Cassandra sotto assedio.

Un vestito a pieghe, rigorosamente giallo, non potrebbe essere altrimenti, che in quella piazza lì, lei dice, c’è bisogno di farsi notare. Un bisogno lento, incessante come una speranza. Le infradito impolverate e alla caviglia destra un braccialetto pieno d’argento e corse a perdifiato.

Cassandra, occhi verdi di oceani e giorni di terrore, un vento di capelli rossi da inseguire, che da quelle parti nessuno si è mai sognato di nascere con capelli così. Ma per lei era normale, li portava in giro come un dono, tra vicoli e macerie, li portava in giro come a profumare l’aria di salmastro e rosmarino.

Cassandra che indovina il destino della gente, senza rendersene conto, come se fosse normale, come a far credere che non si tratti neanche di un miracolo. Lei ti prende le mani, due dita sotto il polso, a cercare il battito più nitido, come a mischiare il tuo sangue con il suo. Ti prende le mani e ti racconta un po’ della tua vita, di quello che farai. Ti anticipa i sussulti dell’amore, le vertigini che incontrerai e ti svela, nei minimi dettagli, il bacio della morte.

Cassandra ha dodici anni e vive a Raqqa, così, senza mezzi termini, senza averlo scelto, ma potendo farlo è lì che avrebbe voluto stare. In quel posto che nessuno conosce, che fa comodo non vedere, che anche il Padreterno se si trovasse a passare di là volgerebbe lo sguardo altrove.

Cassandra ha visto di tutto, ma c’è ancora spazio negli occhi che ha. Canta, Cassandra, con una chitarra fra le braccia che Dio solo sa dove l’abbia trovata, mentre fuori scoppia la notte lei raduna una decina di persone, le distoglie dal loro destino, le porta in un posto sicuro, uno di quelli a cielo aperto, qualche metro di universo apparso in sogno, chissà come. Un manipolo di occhi spaventati seduti in cerchio e lei in mezzo, con la certezza assoluta che quella non sarà la fine di tutto, almeno non in quel momento, almeno non in quella notte. Si siede al centro. Accenna un accordo in la minore, che Dio solo sa dove l’abbia imparato. E canta. Che non si è mai visto nessuno morire mentre Cassandra cantava.

E il mondo fuori diventa rarefatto, come l’aria nelle cattedrali, come se la musica deviasse le traiettorie, delle bombe. Lei inizia a cantare e la paura si trasforma in qualcosa che assomiglia molto all’idea di libertà.

Ne ha salvate a centinaia di mani e speranze, Cassandra che legge in anticipo gli intrecci della sorte

Chi passa di là ci trova Cassandra con il sorriso migliore che ha, chi passa di là vede una bambina con il vestito più bello che può. Chi passa da Raqqa fugge da qualcosa che non si può spiegare, ma per qualche motivo rallenta il passo, roba di un minuto e si ferma ad ascoltare qualcosa in sottofondo, come una melodia alla fine di un boato. Volge un attimo lo sguardo, questione di secondi, giusto il tempo per vedere un vento di capelli rossi, un’immagine dissonante al centro di una desolazione. Alcuni proseguono la fuga altri si sentono prendere le mani, due dita sotto il polso, come chi vuole mischiare il suo sangue con il tuo.

Certe sere, fra quel che resta di Raqqa si sente Cassandra che regala speranze ad un cielo sotto assedio.

Dedicato a chi è in fuga, a chi non ha scelta, a chi non sa più come fare e nonostante tutto trova un pretesto per continuare a sperare. Grazie.

 

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Carlo e “Bellamore”

Carlo che vive di ricordi si ferma un po’ più in là dei suoi pensieri. Saluta con un sorriso e cerca di nasconderlo con tutta quella dolcezza che ha, ma se sei attento lo capisci che qualcosa gli prude in fondo agli occhi.

Parla poco, che forse il suono di tutte quelle sillabe liberate dal respiro non guarirebbero il graffio della vita. E allora tanto vale lasciarle soffocare, tutte quelle frasi inutili come i tramonti trai i palazzi di cemento. Sì, decisamente, meglio non perdere tempo a districare le traiettorie delle frasi non dette, che puoi stare lì a pettinarle quanto vuoi, rimarranno impigliate fra le pieghe della mente.

Carlo lascia sempre una fiamma libera sul davanzale di cucina, che “ti ricordi come ti piaceva la luce vicino alla finestra, dio quanto sognavi guardando al di là di quel vetro, che mi dicevi – in quel giardino, sotto l’ombra di quel salice piangente io ci farei l’amore- e poi sorridevi. Mi guardavi. E sorridevi. Dio com’eri bella, che poi neanche lo sapevi il profumo di pentagrammi e nuvole che avevi, quando stavi scalza sulla sabbia di novembre, con quel vestito leggero, roba da prenderci un accidente senza scampo, ma te ne fregavi, mi tenevi la mano cantando “Bellamore” fra le labbra. E la sera del dodici dicembre, che pioveva come una disperazione, la sera in cui Cassandra perse un amore e un orecchino, dio come pioveva, come se qualcuno avesse deciso di buttare via i rimorsi, tutti insieme dico, tutti quella sera lì, – che quando cade la notte così viene voglia di temersi un po’ più stretti – così dicevi.

E quell’idea assurda di oltrepassare Capo Horn, – che da quelle parti si sta bene, da quelle parti non si muore mai – che quando lo dicevi ci prendevano per pazzi. E lo dicevi spesso. Ma noi lo sapevamo che era vero, che ci andavamo spesso, ogni volta che ci davamo le mani, prendendoci per i polsi, come a sentire il sangue mescolarsi, con lo sguardo fisso a frugarci le passioni. Cercatori d’oro con i diamanti nelle tasche, pelle su pelle al riparo da intemperie e poi tutti gli odori e le passioni nelle vertebre e poi rincorse di abbandoni e poi tutta l’anima del mondo. La nostra rotta per oltrepassare Capo Horn, che da quelle parti non si muore mai.

E poi tutte le mattine, tutte quante, mentre dormivi e ti guardavo seguendo con un dito il profilo dei tuoi sogni e non riesco più a contare le volte in cui mi sono perso in quei respiri. Che non te l’ho mai detto, ma quelle mattine lì mi resteranno addosso. Tutte quante.

E non ci siamo persi, tu lasciali parlare, lasciali venire in processione a stringermi la mano, con gli occhi lucidi e lo sforzo di un sorriso. Non ci fare caso, lascia che vadano ad illudersi, che noi lo sappiamo che va bene così.

Adesso è quasi mezzanotte e sprofondo dentro il letto. Che ho voglia di sognarti, e già lo so che mi guarderai in modo complicato, come un tempo in cinque quarti e mi dirai ridendo – Sono sempre stata qui. – Adesso ho voglia ancora di prenderti la mano mentre canti “Bellamore” fra le labbra.

 

E anche stasera è quasi mezzanotte ed è ora di andare ad ascoltare “Bellamore”

 

 

Tremilasette giorni sulla Luna.

