Gli “Altrove”.

Partiamo tutti da qui, da questo posto che attira sciagure, una dopo l’altra. Lasciamo questo luogo che nessuno vuol vedere, come se fosse il culo del mondo.

La strada si scioglieva morbida, un serpente liquido sotto un cielo che prometteva vento di Mistral e polvere da sparo. Continua a leggere

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Cassandra sotto assedio.

Un vestito a pieghe, rigorosamente giallo, non potrebbe essere altrimenti, che in quella piazza lì, lei dice, c’è bisogno di farsi notare. Un bisogno lento, incessante come una speranza. Le infradito impolverate e alla caviglia destra un braccialetto pieno d’argento e corse a perdifiato.

Cassandra, occhi verdi di oceani e giorni di terrore, un vento di capelli rossi da inseguire, che da quelle parti nessuno si è mai sognato di nascere con capelli così. Ma per lei era normale, li portava in giro come un dono, tra vicoli e macerie, li portava in giro come a profumare l’aria di salmastro e rosmarino.

Cassandra che indovina il destino della gente, senza rendersene conto, come se fosse normale, come a far credere che non si tratti neanche di un miracolo. Lei ti prende le mani, due dita sotto il polso, a cercare il battito più nitido, come a mischiare il tuo sangue con il suo. Ti prende le mani e ti racconta un po’ della tua vita, di quello che farai. Ti anticipa i sussulti dell’amore, le vertigini che incontrerai e ti svela, nei minimi dettagli, il bacio della morte.

Cassandra ha dodici anni e vive a Raqqa, così, senza mezzi termini, senza averlo scelto, ma potendo farlo è lì che avrebbe voluto stare. In quel posto che nessuno conosce, che fa comodo non vedere, che anche il Padreterno se si trovasse a passare di là volgerebbe lo sguardo altrove.

Cassandra ha visto di tutto, ma c’è ancora spazio negli occhi che ha. Canta, Cassandra, con una chitarra fra le braccia che Dio solo sa dove l’abbia trovata, mentre fuori scoppia la notte lei raduna una decina di persone, le distoglie dal loro destino, le porta in un posto sicuro, uno di quelli a cielo aperto, qualche metro di universo apparso in sogno, chissà come. Un manipolo di occhi spaventati seduti in cerchio e lei in mezzo, con la certezza assoluta che quella non sarà la fine di tutto, almeno non in quel momento, almeno non in quella notte. Si siede al centro. Accenna un accordo in la minore, che Dio solo sa dove l’abbia imparato. E canta. Che non si è mai visto nessuno morire mentre Cassandra cantava.

E il mondo fuori diventa rarefatto, come l’aria nelle cattedrali, come se la musica deviasse le traiettorie, delle bombe. Lei inizia a cantare e la paura si trasforma in qualcosa che assomiglia molto all’idea di libertà.

Ne ha salvate a centinaia di mani e speranze, Cassandra che legge in anticipo gli intrecci della sorte

Chi passa di là ci trova Cassandra con il sorriso migliore che ha, chi passa di là vede una bambina con il vestito più bello che può. Chi passa da Raqqa fugge da qualcosa che non si può spiegare, ma per qualche motivo rallenta il passo, roba di un minuto e si ferma ad ascoltare qualcosa in sottofondo, come una melodia alla fine di un boato. Volge un attimo lo sguardo, questione di secondi, giusto il tempo per vedere un vento di capelli rossi, un’immagine dissonante al centro di una desolazione. Alcuni proseguono la fuga altri si sentono prendere le mani, due dita sotto il polso, come chi vuole mischiare il suo sangue con il tuo.

Certe sere, fra quel che resta di Raqqa si sente Cassandra che regala speranze ad un cielo sotto assedio.

Dedicato a chi è in fuga, a chi non ha scelta, a chi non sa più come fare e nonostante tutto trova un pretesto per continuare a sperare. Grazie.

 

La rabbia addosso

Mi sveglio, nel cuore della notte, apro gli occhi e lei è lì, in piedi a fianco del letto che mi guarda.

–          Cristo santo! Mi hai fatto prendere un colpo. Che succede?

