Cristina in attesa di Breva e Tivano.

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A momenti sarà qui, questo è il tempo peggiore, quello in cui aspetti. Che poi lo faccio di proposito, di arrivare in anticipo agli appuntamenti, solo per il gusto di torturarmi con la mia fantasia. Di pensare che andrà malissimo, anche se non me lo dirà. Aspetto. E intanto esco dal mio corpo e vado a sedermi di fronte a me, vedermi come mi vedrà lui. E mi metto a fare le facce strane. E rido. E mi mordo forte le labbra, fin quasi a sentire il sangue sulla lingua. E adesso lo so, andrà malissimo, anche se non me lo dirà.

Che poi cosa devo dire? La prima frase in assoluto, intendo, quale deve essere? Una cosa tipo “Ciao, sono io e vorrei soltanto evitare di sognare?”. Sì, potrebbe andare, un po’ spiazzante, ma potrebbe andare. Devo ricordare di sistemarmi i capelli ogni tanto, che in questo periodo prendono il volo, come i pensieri che ho. E respirare con calma. Ma so già che non lo farò.

Già mi vedo, respiro di fretta, lo guardo indecisa, prendo la mira. E poi sparo.

E scaglierò parole come sassi contro i vetri di una chiesa e gli dirò che ho scelto di essere folle e se mi compatisce mi incazzo. Gli dirò che il mio male l’ho cercato, amato e fortemente voluto. Perché non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale. E mi sistemerò i capelli. Devo segnarmela da qualche parte questa cosa del sistemare i capelli. E di respirare con calma. E di sorridere.

E gli guarderò la bocca, solo per non incrociare il suo sguardo, perché se mi guarda negli occhi rischia di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, tutti i pranzi non fatti, volutamente lasciati per la via, come se poi mi servissero a ritrovare la strada di casa. Che ad ogni chilo disciolto mi sentivo più forte. E non era mai abbastanza ciò che avevo. O forse, semplicemente, era troppo.

No, meglio evitare i suoi occhi, decisamente, che rischierebbe di vedermi ancora bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, o in quella stupida foto che tengo accanto al cuscino. Avevo dieci anni, il viso diverso, ma lo stesso, identico, assurdo, sguardo di adesso. Come di chi tiene l’affanno del mondo sotto il diaframma. Ho in braccio un pupazzo e mi mordo le labbra, che ancora sento il sapore del sangue sulla lingua. E i capelli prendono il volo.

Se per disgrazia dovesse incrociare il mio sguardo lo vedrebbe quel giorno, il momento esatto in cui ho deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso  e perfetto in cui ho scelto di non essere più trasparente, che per farlo avrei dovuto scomparire. Solo un po’. Ogni giorno.

E magari lo capisce il desiderio che avevo, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Magari lo capisce. E sarebbe un disastro.

E allora gli guardo la bocca. E glielo dico di aver scelto il mio male, che non sono una vittima dei miei giorni allo sbando, che se si azzarda a pensarlo mi incazzo, che era come un regalo vedermi bella e sicura, quasi onnipotente, fino a farmi inghiottire dalla mia ombra sul muro. E mentre glielo dico mi sistemo i capelli. E respiro con calma. E sorrido.

E non lo deve capire che sono rimasta in sospeso, quelle come me sono equilibriste incomprese, stanno a tre metri dal suolo, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i trentadue anni e i trentasette chili. E da quassù è tutto perfetto. Ma se mi osserva davvero, lo vede che sono caduta mille volte da quel filo, non riuscirei a nascondere la mia ossessione strisciante, che mi ha distorto i pensieri con un dolore dolcissimo che mi accarezza con la lingua di un cobra. Che mi cura e mi tradisce e non rinuncia a donarmi complimenti e veleno. Il mio male di vita, che mi nutre di illusioni e intanto mi mangia l’anima.

