I capelli delle donne dicono molte cose. Non necessariamente a bassa voce

colori capelli

Alcuni anni fa per lavoro, sono stato costretto a seguire un corso di psicologia “spicciola”, che secondo l’illustre relatore, avrebbe dovuto aiutare noi partecipanti, a decifrare i tratti caratteriali  della persona che avevamo davanti, studiando semplicemente i piccoli gesti che accompagnavano la nostra discussione.

Non so se avete mai partecipato a uno di questi “happening” auto celebrativi,. In sostanza sono organizzati da personaggi in giacca e cravatta, che usano continuamente termini inglesi, come “competitor” (per dire concorrenza),  “human resouces” (per definire i clienti) e “businnes information” (per darti un calcio nel culo).. Sono dispensatori di sorrisi smaglianti, hanno tutti almeno un paio di master, che te in confronto ti senti uno pluri-ripetente del primo anno del Cepu. Tutti  abbronzati e profumati di dopobarba al tartufo di Norcia, ti ripetono in continuazione che sei nell’azienda giusta al momento giusto. Ecco, a queste parole toccati subito le palle, perchè nella maggior parte dei casi l’azienda chiuderà nel giro di due mesi per bancarotta.

Inutile dire che a metà della prima lezione la maggior parte di noi era già nella fase REM del sonno e il novantanove percento di quelli rimasti svegli stava mandando sms a tutti i contatti della rubrica. Uno solo, seduto in prima fila, annuiva ritmicamente e prendeva appunti interessato, ma guardandolo bene, si potevano scorgere gli auricolari collegati all’ipod con la musica degli Iron Maiden “a palla”.

Comunque sia, pur avendo assistito come spettatore (assolutamente) passivo, dopo quel corso ho iniziato ad osservare un po’ di più i gesti e i piccoli cambiamenti delle persone.

Uno su tutti è individuabile nella relazione che intercorre fra lo stato d’animo femminile e il taglio dei capelli.

Quasi sistematicamente, subito dopo la fine di una relazione, l’uomo si lascia un po’ andare. E dicendo “un po’” sono stato decisamente troppo buono. Lo vedi girovagare con la barba di quindici giorni e le mutande di ventidue, capelli pettinati con i petardi e un paio di mosche che gli tengono compagnia. Bottiglia da 66cl di birra nella mano destra e mozzicone  di Nazionali senza filtro nella sinistra, a volte si sbaglia, aspira la bottiglia e ingoia il mozzicone, ma non ci fa caso, prima o poi uscirà. Il mozzicone intendo.

La donna no. Dopo un periodo più o meno lungo di pianti, montagne di fazzoletti scottex (quasi dieci piani di smoccicamenti), pomeriggi estivi passati nel letto con la trapunta invernale e la tisana bollente e interminabili sedute di coccole al gatto, che il povero felino ne uscirà ricoperto di fazzoletti tipo la mummia di Tutankhamon, dopo tutto questo…la donna sboccia.

Inizia a vestirsi con abiti variopinti, tipo Jimmy Hendrix, tacco dodici e borsa rossa Luis Vuitton (anche taroccata, tanto chi vuoi che se ne accorga). Ma sempre.ogni volta che si chiude una storia, la donna deve assolutaente tagliarsi i capelli: E’ un evento naturale, come appiccicare il chewingum sotto il banco o spruzzare acqua dal tergicristallo mentre sorpassi un gruppo di ciclisti. Le senti parlare e dicono tutte la stessa cosa “oh, gli ho dato un taglio netto” e non sei del tutto sicuro che stiano parlando solo dei capelli.

Ma non solo, spesso cambiano anche colore. E ogni colore ha un suo significato. Altrochè se ce l’ha.

Vogliamo parlare delle bionde? Sono solari, lucenti, quasi eteree, poi (alcune eh, non vi incazzate subito) si piegano in avanti e scopri il tatuaggione tribale che fa bella mostra di sè appena sopra l’elastico del perizoma bianco interdentale e lì capisci che. forse non sarà in odore di santità, ma tu hai la prova inconfutabile che Dio esiste e per dimostrarlo, scatti una foto con lo smatphone, giusto per farla vedere agli amici durante la riunione parrocchiale del mercoledi sera.

Le more, la bellezza mediterranea per antonomasia, procaci e determinate, quasi tutte abbronzate, le guardi e ne rimani ammaliato, potrebbero guidare una moto o impastare una pizza e sarebbero comunque eroticamente perfette. Certo, a volte fanno entrambe le cose insieme e ti ritrovi a cenare con una pizza che sa di nafta, ma loro sfoderano un sorriso e ti chiedono “com’è?” e tu rispondi “buonissima”. Mentri tenti di tagliare il carburatore.

E infine (ma non ultime) le rosse tinte. Ecco, qui è un po’ più complicato. Credo di parlare a nome di gran parte del popolo maschile, la donna rossa ispira proprio un sentimento di protezione estrema, nel senso che la vedi e vorresti farle scudo con il tuo corpo, possibilmente saltandole addosso.
Psst, avvicinatevi, avvicinate l’orecchio, vi voglio dire una cosa a bassa voce, senza farmi sentire da loro…dicevo…pare che le donne che si tingono i capelli (e a volte non solo quelli) di rosso, abbiano un intenso bisogno di sesso, oh mica lo dico io. l’ha detto Alberoni (che nessuno sa di preciso che funzione abbia nella società) e pure un mio amico (usando un proverbio popolare a sfondo ornitologico).

Comunque ad onor del vero, ci tengo a dirvi che il mio amico, al solo scopo di dimostrare la veridicità del suo proverbio, è andato da una ragazza con i capelli rossi dicendole, senza troppi giri di parole, che lui sarebbe stato disponibile per una notte di passione. Mentre lo raccontava si massaggiava la guancia, sulla quale, la rossa valchiria aveva impresso le sue altrettanto valchiriose cinque dita.
Possibile?, non voglio crederci, la teoria delle ragazze che si tingono di rosso è falsa?!?!?, no, mi rifiuto !!!, sicuramente quella sarà stata una “rossa naturale”.

Sorvolo volutamente su colori tricotici “alternativi” tipo verde ramarro, blu cianotico e viola rigurgito di sbornia. Non saprei classificarli non avendo a disposizione luoghi comuni e detti popolari.

Comunque al corso aziendale, ho assimilato un sacco di nozioni fondamentali per capire la psicologia del tuo interlocutore, ad esempio, se al momento della stretta di mano, chi vi sta di fronte, vi gira il polso mettendo la sua al di sopra della vostra, ha uno spiccato istinto alla dominazione (la relatrice si chiamava Grazia Alcazzo). Questa informazione era gratis, per le altre dovete pagare i cinquecento euro di quota e vi si apriranno le porte della conoscienza.

Una doppietta è per sempre.

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Io non sono un patito di auto, non ho conoscenze tecniche particolari e se apro il cofano non riesco a distinguere lo spinterogeno dal motorino di avviamento, per dire. Quando si ferma il motore l’unica cosa che riesco a fare decentemente è spingere. Non sono aggiornato sugli ultimissimi modelli in uscita e comprerò quattroruote al massimo due volte l’anno, infine non sono uno di quelli che si è rotolato per terra quando ho appreso la notizia che quest’anno il Motor Show non si farà, mi dispiace molto di più per le gnocche che per le auto.