–          Hai scritto oggi?

–          Sì, qualcosa, ma faccio fatica, le parole mi sfuggono. Ho bisogno di un’ispirazione.

–          Scrivi di me.

–          Non posso Arianna, mi prenderebbero per pazzo. Prenderebbero per pazzi entrambi.

–          Io parlo e tu scrivi di me.

 

Arianna te la trovi accanto, non sai neanche come abbia fatto ad arrivare fin lì, senza farsi sentire, senza un rumore. Arianna arriva leggera, come quelli che non hanno colpe da espiare.

Non dice mai una parola, ti guarda, con i suoi occhi svelti, ma non apre bocca. Lei si parla dentro. Come se avesse bisogno di tenere al riparo le sue emozioni. Arianna ha trentadue anni da quasi quindici anni e tra mille anni ne avrà ancora trentadue.

Ci sono persone che hanno bisogno della loro camera del silenzio, Sono quelli con il buio in fondo agli occhi un po’ più nero del normale e il mare dentro all’anima più profondo.

Quelli che si perdono dietro un’illusione, quelli come Arianna hanno le parole nelle tempie che fanno un frastuono insopportabile e l’esistenza piena di lividi da smaltire, ci passano vicino lungo i marciapiedi, magari ci sfiorano, ma non ci facciamo caso, è il loro modo di chiedere attenzione, ma non sanno neanche loro dove son finiti coi pensieri.

Arianna tiene gli occhi bassi, come a voler nascondere una vergogna e le mani strette a pugno, come fanno quelli che vivono con la rabbia addosso. Ha una sorta di terrore sulla pelle, che è più di una paura. E’ l’attesa di una tempesta.

–          Scrivi di me e fai capire che non sono sbagliata. Quelle come me non sono sbagliate.

Quelle come lei sono solo spaventate, perché l’uomo che le ha prese a schiaffi ha ridotto a brandelli le loro sicurezze. E noi non sappiamo un cazzo di ciò che hanno provato, che a stare da questa parte è facile dire “perché non hai reagito?”, ma per quelle come lei la fuga non è contemplata, lei non smetterebbe mai di aggrapparsi alla speranza di una redenzione. Perché di forza ce n’è infinita nel cuore grande di Arianna.

Davvero non lo sappiamo ciò che passa nei pensieri di questa donna forte quando lui rientra con la bottiglia in mano e il diavolo nelle vene. E la guarda e lei lo sa che non servirà misurare i gesti e le parole. Che poi non è neanche il dolore nelle ossa quello che fa male, ma gli sguardi della gente il giorno successivo. Perché è una fitta enorme sentirsi fuori posto e non poterlo dire. Arianna non ha quasi niente da farsi perdonare, ma nonostante questo farebbe di tutto per non farsi notare.

–          Scrivi di me, ti prego e fai capire l’importanza dei miei silenzi

Arianna ha bisogno di rifugiarsi nella sua stanza, quella in cui non c’è nessun rumore, con le pareti di cotone, per quelle come lei anche il suono dell’aria che si muove potrebbe essere letale. Lei vive così, nei suoi corridoi senza frastuoni, lei vive lì, fra le mura di quelli che non sanno dove andare, che anche se si perdono ormai non ci fanno più caso. E vanno a senso. Che in quel luogo non c’è nessuno che vuol sapere, non serve dare spiegazioni, Quello è il posto di quelli a cui scappa l’anima.

Arianna mi guarda dormire, ha un vestito chiaro e i capelli sul volto a coprire gli ematomi, ha trentadue anni, da almeno quindici anni e fra mille anni ne avrà ancora trentadue. La sua forza non l’ha salvata, ma è riuscita a non farsi scappare l’anima. Non è sbagliata Arianna, non sono sbagliate le donne come lei che resistono agli schiaffi e a tutti gli altri tipi di dolore. Neanche una lo è. Viene solo voglia di salvarle tutte, ma non ce la faremo mai e allora non ci rimane che andare in giro con le mani chiuse a pugno e la rabbia addosso per non esserci riusciti.

–          Che dici? Può andare? E’ troppo patetico? Ho provato a scrivere di te, ma credimi, non è per niente facile. E comunque mi prenderanno per pazzo.

