Un inchino accennato.

Poche righe per ringrarvi tutti, nessuno escluso, per averci letto, sopportato, supportato. Ultimamente siamo un po’ latitanti ma restiamo comunque nei paraggi, che l’idea di allontanarsi troppo ci spaventa. Tipo quelli che vivono in periferia ma poi non possono fare a meno di un giro in centro, per cambiare un po’ lo sguardo, per lasciare trucioli di vita ai bordi della piazza centrale, per nuotare un po’ nelle esistenze altrui asciugando la propria.

Quindi no, non ci allontaneremo troppo, ci troverete sempre nella nostra periferia, se passate di qua ci sarà sempre qualcosa da bere, che noi ci ostiniamo a raccontare illusioni.

Quindi eccoci qua, io e miei personaggi, ringraziando davvero con un sorriso pulito e un inchino accennato.

Ci vedremo al più presto nella piazza centrale, nel frattempo viviamo davvero.

(Ah sì, mi ero quasi dimenticato…che l’anno sia così come lo volete).

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Il molo 41.

Paolo cammina leggero nella sua periferia grigia come la cenere dei suoi ricordi, in uno di quei giorni in cui il vento della sua solitudine urla più del solito. Ormai è uno di loro, uno di quelli che guardano i sogni da lontano.

Li scorgi tra la gente e quasi ti spaventi, sono gli immobili tra due ali di folla, guardano oltre gli incroci, oltre i palazzi e non importa quale sia la città, loro vedono il mare, sempre.

Vengono da lì e quelle tempeste se le portano dentro come un rumore sordo tra un battito e un respiro, forse è per questo che sono sempre da qualche parte fuori da qui. Forse è per questo che loro sono quelli che sognano davvero.

Quelli che guardano i sogni da lontano non fanno rumore, forse per questo prendono spintoni, ti vengono incontro e ci passi attraverso, come fossero una nebbia leggera, quella che avvolge e neanche la vedi. Quelli che sognano si siedono al finestrino e in mezzo al cielo ci vedono Fermina e Florentino. Quelli che sognano danno fastidio, come le auto parcheggiate di traverso, sono qualcosa che non ti aspetti, sono John Coltrane che sbaglia l’assolo.

Paolo ha lasciato il suo mare quindici anni fa, lo stesso giorno in cui la vita gli ha strappato Eleonora, così, senza preavviso, come quando guardi un riflesso nel vetro che l’attimo dopo non c’è più. Come quando guardi l’arcobaleno di un sorriso senza sapere che sarà l’ultimo. E’ partito esattamente lo stesso giorno, così, senza preavviso.

E’ partito con l’inutile speranza di dimenticare, ma certi mari non li dimentichi neanche se cambi pianeta, perché si fondono con la tua anima, perché sono troppe le emozioni condivise, troppi i giorni passati sul molo 41 aspettando la sorpresa di un abbraccio che arrivava da dietro, con la sua voce all’orecchio che diceva “Teniamoci stretti che ci salveremo”.

Certi mari ti portano al largo, con il vento di bonaccia e ti guardano pazienti mentre getti le reti. Ti accarezzano la fronte, ti scavano negli occhi e alla fine ti baciano, lasciandoti sul palato un sapore di gelsomino e salmastro.

Certi mari non puoi fare a meno di amarli, quando apri gli occhi al mattino e te li trovi di fianco, li ammiri in silenzio e sono perfetti e tu neanche ti chiedi se ti faranno annegare, perché ne vale la pena di restare a guardarli, vale davvero la pena nuotare con loro.

Questa è Eleonora, è il suo mare al tramonto, è le voci del porto alle sei di mattina, la nebbia che si dirada ad un miglio dalla riva, il sole in faccia mentre punti verso Gorgona. E’ il saluto ai gabbiani mentre tieni il timone. E’ il tuo sogno perfetto che non svanisce all’aurora.

Quelli come lui continuano a nuotare ma certi giorni le braccia fanno male davvero e vorresti solo andare alla deriva. Certi giorni il mare è davvero troppo lontano e non riesci a sentirne l’odore, anche il ricordo inizia a sbiadire e la disperazione ti sbrana i respiri.

Paolo è stanco, oggi è un giorno così, in cui ha in bocca una manciata di sabbia e spine, in cui ha un alveare nella testa che non gli lascia via di scampo. Oggi è il giorno peggiore di tutti, perfettamente devastante. Ha solo bisogno di sentire di nuovo l’acqua salata graffiargli la pelle, di una nuova carezza sul viso. Ha solo bisogno di ritrovare il suo mare e non lasciarlo mai più.