Però il mio lato sentimentale prima o poi spunta fuori e se faccio una velocissima carrellata non posso non ammettere che ogni auto che ho posseduto (nel senso di guidato, per ora riesco a trattenermi dal fare cose contro natura con tubi di scappamento) hanno segnato un passaggio importante della mia vita.

La prima in assoluto fu l’auto dello zio Piero. Una vecchia 127, il colore vero non l’ho mai saputo, era completamente rugginosa, la teneva parcheggiata nel fienile e con un altro paio di ragazzetti ci divertivamo a viaggiare con la fantasia, aveva i cuscini di pelle di vacca e se sterzavi troppo veloce il volante ti rimaneva in mano, sui sedili posteriori ci facevano bisboccia le galline. Era un viaggio immaginario senza marce e senza fari, coi Black Sabbat e qualche sigaretta, gli adesivi sul cruscotto, sant’Antonio e i Rolling Stones, Padre Pio e i Ramones. Sognavamo pensando: “quale vita ci aspetterà in fondo al prato, quando apriremo il cancello, che strada faremo e che macchina lucida e chissà chi avremo seduto sul sedile qui di fianco”. Era la fine degli anni ottanta e sui muri non c’erano scritte di morte ma “Francesco ama Chiara”.

Invece la prima automobile “vera”, che si metteva in moto e caminava, per intenderci, è stata la mitica 500, non quella di oggi da fighetti, ma quella con il motore dietro al sedile, quella che per fare rifornimento dovevi aprire il cofano davanti, quella che se non facevi “la doppietta” emetteva una grattata del cambio che si giravano tutti per strada e poi c’era sempre il buontempone che sghignazzando gridava “hai cambiato?” e tu che dentro al tuo misero abitacolo rispondevi in un livornese stretto “no, sto sempre col tegame di tu’ ma’” (la traduzione la potete trovare sul dizionario Zanichelli “dall’italiano al labronico”). Ecco, quella. Mi era stata regalata da un parente che neanche conoscevo, probabilmente aveva commesso qualche crimine e la mia famiglia lo stava ricattando, altrimenti non si spiega il folle dono, certo, è anche vero che si sta parlando del 1994 e l’auto in questione aveva già un venticinquina di anni, comunque chissenefrega adesso era mia. Beveva come un alcolizzato il giorno della vendemmia ed era di un improbabile color salmone. In realtà non era uscita così dalla fabbrica, il colore originale della carrozzeria era un celestino chiaro, ma i segni del tempo erano decisamenti evidenti. Un giorno mio padre comprò la tinta per verniciare la caldaia a legna del garage, ma abbondò con la quantità dei barattoli, e siccome in casa dei miei genitori non si buttava via mai niente, lui si fece prendere la mano dal pennello e la mia 500 dal quel giorno divenne dello stesso colore….della caldaia, appunto. Tanto che spesso aprivo lo sportello e buttavo sul sedile una fascina di legna, per fortuna mi sono sempre fermato un attimo prima di accendere il fiammifero. Ah dimenticavo, lei si chiamava Paolina. (L’auto intendo, la lei “umana” forse Michela…sinceramente non ricordo)

Poi fu la volta di Camilla. Una Panda 1000 rossa fiammante, la mia prima vera auto nuova!!! L’auto della mia adolescenza e anche un po’ oltre. Aveva il cambio sincronizzato, ma io riuscivo a “grattare” ugualmente perchè insistevo nel fare la doppietta, eccheccazzo, ormai avevo imparato e non volevo smettere più. Quella è stata l’auto del primo tamponamento, del primo viaggio Livorno – Firenze tutto in superstrada e tutto in quarta marcia perchè nessuno mi aveva avvisato che oltre a quella c’era pure la quinta, del primo cannone, della prima multa perchè facevamo i “freni a mano” nel parcheggio della stazione, della prima volta che marinai la scuola, del primo pugno preso e del primo bacio dato …si si lo so dove volete andare a parare, si ok, è stata pure l’auto della “prima volta” che non sto qui a descrivere ma non potete immaginare che testata diedi al vetro dello sportello posteriore nel momento in cui scoprii che aveva i sedili ribaltabili. (tutti optional che sulla Paolina te li sognavi e basta). Ammetto che in quel periodo ci furono almeno tre “lei umane”, che detto così sembra un discreto risultato, ma se lo spalmiamo in sette anni già si ridimensiona.

Ecco da lì in poi ne ho cambiate altre quattro (di auto), sono cresciuto (più che altro di peso) e ho smesso di battezzarle con nome di donne…e infatti ho smesso pure di cambiare donne. Però ogni tanto “una doppietta”, così per sfizio me la faccio ancora, perchè sarebbe bello qualche volta poter prendere la vita in terza-frizione-folle-colpo di accelleratore-frizione-quarta e via così.

Mio padre ha cambiato la caldaia, adesso è bianca e va a metano, la mia auto invece è nera e va a GPL, ultimamamente deve aver dato una mano di vernice al pannello del termostato. Ieri sono stato a casa sua e c’era una bici bianca, un paio di sedie di cucina bianche, i cuscini del divano bianchi e anche il cane mi sembrava leggermente più candido…ma forse lui era semplicemente lavato.

Dodici uomini e un “Gallo Nero” (taggami ‘stogatto)

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La domanda è molto semplice: esiste un’età in cui si dovrebbe smettere di fare cene fra amici uomini?

Tendenzialmente la risposta è no, si, forse in alcuni casi è la classica risposta di circostanza, magari qualcuno ne farebbe volentieri a meno, oppure altri, forse la maggioranza, la vivono come un’occasione per fuggire dalla routine quotidiana, che comprende mogli, figli, cani da portare a spasso e buste di immondizia da gettare, sperando di incrociare, lungo il tragitto che li separa dal cassonetto, la figlia della fruttivendola che ha un culo che da solo ti svela il terzo segreto di Fatima.

Personalmente non mi capita spesso di cenare fuori, a dirla tutta non ne sento neanche il bisogno, ma un paio di giorni fa mi giunge un messaggio e aprendo il suo contenuto mi si è manifestato un invito per una reunion fra vecchi amici. Un pò come quando apri l’uovo di Pasqua e appare l’anellino di stagno col fiorellino sopra. Già rotto.

La mia leggendaria pigrizia post- lavoro (che poi alla fine è uguale a quella “pre” lavoro e “durante” lavoro) mi fa rispondere con una frase laconica e inattaccabile: “sono da un cliente, ci penso e poi ti faccio sapere”, che tradotto nel mio linguaggio sarebbe: “sto prendendo tempo per inventarmi una scusa plausibile per non venire”.
Torno a casa, confesso che non ci pensavo neanche più, dopo tre ore mi arriva un altro messaggio: “dhe ciccio, pensaci dell’altro” (è in fedele dialetto livornese, ma rende bene il concetto).
Confesso che ho temuto seriamente di trovarmi nel copione del film “La cena dei cretini”, non so se lo conoscete: un gruppo di amici si ritrova e ognuno di loro deve portare con sé un cretino (che ovviamente non sospetta niente), colui che porta il cretino…più cretino vince un favoloso premio (confesso che sulla scia di questo copione, ho partecipato una volta ad una…cena delle cozze, ma non ne vado fiero, anche perchè non ho vinto).

