Sono Salvo in mezzo al mare.

Marco-DAnna-©

Non sanno neanche il mio nome, qui tutti mi chiamano Salvo lo scemo. Ridono prima ancora che inizi a parlare, qualunque cosa riuscirò a dire non la prenderanno sul serio. E allora, tanto vale, continuare ad illuderli, che si fa meno fatica ad assecondare le aspettative della gente, sono tutti più sereni se ascoltano ciò che si aspettano di sentire, vanno a dormire più sicuri se non mettono in discussione le loro convinzioni. Perciò, chiamate altro pubblico a battere le mani, lucidatevi il sorriso e la coscienza che anche stasera tirerete un sospiro di sollievo scoprendo di essere normali. Salvo lo scemo è appena entrato nel locale.

Non sanno neanche il mio nome, ma hanno la certezza che le mie storie strampalate siano solo una capriola della mia mente. Quando racconto di aver visto serpenti e draghi alati, vulcani e cacciatori di tesori, le risate si spandono nell’aria, come fanno gli incensi per le strade dei mercati d’oriente. Ridono di me. E io di loro.
Non immaginano neanche che i serpenti siano le cime delle navi da crociera e i draghi alati le vele di un vascello lungo le coste dell’Egitto. I vulcani sono le ciminiere dei battelli a vapore e i cacciatori di tesori i marinai dei pescherecci di marlin. Mi fanno bere vino rosso, annebbiano la mia mente. E io la loro.

Non sanno neanche il mio nome e neppure il mio vero paese, sono arrivato dal niente e dal niente ogni sera svanisco. Io sono la loro immaginazione, il loro bisogno di sentirsi al sicuro.
Nessuno saprà mai quanti mari ho attraversato, su barconi che sembravano casse di legno gettate fra le onde, casse di legno piene di lettere mai spedite. Buste sgualcite e immacolate con dentro una storia assurda e tremenda da raccontare, con sogni e speranze che non vedranno mai la luce.
Storie di amori in fuga da guerre non volute, da tormenti immeritati. Nessuna di quelle persone che ridono di me ha la forza di immaginare quanta gente ho visto farsi inghiottire da quelle acque, calme e crudeli. Quando galleggi a un secolo e tremila miglia dalla costa, dove tutto il tuo passato è un inutile fardello, serve solo a far affondare la tua barca un po’ più giù. Tutti quegli attimi di vita vera vengono spazzati via da quella brezza, che pare sospinta da un’orchestra di fiati. E fra un assolo di clarinetto e uno di sax, vedi persone con gli occhi identici ai tuoi, quegli occhi che si ostinano a cavalcare un ultimo barlume di vita. Quegli occhi che non si arrendono mentre continuano a scivolare verso le profondità dell’inferno.
Tu sei lì, immobile, non hai la forza di far entrare aria nei polmoni. Puoi solo tenerti aggrappato alla speranza di non essere tu il prossimo.

Sono pensieri che non mi abbandonano, quel mare caldo e spietato non mi abbandona.
Mi chiamano Salvo, ma da certi viaggi non ti salverai mai. Non sopravvivi a certi sguardi, certi sguardi ti tagliano la mente. E quell’odore, l’odore dei barconi, l’odore della paura, delle grida soffocate. Come se il terrore di morire sprigionasse l’aroma dell’anima. Come se tutte le emozioni che hai provato avessero un profumo inconfondibile, quasi eterno, quasi insopportabile.
In mezzo a tutte quelle onde disperate toccare terra è solo un inutile diversivo.

Da quei viaggi non fai più ritorno e anche se continui a fingere di sopravvivere, non puoi fare a meno di pensare che ne sai più della morte che della vita. E questo è un pensiero che non ti lascerà mai andare via. Non mi sento un sopravvissuto, non c’è niente a cui dover sopravvivere, quella è stata la fine di tutto. Quello era il buio e la luce, il tutto ed il niente, quella era la fine del mondo, di tutto quel mondo che avevo conosciuto fino a quel momento. Poi mi sono ritrovato sulla riva, in qualche modo c’ero arrivato, quasi che la morte mi avesse masticato e poi sputato via la buccia. Perché, in effetti, è rimasta giusto quella, giusto la pelle, senza polpa, senza nient’altro.

E allora racconto storie assurde di serpenti e draghi alati, che è l’unico modo che mi resta per parlare con la gente, Perché non esiste una strada alternativa, perché come faccio a raccontare tutto quello che ho vissuto, perché quelli come me li chiamano clandestini e disperati. E come glielo dici a tutta quella gente che non siamo clandestini, almeno non più di quanto lo siano loro con la vita. Non siamo disperati, non siamo più niente. Passiamo i nostri giorni, uno dopo l’altro, come lupi esiliati dal branco.