Sono Arianna e cammino sulla Luna. All’inizio è stata solo una condanna senza appello e non è servita a niente la mia smania di evitare il verdetto ineluttabile – Imputata si alzi in piedi e ascolti la sentenza -.E non hanno sortito nessun effetto le suppliche, gli strilli e le bestemmie contro il fato, la giuria sembrava seria, tutta gente che ha studiato, quelle parole dette con fredda severità non ammettevano margine di errore. – Colpevole. E nessuno potrà farci niente. – E allora vaffanculo, se devo stare sulla Luna voglio farlo a modo mio.

Ci porto la mia borsa, comprata a Copenaghen un giorno senza sole e te lo ricordi il freddo che faceva? Dio com’era bella la luce del mattino. Te lo ricordi? Che poi alzavi lo sguardo e mi dicevi – C’è da perdersi dentro un cielo così-
E ci porto l’anima del mare, tutta quanta, con i gabbiani e le anatre spose, con le grida del porto e gli odori del libeccio. E i pescatori nelle balere a dividersi sigari e leggende. E poi le aurore e i temporali e il salmastro nei polmoni. Ce lo porto veramente che, da quelle parti mi farà comodo avere uno sputo d’infinito. Da quelle parti farà comodo un posto in cui sentirmi viva.
E ci porto la musica, altroché se ce la porto, che la nebbia sarà tanta e servirà di sicuro avere un sogno da inseguire. E ci porto la chitarra, con gli arpeggi e gli accordi più rabbiosi, con le corde che vibrano e tagliano la pelle, come quando mi guardi e mi dici qualcosa, qualunque cosa e io lì che penso – vorrei non finisse mai di guardarmi così- e mi ci perdo in quegli angoli di bocca. E poi le canzoni, con le parole improvvisate e quelle che indovinano i tumulti della mente. E ci porto un palco e qualcuno che abbia voglia di ascoltare, che anche se cammino sulla Luna la voce non ci pensa neanche a starsene al riparo. E allora la lascio uscire che magari che ne so, potrebbe tornare buona per qualcuno che voce non ne ha.
E ci porto le emozioni, giuro che lo faccio, che là di spazio ce n’è quanto ne vuoi. Quelle impronunciabili di “guardami dormire”, quelle rumorose di “scuotimi i pensieri”, quelle inconsolabili di “non farti più vedere”, quelle senza fine di “tienimi per mano che ho paura di svanire”. E le voglio fotografare, più che posso, senza perdermi un momento, come quando ti dicevo – inquadrami bene e scatta ancora, che mi sento bella da morire – Alcune andranno smarrite, già lo so, ma resteranno gli odori e la sensazione di pace sulla pelle che hanno lasciato. E alla fine andrà bene così.
Cammino sulla Luna e vado a tastoni, ma mi hanno detto che è normale, imparerò a contare le distanze, prima o poi, io che già faccio fatica a misurare gli slanci dei pensieri. Mi sento in equilibrio fra un abisso ed un sorriso, dicono che la mente si deve abituare, che poi sarà come ballare sopra le vite dei passanti. E sfioro i contorni, seguendo il profilo delle cose, come ad indovinare l’anima che hanno. E la sento, ogni tanto la sento davvero. Tutti quegli atomi di cuore intenti a dare una forma tangibile agli inganni dei sensi.
E mi sembra di vederli gli sguardi di chi incrocia il mio cammino incerto, che per una frazione di secondo stringono più forte la mano in altre mani, come a dire “per fortuna che ci sei”. 
Io sento solo mani addosso, tocchi inaspettati di qualcuno che farò fatica a riconoscere. Le dita lievi di mia madre, che va veloce per evitare di pensare, che lei lo sa come vanno certe cose, è un attimo ritrovarsi con le mani fra i capelli a inveire contro il destino. Sento il palmo di mio padre, che ha timore di mandarmi in mille pezzi e allora desiste dall’intento di abbracciarmi, ma io le sento lo stesso le sue braccia a tenermi in superficie. Parla poco e ride piano, ma lo fa spesso, che è il suo modo per non cadere negli inganni della sorte.

Sento le mani di un amore che svanisce a poco a poco, magari neanche se ne accorge, ma lo percepisco, lui si ostina a volerlo mascherare, ma io lo so, questo sforzo per lasciare tutto inalterato finirà per farlo fuori. 

Perché a camminare sulla Luna, in mezzo a tutta questa nebbia, ho imparato a percepire i tormenti della gente. Come se non fosse già abbastanza vivere nell’ombra.
Arianna avrà trent’anni, minuto più minuto meno, non si guarda nello specchio da tremilasette giorni, da quando i suoi occhi hanno smesso di far filtrare luce, divorati da una malattia lenta e inesorabile come l’arrivo di un dolore. Ma ha trovato la sua strada per fottere il corso degli eventi e si porta dietro tutta quella vita che ha attraversato senza perdersi un dettaglio. Arianna adesso è sopra un palco abbraccia una chitarra e si gode l’applauso di un pubblico che ha avuto voglia si ascoltarla. Lei sorride, fa un gesto che ricorda l’accenno di un inchino, alza una mano in segno di saluto e anche se nessuno può saperlo, lei percorre i sentieri di tutte quelle vite, misurandone i tormenti. 
Che si vede chiaramente l’orizzonte camminando sulla Luna.

La cosa più ovvia del mondo

Rimasero in silenzio, Caterina e il maestro Giuliani, senza dire una parola, per un tempo difficile da quantificare, incuranti della gente che li sfiorava, quasi oltrepassandoli, come se fossero due entità rarefatte, come certi sogni di cui puoi fare a meno.

Piero Giuliani fissava un punto oltre i vetri della porta d’ingresso, oltre la strada, oltre i tetti. E se ti capitava di domandargli cosa stesse guardando, lui rispondeva perentorio – Il mare aperto -. Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Il maestro si tolse la giacca grigia in fresco lana, appoggiandola sul bordo destro del pianoforte a coda, un Fazioli nero, come se ne vedono pochi in giro. Linee morbide, suono leggermente graffiato, in altre parole un connubio perfetto di legno, corde, pelle e bestemmie. Lasciò cadere la giacca delicatamente, arrotolò le maniche della camicia appena sotto al gomito e si sgranchì le dita delle mani. Gesti, precisi, armoniosi e impeccabili, come un sacerdote di campagna prima di un esorcismo.

–          Lei è un uomo che non parla molto, anzi, non parla praticamente mai.

–          E’ nei silenzi che si nasconde la verità

Posò le dita sui tasti, senza affondare il colpo, chiuse gli occhi.

–          Raccontami i tuoi pensieri, ascolta la musica e vieni a vedere chi sei. – Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Lei iniziò a parlare. Lui iniziò a suonare.

–          Un giorno sono morta, niente di che, una cosa come un’altra. In un giorno come un altro, di quelli che iniziano anonimi, un po’ così, che non promettono grandi clamori. Che alla fine più che viverli li guardi passare. Invece in quel quattordici maggio di sei anni fa sono morta.

