invece della prof, entrava la supplente in minigonna.
Il tuo ego si nutre di quella visione e raggiunge proporzioni smisurate.

Sul momento non sai su quali argomenti puoi intavolare la discussione, e la tua espressione è identica a quella di uno che sta andando a raccogliere le castagne a piedi nudi.
Inizi con un rassicurante “Come stai?” E il tuo interlocutore parte con una filippica snocciolando aneddoti che suscitano in te interesse pari ai dati di proliferazione delle trote salmonate nella regione del Piave. Conclude la sua rassegna ironizzando sui postumi della sua mega festa di compleanno svoltasi due giorni prima. Adesso il tuo imbarazzo è totale. Maledici il momento in cui hai ignorato la notifica che faceva bella mostra di sè nella colonna “compleanni”. Accampare scuse peggiorerebbe la sua già misera considerazione che ha di te. Glissi e inizi a parlare della crisi e delle trote salmonate.
Poi lo guardi meglio e noti dettagli che ad una prima occhiata ti erano sfuggiti.
Scarpe simili alle tue, ma più fashion, la sua sciarpa è trendy, mentre la tua sfoggia una bella etichetta “made in P.R.C.” e ringrazi il cielo di essere ignorante in inglese, altrimenti la lista sarebbe più lunga dell’elenco degli invitati all’inaugurazione della nuova stagione della Baia Imperiale.
Insomma, sembra te, ma un pò più rigovernato. La solita teoria dell’erba del vicino…

Ti congedi simulando un appuntamento di lavoro e durante il tuo peregrinare ti assalgono dubbi atroci del tipo “ma anch’io avrò avuto lo stesso decadimento fisico?” E per sicurezza ti passi la mano fra i capelli sperando di trovarli ancora.

Arrivi a casa e ti fiondi davanti allo specchio, più che guardarti, ti stai facendo direttamente una T.A.C., la pancetta e quei 6 (bugiardo sono almeno 10) chili che non riesci a perdere, stanno minando pericolosamente la tua autostima. Sei in piena crisi di identità, per un attimo non ti riconosci nell’immagine riflessa, ti senti la reincarnazione del pirandelliano Vitangelo Moscarda di “uno nessuno centomila”. Corri in cucina a bere un bicchiere d’acqua, apri la credenza e il barattolo della Nutella placa la tua sete.
Mentre sei intento a ricoprire la fetta di pane con uno strato consistente di quel gratificante cibo degli dei, il tuo unico pensiero è ” Ma si…, se ingrasso, sul mio profilo di facebook ci metto la foto di Jeeg Robot d’acciaio, e vaffanculo”.

 

Non muova la testa e dica cheese.

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Allora, stavolta il compito è arduo: affrontare un argomento di particolare interesse….femminile.

 

Sto già sudando.

 

L’artigiano dei capelli…uff…l’ho detto.

 

Innanzi tutto la prima differenza sostanziale rispetto a noi uomini è l’appellativo col quale si identifica questa figura professionale. Per noi, fin dalla notte dei tempi, è il barbiere. Al massimo viene sostituito con una frase descrittiva del tipo “vado a farmi i capelli”, ma mai, da quando il genere umano ha avuto il dono della memoria, c’è prova concreta che un maschio (nel senso più ampio del termine) abbia osato pronunciare la parola “parrucchiere”. È un termine per noi inconcepibile, come per Maroni chiamare “italiano” uno di Rossano Calabro.

 

Ma si sa, siamo nel terzo millennio e gli orizzonti si ampliano, così è sempre più frequente incontrare tracce di testosterone nei laboratori di coloro che tagliano i capelli alle donne (oh…non mi viene), cioè spesso accompagniamo mamme, sorelle, fidanzate, badanti al restailing pilifero e approfittiamo spudoratamente dell’occasione per farsi dare la classica “spuntatina”.

La questione è puramente economica.

Ci viene naturale illudersi che, dato che probabilmente la nostra accompagnatrice elargirà una cifra pari agli interessi bancari di un mutuo trentennale al professionista della messa in piega, quest’ultimo avrà pietà di noi maschietti tagliandoci i capelli a costo zero. Niente di più sbagliato.

 

Personalmente ho passato da un pezzo il periodo delle illusioni e da quando un mio amico ha aperto l’attività, ho affidato a lui, l’arduo compito di rendere presentabile la mia capigliatura. Ovviamente è un coiffeur (sto facendo progressi) per signora.

 

Ecco, quando vado da lui vivo pressappoco queste emozioni.