Insomma, la faccio breve, ho deciso di andare.
Ma si, una cena fra veri uomini, a base di grigliata di carne, vino chianti, rigorosamente Gallo nero, spumante e acqua leggermente frizzante. Per me. Prevedevo risate, prese di culo, calvizie incipienti e pance alla Bud Spencer. Per sicurezza mi sono imboscato il mio fedele blocchetto nella tasca della felpa. Convinto che ci sarebbe stato da prendere succulenti appunti.

E quindi eccoci qua, una dozzina di ex ragazzotti, sulla soglia dei quaranta, seduti ad un tavolo, che fra di loro non si chiamano mai con il nome di battesimo. Fra uomini non usa, vengono coniati dei pittoreschi soprannomi tipo: ‘Ciccione’, ‘Testa di cazzo’, ‘Buffone’, ‘Godzilla’, qualcuno confessa scelte discutibili, ci raccontiamo aneddoti che conosciamo a memoria ma che ci fanno ancora piegare in due dalle risate. La grigliata fa schifo, non si riesce neanche a capire a quale tipo di animale appartenga la costola che stiamo mangiando, ma notiamo che mancano un paio di gatti che ci gironzolavano intorno prima che ci sedessimo a tavola.
Parliamo pochissimo di donne e troppo di calcio, si, forse stiamo invecchiando un pò.
Effettivamente se riesci a ricordarti le gesta di Carlo Ancelotti con il pallone fra i piedi, forse un pò di candeline le hai spente.
Poi alle cene fra uomini c’è sempre l’ostacolo della divisione del conto. Ci presentiamo tutti alla cassa con banconote da cinquanta, che il padrone per fare i resti è costretto a fare un salto in sacrestia, e alla fine c’è sempre lo sfigato che deve pagare di più, perchè la crisi si fa sentire anche durante il rito dell’offertorio.

Probabilmente non vogliamo arrenderci al tempo, si, perchè siamo in quell’età che avresti voglia di fare le cose che facevi dieci anni fa e invece ti ritrovi a riflettere su quelle che farai fra dieci anni, un misto fra il desiderio di salire nuovamente sul Tagadà del Luna Park (che non ho ancora capito se è una giostra internazionale o se esiste solo nella mia provincia) ed evitare di farlo perchè se ti giochi il legamento crociato poi come farai ad andare a lavorare per estinguere il tuo mutuo cinquantennale?
E allora ti accontenti di fare la tua comparsata su facebook e di lasciare commenti insulsi, principalmente per essere al passo coi tempi, perchè, diciamocelo, che cazzo gliene frega alla gente se hai forato la macchina in superstrada, ma tu lo scrivi lo stesso e per essere sicuro che ti notino ci tagghi pure una ventina di persone.

E allora, queste cene servono per farci comprendere che siamo cambiati e per compatire quei due o tre che non l’hanno capito e si presentano con i bermuda e il bomber double face dei primi anni novanta, grigio fuori e arancio a.n.a.s. dentro.

Durante questi incontri ti viene naturale fare dei bilanci e ti domandi se le cose siano andate veramente come le immaginavi, se la tua e la loro vita abbia preso la piega sperata, alcuni si sono “realizzati”, altri sono ancora “under construction”, qualcuno ha preso schiaffi dal destino e li ha presi così forte che porta ancora il segno delle cinque dita sulla guancia, ma per un paio d’ore abbiamo lasciato tutte le nostre inquietudini fuori dal locale, come se sulla porta ci fosse il cartello “noi non possiamo entrare”. Consapevoli che una volta usciti le nostre esistenze avrebbero comunque ripreso il loro corso regolare. E la bacheca del tuo profilo sarebbe stata lì pronta a testimoniarlo.

Ci siamo salutati promettendoci di ripetere presto questa cosa, sapendo già che non sarà così. Ma sono quelle cose che si dicono senza crederci, solo per il piacere di sentirsi per un attimo nuovamente a fare gli scemi nel centro del Tagadà.

Marziani e venusiane ovvero: goniometri e Andy Warhol

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Voglio essere onesto con voi (come sempre, del resto), questo post avrebbe dovuto essere incentrato su ciò di cui parlano le donne quando sono al riparo da orecchie indiscrete.

L’idea mi era venuta un paio di mesi fa, quando, per motivi e modi che non sto qui a descrivere, mi sono lasciato trascinare in spiaggia per approfittare del solleone. Sono stato combattuto fra quella proposta oppure accettare un lavoro in miniera. Alla fine la scelta è ricaduta sulla spiaggia, ma solo perchè non ci sono miniere nelle vicinanze.

Mi presento a metà pomeriggio e realizzo subito che la situazione sarebbe stata una buona fonte di ispirazione per almeno sei futuri post. Ero l’unico uomo immerso in gruppo di cinque donne. Si, lo so, gli uomini in questo momento mi sono vicini e a differenza di quello che qualcuno potrebbe immaginare, non mi stanno affatto invidiando. Si, perchè se sei in compagnia di una donna sei praticamente ignorato dal resto dei bagnanti, già con due, inizi ad attirare qualche occhiata di curiosità/invidia/compassione, con cinque non c’è gara, sei superfluo come come lo zucchero a velo sul tiramisù

Morale della favola, mi sono sdraiato, e armato di cuffiette e lettore mp3 ero pronto a godermi il bagno di sole, sudore, salmastro, sabbia e sputacchiate lasciate dai vari venditori di cocco. Che poi mi sono sempre chiesto cosa spinga i bagnanti a comprare pezzetti di cocco immersi in un secchio, con la temperatura dell’acqua pari a quelle delle terme di Porretta (e pulita come le fogne di Nairobi) e pagarli quanto un’intera piantagione. Ma d’altronde c’è chi si registra le puntate di “Uomini e donne” e quindi tutto è plausibile.

Torniamo a noi. Ero lì che mi ascoltavo l’ultimo successo di Mimmo Locasciulli, quando le pile del mio fedele apperecchietto sono passate a miglior vita. Sul momento…il dramma!!! Decido comunque di fare finta di niente e tenermi quelle mute diavolerie piantate nelle orecchie.

Allora, non so se qualcuno ci ha mai fatto caso, ma quando le donne temono di essere sentite da orecchie indiscrete, comunicano fra loro a ultrasuoni, come i delfini (avrei voluto dire “come le balene”, ma alcuni termini loro li fraintendono sempre), sono ventriloque non c’è niente da fare, se qualcuna non riesce a parlare tenendo le labbra chiuse, si mette comunque la mano davanti alla bocca, come Totti quando lo fanno sedere in panchina. Oh, tranquille, noi uomini siamo incapaci di capire bene quando ci urlate le cose, figuriamoci se sappiamo leggere il labiale e comunque, rilassatevi che non credo ci sia nessuna telecamera di Sky sport puntata su di voi.

Lo scenario cambia radicalmente quando parlano con la certezza che nessun altro possa ascoltare la loro conversazione. Ecco, in questo caso il volume della voce supera di parecchi decibel quello dell’Hollywood di Milano in Corso Como. Urlano come Beppe Grillo al “V-day”. Quello era il caso in cui mi trovavo in quel momento.

Però non capivo, il discorso era già iniziato e mi sfuggiva l’argomento, c’era una che diceva “…si..è da morsi”, ah ok, parlano di ricette di cucina, un’altra che ribatteva “eh…anche tre volte di seguito”, no, parlano del corso di fitness, infine quando l’ultima ha esordito dicendo “…prima di sposarci lo facevamo anche sui tetti” ho finalmente realizzato che parlavano di…découpage. Si ma, perchè disegnare sul tetto se nessuno poi puo’ vedere la tua opera?…mah…mistero

Certo, è proprio vero che veniamo da due pianeti diversi. Noi uomini quando siamo in gruppo parliamo solo di donne e angoli retti. In loro invece arde il sacro fuoco dell’arte. Beate loro.