Il maestro baciava con i polpastrelli quei tasti bianchi e neri, riempiendo l’aria di quella strada con un’armonia che assomigliava molto ad un inizio di tempesta.

–          Erano le ventitré e quaranta, stavo seduta al posto del passeggero, l’auto ferma sotto ad un lampione, lui al lato di guida faceva battute leggere e muoveva le mani e si capiva che era nervoso, di un’agitazione complicata da controllare. Di quelle che ti fanno sentire bellissima. E mi rovesciava parole e mi guardava, ma senza vedermi. Non era un parcheggio del centro, proprio no, ma era un posto speciale. Un posto appena fuori città, dove le persone vanno a pettinarsi la vita.

Un parcheggio, di quelli con un solo lampione che a malapena ti permette di vedere oltre il vetro dell’auto, è il posto di coloro che riescono ancora ad assaporare emozioni. Di quelli che hanno ancora bisogno di frugarsi nell’anima. Ogni città ne ha uno, è il posto adatto per liberare emozioni, che volano come libellule e si incontrano fra loro riconoscendosi fra mille. Ci sono auto con gli amanti che si baciano, auto con dentro due amici da una vita che ascoltano i Jetrho Tull con una birra sul cruscotto, auto gonfie di musica che si fermano a riprendere fiato, altre con qualcuno dentro che viene qui a dar cazzotti alla notte.

È il posto dei sogni interrotti, delle sigarette fumate guardando il carro dell’orsa maggiore, delle teste cariche di pianto appoggiate sul volante, degli “stavolta è davvero finita” e degli “è talmente bello che fa quasi male”, è il bicchiere di vino in una sera di luglio, il tempo passato a prendere a schiaffi i tormenti. È la terra consacrata degli amori impossibili, delle mareggiate emotive, degli spruzzi di allegria, dei baci rubati i respiri condivisi e le parole non dette. Che in quel posto lì le parole non servono veramente a un cazzo.

E’ il muro degli “Anna ama Luca” ma anche dei “Marco ama Andrea”, che lì i pregiudizi se ne vanno a fanculo, che tanto quel lampione non fa abbastanza luce per svelare le confessioni degli sguardi. È la nostra scatola nera, quella che si trova due dita oltre la parete del cuore, che non la vediamo, ma sappiamo che c’è.

Il maestro Piero Giuliani non smise neanche per un secondo di far volare le mani sulla tastiera. Alcuni passanti si fermavano ad ascoltare, cercando con lo sguardo il recipiente in cui lasciare una moneta. Ma non c’era niente, nessuna ciotola, nessun cappello, niente di niente. C’era solo un uomo seduto al pianoforte, con lo sguardo perso Dio solo sa dove e una donna che parlava, con un tono di voce che si allineava perfettamente a quella musica. Che quasi veniva da chiedersi se le parole non uscissero direttamente dalle corde irrequiete di quel pianoforte.

–          Capisce cosa sto dicendo?

Il maestro, ovviamente, non rispose, accennò appena l’inizio di un sorriso. Caterina lo prese per un “Sì”.

–          E poi è successo. Mentre tornavamo verso casa. Lui guidava tenendo la mano destra nella mia. Ha presente quando prende la mano di qualcuno o qualcuno le prende la mano e le dita si intrecciano? Ecco, eravamo esattamente così. In quel gesto che oltre alle dita ti intreccia l’esistenza e quasi hai paura a mollare la presa.

E poi è successo. L’auto che gira, la notte che cade, la strada impazzita, il fiato si perde, il cuore in soffitta, qualcosa si spezza. La vita che dà il suo colpo di coda.

Le mani del maestro per un istante impercettibile si fermarono e con loro si fermarono i passanti, i portici, la strada, i balconi, i tetti delle case. E il mare aperto.

–          Quando tutto tornò alla normale velocità lui era svanito ed io in un letto con la schiena divisa perfettamente a metà. Lui aveva semplicemente smesso di esistere, io di vivere. Io sono morta davvero.

Piero Giuliani piantò lo sguardo negli occhi di Caterina. Lui stava per aprire bocca e lei si sentì perduta.

–          Adesso ascolta la musica. E vieni a vedere chi sei. – Lo diceva come se fosse la cosa più ovvia del mondo-

Partì una melodia strana, fatta di toni alti, quasi dissonanti, per poi scendere alle ottave più basse, giù in picchiata, un ascensore senza freni.

Caterina chiuse gli occhi, come fosse abbagliata da troppa luce. Tutta insieme. Troppo improvvisa. Chiuse gli occhi e si distese su quella melodia.

Quell’immagine, vista dall’esterno, non regalava altro che un uomo seduto al pianoforte, con lo sguardo perso Dio solo sa dove e una donna che ascoltava. In realtà, là fuori, c’erano due persone, con le esistenze mescolate, perse in mare aperto. Ma questo nessuno avrebbe potuto immaginarlo.

–          Da quel giorno ho iniziato a chiedere scusa, per ogni cosa. Ho iniziato a sentirmi in difetto con il mondo, con le persone, anche quelle sconosciute. Come se il semplice fatto di esistere e respirare potesse essere un disturbo per qualcuno. Sempre con questo timore, fastidioso ed implacabile di togliere qualcosa alle persone, di avere privilegi che non mi spettano. Chiedo scusa per essere ancora viva. In realtà quel giorno non sono morta, ho semplicemente iniziato a morire.

Il maestro ascoltava, questo era palese, ascoltava quel fiume in piena e lo faceva suo, lo domava, ne studiava le correnti, i vortici e le cascate. E rispondeva, era palese, rispondeva con le mani, in quella danza fatta di rincorse, di pause, di sospiri. Lui rispondeva con la musica, che le parole non sono mai così precise. Le parole sono solo specchi che rimandano la tua immagine. La musica ti fa vedere chi sei.

Era esattamente ciò che stava per fare Caterina. Guardarsi, come non aveva mai fatto prima.

La verità è che mi sono rotta il cazzo di farmi vedere forte, di essere quella che non molla. Io ho mollato! Cristo santo! Ho mollato quella sera lì e tutte le stramaledette sere seguenti, ma come si fa a non vederlo? Me lo dica lei maestro, lei che è un uomo che ha studiato, me lo dica, come fanno le persone a non accorgersi che sto annegando?

Il maestro ovviamente non rispose, non a parole almeno, forse neanche con la musica. Forse certe domande una risposta non ce l’hanno neanche.

Si limitò a rallentare il movimento delle mani sulla tastiera, tirando per i capelli un Sol minore, allungandolo forse più del necessario. Quella era l’ultima nota della giornata. Poi si rivolse a Caterina, senza guardarla, ma si capiva che stava parlando con lei.

–          Può bastare. Per adesso. Ci vediamo domani. Ovviamente

–          Ovviamente.

Lo dicevano come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

(Lo so, lo so, è un racconto lungo, forse troppo, è diverso dal solito, forse troppo, ma avevo voglia di sperimentare. Così.)

Diciotto passi oltre il confine.