Dicono che ci sia sempre una soluzione alla fine di tutto e allora ho passato un numero indefinito di mesi in una clinica, illudendo tutti di essere guarita. Ma non era altro che una nuova galera senza sbarre e certi muri non li scavalcherai mai. Puoi solo fingere di stare bene, finendo per diventare una contrabbandiera di specchi e di fili sospesi. E di aquiloni.

Sono in ritardo, devo camminare più veloce, ho l’affanno, dovrei smettere di fumare. Mi manca l’aria. Speriamo che non sia già arrivata, che lei è sempre in anticipo. Sempre. Almeno di venti minuti, ma ti dice “Sono appena arrivata”. Sempre. Sono in ritardo. Cazzo.

Me la immagino già, seduta a quel tavolo, a passarsi una mano fra i capelli, che neanche ne avrebbe bisogno, che sono perfetti così. E si sforza di respirare con calma, ma non ci riesce. E poi sorride.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza assurda con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare. Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate. Devo ricordarmi di non compatirla, che altrimenti si incazza di brutto. Mi limiterò a guardarle la gonna e il rossetto, perché è nei dettagli che si nasconde la verità. Già me la vedo, che si sistema i capelli, la fa spesso questa cosa dei capelli, come se l’avesse appuntata da qualche parte. E si sforza di respirare con calma. E poi sorride.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.

Tiene una foto accanto al cuscino, lo so, lo fa da una vita. E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice. Mi guarderà solo la bocca, già lo so. Mentre si morde le labbra. E si sistema i capelli. E cerca di respirare con calma. E sorride.

Sono quasi arrivato, aumento i passi. Sono in ritardo. Cazzo.

Ormai ci siamo, tra pochi minuti lo vedrò sbucare da dietro l’angolo della piazza, affascinante come sempre, di una bellezza quasi irritante, con il passo veloce e il fiato grosso di chi è consapevole di essere in ritardo. Adesso posso smettere di guardarmi dalla sua prospettiva, devo rientrare nella mia dimensione.

– Ciao Cristina, lo so, sono in ritardo.

– Non preoccuparti papà, sono appena arrivata.

Mi sistemo i capelli, respiro con calma. Sorrido. Sono felice.

 

“La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. (Alda Merini).

(Da un angolo della piazza qualcuno sta suonando Nobody’s wife)

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Il paradiso alternativo.

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Se abbassate un attimo l’amplificatore, se guardate bene fra le pieghe delle strade, se sfiorate con le dita le insenature dell’indifferenza, forse riuscirete a vederle. Le persone silenziose.

Sono quelle che non si notano mai, quelle di cui dimentichi l’esistenza appena si allontanano, quasi superflue agli occhi di chi si sente al centro della scena. Sono le figure nascoste dietro il sipario, che ringraziano con gli occhi un dio che non si vede, quando il pubblico applaude soddisfatto.

Sono i tatuaggi sottopelle, la foto chiusa a chiave in un cassetto. Le persone silenziose sono aeroplani sopra il Tibet con la scatola nera dentro al diaframma. Sono quelle di cui non noti l’assenza, che se ne vanno senza lasciare vuoti, come se non ci fossero neanche mai state.

Sono quelli che non ti cambiano la vita, come i discorsi sui problemi di qualcun altro, Le persone silenziose non si espongono, non dicono la loro, non prendono una posizione, ma non perché sia più comodo, ma per il timore di disturbare. Loro sono i facili bersagli, quelli con la rabbia caricata a salve, sono le bandiere lanciate contro il carro armato. Sono bolle di sapone, nate nella galassia delle spine.

Le persone silenziose parlano con gli occhi, usano gli sguardi come un bisturi nell’anima di quelli che alzano il volume, Non parlano per proteggere i loro pensieri vulnerabili, quel mondo di vetro in mezzo a palle di cannone. Hanno un cuore di cristallo e non si contano le volte in cui è andato in frantumi e ogni volta è sempre più difficile ricomporlo, ogni volta impiegano più tempo. Ogni volta manca un pezzo.