–          Pazienza, non sarà grave.

–          Avrei potuto fare di meglio, lo so, ma davvero non escono le parole. E poi non dimentichiamoci che sto parlando con qualcuno che non c’è. (decisamente mi prenderanno per pazzo)

–          Stai parlando con qualcuno che non puoi toccare, ma che è sempre stata qui.

–          Perché proprio io?

–          Perché hai risposto alla mia richiesta

–          Quale richiesta?

–          Di un atto d’amore

–          E io che pensavo che fosse la Telecom

–          Comunque non abbiamo finito.

–          Lo so, ma adesso lasciami dormire. Che qui domani c’è gente che lavora. Arianna…comunque…grazie. (Decisamente, mi prenderanno per pazzo. Decisamente)

 

 

L’uragano e l’aquilone.

Mi chiamo Robert, faccio vittime ma non sono un assassino. Me lo ripeto ogni volta, ogni maledetta volta che strappo via una vita. Chiudo gli occhi e me lo imprimo nella mente. Io non sono un assassino.

Il mio nome non compare nei libri di storia, perché non ho storia. Dicono che ogni uomo ha un destino intero da raccontare, che se lo porta dietro, cucito addosso come un abito da cerimonia. Perfetto e insopportabile. Ma quelli come me non vorrebbero aver vissuto, quelli come me sono solo impostori sfuggiti al controllo della sorte. Quelli come me sono lupi in caccia, che sbranano le esistenze senza provare rimorso.

Sono solo un anonimo irlandese costretto a vivere a New York, tutto qua, niente di preoccupante, un uomo come tanti, di quelli che se li incontri al parco li saluti con un sorriso. Uno di quelli che ti passano vicino e neanche te lo immagini la voglia che hanno di essere normali. Neanche te lo immagini la cenere che hanno in fondo al cuore. Anime di falco costretti a nuotare in mare aperto.

Neanche te lo immagini che se ti siedi di fronte a me non farai mai più ritorno.

Io sono quello che gioca con le leve, con metodica freddezza, l’unica forma di riscatto di un’esistenza vissuta senza vivere davvero. Tre secondi la prima leva. Un minuto per riprendersi la rabbia dal respiro. Tre secondi la seconda leva. Giusto il tempo di urlare contro questo soffitto assurdo di sogni e di cemento tutto lo schifo avuto in dono. Un altro minuto per pescare a piene mani nel fiume in piena della collera più estrema. Ultimi secondi alla massima potenza prima di togliere corrente. Ultimi interminabili istanti passati giocando a fare il padreterno.

Ne ho uccise talmente tante di persone che quasi faccio fatica a crederci. Infedeli e sovversivi, cospiratori e ladri dell’umana virtù. Ho reso migliore la vostra vita, voi, animi gentili, indifesi, dame e cavalieri senza peccati da espiare. Ho alleggerito i vostri incubi, ho profumato i vostri sogni, rendendo insopportabili i miei.

Di tutti quei visi che ho visto spegnersi senza scampo ricordo solo l’ultimo sguardo implorante di una pietà che non sarebbe mai arrivata. Non conosco i nomi di quelli a cui ho fatto l’anima a brandelli, non li ho mai voluti sapere, solo le mani, solo quelle mi sono rimaste impresse a fuoco nella memoria. Le mani di qualcuno che sa di dover morire. Alcune strette a pugno, come a tenersi stretto l’ultimo istante in questo mondo. Altre aperte come a sentire per l’ultima volta l’aria sulla pelle. Come a farsi scivolare la vita fra le dita. Come a dire non finisce qui, non so come, non so cosa accadrà. Ma non finisce qui.