Non sanno neanche il mio nome, come potrebbero saperlo, a momenti faccio fatica anch’io a ricordarlo. Ogni tanto affiorano ricordi come palloncini sfuggiti al carretto del luna park.
Ricordo la partenza da Zuara, ricordo una barca alla deriva, ricordo una terra nuova e sconosciuta con persone che parlavano una strana lingua, antica. E sconosciuta.
Ricordo la fuga, da un recinto che puzzava di disinfettante e coscienze da lavare, come se quel posto servisse più a chi l’aveva costruito che a noi chiusi lì dentro. La fuga in una notte che dio la mandava giù a dirotto e che mi ha portato qui. Il resto è tutto confuso, il resto è solo acqua.

Mi chiamo Antonio, forse. Sono ancora in mezzo al mare e non ce la faccio a ritornare, ci resterò per sempre, che per attraversare certi mari non conta quanta forza metti nelle braccia, conta solo la volontà di volerlo fare. Io quella volontà non la voglio più trovare. Ma voi non ci fate caso, continuate a farmi bere vino e a ridere di me. Io continuerò a farlo di voi. Che questo è tutto quello che mi resta. Questo è l’unico modo per fingere ancora di essere Salvo.

Se le onde si mettessero a riflettere, crederebbero di avanzare, di avere uno scopo, di progredire, di lavorare per il bene del Mare, e finirebbero coll’elaborare una filosofia sciocca quanto il loro zelo”. (Emil Ciora).

Certe onde non ti abbandoneranno mai. (Onde – Ludovico Einaudi)

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29 pensieri su “Sono Salvo in mezzo al mare.

  1. Splendido questo personaggio.

    Sarà il destino di ogni uomo che sceglie di essere libero, quello di essere deriso dalla massa?
    Sarà che quando hai una vita che vale la pena di essere raccontata, vieni allontanato, per la profonda invidia di chi ti sta intorno, o semplicemente perchè sembri diverso?

    Complimenti 🙂

  2. Qualunque parola oltre “grazie” sarebbe superflua, inutile, quasi un insulto alla profonda bellezza (profonda perchè ahimè inventata, ma vera) di questo racconto.

    • No, ma grazie a te, dico davvero, ci credi se ti dico che quando qualcuno mi ringrazia per ciò che scrivo rimango…meravigliato, s’, insomma, non so spiegarlo bene, faccio un po’ fatica a capirlo, ma alla fine smetto di farmi domande e mi godo il momento.
      Grazie, davvero, di cuore.

  3. Che dire, Francesco? Che altro si può dire che non abbia già detto tu?
    E’ un’altra deriva, questa tua. Una deriva persino…pericolosa, tanto può rischiare di risucchiarti l’anima. Ma è una deriva magnifica, perché, se possibile, ancora più profondamente umana, nella sua concreta realtà odierna. Ho sempre creduto che negli occhi delle persone risieda lo specchio della loro anima: ora magari non so se è sempre così, magari sono io che non sono più capace di guardare…, guardare oltre, ma amo pensare che tutti gli Antonio del mondo possano riuscire a mettersi in Salvo.

  4. Ecco, per esempio, si potrebbe partire dal fatto che siamo tutti ‘clandestini’, o almeno, siamo su un pezzo di Terra che crediamo ci appartenga almeno per quei tanti o pochi anni in cui ci abitiamo, ma al quale, in realtà, da dove veniamo e dove andremo dopo sarebbe abbastanza indifferente, quasi sempre. “Conta” davvero solo chi ha voglia di raccontare e chi ha voglia di ascoltare le storie altrui. Perché tutte, quelle che ci somigliano e quelle che ci sembrano più lontane, sono sempre, comunque, le nostre storie, la vera traccia del nostro passaggio.

    • Vivo nella convinzione che ognuno di noi abbia una storia da raccontare, O, comunque, che ne viva una. Forse mi sbaglio, ma mi piace credere che sia così.

      Non so spiegare a parole il piacere che ho avuto nel leggere il tuo commento. Grazie davvero.

  5. Certe onde non finiscono mai,ci sollevano e poi ci sbattono giù tante di quelle volte come fanno i pescatori con i polipi di scoglio che dopo una bella battitura siamo …tutti belli morbidi e ricci per un bel banchetto finale.E sempre interessante leggerti.
    Caterina

    • Guarda non saprei, sarà che vivo in una città di mare e sono abituato alle onde, Ma un mare di acque costantemente calme mi ispira un po’ meno. Per il banchetto finale credo che non saremo mai pronti ad affrontarlo.
      Grazie infinite per essere passata di qua.

  6. salvo è l’ “altro” Ulisse, la cui meta non è Itaca ma la libertà, quella libertà che spesso è solo una parola vuota, sconosciuta ai più…il mare sommerge ogni altra parola sapientemente usata in questo tuo racconto e dipinge alla mente immagini struggenti, dolorose, terrificanti. Sei davvero bravo, la tua penna vola, grazie di essere passato da me e avermi dato la possibilità di leggerti. !hola!

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