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Era quasi l’inizio di un nuovo autunno, una di quelle date strane che segnano un inizio a metà di qualcos’altro. Che le stagioni sono così, nascono a metà di qualcosa già in corso e un po’ ti confondono, ti fanno perdere il conto dei giorni, le stagioni. Tutte e quattro. Ma questa un po’ di più.

In uno di questi giorni qui, uno di quelli a metà, Leo giunse a Clès, più che un paese era uno sputo di mondo. Clès. Uno di quei posti che sono frazione di qualcosa di più completo. Frazione, come a sottolinearne l’inferiorità, come se la vita in questi posti qua avesse un volume ridotto. Una frazione, così come lo sono le emozioni rispetto ad un amore. Riassunti di un qualcosa di più complicato. Non città ma frazioni, non profumi ma essenze, non amori ma colpi all’anima.
Questo era Clès: un posto piccolissimo con l’infinito del mondo a disegnarne i confini.
Questo era Leo: un uomo in cerca del perimetro della vita.

Leo era un pittore, a vederlo così non lo avresti mai detto. E in invece era un pittore. Faceva solo ritratti, solo quelli, niente paesaggi, nature morte o roba simile. Solo ritratti.
Prendevi la strada che portava verso la collina, contavi diciotto passi, non uno di più. Una misura assoluta, ci avresti potuto costruire sofisticati strumenti di precisione con quella misura lì. Potresti contarci qualsiasi distanza. Quanto sei lontano dalla piazza, due volte diciotto passi, quanto sei lontano da casa, due milioni di diciotto passi. Quanto sei lontano da capire chi sei. Una vita di infiniti diciotto passi. Non uno di più.
Al diciottesimo passo ti fermavi e guardavi a sinistra. Un portone verde, di legno, ti guardava come a dirti “entra se hai il coraggio. Entra e vieni a vedere chi sei. Piccolo illuso che non sei altro. Una volta per tutte. Vieni a vedere chi sei.” E tu non potevi far altro, cosa avresti potuto rispondere ad un portone che ti guarda in quel modo. Niente. Oppure, “fatti da parte e lasciami entrare”.

E una volta dentro ti si spalancavano davanti un paio di rampe di scale, di quelle fatte in pietra, stritolate fra pareti, di pietra. Come se i muri si inchinassero concedendoti il privilegio di salire lungo la loro spina dorsale. Arrivato in cima lo vedevi. Leo, seduto in un angolo della stanza, pronto a dipingere, come se non avesse niente di meglio da fare che stare lì. Non poteva sapere che saresti arrivato da lui, ma stava lì. Ad aspettarti.
Non diceva una parola, alzava lo sguardo verso di te. Niente di più.
Al centro della stanza c’era un divano, uno di quelli in pelle rossa, la sua, che ti si attacca alla pelle, la tua, come certi ricordi. E alla fine non distingui quale siano le tue cellule e quali le sue cuciture.
Avresti potuto dire qualcosa, che ne so, un saluto, una qualsiasi fottuta frase per interrompere quell’assurda atmosfera, ma niente. Nessuno di quelli che entrava la dentro, nessuno, mai, diceva una parola. Si sedevano su quel divano, tutti. E alzavano lo sguardo verso di lui. Niente di più.

Leo dipingeva, ma non usava i pennelli ed i colori, no, niente affatto, lui prendeva la sua matita di grafite, apriva il pentagramma e disegnava. Le note.

I suoi ritratti erano melodie. Niente di più.
Ti guardava, ti scrutava, ti sentivi scavare dentro come se avessi le termiti nelle vene.
Leo ti guarda ed era come se ti avesse fra le mani. Ti teneva stretto e ti spremeva l’esistenza. Ti svuotava, entrava nel tuo spazio, ci vagava dentro. Cercava qualcosa, sempre. E ogni volta lo trovava, il tuo perimetro di vita. Lo trovava. Sempre.
Potevi fare qualunque cosa, in quella stanza, su quel divano. Eri libero. Stare in silenzio o cantare a squarciagola, vestito come un aristocratico il giorno della festa del santo o nudo come un verme ad affrontare i tuoi pudori e i pregiudizi di qualcun altro.
Potevi essere chiunque, in quella stanza, su quel divano. Il prete e il peccatore, il carceriere e l’avvocato, la sposa e la puttana, l’ingenua e la regina.
Leo non ti giudicava, lui cercava i tuoi confini, come una persecuzione, con un sant’iddio di costanza che faceva quasi paura. Che ti faceva sentire a casa. Davvero. Faceva scorribande dentro il tuo destino, come un amante insaziabile, violento e dolcissimo. Lui era il veleno e la tua cura. Ascoltava la tua musica e ne disegnava i contorni, in un tripudio di diesis e bemolle, di pause e di biscrome. Fra un adagio ed un andante, un notturno e una ballata. Come se tutto il mondo conosciuto si comprimesse su quel divano di pelle rossa e sprigionasse la colonna sonora della tua vera essenza. La trascriveva su quello strano foglio di carta, ne curava i dettagli, la imprigionava fra quelle righe e alla fine lo trovava davvero. Il perimetro della vita.

Non potevi opporre resistenza, ti lasciavi trucidare, eri un bersaglio facile, per lui. Lui che mirava dritto al cuore.

Una volta finito, si alzava, senza dire una parola. Si metteva al pianoforte. E lì accadeva qualcosa di straordinario. Ti spiegava chi eri. Senza dire una parola. Roba da non credere. Straordinario. Descriveva le tue rughe, i tuoi errori, le tue gioie non godute, i tuoi tormenti di coperte notturne. Ti mette davanti i tuoi giorni travagliati, ti ci fa sbattere il muso contro, forse per la prima volta in vita tua, ti mostra davvero chi sei. Che da solo non avresti mai avuto il coraggio di farlo. E non hai scampo, ti vedi chiaramente in ogni nota, come se fossi nella stanza degli specchi. Non c’è via d’uscita, perché la vita è così, se ti metti a guardarla ti ci perdi dentro. E alla fine non vorresti più uscirne. Non ne uscirai, almeno non uguale.

Questo faceva Leo, cercava il perimetro delle esistenze altrui, per liberarle, per farle cessare una volta per tutte di essere frazioni, sputi di mondo con l’infinito addosso a disegnarne i confini.

Era quasi l’inizio di una nuova stagione, una di quelle date strane che segnano un inizio a metà di qualcos’altro. Che le stagioni sono così, nascono a metà di qualcosa già in corso e un po’ ti confondono, ti fanno perdere il conto dei giorni, le stagioni. Tutte e quattro. Ma questa un po’ di più.
Leo svanì che era il venti di Marzo, che se svanisci di Marzo dai meno nell’occhio, che ti nascondi meglio in mezzo a quei profumi, che in quel periodo dell’anno la gente pensa più spesso a ciò che verrà e non a ciò che è stato.