Questa sera rumorosa di una notte che tarda ad arrivare ci sono due uomini che attendono di porre fine al loro destino. Non mi aspetto niente di diverso, sarà tutto come sempre, come deve essere, li porterò al di là dei loro stessi pensieri. Sono solo due anarchici italiani che si proclamano innocenti, niente di nuovo, quando entrano in quella stanza e si siedono sul trono sono tutti angeli immacolati. No, decisamente, niente di nuovo. Solo l’aria più leggera. Niente di più

Entrano senza fare il minimo rumore, niente di nuovo, solo non si vedono le mani. E l’aria è più leggera. Ancora. E quando è così è una stramaledizione, perché finisci per sentirla davvero la loro anima che urla, finisci per vederli davvero quegli occhi sicuri che non implorano perdono, ma solo verità. Finisci per percepirla davvero la storia che si portano addosso. Come un abito da cerimonia. Perfetto e insopportabile.

Quando è così il mio spirito si ribella, davanti a questi due uomini le mie braccia si fanno pesanti e non ne vogliono sapere di allungarsi verso quelle maledette leve. Questi due uomini qua non mi lasceranno in pace, già lo so. Loro sono lo schiaffo e la speranza, l’uragano e l’aquilone. Loro sono l’ingiustizia e la sua leggenda. Loro sono Nicola e Bart.

E’ passata da un pezzo mezzanotte, sono qui seduto al tavolo di questo schifo di taverna a finire il ventesimo bicchiere di Jack Daniel’s. Questa notte ho ucciso ancora, questa notte ho ucciso davvero.

Solo una certezza riesce ancora a farmi respirare, un’unica, assoluta certezza. Non finisce qui, non so come, non so cosa accadrà. Ma non finisce qui.

Mi chiamo Robert Greene Elliot e stanotte ho giustiziato Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sulla sedia elettrica. Stanotte sono un assassino. Stanotte. E per tutte le altre notti.

« Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già. »
(dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachussetts)

Dedicato alle idee che sopravvivono e alle persone che si sono sacrificate per esse.

Nicola and Bart.

Rossana alla ricerca del bassista.

Che cos’è quest’aria lenta di polvere e tramonti, pesante, come le mie insicurezze, tremenda e rassicurante. E’ l’aria di quando tremi e non sai perché e quasi ti rassegni in attesa di una sventura. E non sai quale.

Che cos’è questa penombra di intonaco e salmastro, in cui gli occhi cercano l’uscita, come fosse l’unica via di scampo, l’unico sentiero conosciuto per tornare a quel mondo in cui il pronostico di un sorriso sembra quasi impossibile. Il mondo in cui quelli come me respirano in affanno. I passi si fanno pesanti e sempre, ogni maledetta volta, sempre, si fermano. Quelli come me li noti a fatica. Noi siamo quelli che dimentichi con facilità. Noi siamo i rimasti.

Che cos’è questa umidità che bagna le labbra, come se l’anima trasudasse impazienza, Quelli come me faticano persino a trovarla un’anima, come fosse un’immagine sbiadita che ogni giorno perde una sfumatura in più. Quelli come me si lasciano vivere, non danno mai il primo colpo di batteria, quelli come me suonano il basso, che in questo oceano di suoni neanche si sente. Devi sforzarti per percepirne le note, devi farlo, devi volerlo davvero. Devi venirteli a prendere certi accordi. Quelli come me devi venirli a cercare. Fermarti, voltarti un attimo indietro, verso il punto di partenza. E venirli a cercare.

Che cos’è questa mano fra i capelli, come un pavimento ruvido che ti attiva i sensi. Quasi un ostacolo al normale svolgimento delle mie inquietudini. Quel contatto inatteso che mi costringe a prendere coscienza della nuova sfida da affrontare. Quelli come me non ne vogliono sapere di scendere in battaglia. Hanno l’armatura, la spada e tutto il resto, ma non ci pensano neanche a buttarsi nella mischia. Il mio nome è Cyrano ma non sfidatemi a duello. Quelli come me alzano le mani e attendono il colpo in mezzo al petto.