Liebster Award

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Rieccomi, si lo so, alcuni di voi diranno “che palle”, e va bhe, andiamo per ordine: sono stato fuori (anche di testa) per un paio di giorni, diciamo un rigurgito di ferie, ok, e qui coloro che hanno evitato il “che palle” non si tratterranno dal “chissenefrega”, ora vengo al punto.

Fra le varie notifiche che l’app di WordPress si è diligenteente prodigata a snocciolarmi, c’è stata quella del Liebster Award (si, un altro Award, allora?), li sul momento ho lasciato perdere poi alcune considerazioni mi hanno fatto tornare sui miei passi.

Innanzi tutto, se qualcuno ha nominato il mio blog, sarà una persona inteligentissima, bellissima e sicuramente diventerà il prossimo presidente del consiglio, quindi è consigliabile farselo/a amico/a.

In secondo luogo questo Award è riservato ai piccoli blog, si insomma dai, a noi sfigatelli che esultiamo se raggiungiamo le cinque visite giornaliere e al traguardo dei cento followers ci sputtaniamo la tredicisima con un paio di fette di prosciutto (cotto, che costa meno) e squacquerone.

Infine è un premio tedesco, e sappiamo tutti come sono i tedeschi, fanno il bagno al mare in dicembre ma non si tolgono i calzini. Non vorrei deluderli, si potrebbero incazzare come pantere e portarci lo spread al valore di colesterolo di un mangiatore di crauti.

Ma passiamo alle regole del Liebster Award, premio che nasce in Germania che premia
i piccoli blog, ed eccole qua sotto:

1. Ringraziare il blog che ti ha nominato e assegnato il premio
2. Rispondere alle undici domande richieste dal blog(ger) che ti ha nominato/a
3. Scrivere 11 cose che parlano di te
4. Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower
5. Formulare le tue 11 domande per il/la blogger che nominerai
6. Informare i blogger del premio assegnato.

Ok, quindi un ringraziamento a http://eleganzadellorca.wordpress.com/ (Missblackfish) per aver trovato il coraggio di nominarmi, anche se la sua reputazione sarà irrimediabilmente compromessa (conosco un buon analista che ti aiuterà a superare questa cosa). E anche il mitico Zeus, lui è veramente un mito, un nuovo amico e un profondo conoscitore di musica. Alla donna straordinaria proprietara de I calamari, cavolo lei è una scrittrice vera, ha pubblicato dei libri!!! Mi viene quasi di darle del “lei”. Aggiungo alla lista dei ringraziamenti una blogger scoperta da poco ed è stata ammirazione al primo sguardo, la Mrs Fog e i suoi Diari Alaskani infine un ringraziamento alla signorina Luce di A qualcuno piace cinema per le splendide recensioni che ci regala nel suo blog.
Ora entro in cabina, mi metto le cuffie e rispondo alle undici domande…(in questo momento sono incapace di intendere e volere. Sia messo a verbale)

1.  bianco o nero Nero, perchè sfina (quindi da evitare come colore per il profilattico)
2.  ottimista o pessimista Direi ottimista (anche se, questo è un periodo di merda che non finirà mai)
3.  pregio e difetto che ti contraddistinguePregio l’umiltà, difetto…non saprei, sono il più bravo di tutti sempre e comunque. (si però erano due domande…)
4. una fobia o una paura Ho paura dei geki (anche se Gasparri tutto ‘gnudo non deve essere un fiore)
5. formica o cicalaDirei, una formica che adora la cicala (che dalle mie parti non è esattamente intesa come insetto..anzi..ce ne fosse…)
6. artista musicale preferito (max 3 dai) Pat Metheny (che non so come si scrive, ma tanto chi vuoi che lo conosca), Vasco (a tratti), Guccini (a tratti più lunghi)
7. scrittore preferito (max 3)Paulo Coehlo, lo zio Willy (William Shakespeare), Roberto Saviano (e non solo come scrittore).
8. film preferito (max 3)Blade Runner, L’attimo fuggente, …lo chiamavano Trinità (a parimerito con “Anche gli angeli mangiano fagioli”)
9. non usciresti mai senza… un’idea meravigliosa (tipo Cesare Ragazzi)
10. se fossi un oggetto sareiUn divano (e sto facendo di tutto per diventarlo veramente)
11.c’è una porta bianca chiusa davanti a te, fai per abbassare la maniglia per entrare, cosa c’è dietro? – Un freddo cane, del formaggio e un paio di pomodori raggrinziti…cavolo sono entrato in un frigorifero.

Ok, queste invece sono le domande di Zeus.

– ti piaci? cioè, ma veramente? – Mi piaccio a tratti, ma in quei tratti mi piaccio talmente tanto che mi sposerei.
– libro attualmente sul comodino? – Come smettere di farsi le seghe mentali (Giuro, lo sto leggendo veramente)
– dove abiti attualmente? – Semplicissimo: al semaforo vai a destra, poi dritto per un centinaio di metri…magari quando sei lì domanda…
– Ti vedi nello stesso posto fra 5 anni? – Sul divano intendi?…certamente si.
– che sport fai? se fai sport… – Sport?!?!? ah si…Pro Evolution Soccer…con la Wii.
– se guardi fuori dalla finestra cosa vedi?  – La vicina in perizoma, è un metro e 30 per 96 chili…preferirei vedere il casello autostradale.
– cibo preferito? – Tutto ciò che fa male
– film preferito? – Ho risposto alla tua collega sopra…sono pigro e non ripeterò…
– secondo te ci sto mettendo tanto a scrivere queste domande? – Non quanto me a scrivere le risposte
– ti piacerebbe essere il padrone assoluto del mondo? – Fra 22 anni sarò il padrone di casa mia, dopo vedrò se accendere un altro mutuo.
– ti sei divertito a rispondere a queste domande che ti hanno fatto perdere almeno 3 minuti del tuo preziosissimo tempo?  – Diciamo pure…tre giorni. Comunque, mi sono divertito…ora posso togliermi le cuffie?

E queste sono di I calamari

1. Chi sei? – Non saprei, ho la carta d’identità scaduta da otto anni.

2. Dove vai? – Ad aiutare quelli che non fanno niente.

3. Chi ha creato l’Universo? – Lo stesso che ha creato la nutella

4. Chi ha creato quello che ha creato l’Universo? – A sentire ciò che dice…l’ha creato Silvio, o comunque sia, ha sicuramente dato una mano.

5. Hai un’automobile? – Ne ho una ventina, della Burago scala 1:18…mica pizza e fichi.

6. Hai una bicicletta? – Certo, la tengo in camera da letto, si chiama cyclette, è ottima per appoggiarci i panni.

7. Mia zia ha 91 anni. Hai anche tu una zia di 91 anni? – No, ma mio cugino ha una nonna di 95…vale?

8. Non importa, non ricordo più cosa volevo domandarti. Risposta libera. – eh, io mi sono dimenticato la risposta. Siamo una coppia perfetta. Hai impegni per martedi sera?…rispondi come ti pare, tanto fra due minuti ce lo siamo già scordato…

9. Quanto conta per te avere uno o più follower? – Conta abbastanza, perchè se uno vuole scrivere solo per se stesso non apre un blog, ma compra un blocco notes.