Lui ha ripreso il cammino, che se ti fermi come lo trovi il perimetro della vita. Ci sono ancora altri sputi di mondo da dover esplorare, altre frazioni da dover liberare. In una di queste, prendendo la strada che porta verso una nuova collina, ti trovi davanti ad un nuovo portone. Non devi far altro che entrare, dentro c’è Leo che ti aspetta con la matita in mano come un fucile spianato. Sparerà una volta sola, sparerà per ammazzare, tu sarai la preda e lui il tuo bracconiere. Non è lontano da te, quel portone verde di legno, trova il tuo confine e poi fai diciotto passi. Non uno di più.

Là c’è Leonardo che si ostina a cercare il perimetro della vita. La sua Monna Lisa.

Nell’aria Pezzi di vetro – De Gregori.

Il pianista fuori posto.

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Immagine presa dal web.

Di tutta quella gente che mi guarda non conosco neanche il nome. E loro il mio, non conosco neanche la voce. E loro la mia. Ma di alcuni di loro intuisco i pensieri. E loro i miei.

Capita così, in un giorno qualunque, uno di quelli in cui non hai un progetto preciso, nessun programma da seguire, uno di quei giorni “sciolti”. Ecco in un giorno così, capita che per un motivo che stenti a capire, esci di casa, prendi una di quelle vie che vanno verso il centro, che poi non si sa mai verso il centro di che cosa. Forse della città, forse del cielo. Forse semplicemente, il centro di un altro sogno da buttare. Cammini sicuro, come se stessi seguendo un teorema indiscutibile, sicuro, che ad ogni passo potrebbe accadere un miracolo inaspettato. Cammini e da lontano mi vedi. Come un’isola in mare aperto, come un piccolissimo particolare che fa attrito con il resto del quadro, un aquilone in assenza di vento. Un improbabile carillon sopra un tavolo da biliardo. O più semplicemente, un pianista fuori posto.

E allora rimani un po’ interdetto, quasi infastidito, perché non capita tutti giorni di trovare sul cammino un uomo ed il suo pianoforte. Non capita tutti i giorni, lo capisco, di trovare sul cammino due amanti scandalosi, perduti in un amplesso di musica e sospiri. L’unione di due mondi, di due amori inopportuni, fatti di mani che scivolano inquiete. Perché non vorrei mai smettere di farci l’amore con la mia indecente sinfonia..

Le mie dita di neve sul suo ventre più chiaro, i sospiri bagnati sulle labbra più nere. I suoi seni di mare, la mia pelle sudata, la mia mano più audace in carezze di seta. Le mie gambe nervose, la sua schiena più nuda, la mia voce in un soffio, il suo accordo che vibra. I miei sguardi più larghi, i suoi suoni più opachi, le sue corde impazzite, le mie spalle più chiuse. Le mie cosce serrate, la sua voce più acuta, le sue note più gonfie di un vento in salita. I miei piedi puntati, i suoi accordi più rauchi, potrei perfino morire sopra i suoi fianchi indifesi. Arrivare alla fine con la voglia incontrollabile di perdersi di nuovo.

Guardo quelle persone e non faccio mai domande, per non avere mai risposte. Il mio sogno indiscreto è quello di indovinare la loro vita, di vederli passare e costruire il loro mondo inventando improbabili accordi, fra scale di blues e arpeggi più lineari. Non voglio risposte, assolutamente, perché le risposte mi chiudono lo sguardo, perché quando qualcuno ti racconta la propria matassa di pensieri non puoi far altro che starlo ad ascoltare, senza poter modificare il suo flusso di parole. E’ come una condanna, conoscere la vita delle persone, molto meglio immaginarsela e suonarla al pianoforte, molto meglio raccontarla mettendo una pausa sul pentagramma, magari vicino ad un Si bemolle, che il Si bemolle fa sempre un certo effetto. Potresti costruirci esistenze eccezionali intorno ad un Si bemolle. Questo faccio, quando mi siedo in una piazza, con il vestito scuro ed il cilindro sulla testa, faccio esattamente questo. Costruisco esistenze eccezionali, fra una pausa e un Si bemolle.

Un giorno decisi di scendere da un palco, così, di botto, come fanno le porte che sbattono all’improvviso, quasi come non ci fosse una ragione. Come fanno quelli che dicono “non ci avrete mai”, quasi che non avessero altro da dire. Presi il pianoforte e lo trascinai giù per strada, senza dare spiegazioni, così, di botto.

E così adesso passo le giornate fra i loggiati dei palazzi antichi, o a graffiare con note gli angoli delle piazze, immerso in un viavai di visi e di persone affaccendate che mi passano vicino, mi sfiorano con lo sguardo, alcuni di loro si fermano un istante, altri un giorno intero. Ma tutti, ogni viso, ogni sguardo, ogni sorriso, tutti, non possono evitare di sentire almeno una nota volare dispettosa.

E allora tu, tu che mi guardi stupita, in questo giorno che neanche sembrava dovesse arrivare, tu che ascolti anche solo una nota uscita dalle mie dita di grandine e velluto, tu che hai rallentato il passo anche solo per un istante impercettibile, tu, neanche lo sai, ma per un secondo, sei stata seduta qui, accanto a me.

Io sono solo un ladro di dettagli, a tutte quelle persone che mi attraversano come fossi un temporale, rubo qualcosa, loro neanche se ne accorgono. Sul momento non ci fanno caso, magari però, quando arrivano a casa si passano una mano sul viso e si rendono conto di avere uno sguardo in meno. Altri svuotano le tasche dei loro paltò e hanno perso tre o quattro sospiri. Altri ancora si tolgono il maglione e hanno come l’impressione di aver perduto una carezza di profumo. Mi sembra quasi di vederli, quelli a cui ho rubato un dettaglio. Rimangono interdetti, come quando aspetti per un tempo troppo lungo lo scatto della lancetta dei secondi, come quando indossi una giacca che non metti da mesi e trovi una moneta nel taschino. Non te l’aspetti, cerchi di capire e alla fine, per un motivo sconosciuto, ti metti a pensare. E sorridi. Mi sembra di vederli, quelli a cui ho rubato un dettaglio. Assolutamente immobili, aspettando che la lancetta dei secondi compia lo scatto successivo.

Questa è la mia refurtiva, sono un mascalzone a piede libero. E’ impressionante il numero di dettagli che puoi rubare alle persone, ne ho la casa piena, che se mi metto a pensarci ai dettagli che ho rubato, ci vado fuori di testa. La procedura è molto semplice, sempre la stessa: nascondo un po’ del vostro mondo dentro la mia mente, lo faccio passare per il cuore, attraversa l’avambraccio e poi giù, fino alle dita. Ve lo restituisco sotto forma di musica, ma non tutto, un pezzetto del vostro mondo me lo tengo per sempre con me. Se mi metto a pensarci ci vado fuori di testa.

Perciò eccomi qua, adesso lo sapete, se volete indietro un pezzetto dei vostri dettagli, uscite di casa, in uno dei vostri giorni “sciolti”, prendete una via, una di quelle che vanno verso il centro e venite ad ascoltare. Anche se non mi trovate, voi state ad ascoltare.