Le persone silenziose hanno i sogni sepolti sotto tonnellate di paure, contano i giorni che li separano da un sussulto di attenzione, vorrebbero sentire il peso di un sorriso sconosciuto. Hanno una giostra di emozioni da donare. Vorrebbero squarciare quel silenzio di cattedrali e mettersi a gridare che loro esistono da sempre, anche se sono trasparenti.

Le persone silenziose scrivono lettere a nessuno e con la matita lasciano frasi d’amore su un muro di graffiti. Sono quelli che prendono il coraggio a due mani giusto il tempo di una sigaretta per poi lanciarlo via insieme al mozzicone. Sono quelli che cercano di dare un senso ai loro passi spaventati, come se cadessero nel vuoto e ad ogni metro ripetessero “fin qui va tutto bene”. Ma non ci si abitua mai a precipitare, non si può vivere una vita con il fiato corto, perché quella non è vita.

Le persone silenziose si aggirano furtive e con gli occhi succhiano i decibel a chi li sfiora senza voltarsi. Sono ladri di parole e la loro refurtiva la nascondono tra le pagine di un quaderno. Si sentono sempre in imbarazzo, come se fossero ad una festa senza invito, come una sposa lasciata sola sull’altare.

Noi siamo le persone silenziose e voi che ne sapete di quello che facciamo quando fuggiamo dal rumore. Cosa ne sapete dell’invidia che proviamo nel vedervi andare in giro senza nessuna esitazione. Non potete immaginare gli sforzi che facciamo per camminare insieme a voi senza venire calpestati, come fossimo formiche nella terra dei giganti.Voi neanche realizzate quanto sia fragile il nostro scudo, siamo vetri di finestra da prendere a sassate. Viviamo nell’attesa dell’impatto.

Le persone come noi hanno l’esistenza sintonizzata su una frequenza differente, non riusciamo a prendere parte allo spettacolo, come se avessimo il biglietto ma il divieto di salire sulla giostra. Ma le emozioni che proviamo sono identiche alle vostre, forse solo un tantino amplificate. Siamo proprio come voi, cantiamo a squarciagola quando siamo certi che nessuno possa sentire, parliamo masticando le parole per la fretta di far conoscere la nostra felicità. Anche noi lasciamo costellazioni di pensieri sul cuscino dopo aver sognato prati biondi e labbra di passioni,

Abbiamo nelle orecchie infinite melodie perfette che si mischiano fra loro, creando una sola enorme assurda sinfonia. Le persone come noi hanno lo spartito rovesciato, come fosse un codice segreto che nessuno riesce a decifrare. E’ la nostra maledizione, quella di vivere cercando di farsi capire, di non soccombere, di trovare una maledetta ragione per non andare alla deriva.Ci chiudiamo nei nostri silenzi per non esporci alle intemperie, è il nostro guscio in cui poter fare baldoria, il nostro paradiso alternativo.

Non ci giudicate male, siate clementi, vogliamo solo essere tra voi senza darvi fastidio. Non fate caso a noi, non guardateci neanche, potremmo andare in mille pezzi. Voi proseguite il vostro show, alzate a bomba l’amplificatore, perché finché starete al centro della scena noi potremmo stare al sicuro sotto al palco. Presenze marginali che non fanno mai rumore.

Questa è la nostra dimensione, abbiamo firmato per il ruolo di comparse. E non si è mai visto una comparsa rubare la scena agli attori principali.

Le persone silenziose non chiedono attenzioni, ma se vi capita, lasciate due spiccioli di sorriso nei nostri occhi da mendicante. A voi non costerà fatica, per noi sarà la più grande ricompensa. Ma adesso basta parlare delle nostre insulse vite. Adesso è tempo di tornare ad ascoltarvi.

“C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.” (Romano Battaglia).