10. Perché hai aperto un blog? – Perchè fondamentalmente sono un vanitoso e mi piace far sorridere, spesso lo faccio in modo involontario. Ma va bene uguale

11. Perché hai risposto a queste domande (ma sei matto?) – perchè sono educato e poi in qualche modo dovevo impegnare l’intervallo della partita.

Ecco quelle di Diari Alaskani
Che libro stai leggendo? Come smettere di farsi le seghe mentali (Giuro che esiste questo libro…e io ce l’ho!!!)
Il primo personaggio letterario che ti viene in mente? Tinto Brass, un poeta nel suo genere.
Un fiore o un frutto che per te ha un significato particolare e perché? Il cocco, è per me insopportabile, gli altri frutti non saprei, non li ho mai mangiati.
Un quadro per cui provi un affetto particolare? “Il Bacio” di Klimt, il perchè non lo dico, visto che non è richiesto 🙂
Di che colore dipingeresti le pareti di casa? Così…image
Che lavoro volevi fare da piccolo e quale vorresti fare ora?  – Da piccolo il pilota d’aerei, ora…la moglie del pilota d’aerei.
Manga o comics?  – Boh…non mangio verdura…
Tre qualità fondamentali in un amico – Ricchezza, generosità, titolo nobiliare.
La ricetta che ti viene meglio – Prosciutto al cartoccio: apri il cartoccio e mangi il prosciutto
Che significato dai al Natale? un significato scolastico, Natale era l’autista del bus che tutte le mattine mi portava a scuola.
Un consiglio che mi daresti a proposito del mio blog? Dovresti far pagare il biglietto per entrare, perchè è troppo bello., ovviamente io mi aspetterei il pass.

Ora è la volta delle domande di Luce.

  1. Perché hai aperto il tuo blog? – Perche si spendeva meno che aprire che aprire una pizzeria.
  2. Come ti chiami realmente? – Silvio B. ma non posso dire altro, potrei essere intercettato…cribbio! (non è vero, non mi chiamo Silvio, e nemmeno B…)
  3. Film e libro preferiti? :) – Non vale, sono due domande in una….ho già risposto sopra…sono pigro…
  4. Quale genere di film preferisci guardare? – esclusi quelli vietati ai minori intendi?….direi i thriller
  5. C’è un oggetto di cui senti di non poter fare a meno? – il navigatore, decisamente quello.
  6. Ci racconti un ricordo a cui sei particolarmente legato/a? – Un giorno ho visto da lontano una mia amica, le sono arrivato alle spalle, le ho tappato gli occhi dicendo “chi sono?”…bhe, ha sbagliato persona….e pure io.
  7. Un lavoro che proprio non faresti mai nella tua vita e uno per cui saresti negato/a? :D – ancora due domande insieme, ok dai rispondo: non farei mai il muratore, perchè sono negato (ahahah ti ho fregata…con una risposta me la son cavata)
  8. Paesi, città e/o regioni che hai visitato e qual è stato quello che ti ha colpito di più? – Copenaghen, ma non ci vivrei, fa un freddo becco.
  9. Parlare di sesso, in generale, è un tabù per te? – assolutamente no, ammesso che poi dalla teoria si passi alla pratica.
  10. Se potessi cambiare qualcosa del tuo aspetto fisico e del tuo carattere, quale sarebbe? – Assolutamente niente, se sono nato cos’ un motivo c’è, se poi qualcuno si degnasse pure di dirmelo non sarebbe male.
  11. Qual è il tuo piatto preferito? :) – Un piatto beige con le rondini disegnate, vinto nell’86 con i punti del Mulino Bianco.

Ok, 11 cose che parlano di me (che interesseranno appunto, a undici persone, compresi parenti e amici)

  1. Non mi piace viaggiare in aereo, a meno che non mi sia permesso di stare con i piedi sul cruscotto.
  2. Non mi sono mai messo un paio di sci in vita mia, questa è una delle informazioni che metto nel curriculum vitae, l’ultimo l’ho inviato al centro primo soccorso della Marmolada..sto aspettando fiducioso.
  3. Non conosco minimamente il funzionamento di qualsiasi motore, quando mi si ferma l’auto l’unica cosa che riesco a fare (discretamente) è spingere.
  4. Se mi dovessi mettere a fare l’imbianchino vi consiglio vivamente di aprire un’impresa di pulizie, fareste sicuramente più soldi di me.
  5. Quando devo appendere un quadro, di solito butto giù la parete e mi ritrovo con il chiodo in mano e il quadro appoggiato per terra.
  6. Non bevo alcolici, ma quando non devo guidare, un bicchierone di acqua gasata non me lo toglie nessuno.
  7. Se mi si scarica la batteria del cellulare posso fare gesti inconsulti, tipo accendere la sigaretta dalla parte del filtro.
  8. Sono educato ma dico un sacco di parolacce, praticamente quando mando a fanculo qualcuno gli do del “lei”.
  9. Mi piace cucinare, ma faccio di tutto per non darlo a vedere, anche se nel mobile di cucina ho tutta la raccolta di Suor Germana. (no. oh, non è vero…ho la raccolta, ma non so cucinare).
  10. Quando ascolto troppo Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia.
  11. Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa (questa è di Woody Allen…ma vale uguale).

Ora…via con le nomination, spero che nessuno ci rimanga male (specialmente i nominati, i quali riceveranno a casa il bollettino postale con la cifra per la mia prestazione)

  1. http://ilsuccodimela.wordpress.com/
  2. http://nichirenelena.wordpress.com/
  3. http://dallaltrapartedellacattedra.wordpress.com/
  4. http://vanessasfantasy.wordpress.com/
  5. http://reflussidicoscienza.wordpress.com/
  6. http://ilblogdibarbara.wordpress.com/
  7. http://siamosolostorie.wordpress.com/
  8. http://ventisqueras.wordpress.com/
  9. http://writingontheroadblog.wordpress.com/
  10. http://latisanadellasera.wordpress.com/
  11. http://vivodasola.wordpress.com/

E adesso le MIE 11 domande…

  1. Come si calcola l’area della sfera?
  2. Come si chiamava l’amico dell’ape Maya?
  3. Perchè la Vodafone è passata dalla cicala di Megan Gale alla foca della Littizzetto?
  4. Ho comprato un touch screen ma è senza tasti, mi hanno fregato?
  5. Se mangio una pasticca Falqui dopo la data di scadenza, l’effetto si amplifica?
  6. Se chiamo qualcuno mentre guido e mi dice che è irrangiungibile, devo accellerare?
  7. Perchè l’omino Bianco è nero?
  8. Come si chiamano gli abitanti di Domodossola?
  9. Se mi faccio vent’anni di galera ma sono innocente, dopo ho un omicidio in bonus?
  10. Perchè quando sono (poco) in ritardo trovo sempre davanti a me l’omino col cappello che fa sparire il “poco”?
  11. Ma se non ho il camino da dove passa Babbo Natale per portarmi i regali?

Si, direi che ce l’ho fatta, per scrivere questo post ho impiegato solo quattro ore e ventisette minuti, usando un programma della linea Grazia Alcazzo.

Anche Capitan Harlock ha il suo “piccolo” problema.

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Allora, so già che a questo giro mi farò un bel pò di nemici, ma ultimamente sono diventato un amante del brivido e del chissenefrega.