Imploro il vostro perdono, in fin dei conti sono solo un ladro di dettagli, un matto ai bordi di una piazza che costruisce esistenze fra una pausa e un Si bemolle. In fin dei conti sono solo un pianista fuori posto. Io, in fin dei conti, sono solo.

“Il pianoforte reclama l’abbandono: esso non vuole essere suonato, ma è lui che vuole suonare tramite il pianista. L’esecutore abbandonato al suo strumento diviene egli stesso strumento, in un gesto impersonale e per questo totale, e la Musica, misteriosamente, inizierà a sgorgare, fresca e leggera”. (Giovanni Allevi, La musica in testa).

Continuo a portare in giro la musica per le strade di questo mondo pazzo. (Mad World – Gary Jules)

Questo racconto è dedicato a Paolo Zanarella, è lui il “Pianista fuori posto”. Se vi capita di incontrarlo in una piazza qualunque, di un giorno qualunque, rallentate il passo e fatevi un regalo. Ascoltateli, lui e il suo pianoforte. E rubate loro una nota.

Credo in un bacio all’atmosfera.

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Credo a quelli che parlano guardandomi negli occhi, a quelli che mi ascoltano tenendo lo sguardo fisso nel mio. Perché non hanno niente da nascondere. E se rimaniamo in silenzio, allora credo negli occhi.

Credo alle mani che si sfiorano, si stringono, si intrecciano, a quei gesti che descrivono un’emozione. E se le strette di mano sono sincere, allora credo nelle strette di mano.

Non credo a chi proclama verità assolute e indiscutibili, a chi gioca con i “per sempre”. Non credo a chi non ha mai un dubbio. E se le incertezze creano scompiglio, allora credo alle incertezze.

Credo a Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Stefano Brunetti, Riccardo Rasman e a tutti quelli che non hanno potuto dare la loro versione. Perché forse non avevano ragione, forse avevano commesso degli errori, forse avrebbero dovuto pagare il loro debito. Forse. Sicuramente non doveva finire così. Sicuramente.

Credo a quelli che riescono a perdonare, ma non sono disposti a cedere. A quelli che capiscono ma si rifiutano di fare la parte del martire. Credo alle donne che dopo il primo schiaffo non porgono l’altra guancia. Ma credo anche a quelle che non hanno la forza di dire “basta”, che proprio non ce la fanno a scalare certi muri. E se certe paure ti strappano l’anima, allora credo in certe paure.

Non credo agli sconti di pena, alla vita facile, a chi predica l’umiltà mentre mangia caviale. Non credo alle discese, all’assenza di ostacoli, a chi non suda mai e a chi non ha mai porte da dover aprire. E se certe delusioni ti fanno crescere davvero, allora credo in certe delusioni.

Credo in Marco e Andrea che si baciano sulla panchina all’ombra del salice piangente, credo in Anna ed Eleonora che si tengono per mano nelle vie del centro e guardano le vetrine in cerca di un piumone per il loro letto. E se certi amori non hanno bisogno di clamore e ostentazione, allora credo in certi amori.

Credo a chi si sente a disagio, dopo aver visto qualcuno andare alla deriva, a chi non riesce a perdonarsi del tutto, a chi si rigira nel letto, con un unico, grande, incolmabile rimorso: non averlo difeso abbastanza. E se la forza nasce dal perdono, allora credo nel perdono.

Credo a certi “no”, quelli che non ammettono equivoci, che non si possono fraintendere. I “no” detti con la camicetta sbottonata e le mani a tenersi su le calze, ecco, quei “no” lì non hanno altri significati e non ci sono scuse, nessuna scusa che possa ignorare quel rifiuto. Non credo a chi se ne frega di quel rifiuto e continua a far salire la mano sotto la gonna. E se certe parole hanno un unico significato, allora credo nel significato delle parole. E di chi le pronuncia.

Credo a certe strofe, non credo sempre in chi le canta. Ma se la musica ha la forza di farmi emozionare ancora, allora credo nella forza della musica. Sempre. E comunque.

Credo in chi non ce la fa, in chi arranca, in chi si è fermato e non ha la forza di chiedere aiuto, ma lo implora con certi sospiri, certi sguardi e certe lacrime mascherate dai sorrisi. Quelli che vorrebbero solo stare in questo mondo, come fossero satelliti che cercano di arrivare al suolo, ma scendono dallo spazio con traiettorie azzardate e finiscono per dare un bacio all’atmosfera. E se le parole non dette fanno un rumore assordante, allora credo nelle parole non dette. E a chi non le dice.

Credo in un dio, uno di quelli di cui non parla nessuno, di quelli che vengono al pub con me e si fanno pagare da bere. Uno di quelli che non ha la fila di gente che si fa viva quando se lo ricorda, solo quando hanno bisogno di qualcosa, pronti a scambiare una manciata di desideri esauditi con promesse solenni di pentimento e devozione. Come se quel dio se ne facesse poi qualcosa di quel baratto. E se c’è un qualche dio che se ne frega delle preghiere e degli atti di fede, allora io credo in quel dio.

Non credo agli eroi, a chi fa la scaletta dei valori, a chi mi dice cosa fare o non fare, a chi mi chiede “come stai?” e non sta a sentire la risposta. Credo a chi non ha risposte, ma continua a farsi domande. E se le risposte non date mi fanno cercare percorsi alternativi, allora credo alle risposte non date.

Credo nelle mie debolezze, nelle mie tendenze che faccio una fatica infernale a debellare, ma ci devo provare. Non credo nei giorni in cui faccio promesse solenni, quelle che mantengo meno di una settimana per poi tornare stronzo come prima. Ma se anche uno solo dei miei giorni sbagliati servisse a crearne uno migliore, allora credo nei miei giorni sbagliati.

Credo in tutti quelli che stanno cercando qualcosa e lo cercanno da così tanto tempo che non sanno più neanche cosa sia. Sanno soltanto che vogliono continuare a cercarlo. E se le cose che non riesco a trovare sono quelle che mi fanno andare avanti, allora credo nelle cose che non riesco a trovare.

Credo in quelli che si baciano, mettendosi le mani fra i capelli e chiudono gli occhi e quando si allontanano hanno i pensieri profumati. Credo a quelli che mentre camminano sorridono senza un motivo apparente. Ma, loro, un motivo, ce l’hanno davvero. E se certi pensieri mi fanno arrossire, allora credo in certi pensieri. E al loro profumo.

Credo a quelli che si siedono sui muri a contemplare la facciata di un palazzo e sospirano e si accendono una sigaretta e se ti avvicini e chiedi cosa stiano guardando rispondono: il mare. E se certi orizzonti ti rendono libero, allora credo in certi orizzonti.

Credo che la risposta sia “Vita”. La domanda ha poca importanza.

“Non aver paura della vita. Credi invece che la vita sia davvero degna d’essere vissuta, e il tuo crederci aiuterà a rendere ciò una verità.” (William James).

Perché, nonostante tutto, continuo a credere in qualcosa (I believe – Christina Perri).

Tutti i sogni di Barbara.

