Cassandra sotto assedio.

Un vestito a pieghe, rigorosamente giallo, non potrebbe essere altrimenti, che in quella piazza lì, lei dice, c’è bisogno di farsi notare. Un bisogno lento, incessante come una speranza. Le infradito impolverate e alla caviglia destra un braccialetto pieno d’argento e corse a perdifiato.

Cassandra, occhi verdi di oceani e giorni di terrore, un vento di capelli rossi da inseguire, che da quelle parti nessuno si è mai sognato di nascere con capelli così. Ma per lei era normale, li portava in giro come un dono, tra vicoli e macerie, li portava in giro come a profumare l’aria di salmastro e rosmarino.

Cassandra che indovina il destino della gente, senza rendersene conto, come se fosse normale, come a far credere che non si tratti neanche di un miracolo. Lei ti prende le mani, due dita sotto il polso, a cercare il battito più nitido, come a mischiare il tuo sangue con il suo. Ti prende le mani e ti racconta un po’ della tua vita, di quello che farai. Ti anticipa i sussulti dell’amore, le vertigini che incontrerai e ti svela, nei minimi dettagli, il bacio della morte.

Cassandra ha dodici anni e vive a Raqqa, così, senza mezzi termini, senza averlo scelto, ma potendo farlo è lì che avrebbe voluto stare. In quel posto che nessuno conosce, che fa comodo non vedere, che anche il Padreterno se si trovasse a passare di là volgerebbe lo sguardo altrove.

Cassandra ha visto di tutto, ma c’è ancora spazio negli occhi che ha. Canta, Cassandra, con una chitarra fra le braccia che Dio solo sa dove l’abbia trovata, mentre fuori scoppia la notte lei raduna una decina di persone, le distoglie dal loro destino, le porta in un posto sicuro, uno di quelli a cielo aperto, qualche metro di universo apparso in sogno, chissà come. Un manipolo di occhi spaventati seduti in cerchio e lei in mezzo, con la certezza assoluta che quella non sarà la fine di tutto, almeno non in quel momento, almeno non in quella notte. Si siede al centro. Accenna un accordo in la minore, che Dio solo sa dove l’abbia imparato. E canta. Che non si è mai visto nessuno morire mentre Cassandra cantava.

E il mondo fuori diventa rarefatto, come l’aria nelle cattedrali, come se la musica deviasse le traiettorie, delle bombe. Lei inizia a cantare e la paura si trasforma in qualcosa che assomiglia molto all’idea di libertà.

Ne ha salvate a centinaia di mani e speranze, Cassandra che legge in anticipo gli intrecci della sorte

Chi passa di là ci trova Cassandra con il sorriso migliore che ha, chi passa di là vede una bambina con il vestito più bello che può. Chi passa da Raqqa fugge da qualcosa che non si può spiegare, ma per qualche motivo rallenta il passo, roba di un minuto e si ferma ad ascoltare qualcosa in sottofondo, come una melodia alla fine di un boato. Volge un attimo lo sguardo, questione di secondi, giusto il tempo per vedere un vento di capelli rossi, un’immagine dissonante al centro di una desolazione. Alcuni proseguono la fuga altri si sentono prendere le mani, due dita sotto il polso, come chi vuole mischiare il suo sangue con il tuo.

Certe sere, fra quel che resta di Raqqa si sente Cassandra che regala speranze ad un cielo sotto assedio.

Dedicato a chi è in fuga, a chi non ha scelta, a chi non sa più come fare e nonostante tutto trova un pretesto per continuare a sperare. Grazie.

 

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Piero alla fine del cielo.

E poi ci sono quelli come Piero, quelli che sognano ancora.

Quelli che vivono fra cielo e mare, cercando di capire se tutto quello spazio possa avere una fine. Se tutto quel cielo possa avere una fine. Perché il mare, è sicuro, che una fine non ce l’ha.

Piero parla di cose che ha visto, di persone che ha conosciuto, poco importa se siano esistite davvero o siano frutto della sua fantasia, la cosa importante, quella che conta veramente è che Piero, mentre parla, sogna. E cerca la fine del cielo.