Perché anche noi abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che si prenda cura nel nostro piccolo insignificante tesoro. Il nostro misero cuore d’oro. (Heart of Gold – Neil Young)

L’aquila e lo sciacallo.

Quelli come noi sono mine antiuomo, o antidonna. Vampiri di emozioni, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, assetati di adrenalina e vite altrui.

Da quelli come noi è meglio stare alla larga, siamo mangiatori di sogni altrui, entriamo da una ferita mai sanata, da una piccola screpolatura della vita e vi rubiamo le illusioni, spegnendole con sorrisi e veleno. Siamo capaci di promesse giurate in eterno per poi rinnegarle l’istante successivo. Siamo la luce abbagliante, la cascata d’acqua di flashdance, il volo del deltaplano sopra Eliat. Siamo le parole che aspettavate di sentire, il messaggio del mattino e quello della notte, la morfina della vostra infelicità. Quei sospiri che creano dipendenza più della migliore cocaina. Siamo il vostro incubo più scuro vestito da angelo salvatore, siamo il predatore più spietato con le ali di farfalla. Siamo l’aquila e lo sciacallo. Siamo il Joker nei panni del boyscout.

Vi svuotiamo dall’interno, succhiando via la linea dell’orizzonte, vi sequestriamo nella nostra ragnatela e vi restituiamo al mondo con gli occhi velati, in uno stato di esistenza apparente.

Quelli come noi dormono poco perché se chiudiamo gli occhi incontriamo i nostri demoni. Quelli come noi non lasciano mai del tutto i sogni dentro al letto, quelli come noi puntano tutto sulla prima impressione, sono i velocisti dei pensieri, danno tutto nei primi metri per poi godersi il vantaggio accumulato.

Quelli come noi sono indovini e cartomanti, conoscono le frasi più efficaci, sono imbonitori, venditori di inutili speranze. Sono solo fenomeni da baraccone che si credono santoni.

Quelli come noi non trovano mai pace, hanno le termiti nel cuore e lo spirito di lava. Quelli come noi hanno ventidue anni, da almeno vent’anni e ne avranno ancora per almeno altri venti.

Quelli come noi lo sanno di essere sbagliati, sono consapevoli di essere un pericolo, andrebbero rinchiusi e torturati finché non chiedono pietà, finché non chiedono perdono.

Quelli come noi nascondono il disagio sotto milioni di parole, nascondono la paura dell’insuccesso evitando la competizione, giocano solo quando hanno l’assoluta certezza di vincere.

Quelli come noi si sentono braccati, non riescono a dare direzioni precise al loro percorso, sbattono continuamente contro un vetro ma non cambiano traiettoria.

Quelli come noi si sentono sempre fuori posto, sempre come fossero in galera, sempre come se l’ossigeno non bastasse. Sono gli assassini a piede libero, con una condanna che resterà impunita, ma il rimorso sarà la loro pena da scontare.

Quelli come noi sono clandestini, come se non esistesse un posto in questo mondo dove mettersi seduti. Sono i fuggiaschi da una realtà che li spaventa.

Quelli come noi si sentono morire, ma continuano a rovinarsi l’esistenza, come i tossici sempre alla spasmodica ricerca di una nuova dose di veleno, sperando nel profondo, che sia quella letale.

Quelli come noi sono da soli, anche tra milioni di persone, sono da soli. Ma a differenza di altri, la loro solitudine se la sono scelta, la cercano di continuo, la bramano come se fosse il premio più ambito.

Quelli come noi non vogliono essere salvati, non provateci neanche, ve la faremmo pagare in eterno. Lasciateci in pace, mantenete le distanze, condannateci come fossimo eretici in un monastero.

Quelli come noi, vi trattano malissimo, vi urlano di andarvene, vi spingono lontano. Lo facciamo ogni volta, con una belva che ci fa a brandelli l’anima.

Lo facciamo ogni volta che vogliamo salvarvi la vita.