Cosa sono queste dita che mi percorrono il profilo, questo respiro che si avvicina. Fermati ti prego, cos’è questa bocca che mi scende ai lati della faccia, come lava nelle vene. Fermati ti supplico, che così mi mandi in mille pezzi. Lasciami nella mia galera, che se mi baci davvero poi mi costringi a vivere. Quelli come me non sono ancora pronti, lasciami il tempo per convincermi a fare un passo. In fondo non me ne serve neanche molto, giusto la durata di una vita,
Fermati, per l’amor del cielo, togli quella lingua che mi trapassa il respiro, che se scendi ancora un po’, giusto  un paio di secondi eterni, arrivi al cuore. E lì non avrò più scampo.
Fermati che ho impiegato un’esistenza intera per rubare le emozioni che mi regalavano gli occhi dei passanti, le ho rubate tutte. Per un’esistenza intera. Le ho rubate per foderarci il mio cuore di cenere.
Fermati Rossana, che quelli come me non vogliono essere trovati, Lasciami in pace, vattene adesso, che qui ho tutto ciò che mi serve. Ho il mio basso appoggiato a queste pareti di carta vetrata, ho le mie immagini sbiadite, ormai senza altre sfumature, che se le guardo mi perdo ancora un po’ di più. Ho l’armatura e la mia spada con cui mi tormento i polsi, senza avere mai il coraggio di affondare il colpo.
Vattene finché sei in tempo, interrompi questa danza assurda di bocche che si respirano dentro, interrompi questo bacio di sabbia, che già inizio a sentire l’ossigeno nei polmoni. Che poi va finire che apro gli occhi, va a finire che li apro davvero. E se ti vedo, va a finire che muoio. Davvero.

Scappa, vattene lontano, inizio già a sentire il veleno scomparire, la schiena quasi dritta contro il cielo e questa camera di pietra lascia traspirare luce. Vai via, ti prego salvati, almeno tu.

Che cos’è quest’aria lenta di polvere e tramonti, pesante, come le mie insicurezze, tremenda e rassicurante. E’ l’aria di quando tremi e non sai perché e quasi ti rassegni in attesa di una sventura. E non sai quale.
Ma i percorsi possono cambiare e certe attese non concludersi in sventure, perché quelli come noi hanno ancora una speranza, perché se togli il bassista dalla band c’è ancora qualcuno che lo nota. Perché da qualche parte c’è ancora Rossana che non smette di cercarci. Noi che siamo solo dei Cyrano a braccia aperte in attesa del colpo in mezzo al petto. Noi che siamo sparsi a caso per il mondo. Gli immobili. I rimasti.

In giro, sparse in aria le note di Attenta – Negramaro.

Dedicato al cuore grande di ogni Rossana. Compresa la mia.

Alice Settegatti.

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Alice non sorride, Alice che ha paura, lei vorrebbe solo giorni a perdifiato, Alice ha sette gatti e una vita che non vuole, parla senza sosta per non farsi capire.

Alice ha un’armatura di acciaio e filo spinato, lei vive in un castello con un drago per amico, Alice sta al sicuro dentro alla fortezza, ha chiuso fuori il mondo per curarsi le ferite, perché certe persone andrebbero evitate, lei vive di parole e mastica emozioni.
Alice con la sua spada attende un’altra guerra, prenderà il suo scudo e attraverserà il suo regno, lei giura amore eterno solo alla sua solitudine e vive di boati e pugni contro i muri.
Alice capelli neri e sguardo contro il cielo, lei con il fuoco asciugherà i suoi mari, lotterà nelle notti piene di paure, lei che ha messo il cuore dietro la trincea, niente potrà colpirla nell’anima perché ha imparato a schivare le frecce degli inganni.

Lei che ha dato in pasto amore e giorni rosa a chi ne ha fatto cenere lanciata contro il vento, adesso le sue mani scavano fossati, per non sentir più dire “non sei come credevo”, e scocca le sue frecce piene di parole, come palle di cannone contro chi passa il confine, ha alzato barricate e ha messo sentinelle e non ne vuol sapere di lasciarsi andare.
Alice col rossetto scrive sopra i muri “se ti avvici sparo, perciò non mi sfidare”, con il suo bazooka gira per le strade, la gente si allontana, meglio lasciarla stare, a chi le lancia frasi risponde con occhiate piene di mascara e ti scaglia addosso sorrisi di veleno.