E’ in piedi, affacciato al terrazzo del suo appartamento al quinto piano, guarda davanti a sé, ma non vede i palazzi a mattoni e il cemento che soffoca l’orizzonte. Vede le navi salpare, vede un cielo astratto riflesso su onde di uragani. Quelli come lui non trovano posto in tutto questo mondo, sono troppo fuori tempo, hanno i nervi troppo scoperti, hanno una riserva infinita di dolore. Quelli come lui non chiudono gli occhi, vogliono guardarla in faccia la loro solitudine. Quelli come lui hanno l’esistenza interrotta, come fosse un romanzo lasciato a metà, vivendo gli altri giorni come fossero un inganno della sorte, ripetendo come un mantra “Adesso mi sveglio e tutto è normale”. Ma niente è normale e loro non si sveglieranno mai più.

Paolo allarga le braccia, come faceva quando stava sul molo 41, aspetta la sorpresa di un abbraccio che arriva da dietro, sente all’orecchio la voce di Eleonora che gli dice “Teniamoci stretti che ci salveremo”. Fa un passo oltre il parapetto e raggiunge il suo mare.

“Il mare crea una nostalgia impossibile da debellare. Il mare ti vive dentro” (Stephen Littleword).

Portaci lontano capitano, in acque calme e sicure, abbiamo preso posto vicino al finestrino, fai salpare la tua Downeaster “Alexa”

Il volo del gabbiano.

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C’è un’età in cui inizia una spasmodica ricerca della felicità, non è una data precisa sul calendario, direi piuttosto che è una lenta presa di coscienza che comincia a farsi sentire , come un rumore di fondo, quasi impercettibile che cresce ad un ritmo costante, fino ad arrivare al punto di non poterlo più ignorare. Inizia da quando siamo bambini e non ci abbandonerà mai più.

A vent’anni ero convinto che la felicità fosse contenuta nelle grandi imprese, non c’erano mezze misure, era buio e luce, il caldo ed il gelo, il niente ed il tutto, disfatta e vera gloria. Il successo, quella era l’unica unità di misura della nostra felicità, di quanto riusciamo ad emergere dalla massa, di quanto la nostra persona si distingue dalle altre, di quanto la nostra aquila volerà in alto, di quante emozioni forti avremo nel più breve tempo possibile Tanto più avremo successo, tanto più saremo felici.

Crescendo ho imparato ad apprezzare le piccole cose, ho realizzato che la felicità non è contenuta solo nelle epiche imprese, ma risiede nei piccoli gesti quotidiani, è lì, alla portata di tutti, basta saperla cogliere.

E’ nella mattina che profuma di caffè, nella radio che passa una musica che vibra, nel rientro a casa la sera e avere qualcuno che ti regala un sorriso.

La felicità è nelle piccole emozioni, quelle in punta di piedi, nelle parole ascoltate al momento giusto, nelle grida dei bambini all’uscita di scuola, nella stretta di mano di un amico che ritorna. E’ in un libro letto seduto all’ombra di ciliegio.

Ho Imparato che la felicità è camminare in una pineta dopo che è piovuto, fare un viaggio in due cantando a sguarciagola, è un bambino che si addormenta fra le tue braccia, ricevere un messaggio inaspettato e stare ore con le bocche incollate al telefono a chilometri di distanza.

Ho imparato che la felicità sta in un foglio bianco da riempire di parole, in un mare in tempesta che ti fa bruciare i polmoni di libeccio e salmastro, nella tua città alle tre di notte silenziosa e ammaliante.

Ho imparato che la felicità è voltarsi e trovarla nel letto e passeresti ore a guardarla cercando di indovinare i suoi sogni

Ho imparato che la felicità non si misura in numero di successi ottenuti, ma in numero di attimi di gioia regalati a qualcun altro.

Ho imparato che la tua aquila non volerà mai più in alto se non ha il cuore di Jonatan Livingston.

Ho Imparato che la mia lotta per ottenere la felicità era un gioco troppo esagerato e spietato perchè il cuore delle persone come me potesse contenerlo senza esplodere. E allora ho iniziato ad apprezzare quel formicaio di piccoli entusiasmi, cambiando i miei modelli, realizzando che il valore di un gladiatore è pari a quello di Peppino Impastato, che per sentirmi un uomo realizzato non mi serviva l’approvazione delle folle ma il sorriso di mia figlia, non c’era bisogno di uno stadio pieno, era sufficiente un campetto di periferia, che per realizzare il grande trionfo ci sarà bisogno di infinite piccole, quasi insignificanti vittorie.

E allora vado avanti così, cercando di rimanere il più a lungo possibile nella mia provinciale semplicità.

“La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive”. Banana Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita.

 P.s. per una strana coincidenza la mia amica PennyVLane ha scritto un pezzo, come sempre di grande spessore, che parla dello stesso argomento, non è stata una cosa concordata, ma mi fa comunque piacere menzionare il suo blog, perchè come direbbe lei…”E’ bello creare legami con persone che stimo. Oppure: se non la conoscete non sapete cosa vi perdete”.