Dietro a casa mia c’è una scuola elementare, niente di che, una normalissima scuola di quartiere, quasi mimetizzata fra le case che la circondano, ad occhio nudo non vedo particolari minacce, tantomeno animali feroci che potrebbero mettere a repentaglio l’incolumità dei piccoli alunni. Ecco, allora mi chiedo quale sia l’utilità di portare i bambini a scuola col Suv.

Certo, che a prendersela con i Suv, gli Hummer e i gipponi guidati in città anziché in posti più consoni alle loro dimensioni, si passa subito per moralisti di sinistra.

È vero che sono poche le cose che vanno criminalizzate in assoluto: a parte l’amianto e le scarpe ballerine rosa.
Persino la candeggina e l’acido muriatico hanno con ragione i loro estimatori. Abbiamo imparato che la nocività dipende dalle modalità con cui si usano, ma che ci sono casi in cui persino l’acido muriatico è un toccasana…almeno secondo Totò Riina.
Per questo sono convinto che un fuoristrada 4 per 4 sia utilissimo se si vive in una baita alpina, oppure se per arrivare alla scuola fosse necessario guadare torrenti sottoposti a straripamenti, magari sei uno yankee e devi affrontare le strade ghiacciate del Nord Dakota o del Minnesota, o devi salire su nel Maine e nei boschi dell’Acadia National Park. Ma qui, al massimo, ti può capitare di dover oltrepassare specchi d’acqua catalogabili come “pozzanghere” e, onestamente, l’insidia del loro attraversamento è minima, almeno per chi guida, un pò di più per la donnetta sul ciglio della strada che viene sistematicamente annaffiata.

C’è chi obietta affermando che una vecchia fiat Uno turbo inquina più di un Suv, e forse è vero, ma alle otto di mattina, davanti al mio cancello, non vedo Uno (nessuno e centomila…) turbo parcheggiate, Suv parecchi.

Ultimamente ho notato una crescita esponenziale di fuoristrada o affini, a occhio, un Suv ogni jackrussel.
Dal terrazzo vedo piombare sul marciapiede queste vetture enormi, sembrano l’astronave di Capitan Harlock, mi immagino sempre che scenda un invincibile titano di tre metri, si apre il portellone, vedo uscire il fumo bianco, probabilmente è polvere intergalattica, viene calata la scaletta e appare…uno gnomo di un metro e dieci con lo zainetto di Ben10.
Ora, non voglio fare il qualunquista e sfruttare tutti i luoghi comuni che conosco, ma di solito, questi mostri mangia asfalto sono pilotati da mamme atletiche e abbronzatissime. Sembrano fotomodelle (forse alcune di loro lo sono davvero), che vivono seguendo il feng shui e hanno esiliato dal loro fisico la cellulite e i peli superflui. Alcune le conosco e anche se non ho con loro rapporti di amicizia, so comunque che abitano a meno di 400 metri di distanza dalla scuola, ma se per caso provi a farle ragionare dicendo che esistono le biciclette o le scarpe da trekking, loro ti risponderanno che se intasano le strade coi loro macchinoni, la colpa è del comune che non costruisce i parcheggi e che comunque sia, mica possono farsi tutta quella strada a piedi, poi ti salutano frettolose perchè stanno facendo tardi all’appuntamento con le altre mamme per la camminata di tre chilometri sul lungomare. E qui mi fermo, altrimenti domattina queste mamme me le trovo sotto casa agguerrite e armate fino ai denti.

Ovviamente ci sono anche i piloti…maschi, e qui, non si può che dare ragione a Michele Serra quando afferma che «quei giovanotti rapati e con le lenti a specchio che guidano i gipponi difficilmente leggono le riviste dei padri comboniani, più facilmente pensano che il resto dell’umanità, quando passano loro, deve scansarsi».
Senza considerare la teoria secondo la quale la grandezza dell’auto è inversamente proporzionale all’organo riproduttivo e il Suv è, oggettivamente, grandino… Probabilmente guidare/pilotare un auto del genere può dare un senso di potenza, vigore e forza…e questi termini la dicono lunga sulla validità della “nostra” tesi…

Pare che questi “mega shuttle” abbiano consumi accettabili e prestazioni eccellenti e qualunque venditore di auto che si rispetti ti darà garanzie sulla loro affidabilità e sicurezza. Compra fiducioso, tutte le promesse verranno mantenute, anche se…per non mantenere una promessa non occorre più essere un marinaio, basta aver cantato sulle navi.

Spero di essere perdonato dai miei lettori che possiedono un Suv, non la prendete sul personale, sono solo considerazioni scellerate…d’altronde io guido un’utilitaria, e secondo il mio andrologo, è l’auto giusta per me.

…perchè avere un decanter nel comodino è inutile.

decanter3

 

Non riesco a spiegarmi il motivo, ma le grandi città mi mettono un po’ di inquietudine.

Prendi un uomo sulla quarantina (oh, cifra arrotondata per eccesso, intendiamoci), abituato a sguazzare come un’anguilla nella vita di provincia e portalo ad assaggiare la vita di città. Si sentirà a suo agio come Malgioglio al puttan-tour.

Si, perchè noi provincialotti non conosciamo le abitudini degli esseri evoluti che popolano l’Olimpo dei palazzoni e dei circoli culturali, che abbelliscono la “Big City” come i gerani sui terrazzi. Noi l’unico circolo che conosciamo è quello del dopolavoro della stazione e dubito che Sciascia o Montale si siano mai seduti a quei tavoli.

Ma in fin dei conti anche gli déi cittadini hanno un cuore e magari con un paio di loro sei pure amico, oddio, amico forse è troppo diciamo che qualche volta lui posa il suo sguardo misericordioso su di te, perchè in era paleolitica eravate vicini di casa.
Ebbene si, anche lui viene dalla provincia, ma nessuno deve saperlo, cavolo, ci ha messo ventidue anni a convincersi di essere degno della città, ventidue anni e una quantità spropositata di docce giornaliere, si perchè quell’odore di strade sconnesse e salmastro, di individui sempliciotti e boccaloni ti si appiccica addosso come l’aroma di olio fritto alla sagra del bombolone.
Ma alla fine c’è riuscito, si è scrollato di dosso quel fardello, si è tolto dagli occhi quel cielo, si, proprio quello che ti apriva i polmoni solo a guardarlo. Si è fatto un mazzo così per farsi accettare, per diventare “uno di loro”, uno che conta e la paura di essere additato come forestiero, emarginato e bollato per sempre come perdente, bhe, quella paura gli si legge negli occhi. E non è un bel vedere.

Ma ha l’esigenza fisica di affermare il suo successo con coloro che non ce l’hanno fatta, che non hanno avuto il fegato di rischiare e di lasciarsi tutto alle spalle, gente media con sogni medi.

Ed ecco che ci invita a cena. Sulla carta una innocua rimpatriata con un paio di amici, nella realtà è un po’ come quando il padrone del maniero elargiva elemosine ai suoi servi. E così vi presentate al ristorante “bene” del quartiere “bene”, vestiti come tre operai dell’Italsider al veglione di capodanno. Certo è un bel salto passare dalla trattoria di Alvaro “il caccola” a quel tempio della nouvelle cousine con un nome in francese che non riesci neanche a pronunciare.

Il vostro benefattore arriva con dieci minuti di ritardo e vi accoglie con un sorriso pidiellino che illumina il tavolo.