E allora, come fai a disilluderli, quelli come lui, come fai a mandare in frantumi tutte le loro speranze, sarebbe un reato, qualcuno direbbe perfino, un peccato mortale.
E allora li lasci parlare. Quelli come Piero non puoi fare a meno di starli a sentire. E alla fine glielo dici che hanno ragione loro, anche se non sei convinto del tutto, glielo dici lo stesso.

Quelli che sognano ancora non si trovano, in tutto questo mondo, non si trovano. E’ tutto “troppo”. Troppo grande, troppo dispersivo, troppo uguale a sé stesso. Troppo diverso, indubbiamente, troppo diverso dal loro mondo interiore. Hanno bisogno di confini definiti, quelli come Piero, perché vivono con il bisogno disperato di riuscire a superarli, di andare oltre. Hanno bisogno di muri da scavalcare, sono alla ricerca ossessiva della fine delle cose, per voglia, ossessiva, di smentirne il perimetro. Cercano un limite, orribile e attraente, terrificante e sublime, loro cercano l’orlo del burrone, per oltrepassarlo in volo. Loro sono un passo oltre l’orizzonte. E cercano la fine del cielo.

Piero, a guardarlo, neanche lo diresti che sta cercando qualcosa, dice parole senza leggere, muove le mani come fossero nuvole che attraversano i pensieri, sorride, di un sorriso sincero e discreto. E quando cammina lo fa senza fretta, come se stesse contando ogni passo, come se stesse misurando la distanza da un traguardo nebbioso. Come se il metro successivo lo portasse alla fine del cielo.

E te ne rendi conto pian piano, che di quelli come Piero ce ne sono abbastanza. E’ un pensiero che ti rassicura, perché realizzi che sono loro a sostenere questo granello di universo, sono loro che danno ossigeno al mondo. Che se c’e ancora vita su questo pianeta è solo merito loro. Che se li guardi passare non lo diresti neanche, non vanno in giro a fare gli eroi. Ma se il mondo ancora respira è solo perché ci sono loro, quelli come Piero, che continuano a soffiare ossigeno nell’aria.
Perché Piero ti guarda negli occhi ed è capace di dirti “Io una volta le ho viste davvero le stelle a mezzogiorno”. E te lo dice in un giorno qualunque, uno di quei giorni che non promettono niente di buono, che non promettono nuove sorprese. Uno di quei giorni che sei obbligato a vivere perché è così che si fa, ma se anche potessi saltarlo, di netto, la tua vita non cambierebbe di una virgola.
E invece, lui si siede di fronte, quasi ti sfiora le mani, quasi ti sfiora i sogni, ti guarda negli occhi. E te lo dice “Le ho viste davvero le stelle a mezzogiorno”. Come se lo sapesse che quello era uno dei tuoi giorni inutili, come se lo sapesse che avevi bisogno di sentirtelo dire. Come se lo sapesse che volevi sognare davvero. Perché quel giorno avevi un bisogno smisurato di andare oltre la fine del cielo.

Quelli come Piero si rifugiano lì, fra cielo e mare, in quel punto preciso. Dove tutto si confonde, dove le tonalità di azzurro si toccano davvero. E allora non c’è più cielo e non c’è più mare. Respirano un vento che aria non è, si bagnano le mani in un’onda che acqua non è. Si rifugiano lì e per un tempo che sa d’infinito smettono di cercare. Per tutto quel tempo che li protegge come un ventre di madre, smettono di cercare. E finalmente, con le illusioni stremate e lo stupore nel cuore la trovano davvero. La loro fine del cielo.

Piero era così e da quando se ne è andato l’aria è un po’ più pesante, il respiro un po’ più affannato. Perché quelli come lui te lo dicono che hanno visto le stelle a mezzogiorno e tu non puoi far altro che amarle le persone così. Quelle che cercano la fine del cielo.

“Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo il medesimo orizzonte.” (Konrad Adenauer)

Questo racconto l’ho scritto per la rivista WRITERS. Ringrazio infinitamente la direttrice Elena Brilli per avermi coinvolto in questo progetto. Il nuovo numero è online.