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro. (Elsa Morante – L’isola di Arturo)

Aurora è stata qui.

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I momenti migliori per partire son quelli in cui tutti sono avvolti da una sorta di fermento, impegnati in qualcosa, momenti in cui nessuno sembra avere il tempo di fermarsi e riflettere, fermarsi e osservare. Una febbrile e dolce malinconia, dove quasi piangi. E non sai perché, ti convinci che quello sia l’attimo perfetto per andare oltre. E non sai dove.

Ricordo che pioveva quel giorno, il giorno in cui Aurora ha deciso di partire, pioveva di una pioggia strana, forse perché quella non era la stagione dei temporali, forse era solo un insulso tentativo di trattenerla in questa insulsa città, perché in fondo si somigliavano, lei e questa città, aspra e sincera, che si veste elegante nei giorni solenni e poi corre a bere vino nelle balere del porto, che sorride, con gli occhi nocciola e una ruga d’intesa agli angoli della bocca, che compra collane sulle bancarelle del lungomare e fa un giro di valzer con un ragazzo di settant’anni, che guarda qualcuno partire e sorride sapendo di avergli nascosto un pezzetto di vita nelle tasche del cappotto. Perché puoi allontanarti da qui, ma non potrai mai andartene. Vive così questa città, vive così anche Aurora.

Alla fine di un cammino fatto insieme possiamo soffermarci su due cose: su quello che è stato o su quello che resta. Aurora, ovunque sia, da sempre, guarda a quello che è stato. E’ il suo modo di incatenare i luoghi e le persone, perché lasciarle andare per sempre è un pensiero che non riesce a concepire, è la sua scatola di vetro trasparante in cui nascondere le strette di mano e gli sguardi imbarazzati. Un bisogno pungente ed ostinato di non sentirsi mai completamente da sola, che a stare troppo da soli rischiamo di perderci e lei lo sa bene.
In quello che è stato ci sono gli sbuffi d’allegria, le parole scambiate con la gente del porto, ci sono labbra da assaggiare e un buio pesto in cui potersi riconoscere.
E allora sì, decisamente, si sofferma su ciò che è stato, che fa meno male, decisamente. Che quello che resta inganna la mente e peggiora i ricordi. Decisamente. Sarebbe come camminare per i giardini di Granada e guardarsi le scarpe. Come baciare qualcuno senza chiudere gli occhi.

Perché in quello che resta lei rivive i profumi e la voce graffiante di magnolia e tabacco, di quel mattino d’Aprile in cui lui venne a dirle che non ci sarebbe più stato e lei lo guardò con un paio di occhi limpidi, quasi come a dire “abbi cura di te”, perché in quello che resta c’è un’altra partenza senza voltarsi, altri incroci da evitare, altri segnali di divieto. In quello che resta ci sono abitudini da scordare, o almeno, abitudini a cui dover rinunciare. Con quello che resta è costretta a farci i conti e lei, i conti, proprio non riesce a farli. Neanche con se stessa.
Non sa proprio che farsene, di tutto quello che resta.

Sono passati diversi anni da quando sei andata via, hai mantenuto la parola e non sei più tornata, che via da qui c’era una vita da inseguire, ma da qui non te sei mai andata, lo capisci parlando con la gente del porto, che sono immobili da tutta una vita e sembra quasi che non riescano a vedere il mondo che li attraversa, invece a quel mondo gli rubano il segreto, gli rubano perfino l’aria dai polmoni e sul momento neanche lo capisci, te ne accorgi solamente quando ti avvicini ad uno loro e chiedi “ti ricordi di Aurora?” E tra un colpo di tosse e una boccata al sigaro, quello ti risponde “Aurora è sempre stata qui” appoggiandosi due dita sopra al petto, proprio all’altezza del cuore.
Perché anche la gente di questa città ha scelto di puntare su ciò che è stato, proprio come ha fatto Aurora, perché si somigliano davvero, lei e questa città.