Alice ha la pistola caricata a salve, la spada è di cartone e il drago è il Bianconiglio, la chiave del castello è sotto lo zerbino, lei vorrebbe solo che qualcuno la trovasse, ma ci vuol coraggio a dirle “spara pure, non ho paura del cannone, non voglio indietreggiare”, perché lei aspetta un folle che le dica “io ci sono e ti aspetto da una vita”. Lei sogna il suo guerriero vestito d’illusioni, che le tolga l’armatura e sciolga i suoi capelli, che la sfiori con le dita e la guardi riposare, che sappia interpretare i suoi silenzi di frastuoni, che rimanga quando lei esplode in metafore al veleno. Lei vuole un sogno preso contromano che scavalchi le sue mura, che la faccia piangere e volare, bellissimo e imperfetto, qualcuno che riesca a vedere oltre le sue parole, che la porti per mano dentro le sue paure.

Alice ha sette gatti e un drago sotto il letto, l’armatura nell’armadio e un bazooka giù in cantina, il suo rossetto in una mano e con l’altra tiene stretta quella di un guerriero senza spada.
Alice non ha fretta, il suo cielo è più sereno, ascolta le parole, ha un sogno da cullare, aspetta il giorno giusto per essere felice, intanto prova a fidarsi senza lasciarsi andare.

“Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.”
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Perché c’è sempre qualcuno che lancia Polvere nel vento.

Il fastidio e la speranza.

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Non amo molto le categorie, anzi non le amo per niente, ma a pensarci bene di una ne faccio parte. Quella dei rimasti.

Siamo strani, leggermente indecifrabili, altamente incompatibili con la realtà e per cercare di sopravvivere, quelli come noi, sono rimasti. Ad un certo punto ci siamo fermati, senza accorgercene siamo rimasti un passo indietro, magari è stata solo una frazione di secondo, magari è stata colpa di un sorriso avuto gratis, abbiamo iniziato a rallentare e alla fine siamo rimasti fermi. Mentre tutto il resto andava avanti senza di noi. Noi guardiamo in disparte quelli che cavalcano l’onda, con una frenesia che non ci appartiene.

Siamo quelli che vivono nei ricordi, li spolveriamo, li guardiamo rapiti, come se fossero le nostre opere d’arte, non li tocchiamo, ma li veneriamo come dèi pagani.
Sono quel tipo di ricordi che quando ci pensi senti di nuovo l’odore della pineta dopo un temporale, e sorridi, inspiri ancora e senti sui polpastrelli la pelle nuda della tua prima volta, ma non ti basta, dai, un altro respiro, ed ecco sul palato quella lingua che sapeva di Winston e caffè, dai, dai, ancora uno, l’ultimo, lo giuro, ancora uno e poi basta, respira, e arrivano le luci di una periferia che ti ha rubato trent’anni di vita, oltre al portafogli.

Lo so, adesso vorresti respirare ancora, ne hai bisogno come un tossico della sua dose, ma non è così che funziona, no, adesso è tempo di smettere di inalare aria e di aprire gli occhi. E non ti illudere, questa non è la parte più difficile, no, il difficile è rendersi conto che non c’è più nessuna pineta, nessun bacio, nessuna periferia. Ci sei solo tu, che ti sei fermato a ricordare, che sei rimasto indietro, che sei rimasto lì.
Come ti senti adesso? Ti senti imbrogliato, incazzato, fottuto, arrabbiato. Ed è adesso che devi decidere come fare la prossima mossa e non farti illusioni, non avrai possibilità di rimediare, sbaglia adesso e la partita è chiusa. Puoi trascinarti fino al giorno dopo sperando di avere un ricordo in più, così, succube, alla ricerca della tua dose di coca, o almeno di un po’ di metadone, lasciandoti vivere senza una cazzo di battaglia in cui farti valere. Oppure proiettarti verso il futuro, anche quando il pronostico di un sorriso sembra quasi impossibile.

Perchè è dura restare indietro, ma è ancora più dura muovere un passo. E noi che siamo rimasti lo sappiamo bene, conosciamo perfettamente quella sensazione di speranza e fastidio che ci assale quando qualcuno viene a prenderci a calci nel culo per farci muovere, si, speranza e fastidio, è sempre così, il fastidio di chi ci vuol far capire la differenza fra vivere e lasciarsi vivere. E la speranza che qualcuno noti la nostra assenza, che torni indietro e ci costringa a dimenticare qualcosa, che ogni tanto per muovere un passo è necessario dimenticare qualcosa. Anche se non ne abbiamo voglia.