Vi sedete e il cameriere (ma sicuramente ci sarà un termine “tecnico” per chimarlo) vi porta la carta dei vini. Iniziate a studiarla con fare da finti (anzi fintissimi) intenditori e avete l’assoluta certezza che la cifra che vede di lato sia l’anno della vendemmia e non il prezzo. (anche se il simbolo dell’euro che precede il numero un dubbio ve lo insinua). Visto che voi non ci capite una mazza, lui vi toglie dall’imbarazzo e ordina un qualcosa di strano, vi pare di aver capito “spuma al cedro” ma non ne siete certi. Aggiunge anche un “per favore porti anche un decanter”. Lo stupore si stampa sui vostri volti. Come sarebbe? un posto così elegante permette che entrino i posteggiatori con la chitarra a cantare?…mah…certo il decanter neanche sapete cosa sia, al massimo conoscete “il cantero” perchè vostro nonno lo metteva la sera dentro al comodino. (insomma da noi in Toscana “il cantero” era il vaso da notte…per alcuni lo è ancora).

Va bhe, sorvoliamo, lui ordina l’antipasto e i primi, per tutti.  Voi scegliete il secondo. Rigorosamente carne. Ritorna il cameriere vestito come un ferrotranviere alla notte degli oscar e quasi estasiato esclama ” ah, la carne è la nostra specialità” che per un ristorante di una città che si affaccia sul mare è tutto un dire. “Stasera vi consiglio un battuto di carne avvolto in un pane dorato e croccante”…e così vi mangiate un paio di belle fettine panate da venticinque euro ciascuna.

Alla fine arriva il conto, l’amico di fianco a te lo legge e crede che sia il numero della partita iva, ma il vostro altolocato accompagnatore non puo’ certo esimersi dal fare il gesto eclatante, tira fuori la carta di credito e salda.

Che dire, ve ne tornate alle vostre rispettive case, lui col SUV della Mercedes, voi con la Punto mille.

E domani è lunedi e si torna al lavoro, solite facce, solite strade e per fortuna…solito cielo. Ma siete felici di non “avercela fatta”, di poter continuare a darvi appuntamento davanti al bocciodromo e di andare la domenica pomeriggio da Lapo a mangiare la schiacciatina con la torta di ceci.

La prossima volta la cena si fa dal vecchio e sicuro Alvaro e, se ci tiene così tanto, sarà il vostro amico a spostarsi da voi, certo che….”se la montagna viene da te ma tu non sei Maometto…ti conviene correre, perchè è una frana”. (Anonimo)

Di yogurt, minestroni e di altre catastrofi.

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Io non so voi, ma quando esco da un supermercato ho bisogno di una camomilla.

E’ diventato un mondo difficilissimo, vige la legge del più forte, del più veloce a prendere il numeretto e, senza ombra di dubbio…del più cattivo.

Già, più sei bastardo più fai prima a fare la spesa. Avete mai visto un monaco tibetano all’ipercoop?, no, non ci vanno. E non perchè siano vegetariani o vegani, ma soltanto perchè se entrano lì dentro o non escono più o se escono avranno sicuramente dato un ceffone a qualcuno.

Ok, di seguito, alcune riflessioni del perfetto bastardo da supermercato.

Già entrando ci sono le donnette sulla settantina, con il carrello che tamponano chiunque . La prima cosa che penso vedendole è: “andate alle botteghe, cazzo”, basta con questo supermercato, è per i giovani, per gente dinamica. Passando le vedi ferme al banco dell’ortofrutta con un limone in mano, e sono lì che lo fissano. Dai, mica diventa un kiwi, vai sulla bilancia, lo pesi, lo metti nel sacchetto e lo porti a casa. Certo, sembra facile, ma devono indovinare il tasto con il numero giusto sulla bilancia. L’ultima volta la signora davanti a me aveva comprato tre pomodori pachino e li ha pagati sessanta euro, li ha etichettati come “zucche della Manciuria”.

Sono lì che sto riempiendo il mio carrello e arriva sempre quello che mi tocca, mi tira la maglia…”senta signore mi prende la pasta su in alto che non ci arrivo?”…e che palle, le offerte per i pensionati sono in basso, dai, in alto c’è la roba di marca, lascia stare, che fa aumentare la pressione minima.

Il dramma assoluto avviene quando devi comprare qualcosa nella corsia dei banchi frigo.

Ti avvicini e noti che iniziano a cadere i primi fiocchi di neve, la gente esce con il piumino e i doposci. Ti infili in questo ghiacciaio di latticini, pasta fresca e yogurt. Ecco, lo yogurt. Ma avete notato quanti tipi di ne esistono? Centinaia di gusti, modelli e quello della Marcuzzi e quello della Sandrelli, tutti i tipi di frutta esistenti sono messi nello yogurt. Quando ero piccolo io, esistevano due tipi: quello che faceva cagare come gusto e l’altro che faceva cagare e basta.

Una volta la cassiera ti dava un filo di umanità, ti consigliava su come fare il minestrone…”sa, mio nonno nel minestrone ci metteva il sedano”, la signora dietro di te “mio nonno, gli asparagi”, quella dietro “il mio, l’anguria”, il penultimo della fila “il mio, ci pisciava” e l’ultimo “mio nonno, ai vostri nonni gli faceva un culo così”. Ma erano momenti di aggregazione.

Oggi no, oggi la cassiera scannerizza, senti solo il “bip”, al massimo ti rivolge la parola per dirti “ha la tessera?”, che più che una cassiera sembra un controllore del treno, non ti dice quanto hai speso, ti fa un cenno col capo e ti indica il display della cassa, con un altro cenno ti indica che devi inserire il codice bancomat, tu tiri fuori il mazzo di carte, le strizzi l’occhio e storgi la bocca…hai pescato l’asso e il tre di briscola…che culo.

Per i più tecnologici esiste la cassa automatica, che la maggior parte delle volte è di gran lunga più simpatica della cassiera umana: compri settecento articoli e per evitare la fila decidi di affidarti completamente alla tecnologia. Impieghi circa ventidue minuti per passare tutti gli articoli sotto il lettore, anche perchè nel sessanta percento dei casi l’apparecchio non ti legge il codice a barre. Hai sudato come un porco, ma ce l’hai fatta, stai per confermare l’importo….ma…Rilettura. No cazzo, la rilettura no. Ti si avvicina un commesso bassino e in doppiopetto, che sul momento pensi “…ma stai a vedere che l’hanno veramente condannato a svolgere lavori socialmente utili” (questa arriva con calma…ma arriva). Finito il controllo la voce metalica ti dice cortesemente di inserire la carta di credito o bancomat, ti invita a digitare il pin. Errato. Secondo tenativo. Errato. Eppure il codice è giusto, riproviamo. Si blocca la carta. Arriva un addetto alla sicurezza, tu stai schiumando, nel frattempo passa il vecchietto che ti aveva chiesto la pasta, accompagnato dalla badante rumena, lui ti guarda, sorride e alza il dito medio.

L’unico momento di umanità che esiste ancora nel supermercato è al banco gastronomia/salumeria.

Arriva quello col camice bianco e i guanti, che fa un po’ “analisi del sangue”, ma ti sorride e forse è simpatico.

