Il pianista fuori posto.

pianista fuori posto 2
Immagine presa dal web.

Di tutta quella gente che mi guarda non conosco neanche il nome. E loro il mio, non conosco neanche la voce. E loro la mia. Ma di alcuni di loro intuisco i pensieri. E loro i miei.

Capita così, in un giorno qualunque, uno di quelli in cui non hai un progetto preciso, nessun programma da seguire, uno di quei giorni “sciolti”. Ecco in un giorno così, capita che per un motivo che stenti a capire, esci di casa, prendi una di quelle vie che vanno verso il centro, che poi non si sa mai verso il centro di che cosa. Forse della città, forse del cielo. Forse semplicemente, il centro di un altro sogno da buttare. Cammini sicuro, come se stessi seguendo un teorema indiscutibile, sicuro, che ad ogni passo potrebbe accadere un miracolo inaspettato. Cammini e da lontano mi vedi. Come un’isola in mare aperto, come un piccolissimo particolare che fa attrito con il resto del quadro, un aquilone in assenza di vento. Un improbabile carillon sopra un tavolo da biliardo. O più semplicemente, un pianista fuori posto.

E allora rimani un po’ interdetto, quasi infastidito, perché non capita tutti giorni di trovare sul cammino un uomo ed il suo pianoforte. Non capita tutti i giorni, lo capisco, di trovare sul cammino due amanti scandalosi, perduti in un amplesso di musica e sospiri. L’unione di due mondi, di due amori inopportuni, fatti di mani che scivolano inquiete. Perché non vorrei mai smettere di farci l’amore con la mia indecente sinfonia..

Le mie dita di neve sul suo ventre più chiaro, i sospiri bagnati sulle labbra più nere. I suoi seni di mare, la mia pelle sudata, la mia mano più audace in carezze di seta. Le mie gambe nervose, la sua schiena più nuda, la mia voce in un soffio, il suo accordo che vibra. I miei sguardi più larghi, i suoi suoni più opachi, le sue corde impazzite, le mie spalle più chiuse. Le mie cosce serrate, la sua voce più acuta, le sue note più gonfie di un vento in salita. I miei piedi puntati, i suoi accordi più rauchi, potrei perfino morire sopra i suoi fianchi indifesi. Arrivare alla fine con la voglia incontrollabile di perdersi di nuovo.

Guardo quelle persone e non faccio mai domande, per non avere mai risposte. Il mio sogno indiscreto è quello di indovinare la loro vita, di vederli passare e costruire il loro mondo inventando improbabili accordi, fra scale di blues e arpeggi più lineari. Non voglio risposte, assolutamente, perché le risposte mi chiudono lo sguardo, perché quando qualcuno ti racconta la propria matassa di pensieri non puoi far altro che starlo ad ascoltare, senza poter modificare il suo flusso di parole. E’ come una condanna, conoscere la vita delle persone, molto meglio immaginarsela e suonarla al pianoforte, molto meglio raccontarla mettendo una pausa sul pentagramma, magari vicino ad un Si bemolle, che il Si bemolle fa sempre un certo effetto. Potresti costruirci esistenze eccezionali intorno ad un Si bemolle. Questo faccio, quando mi siedo in una piazza, con il vestito scuro ed il cilindro sulla testa, faccio esattamente questo. Costruisco esistenze eccezionali, fra una pausa e un Si bemolle.

Un giorno decisi di scendere da un palco, così, di botto, come fanno le porte che sbattono all’improvviso, quasi come non ci fosse una ragione. Come fanno quelli che dicono “non ci avrete mai”, quasi che non avessero altro da dire. Presi il pianoforte e lo trascinai giù per strada, senza dare spiegazioni, così, di botto.

E così adesso passo le giornate fra i loggiati dei palazzi antichi, o a graffiare con note gli angoli delle piazze, immerso in un viavai di visi e di persone affaccendate che mi passano vicino, mi sfiorano con lo sguardo, alcuni di loro si fermano un istante, altri un giorno intero. Ma tutti, ogni viso, ogni sguardo, ogni sorriso, tutti, non possono evitare di sentire almeno una nota volare dispettosa.