Oggi è uno di quei giorni che piove, se osservi bene te ne accorgi che è una pioggia strana, proprio uno di quei giorni in cui ti chiedi che farà quella donna che scelse l’attimo perfetto per partire e la immagini appoggiata ad un lampione, avvolta nel calore di un cappotto fuori moda, che mette le mani in tasca per essere sicura di trovarci un pezzetto di vita tenuto nascosto da chissà quanti anni. Sorride e come sempre, si sente meno sola.
Non ha bisogno di tornare, Aurora è sempre stata qui.

“Abbiamo tutti un pezzettino di passato che va in rovina o che viene venduto pezzo per pezzo. Solo che per la maggior parte delle persone non è un giardino; è il modo in cui pensavamo a qualcosa o qualcuno.” (Amor Towles).

A proposito di donne che lasciano il segno Roxanne – Police

Caterina chiusa a chiave.

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Caterina guida verso casa, si accende una sigaretta e prende fra le mani la sua vita.

Caterina tiene i sogni di bambina chiusi a chiave sotto al respiro, alla radio un blues di mezzanotte accompagna pensieri e solitudi d’amianto, lei ingoia chilometri e lacrime di malto e miele, stringe nelle mani vene di sentieri e giorni persi, acqua di saliva nella gola come rapide tumultuose, che non ti salvi, che più ti agiti e più vai a fondo. Nel bagagliaio nasconde amori persi e delusioni, come una contrabbandiera di sogni infranti.

Vive Caterina, lo fa da oltre quarant’anni, ha oltrepassato il tempo delle promesse, dei sussulti di ragazza, dei biglietti che profumavano di speranze e sogni rosa, adesso ha bisogno solo di certezze, di qualcuno che la sappia amare senza inganni, qualcuno a cui poter dire “voglio un po’ d’aiuto anche per me”. Ne ha viste passare di persone, ha dissetato desideri altrui, ha lasciato svanire visi salutandoli senza rabbia, come a dire “abbi cura di te”. E ogni volta era un nuovo sole nero messo a lutto.

Non si arrende Caterina, punta tutto sulla vita, guarda ancora con invidia gli amanti di quartiere, quelli che si baciano lungo i muri, che mordono carezze e cornetti alla crema. Sorride, perché sa che se ci pensa e prova invidia significa che riesce ancora ad amare.

C’è sua madre che l’aspetta, con un gatto e un sospiro, farà domande da copione, avrà risposte sempre uguali “stai tranquilla, io sto bene, però adesso lasciami andare, che se faccio tardi non mi so svegliare”, mente bene Caterina, chiude a chiave e lascia fuori il suo gatto, la sua spada e i sospiri di sua madre.

Caterina è quella forte, quella che non si vende per amore, che se ne frega di avere un uomo a tutti i costi, che la sua vita vale più di un’esistenza passata ad elemosinare felicità, Che per buttarsi via basta un secondo e un eterno a ritrovarsi. Lei non si stanca di lottare, ha sguardi chiari come i pensieri, continua ad asciugarsi lacrime di vibrazioni nude dalla fronte, affronta giorni di pugni serrati lungo i fianchi, quando la disperazione azzanna più forte fra il collo e la spalla. Attraversa notti con un freddo assordante nel letto e una grandine di cuore nel petto. Notti in cui darebbe l’anima per trovare qualcuno disposto a comprare la sua infelicità.

Caterina guida piano verso casa, un mare in bufera lungo la strada, un blues di mezzanotte dentro la radio, i sogni di bambina sotto il respiro. Tutto celato dietro la sua porta, nascosto agli occhi del mondo, quel mondo che la vede sicura, intraprendente, armata fino ai denti di sorrisi e buoni propositi, che la guarda libera e raggiante mentre parla di Berlino, di viaggi, di persone sconosciute, di amici incontrati per strada e persi lungo il cammino. Quel mondo non deve vedere l’urgenza del suo cuore, non deve sapere che lei è Caterina. Caterina chiusa a chiave.