 

Già prima di entrare dò uno sguardo dal vetro per quantificare il numero di persone presenti, giusto per far lievitare il senso di inadeguatezza che proverò una volta varcata la soglia d’ingresso. Ok, respirone, petto in fuori e via!

È ovvio che dovrò sedermi sul divanetto ad attendere il mio turno, spesso mi fanno aspettare anche se non c’è nessuno, così, tanto per farmi sentire un coglione.

Vabbè, ormai sono lì, vorrei essere a spalare la neve in bermuda e canottiera, ma sono lì. Mi godo la comodità del divano di pelle, senza spalliera (ma le donne non si appoggiano mai? Stanno sempre impettite? mah !) sfoglio appassionatamente l’ultimo numero di Donna Moderna, con lo stesso entusiasmo col quale toglierei le spine dal piede dopo aver pestato un riccio di mare e prego che tutto finisca il prima possibile.

Ok, è il mio turno! Esultiamo!

 

La signorina vestita da hostess della Lauda Air mi fa accomodare al lavatesta, io l’ho sempre chiamato lavandino, ma evito discussioni.

Mi siedo, mi stendo e incastro la testa in una ghigliottina modello Luigi XVI, la hostess mi da un comando secco e deciso “Mi raccomando non si muova”, dopo un millisecondo penso…”cazzo ora mi prude il naso”. Resisto stoico, sono comodo come se fossi sdraiato su un letto di chiodi, inizio a sudare e infatti sento una goccia scendere lungo la schiena, poi un’altra e un’altra ancora, dopo cinque minuti decido di infrangere il regolamento e da anarchico sovversivo alzo una mano per attirare l’attenzione della signorina, che nel frattempo si è allontanata lasciando l’acqua aperta con il getto che punta deciso al mio collo. Bagnato come Noè durante il diluvio emetto un suono gutturale, il livello dell’acqua nei miei pantaloni ha raggiunto proporzioni preoccupanti e, visto che ho pranzato mezz’ora fa, il rischio congestione è concreto.

 

Finalmente un mezzo della capitaneria di porto arriva in mio soccorso e mi riporta a riva.

 

Adesso viene il momento peggiore di tutta la cerimonia. Ormai conosco la liturgia e so che tutto quello che ho subito finora in confronto era zucchero filato. Il mio caro amico tagliacapelli si avvicina a me, sapendo benissimo cosa io stia provando, annuisce con la testa e fingendo compassione, come mia mamma quando da bambino mi metteva la supposta dicendomi “è per il tuo bene”, compie un gesto che corrisponde alla mia totale evirazione: mi avvolge sulla testa l’asciugamano bianco.

 

Non contento, mi fa fare tutta la sfilata sul corridoio facendomi sedere sull’ultima poltroncina accanto al vetro che dà sulla strada. Mi sento come se stessi parlando all’assemblea degli azionisti di Confindustria vestito come Platinette.

E poi…ma ci saranno state quattordici sedie vuote, perchè mi devi far sedere proprio in vetrina? Questa si chiama cattiveria.

Mi tiene lì altri quindici minuti, tanto per girare il coltello nella piaga, io vorrei letterarmente scomparire e infatti piano piano sto scivolando col sedere verso il basso cercando di nascondermi dietro la spalliera. Finalmente si decide, si avvicina e gira la sedia ruotante in modo da mettermi con lo sguardo rivolto verso la strada. In quel momento mi rendo conto che una comitiva di giapponesi sta immortalando la scena, un paio di loro sono sdraiati in terra in preda a convulsioni. Decido che non andrò mai più a mangiare il sushi e che, se incosciamente i giapponesi mi stavano sui coglioni un motivo ci doveva pur essere.

Inizia a tagliare e parla, mi spazzola e parla, poi accende il phon e continua a parlare ma il rumore copre tutto. Ecco, quello è il mio momento di riscatto.

Inizio ad insultarlo a ripetizione, lo mando a fanculo mentre sfoggio un sorriso smagliante e gli offendo tutti i parenti fino al terzo grado finchè non spegne l’asciugacapelli e tornano a diffondersi le note di radio pulce in sottofondo.

 

Rimpiango un pò i tempi in cui da bambino mio padre mi portava a tagliare i capelli da Lido, era spettacolare, lui tagliava mentre guardava la televisione, i clienti uscivano soddisfatti, perfettamente pettinati e qualche volta…con un orecchio in meno…ma si dai…stai a guardare il capello