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Era il 1982, la sera del 5 luglio. Tra qualche mese nei negozi sarebbero usciti i primi cd, l’Argentina avrebbe invaso le Falkland e il mondo avrebbe perso Grace Kelly. Anche se nelle favole a lieto fine le principesse non svaniscono mai.

Il brigadiere se ne stava sulla sua sedia preferita, quella di legno chiaro con l’imbottitura rossa sulla seduta, sulla scrivania una macchina da scrivere d’ordinanza, con la carta d’ordinanza e lui se ne stava lì a buttare giù alcune frasi in rima, amava scrivere poesie, si vedeva che aveva talento, almeno così dicevano i suoi colleghi. Se ne stava lì, raccogliendo i suoi pensieri. D’ordinanza.

Barbara entrò guardandosi intorno, sicura ma sospettosa, come se qualcuno potesse scorgere tutta quanta la sua vita attraverso la maglietta bianca leggera e i pantaloni grigi della tuta da ginnastica. I capelli raccolti in una coda improvvisata. Entrò e si diresse verso la scrivania del brigadiere, con passi lievi, cercando di spostare meno aria possibile.

– Mi hanno derubata – , esordì, quasi senza rendersene conto, quasi senza volerlo, – mi hanno derubata mentre ero in  casa -. Gli occhi si muovevavo veloci, come a cercare una via di fuga in caso di catastrofe naturale.

Il brigadiere guardò fuori dalla finestra, era sera e la città si stava illuminando distrattamente, come solo le città di mare sanno  fare, come se lo facessero per abitudine. Accendono le luci senza togliere lo sguardo dall’acqua in movimento, che non si sa mai cosa potrebbe uscire da là sotto, meglio non distrarsi. L’uomo si passò una mano fra i capelli, forse per mettere da un lato tutte le parole che gli occupavano la mente. Metterle da un lato per fare spazio. E ascoltare.

– Mi dica signorina, che cosa le hanno rubato? – e intanto inseriva un foglio nuovo dentro la macchina da scrivere. Ogni volta era una pagina da riempire, uno spazio bianco e immacolato dove raccogliere le disgrazie di qualcuno, una sorta di confessionale senza una grata per nascondere i segreti e le espressioni.

– Mi hanno rubato tutti i miei sogni -,
– Tutti i miei sogni – ripeté a voce alta il brigadiere, senza fare nessuna espressione di stupore, mentre iniziava a battere le dita sui tasti, in modo quasi ritmato, come se stesse suonando una melodia sentita chissà dove.

– E, di preciso, quanti erano questi sogni? –
Barbara rispose senza avere il bisogno di pensarci, conosceva il numero esatto, li aveva contati uno ad uno mentre sparivano sotto i suoi occhi. – Erano tantissimi, tutti quelli che una ragazza di ventidue anni può avere. Me li hanno rubati tutti quanti -.
Il brigadiere annuiva e continuava a suonare il suo pianoforte. – E quando sarebbe avvenuto questo furto?, è importante, cerchi di ricordare almeno l’ora indicativa – .
Barbara iniziò a tormentarsi il labbro inferiore con i denti, si sforzava di ricordare, di essere precisa, perché era importante, perché lei c’era, era lì, ma che vuoi, in quei momenti mica ti metti a guardare l’orologio, no? cerchi di capire cosa ti stia succedendo, cerchi qualcosa, magari per difenderti. Cerchi aiuto. Magari.
Ma il brigadiere teneva lo sguardo fisso su di lei, attendeva una risposta. – Vede, non ricordo il momento preciso, ma direi che all’incirca il furto è iniziato, sì, più o meno, è iniziato dieci anni fa -.
L’uomo restò immobile, alzò solo gli occhi al cielo. E si mise a contare a ritroso, tenendo il conto con le dita.  Poi riprese a scrivere e a scandire le parole a voce alta – la signorina dichiara che il furto è iniziato nel 1972 –.

– E cosa contenevano questi sogni signorina?, perché i sogni contengono sempre qualcosa, vede, il valore reale non è dato dal sogno in sè per sè, ma da ciò che ha al suo interno –
– C’erano tante cose dentro, non saprei neanche dirle quante, un’infinità di cose sparse, messe un po’ a casaccio, un po’ come veniva. Non sono mai stata brava a mettere ordine fra le cose mie. Ah sì, però una la ricordo bene. C’era l’amore. Ne sono certa. Un amore grande così, forse anche un po’ più grande, fatto di cose piccole così, forse anche un po’ più piccole, erano sorrisi, sguardi, progetti, sospiri, pianti, corse, abbracci, cose così, che prese da sole possono sembrare senza valore, ma tutte insieme hanno un senso infinito. Sì, sicuramente c’era l’amore. Ne sono certa.-

Faceva caldo quella sera, ogni tanto il brigadiere si voltava a guardare il ventilatore sul lato destro della scrivania, per essere sicuro che fosse acceso. Lo era. Ma faceva caldo ugualmente.

– E il desiderio di fidarmi di qualcuno. E forse anche di me stessa. Lo scriva per favore. E poi anche certi piccoli gesti, che so, il dorso di una mano sul viso, un bacio sulla spalla, un paio di gambe intrecciate alle mie, due occhi che ti danno coraggio. Ecco, cose di questo tipo. Scriva anche queste per favore -.
L’uomo adesso teneva gli occhi fissi sul foglio, vedeva le lettere che lentamente lo coloravano di scuro, lettere precise, una di fianco all’altra. Guardava il foglio e un po’ si compiaceva del fatto di non aver sbagliato a premere neanche un tasto.

– E la musica, brigadiere, anche la musica. Quella che metti in sottofondo, quella che non disturba, quella che incolla insieme tutti i dettagli di un solo istante. Quell’istante che diventa ricordo, che quando senti quella musica lì, riaffiora alla mente e magari sorridi e te ne freghi di essere su un tram affollato in mezzo a gente sconosciuta, in una chiesa, o in un negozio del centro. Te ne freghi. E sorridi. Quella musica non ce l’ho più e dubito davvero di riuscire a trovarla di nuovo -.

Certo, la musica, anche lui la teneva in sottofondo mentre scriveva le sue poesie, un po’ lo distraeva e un po’ lo ispirava, a volte faceva male altre volte alleviava i dolori. Il veleno e l’antidoto. Ma non gli sembrò il caso di esprimere a voce alta questi pensieri.