La forza d’animo dei saggi non è altro che l’arte di tener chiuso nel cuore il proprio turbamento.(François de La Rochefoucauld – Massime).

In realtà ho mentito, dalla radio non usciva un blues…Dying Day – Brandi Carlile

Eccomi qua, non sono solo, insieme a me ci sono i miei personaggi strampalati, vogliamo ringraziarvi per tutto quello che ci avete dato in questo anno, per come ci fate sentire. Perché ci siete. Il nostro augurio è che ognuno di voi possa trovare ciò che sta cercando, già, perché forse tutti stiamo cercando qualcosa, talvolta senza un vero motivo apparente, talvolta, abbiamo solo bisogno di farlo.

Alice Settegatti.

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Alice non sorride, Alice che ha paura, lei vorrebbe solo giorni a perdifiato, Alice ha sette gatti e una vita che non vuole, parla senza sosta per non farsi capire.

Alice ha un’armatura di acciaio e filo spinato, lei vive in un castello con un drago per amico, Alice sta al sicuro dentro alla fortezza, ha chiuso fuori il mondo per curarsi le ferite, perché certe persone andrebbero evitate, lei vive di parole e mastica emozioni.
Alice con la sua spada attende un’altra guerra, prenderà il suo scudo e attraverserà il suo regno, lei giura amore eterno solo alla sua solitudine e vive di boati e pugni contro i muri.
Alice capelli neri e sguardo contro il cielo, lei con il fuoco asciugherà i suoi mari, lotterà nelle notti piene di paure, lei che ha messo il cuore dietro la trincea, niente potrà colpirla nell’anima perché ha imparato a schivare le frecce degli inganni.

Lei che ha dato in pasto amore e giorni rosa a chi ne ha fatto cenere lanciata contro il vento, adesso le sue mani scavano fossati, per non sentir più dire “non sei come credevo”, e scocca le sue frecce piene di parole, come palle di cannone contro chi passa il confine, ha alzato barricate e ha messo sentinelle e non ne vuol sapere di lasciarsi andare.
Alice col rossetto scrive sopra i muri “se ti avvici sparo, perciò non mi sfidare”, con il suo bazooka gira per le strade, la gente si allontana, meglio lasciarla stare, a chi le lancia frasi risponde con occhiate piene di mascara e ti scaglia addosso sorrisi di veleno.

Alice ha la pistola caricata a salve, la spada è di cartone e il drago è il Bianconiglio, la chiave del castello è sotto lo zerbino, lei vorrebbe solo che qualcuno la trovasse, ma ci vuol coraggio a dirle “spara pure, non ho paura del cannone, non voglio indietreggiare”, perché lei aspetta un folle che le dica “io ci sono e ti aspetto da una vita”. Lei sogna il suo guerriero vestito d’illusioni, che le tolga l’armatura e sciolga i suoi capelli, che la sfiori con le dita e la guardi riposare, che sappia interpretare i suoi silenzi di frastuoni, che rimanga quando lei esplode in metafore al veleno. Lei vuole un sogno preso contromano che scavalchi le sue mura, che la faccia piangere e volare, bellissimo e imperfetto, qualcuno che riesca a vedere oltre le sue parole, che la porti per mano dentro le sue paure.

Alice ha sette gatti e un drago sotto il letto, l’armatura nell’armadio e un bazooka giù in cantina, il suo rossetto in una mano e con l’altra tiene stretta quella di un guerriero senza spada.
Alice non ha fretta, il suo cielo è più sereno, ascolta le parole, ha un sogno da cullare, aspetta il giorno giusto per essere felice, intanto prova a fidarsi senza lasciarsi andare.

“Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.”
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Perché c’è sempre qualcuno che lancia Polvere nel vento.

Dalla ionosfera al grand canyon in un battere di mani.