Tu ordini un etto di prosciutto e lui ti fa sempre la stessa domanda “quale? da venti euro al chilo, trenta o quaranta euro?”, che te pensi….”cazzo, ma per un maiale intero devo ipotecare la casa?”. In quel momento capisci che ti sei sbagliato, l’infermiere che ti guarda al di la del bancone non è simpatico per niente. Ovviamente, opti per quello da trenta, la classica via di mezzo, non fai la figura del barbone e non ostenti ricchezza, anche perchè le ultime monete che ti restano sono quelle dell’applicazione di “Slot Mania”. Mentre il chirurgo affetta il tuo prosciutto, arriva quello senza numerino…”ah…mi dia un bell’etto di prosciutto magro, quello dell’ultima volta…”. Ti volti e lo incenerisci con lo sguardo…”senti ciccio, è più di mezz’ora che sono qui a parlare con i cacciatorini e mi vuoi passare avanti?…e soprattutto, saranno venti giorni che non vieni a comprare gli affettati e ti illudi che il Dottor House qua,si ricordi cosa hai mangiato l’ultima volta?”. Lui ti guarda esterefatto “ah ma c’era il numero?” Alzi lo sguardo e gli indichi un display grande quanto quello di Time Square a capodanno, Nel frattempo Grey’s Anatomy ha finito di affettare. Casualmente si è distratto e ha fatto un etto e mezzo…”che faccio? lascio?”. Eh no, caro il mio medico in famiglia, non lasci, togli quelle cazzo di fette e aspetti che passi il nonno della cassiera, che se ti dice bene, magari le mette nel minestrone.

P.s. Ovviamente la parte sugli anziani è un’esagerazione voluta. Quando mi chiedono la pasta la prendo sempre e li aiuto anche riportare il carrello a posto…ovviamente tenendomi l’euro. 🙂

Il mio trono per…una tacca

segnale

Ok, sono tornato dalle vacanze, (poi vi racconterò in un apposito post tutti i dettagli), non sono andato in un eremo sperduto o in una grotta senza fine, bensì in una ridente località turistica, dotata di tutti i comfort, tranne uno, un piccolissimo, quasi insignificante dettaglio. Non c’era la connessione internet. E non parlo solo di collegamento wi-fi, ma proprio assenza totale di una qualsiasi forma di “tacca”, “lineetta” o rigurgito di connessione, solo una scritta irritante, prepotente e fancazzista. “Nessun servizio”.

Ecco, ora è giunto il momento di fare un piccolissimo escursus del mio trascorso internettiano.

Era il lontano 1982 e mentre Dino Zoff in Spagna alzava la Coppa del Mondo io sul divano di velluto di casa alzavo al cielo il mio Commodore 64. Da li è stata una excalation di computer da salotto, camera, garage e doppi servizi (termo autonomo).

L’avvento di internet ha fatto il resto. L’apoteosi assoluta. Con internet ci fai tutto, E’ una sorta di oracolo onniscente digitale, offre tutto quello che c’è da sapere e anche una valanga di cose inutili che forse sarebbe stato meglio ignorare.

Sento il bisogno impellente di fare una doverosa distinzione fra: AVERE internet e ESSERE su internet. Ad una prima rapida e superficiale occhiata potrebbero sembrare vagamente la stessa cosa. Ma non è così.

Avere internet significa avere una connessione,, visitare siti interessanti, culturali, culinari o culi…e basta, ti scarichi un paio di video, leggi qualche articolo e magari impari pure un nuovo congiuntivo.

Essere su internet invece implica avere una vera e propria vita parallela in cui puoi condividere contenuti, commentarli, mettere qualche “like” a casaccio, socializzare con altri utenti, esprimere giudizi ed elargire pillole di saggezza…e magari in alcuni casi, ricordarsi di cancellare la cronologia.

Sarei pronto a giurare che la maggior parte dei miei piccoli lettori si identifica nella seconda categoria (cronologia a parte).

Si sta parlando semplicemente di vita parallela, niente di più. All’interno del selvaggio web ci sono persone che impostano questa “second life” in modo nettamente diverso da quella reale e altri che la mantengono perfettamente uguale. Per quanto mi riguarda, il mio alter-ego virtuale ha cambiato innumerevoli personalità digitali, ma non è completamente colpa mia, sono (tecnicamente) un insicuro cronico, ho passato la fine della mia adolescenza con gli assurdi rumori del modem a 64k nelle orecchie. E questo non mi ha certo aiutato.

Insomma, una volta che possiedi questa vita parallela non puoi fare a meno di controllare quello che si dice su di te, se qualcuno ha considerato, anche solo di sfuggita, il tuo ultimo post/commento (si, perchè noi insicuri abbiamo sempre bisogno di conferme, perciò…non vi risparmiate mai) o sugli ultimi sviluppi dei cuori infranti (leggi cornificati). Una volta che entri a far parte di questo Mc Donald’s vituale, non potrai più fare a meno di guardarti intorno e magari dire la tua ti sembrerà la cosa più naturale del mondo.

Ed ecco che ti ritrovi in un villaggio vacanze, a fare acrobazie per trovare uno straccio di segnale e giuro, sei disposto a tutto pur di trovarlo, così passi un paio d’ore, generalmente dalle 21:30 alle 23:30 a camminare come un rabdomante lungo il bordo della piscina completamente al buio, perchè la leggenda narra che lungo quello specchio d’acqua artificiale esista una remota possibilià di connetterti con il mondo esterno e riappropriarti del tuo alter-ego virtuale. Sei disposto a farti spolpare vivo dalle zanzare e a sopportare un tasso di umidità che si potrebbe sbucciare come una mela. Risultato: ti ritrovi dopo poco quasi dissanguato e pieno di “zanzaresche” bolle e con la sensazione che ti abbiano piantato un paletto nel collo che sbuca direttamente dal….ok sorvoliamo, sennò poi mi accusano di essere volgare.

Ma passano un paio di giorni e, senza accorgertene, ti stai disintossicando, oggi non hai controllato la posta e…caz…volo, ieri non hai neanche aperto facebook, oddio ti daranno per disperso, magari prima di andare a dormire ti fai la tua solita passeggiatina e scrivi una cazzata (oh, dai..una fatemela dire) qualunque per non essere definitivamente dimenticato. E invece, la passeggiata la fai, ma cazzeggi con un animatore che neanche conosci e che ti offre una Marlboro light, e sarebbe veramente un peccato non accettarla, anche perchè le Marlboro tra un pò, non potrai più neanche permettertele.

Alla fine, sono passati pochi giorni, ma ti fa un certo effetto tornare a casa e trovare la tua fedele connessione che ti aspetta scodinzolante. Puoi riprendere ad andare virtualmente per lande sconfinate, ma non ne hai voglia, esci in terrazza e tiri fuori il pacchetto bianco e dorato che hai fregato all’animatore. E ne accendi una.

Realizzi che forse eri arrivato al punto di curare più la tua presenza “on the web” piuttosto che quella fisica.

E in questo c’è sicuramente qualcosa che non quadra.

Comunicazione di servizio…inutile

Fermi fermi…ho trovato due tacche di connessione…sono in piedi sulla tazza del cesso con la mano sinistra in alto che funge da antenna. Se mi vede qualcuno mi ricoverano alla neuro… Mi toccherà scriverci un post… ‪#‎vacanzealternativeabbestia

È solo per dire che non mi manifesto da un pò di tempo in questi luoghi, ma sono (immeritatamente) in vacanza, senza un briciolo di connessione quindi (forzatamente) isolato. Che a pensarci bene non è neanche così male. Ma non illudetevi fra qualche giorno torno…e ora via con i “chissenefrega”

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