E allora tu, tu che mi guardi stupita, in questo giorno che neanche sembrava dovesse arrivare, tu che ascolti anche solo una nota uscita dalle mie dita di grandine e velluto, tu che hai rallentato il passo anche solo per un istante impercettibile, tu, neanche lo sai, ma per un secondo, sei stata seduta qui, accanto a me.

Io sono solo un ladro di dettagli, a tutte quelle persone che mi attraversano come fossi un temporale, rubo qualcosa, loro neanche se ne accorgono. Sul momento non ci fanno caso, magari però, quando arrivano a casa si passano una mano sul viso e si rendono conto di avere uno sguardo in meno. Altri svuotano le tasche dei loro paltò e hanno perso tre o quattro sospiri. Altri ancora si tolgono il maglione e hanno come l’impressione di aver perduto una carezza di profumo. Mi sembra quasi di vederli, quelli a cui ho rubato un dettaglio. Rimangono interdetti, come quando aspetti per un tempo troppo lungo lo scatto della lancetta dei secondi, come quando indossi una giacca che non metti da mesi e trovi una moneta nel taschino. Non te l’aspetti, cerchi di capire e alla fine, per un motivo sconosciuto, ti metti a pensare. E sorridi. Mi sembra di vederli, quelli a cui ho rubato un dettaglio. Assolutamente immobili, aspettando che la lancetta dei secondi compia lo scatto successivo.

Questa è la mia refurtiva, sono un mascalzone a piede libero. E’ impressionante il numero di dettagli che puoi rubare alle persone, ne ho la casa piena, che se mi metto a pensarci ai dettagli che ho rubato, ci vado fuori di testa. La procedura è molto semplice, sempre la stessa: nascondo un po’ del vostro mondo dentro la mia mente, lo faccio passare per il cuore, attraversa l’avambraccio e poi giù, fino alle dita. Ve lo restituisco sotto forma di musica, ma non tutto, un pezzetto del vostro mondo me lo tengo per sempre con me. Se mi metto a pensarci ci vado fuori di testa.

Perciò eccomi qua, adesso lo sapete, se volete indietro un pezzetto dei vostri dettagli, uscite di casa, in uno dei vostri giorni “sciolti”, prendete una via, una di quelle che vanno verso il centro e venite ad ascoltare. Anche se non mi trovate, voi state ad ascoltare.

Imploro il vostro perdono, in fin dei conti sono solo un ladro di dettagli, un matto ai bordi di una piazza che costruisce esistenze fra una pausa e un Si bemolle. In fin dei conti sono solo un pianista fuori posto. Io, in fin dei conti, sono solo.

“Il pianoforte reclama l’abbandono: esso non vuole essere suonato, ma è lui che vuole suonare tramite il pianista. L’esecutore abbandonato al suo strumento diviene egli stesso strumento, in un gesto impersonale e per questo totale, e la Musica, misteriosamente, inizierà a sgorgare, fresca e leggera”. (Giovanni Allevi, La musica in testa).

Continuo a portare in giro la musica per le strade di questo mondo pazzo. (Mad World – Gary Jules)

Questo racconto è dedicato a Paolo Zanarella, è lui il “Pianista fuori posto”. Se vi capita di incontrarlo in una piazza qualunque, di un giorno qualunque, rallentate il passo e fatevi un regalo. Ascoltateli, lui e il suo pianoforte. E rubate loro una nota.

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63 pensieri su “Il pianista fuori posto.

  1. “Sapeva leggere Novecento, non i libri. Quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso, posti, rumori, odori. La loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita catalogava, sistemava, ordinava in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l’aveva visto mai, ma erano quasi trent’anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent’anni che lui su quella nave lo spiava. E gli rubava l’anima.”
    ..una delle mie frasi preferite dal film “La leggenda del pianista sull’oceano”… terra o mare, certi talenti non hanno né tempo, né luogo…
    bravissimo come sempre, un abbraccio

  2. Bellissimo come sempre, sai cogliere gli aspetti più profondi di ogni situazione e ce li regali in maniera sublime, è vero ci si sorprende sempre un po’ quando ci si trova di fronte all’unione di un artista con il suo strumento, quando si sentono in completa simbiosi…e ci si ferma ad ascoltare rapiti, per quell’intimità e per ciò che ci sa dare…
    Buona giornata! (questo è il mio nuovo blog, sono silvia di in fondo al cuore)