Tutti quelli della mia categoria sono rimasti. Di solito è proprio un attimo preciso.
Il mio no, io mi sono fermato un giorno qualunque, di un anno qualunque, in un parco qualunque, alle 14:37, quando qualcuno mi disse “voglio solo che tu sia felice”.

È vero, c’è il fastidio, ma voi che siete avanti non ci fate caso, venite a prenderci, noi siamo lì, sempre lì, aggrappati alla sicurezza effimera dei nostri ricordi. Siamo ancora lì, sempre lì. Noi siamo quelli che sono rimasti.

“I ricordi veramente belli continuano a vivere e a splendere per sempre, pulsando dolorosamente insieme al tempo che passa.
Banana Yoshimoto

Per tutti quelli che ci aiutano a raggiungere il centro del labirinto.

…di speranze e di sogni.

padre

Nella mia vita ho fatto veramente poche cose giuste, ma una di queste l’ho cercata, fortemente voluta e infine, quando tutto sembrava perduto, ottenuta.

E’ una di quelle situazioni che quando ti accandono ti stravolgono la vita, ti fanno passare notti insonni e sono le notti più belle che avrai mai in tutta la tua vita, ti faranno sporcare le mani e non vedi l’ora che succeda per sentirti utile.

Sono quel tipo di cose che ti faranno tirar fuori le palle e gestire situazioni che neanche immaginavi di essere in grado di gestire, dovrai essere duro anche se la voglia di dare un bacio a stampo sarà incontrollabile, ti sentirai veramente utile e alcune volte indispensabile.

Ti assumerai responsabilità molto più grandi di te, troppo più grandi di te, che anche se hai un po’ di capelli bianchi cavolo mica te la senti la tua età e nessuno si è ricordato di darti le istruzioni e allora improvvisi e incroci le dita, perchè anche se hai un po’ di gente intorno, alla fine dovrai dire la tua, e non sarà una cosa da poco.

Ti ritroverai ad uscire in piena notte con i nervi a fior di pelle e l’angoscia che non ti fa respirare, con una rabbia dentro che si scioglierà al primo sguardo.

E cercherai di dare sempre il meglio di te o almeno, il meglio di ciò che hai imparato, ma non potrai comunque evitare dolori, saprai esattamente come andranno le cose e tu non potrai far niente per evitarlo e questo ti strapperà l’anima, ma lo accetterai.

Dovrai mascherare sofferenze insopportabili, dare una dimensione accettabile ai tuoi sentimenti, perchè certi gesti che fino a qualche anno prima erano naturali, ad un certo punto diventeranno quasi fastidiosi.

Dovrai imparare a vedere il mondo attraverso altri occhi e insieme a quegli occhi imparerai cose nuove e ne dimenticherai altre e sarai un po’ più grande, e loro con te.

Farai un sacco di errori e combinerai casini, a volte vorresti davvero mollare tutto e dire “grazie, ci ho provato, sarà per la prossima volta”, ma non puoi permettertelo, ma cristo, a volte vorresti davvero essere altrove, a volte.

Dirai cose che non pensi e accetterai compromessi, riceverai sorrisi e daresti qualunque cosa perchè quei sorrisi non finissero mai

Dovrai gridare e riceverai grida, dio quante grida, di rabbia, di gioia, di affetto, di amore assoluto, parole vomitate a fiumi, pesanti come macigni che sarai obbligato a dimenticare.

Dovrai insegnare cose che non sai, cambiare idea, rimangiarti la parola e farti odiare per questo, spiegare, crecare il perdono senza poterlo chiedere.

Arriverai a compredere che non sei stato affatto un grand’uomo e spererai con tutto il tuo dannato cuore che almeno tua figlia possa essere migliore di te, che riesca ad essere veramente felice, che abbia una vita piena, perchè se fosse così, se veramente fosse così, allora forse, una piccolissima cosa giusta nella vita l’avrai fatta davvero.