– Signorina, ma lei ha dato l’allarme? Ha chiesto aiuto?, non aveva un telefono vicino per chiamare qui in caserma e avvertirci che era in atto un furto? –

– Vede signor brigadiere, non è così semplice, mi è servito molto tempo per realizzare che mi stavano derubando, che lo stavano facendo dal profondo, che lo stavano facendo davvero intendo. E mi sentivo in colpa. E poi ho provato a chiedere aiuto, ma in certi casi gridare al ladro non serve a niente, rischi solo di peggiorare le cose. Ci ho provato, ma forse non gridavo abbastanza forte o forse non riuscivo a farmi capire bene, neanche mia madre mi sentiva, no, non sentiva, o forse non voleva sentire, no, ho bisogno di pensare che non sentisse. Ho bisogno di pensarlo. Sbagliavo, sì, sicuramente sbagliavo qualcosa, ne ero certa, ma giuro, non saprei dire che cosa. Giuro. E poi in quel momento riuscivo a fidarmi ancora delle persone, magari qualcuno si sarebbe insospettito e sarebbe corso ad aiutarmi. Ma non è arrivato mai nessuno. Mai. E io mi sentivo in colpa.
Sono stata un’ingenua, lo so, ma che ne sapevo io, che ne sapevo che mi avrebbero rubato tutto, specialmente l’amore. Che ne potevo sapere dell’amore, ti dicono tutti che è bello, che è prezioso, che sei fortunata ad averlo. E io signor brigadiere ci credevo davvero, lo tenevo stretto, che neanche sapevo quale fosse il modo giusto di conservarlo, non c’è un’etichetta sopra con le istruzioni, non ci sono procedure scritte da seguire, per me l’amore era quello e anche il modo di conservarlo. Era quello. E ci credevo davvero. E invece una mattina mi sono alzata e mi sono resa conto che non c’era più, non c’era più niente, non avevo più niente. Il vuoto. Mi avevano derubata. Di tutti i miei sogni. Io mi sono sentita svuotata. E in colpa -.

– Ma ha sospetti su qualcuno?, riesce a darmi qualche particolare in più?, io capisco il suo stato d’animo, ma se vuole davvero ritrovare i suoi sogni, ogni dettaglio è importante, lo capisce questo? potremmo almeno catturare il ladro. E sarebbe già un buon inizio. –

– Ho detto tutto quello che potevo dire, non posso spiegare come siano andate esattamente le cose, cerchi di capire, non posso farlo. E’ successo quello che le ho raccontantato: una mattina mi sono svegliata e ho scoperto – sospiro profondo, uno di quei sospiri che ha percorso migliaia di chilometri per arrivare fin lì, fino alle soglie del coraggio. – ho scoperto di essere stata derubata. Di tutti i miei sogni. Non posso dirle di più. –

– Bene signorina, abbiamo quasi finito, un attimo di pazienza e le consegno la deposizione da firmare -.

Il brigadiere cambiò il foglio nella macchina da scrivere, probabilmente conteneva cose non corrette, lui era un tipo preciso, non poteva rischiare di fare brutte figure. Scrisse tutto da capo, senza guardare il primo foglio, senza copiare, si ricordava  perfettamente ogni singola parola. Sorrise e lo fece leggere a Barbara. Lei lo studiò attentamente, molto attentamente, guardò l’uomo davanti a sè, posò nuovamente gli occhi sul foglio che stava tremando fra le sue mani, lo fissò per un istante interminabile, imprimendosi a fuoco nella mente quelle righe scritte con parole ordinate e precise. Tolse con due dita una lacrima che le scendeva sulla guancia. Prese la penna e lo firmò.

Era la notte del 5 luglio 1982 quando Barbara uscì dalla caserma, tra qualche mese nei negozi sarebbero usciti i primi cd, l’Argentina avrebbe invaso le Falkland e quella sera l’Italia aveva vinto la coppa del mondo.

Nella caserma di una città di mare c’era un brigadiere seduto sopra la sua sedia preferita, sulla scrivania di fronte a lui un ventilatore cigolava inutilmente, tra la macchina da scrivere e il posacenere c’era un foglio, scritto senza errori, con le lettere ordinate e precise. Sopra si potevano leggere queste parole:

“Livorno, 5 Luglio 1982,

in data odierna, la qui presente Bonsignori Barbara, nata a Livorno il 19/03/1960 dichiara di aver subito in maniera reiterata, atti carnali a scopo di libidine dal di lei padre. Dichiara inoltre di esserne stata profondamente danneggiata, nel fisico e nel morale”

Da lì a poco il mondo avrebbe perso Grace Kelly. Anche se nelle favole a lieto fine le principesse non svaniscono mai.

“Strappa all’uomo comune le illusioni e con lo stesso colpo gli strappi anche la felicità” (Henrik Ibsen).

Direi che è il momento di scomodare gli INXS e la loro bellissima ragazza.

*Questo testo è ispirato ad una scena di un video, visto di sfuggita e del quale non conosco il titolo. I fatti e i nomi dei personaggi sono assolutamente frutto di fantasia.

Il mondo degli “altri”.

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Noi siamo quelli semi trasparenti, che se mancano non se ne accorge quasi nessuno, quelli che potrebbero sparire domani e il mondo avrebbe sempre lo stesso peso. Siamo quelli che passano e non lasciano grandi segni, non alzano troppa polvere, respirano sottovoce, si accontentano di poco, fanno grandi sogni ma tengono le ali arrotolate, si nutrono di sorrisi e si mangiano le speranze.

Siamo quelli che si trovano ogni giorno una ruga nuova nella specchio, si guardano nelle foto e si imbarazzano, quelli che parlano e pensano “chissà se si nota che vorrei essere altrove”, che tirano a sorte le giornate da godersi, che si giocano a testa o croce le convinzioni.

Siamo quelli che “se ci troviamo ti offro il pranzo”, che aprono le braccia contro il vento, che fotografano arcobaleni, che abbassano i finestrini in primavera per mischiare musica e odori, che “anche se io devo andare tu sarai sempre seduta vicina a me”, che si fermano lontano dal centro per godersi i colori dei viali, che vivono in un tempo diverso.

Siamo gli autori di versi mai scritti, che abbiamo fotogrammi impressi a fuoco nell’anima, quelli che se anche gli anni son passati tu sei sempre stata qui davanti, che dedicano canzoni col groppo in gola, che si fidano sempre e rimangono fregati. Sempre. Che gli occhi non riescono a sostenere lo sguardo di fronte ad un tramonto d’ottobre. Quelli che rimarremo amici anche a mille chilometri e fra mille vite, che se non ci son parole va bene lo stesso, che vai avanti tu poi ti raggiungo, che mandami un saluto di nascosto. Siamo quelli che scrivono lettere che non spediranno mai, che non hanno scheletri ma segreti da custodire, che non vinceranno mai contro la sorte, che amami soltanto se avrai voglia, che guardano un ricordo preso a rate.

Siamo gli onesti che vivono a Scampia, che fanno uscire i pensieri coi sospiri, che “in qualche modo ce la faremo”, quelli che abbracciami solo se sei sincera, che la vita prende a schiaffi ma usciamo lo stesso perchè comunque ne vale la pena, che siamo fuori a meno sei, che si son trovati in questo mondo senza volerlo.

Siamo quelli che i sogni non svaniscono al mattino, che il cuore mezzo pieno non ci interessa, che il peso della coscienza fa troppo rumore, che lasciami il tuo ultimo pensiero.

Noi siamo quelli che restiamo, perchè se vai via avranno vinto loro. Quelli che “rimetti quella canzone e regalami uno sguardo, che mi fai stare bene”.

Spudoratamente ispirato da questo brano.