  3. Qui voglio firmare col mio nome . Qui voglio lasciare qualcosa di me . Perché lasciare qualcosa di noi stessi é. ..essere seduti accanto , anche solo per un attimo . Ho letto tanto del mondo del web , ed ho incontrato un ‘ infinità di gente che sa scrivere , molta di più di quella che si può immaginare , ma tu rappresenti ,per me (non sono così presuntuosa da poter parlare per tutti 🙂 ) “lo scrittore di immagini in prosa ” che preferisco. Aspetto sempre ciò che scrivi , senza timore di aspettative deluse. Questa tua ….come chiamarla ….sinfonia di parole, é perfetta per “il pianista fuori posto “

    • Non posso far altro che ringraziarti, anche per avermi suggerito la canzone da inserire. Tutte le altre parole che mi hai scritto in questo commento e anche negli altri, me le tengo strette, che mi fanno un gran bene. Grazie, davvero, di cuore.

  4. La musica vera è quella che non si trattiene…quella che non si chiude in una sala di registrazione o in un teatro…la musica vera è quella che invade l’aria. Ho amato Salisburgo alla follia, là ogni angolo di strada accoglieva musica suonata da ensamble strampalati di duetti o trii variamente assortiti, ma tutti insieme, mentre l’orecchio ne perdeva uno e intercettava il successivo, formavano un concerto meraviglioso…un’intera città che suonava all’unisono. I musicisti di strada sono i veri ‘amanti’ della musica…quando la passione li prende loro non la trattengono e la regalano a noi…la musica e un brandello della loro passione…
    Come sempre il tuo racconto è meraviglioso…

  5. – Perché non vorrei mai smettere di farci l’amore con la mia indecente sinfonia..- e il paragrafo che segue: c’è tutta la sensualità del mondo unita ad un amore sconfinato…e allora…ruba tutti i dettagli che vuoi, se ti incontrassi io, pianista sulla strada del sogno, non li rivorrei di certo indietro…coinvolgi come pochi, ciaooo

  6. La parte delle dita…..(è la forma della scrittura). Le parole che scrivi sono movimenti e luoghi. Tutti pensano e non c’ è una parola piatta, anatomica. Musica dei corpi, note diverse che la natura ci ha donato. Ciao

  7. ..a metá della narrazione non ho potuto fare a meno di pensare a Novecento di Baricco; si si ok paragone azzardato e tutto il resto..ma come lui aveva deciso di “scendere” dalla nave,cosí il TUO personaggio ha deciso di compiere il passo di scendere per le strade a “rubare”attimi e regalare melodie.
    Bravissimo,come sempre.

    • Ecco, Baricco è uno dei miei autori preferiti, sta sicuramente influenzando il mio modo di scrivere. Detto questo, non mi sogno neanche lontanamente di….sì, insomma, fare assurdi tentativi di imitazione.
      Ti ringrazio tantissimo, il tuo commento mi ha riempito di orgoglio, adesso cercherò di non montarmi la testa, ma non sarà facile 😜

      • anche il mio!! me lo diedero da leggere al liceo..all’inizio non ci capivo molto, era tutto cosi strano..Poi me ne sono innamorata! l’ho letto almeno 3 volte, ed ogni volta scopro qualcosa di nuovo, che nella lettura precedente mi era sfuggito..
        Se non l’hai letto, ti consiglio anche Castelli di Rabbia.

  8. Bel racconto. È vero, l’incontro con i pianisti da strada non ci lascia mai indifferenti: ricordo ancora l’impalpabile strazio che provai tanti anni fa a Genova, ero al mercato coperto, fra la frutta e la verdura, colorata, impilata, ordinata e prima lo sentii, poi lo vidi, poi cercai in me quel fremito che oramai mi aveva lasciato. Mia mamma era ammalata, si avvicinava il Natale.

  9. Cammini sicuro, come se stessi seguendo un teorema indiscutibile, sicuro, che ad ogni passo potrebbe accadere un miracolo inaspettato.