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Oggi parliamo d’amore, vi va? Lo so, uomini all’ascolto, ci sono argomenti più accattivanti, tipo il derby di domenica scorsa o le tecniche di caccia al cinghiale, vi prometto che i prossimi post saranno su questi argomenti. Parola di Pinocchio.

È da poco passato San Valentino, la festa per eccellenza, il tripudio dei cuori, dei baci Perugina e degli orsacchiottoni. Ve lo dico subito: è una festa che non mi piace e forse anche per questo ne parlo con un voluto ritardo.
Non giudico coloro che la festeggiano, ci mancherebbe altro, però penso che quelli di noi che hanno la fortuna di aver trovato l’altra metà della mela (o che sentono di averla trovata) siano già miracolati così, senza bisogno di sbattere in faccia agli altri la loro felicità, insomma, senza il diritto di avere una festa tutta per loro, come a sottolineare che ce ne sono altri che semplicemente hanno avuto meno fortuna.
E già qui ne ho sparata una grossa, ma è niente rispetto a quella che sto per dire.
Sopporto ancora meno quelli che ostentano a tutti i costi il loro status di single, rivendicando il privilegio della libertà e dell’indipendenza, cercando di persuadere gli altri che vivere senza una persona vicino è meglio.

Siamo stati tutti delusi dall’amore, chi più chi meno, e tutti abbiamo sperimentato le due condizioni di “coppia” e di “single”, abbiamo sofferto da matti? Ci mancava la terra sotto i piedi?, siamo stati traditi, umiliati, usati? Ok, ci sta tutto, avete tutte le ragioni del mondo per essere incazzati con l’amore, tutte…tranne una: non siamo fatti per stare da soli, ognuno di noi ha bisogno di donare qualcosa di sè e di ricevere qualcosa dagli altri. È il mettersi in gioco, il rischiare di uscirne a pezzi, il provare emozioni che le parole non potranno mai descrivere. Parlo di questo, di aspettare ore chiuso in macchina davanti al portone di casa sua solo per vederla/o un attimo, prima che svanisca fra la gente, parlo di sospiri e pianti e promesse e insulti, parlo di Oberon e Titania, de “Il bacio” di Klimt, di un Marco e Piero (qualunque) o di una Martina e Veronica. Qualunque.

Nessuno di noi nasce con il desiderio di stare da solo, è una condizione che ci scegliamo, o nella peggiore delle ipotesi, che siamo costretti a scegliere per essere più forti e meno vulnerabili, per metterci al riparo da sofferenze e ci convinciamo che stiamo bene così. Lo capisco e se facciamo un bilancio probabilmente i dolori superano di gran lunga gli attimi di felicità, o quantomeno fanno un male insopportabile, però…oh…quant’era bello quando era bello?
Di solito la mente umana tende a cancellare i brutti ricordi e a mantenere quelli belli, in amore non è così. Basta un attimo solo, un soffio leggero per spazzare via tutte le promesse che ci siamo fatti e le gioie che abbiamo condiviso e a distanza di tempo le ferite continuano a bruciare e gli attimi di felicità a svanire.
Perchè i sentimenti sono bastardi, un momento ti portano nella ionosfera e il momento dopo ti scaraventano nel grand canyon. E in entrambi i casi fai fatica a capire ciò che ti sta succedendo.

Detto questo, ognuno è libero di vivere i suoi sentimenti come meglio crede, perciò lunga vita agli orsacchiottoni cucciolosi e ai single battaglieri, perchè siamo tutti comunque innamorati di qualcosa, un libro, un film, un animale, una qualsiasi cosa che faccia battere il cuore.
Quindi festeggiamo ciò che ci fa innamorare davvero, fregandocene se è San Valentino, San Faustino o San Siro, strizziamo gli occhi e battiamo le mani per diventare invisibili fra la folla e lasciamoci trasportare dai sentimenti.

Adesso largo ai festeggiamenti, qualunque giorno sia.