    Lo hai detto tu ed è vero, è una frase bellissima e ci ho pensato.. e credo che i miracoli inaspettati succedano soloo quando non sei cosciente a priori che possono accadere

  10. Il pianista non l’ho mai incontrato, ma è come se lo avessi fatto attraverso il tuo racconto.
    E’ bellissimo il punto in cui descrivi la relazione tra il pianista e il pianoforte, due amanti persi l’uno nell’altro e l’uno dell’altro.
    Nel leggere il tuo articolo, sono stata attraversata da sensazioni di morbidezza,delicatezza, e sono proprio le stesse che provo quando osservo qualcuno suonare il piano.
    Le tue parole accarezzano il lettore, proprio come il pianista accarezza i tasti.

  11. complimenti, davvero notevole…si legge tutto d’un fiato, e poi si rilegge
    (PS-se ti piace Baricco, come a me, il mio post La mia Baia è dedicato a lui…)

  12. Allora.
    Non conosco Paolo Zanarella e non mi piace Giovanni Allevi, né ho mai suonato in strada, anzi: non ho mai suonato affatto. Però rubo, anche io.
    Senza musica: in metrò, ad esempio, a maschi e femmine, io rubo… che so? Uno sguardo, una scarpa, un colore, una ruga… qualchecosa di bello, qualchecosa di volgare… anche qualchecosa di lubrico, a volte, ma comunque, come tu dici tanto bene: dettagli.
    Poi non li rendo, mai: perché non suono.
    Rubo e basta e magari trascrivo sul biglietto del metrò e magari perdo e poi pure ritrovo o chissà.
    Insomma, rubo e basta, perché sono golosa e mi cerco.
    Grazie per questo racconto così bello, così vicino a me e delicato anche in quel punto. Piaciuto molto.

    • Anch’io giro sempre con una penna in tasca e mi capita di scrivere sulla prima cosa che trovo. Niente di che, a volte anche solo una parola. Penso che alla fine, penna o non penna, musica o non musica, siamo tutti un po’ ladri di dettagli. Quei dettagli che ci fanno un gran bene.
      Grazie infinite per essere stata qui.

  13. È stato troppo emozionante… la descrizione nei dettagli di quell’intreccio perfetto fra le dita del pianista e i tasti magici del pianoforte. I modi dei passanti, i moti del cuore del pianista stesso su quei tasti vivi bianchi e neri. Mi è piaciuto troppo! E anzi, prima di leggere a chi fosse dedicato, mi è venuta in mente una persona, che vidi tempo fa in centro… e mi portai a casa il suo dolce e melodioso suono… unica differenza, si trattava di una suonatrice d’arpa.
    Non immagino la gioia del tuo amico suonatore, nel leggere una dedica così profonda… che in fondo, racconta di lui stesso. Dolce serata!! :))

    • Ti ringrazio infinitamente, in realtà lui non è un mio amico, non l’ho neanche mai visto. Ho solo letto la sua storia sul web. Dubito fortemente che abbia letto il mio racconto. Ma va bene così. Non cerco gloria, l’ho scritto soltanto per il piacere di farlo. Grazie ancora. Di cuore.

      • Non sapevo la storia di questa persona, fino a qualche minuto fa… perché poi per curiosità sono andata a cercarlo. Inizialmente si potrebbe pensare che il suo è esibizionismo… ma in realtà fa una cosa che nessuno mai farebbe, per non essere presi per matti. Dona bene e allo stesso tempo fa bene anche alla sua anima. Proprio qualche giorno fa, leggevo un vecchio articolo di una signora americana, che prescriveva ai suoi pazienti poesie, invece di medicinali. Altra idea originale, ma che non fa male a nessuno. Penso siano questi degli esempi da seguire…

      • Sotto i portici di cui si intravvedono le colonne sulla sinistra c’è la Rinascente, dopo che per oltre mezzo secolo c’era stata la UPIM; l’edificio neogotico che si vede sporgere sulla destra, dopo la fila di edifici allineati, è lo storico caffè Pedrocchi, mentre subito dopo quello che sporge sulla sinistra c’è il palazzo del Bo, l’università vecchia, la terza in Europa dopo Bologna e Parigi. Arrivato alla fine del palazzo del Bo c’è un incrocio: il Canton del Gallo detto anche, almeno una volta, il canton delle quattro S (sono sempre senza soldi) perché era il posto frequentato dagli studenti (all’osteria del Gallo). A destra, a venti metri, c’è la Piazza delle Erbe dove, alzando gli occhi, puoi vedere la finestra dietro la quale sono nata.

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