Cristina in attesa di Breva e Tivano.

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A momenti sarà qui, questo è il tempo peggiore, quello in cui aspetti. Che poi lo faccio di proposito, di arrivare in anticipo agli appuntamenti, solo per il gusto di torturarmi con la mia fantasia. Di pensare che andrà malissimo, anche se non me lo dirà. Aspetto. E intanto esco dal mio corpo e vado a sedermi di fronte a me, vedermi come mi vedrà lui. E mi metto a fare le facce strane. E rido. E mi mordo forte le labbra, fin quasi a sentire il sangue sulla lingua. E adesso lo so, andrà malissimo, anche se non me lo dirà.

Che poi cosa devo dire? La prima frase in assoluto, intendo, quale deve essere? Una cosa tipo “Ciao, sono io e vorrei soltanto evitare di sognare?”. Sì, potrebbe andare, un po’ spiazzante, ma potrebbe andare. Devo ricordare di sistemarmi i capelli ogni tanto, che in questo periodo prendono il volo, come i pensieri che ho. E respirare con calma. Ma so già che non lo farò.

Già mi vedo, respiro di fretta, lo guardo indecisa, prendo la mira. E poi sparo.

E scaglierò parole come sassi contro i vetri di una chiesa e gli dirò che ho scelto di essere folle e se mi compatisce mi incazzo. Gli dirò che il mio male l’ho cercato, amato e fortemente voluto. Perché non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale. E mi sistemerò i capelli. Devo segnarmela da qualche parte questa cosa del sistemare i capelli. E di respirare con calma. E di sorridere.

E gli guarderò la bocca, solo per non incrociare il suo sguardo, perché se mi guarda negli occhi rischia di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, tutti i pranzi non fatti, volutamente lasciati per la via, come se poi mi servissero a ritrovare la strada di casa. Che ad ogni chilo disciolto mi sentivo più forte. E non era mai abbastanza ciò che avevo. O forse, semplicemente, era troppo.

No, meglio evitare i suoi occhi, decisamente, che rischierebbe di vedermi ancora bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, o in quella stupida foto che tengo accanto al cuscino. Avevo dieci anni, il viso diverso, ma lo stesso, identico, assurdo, sguardo di adesso. Come di chi tiene l’affanno del mondo sotto il diaframma. Ho in braccio un pupazzo e mi mordo le labbra, che ancora sento il sapore del sangue sulla lingua. E i capelli prendono il volo.

Se per disgrazia dovesse incrociare il mio sguardo lo vedrebbe quel giorno, il momento esatto in cui ho deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso  e perfetto in cui ho scelto di non essere più trasparente, che per farlo avrei dovuto scomparire. Solo un po’. Ogni giorno.

E magari lo capisce il desiderio che avevo, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Magari lo capisce. E sarebbe un disastro.

E allora gli guardo la bocca. E glielo dico di aver scelto il mio male, che non sono una vittima dei miei giorni allo sbando, che se si azzarda a pensarlo mi incazzo, che era come un regalo vedermi bella e sicura, quasi onnipotente, fino a farmi inghiottire dalla mia ombra sul muro. E mentre glielo dico mi sistemo i capelli. E respiro con calma. E sorrido.

E non lo deve capire che sono rimasta in sospeso, quelle come me sono equilibriste incomprese, stanno a tre metri dal suolo, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i trentadue anni e i trentasette chili. E da quassù è tutto perfetto. Ma se mi osserva davvero, lo vede che sono caduta mille volte da quel filo, non riuscirei a nascondere la mia ossessione strisciante, che mi ha distorto i pensieri con un dolore dolcissimo che mi accarezza con la lingua di un cobra. Che mi cura e mi tradisce e non rinuncia a donarmi complimenti e veleno. Il mio male di vita, che mi nutre di illusioni e intanto mi mangia l’anima.

Dicono che ci sia sempre una soluzione alla fine di tutto e allora ho passato un numero indefinito di mesi in una clinica, illudendo tutti di essere guarita. Ma non era altro che una nuova galera senza sbarre e certi muri non li scavalcherai mai. Puoi solo fingere di stare bene, finendo per diventare una contrabbandiera di specchi e di fili sospesi. E di aquiloni.

Sono in ritardo, devo camminare più veloce, ho l’affanno, dovrei smettere di fumare. Mi manca l’aria. Speriamo che non sia già arrivata, che lei è sempre in anticipo. Sempre. Almeno di venti minuti, ma ti dice “Sono appena arrivata”. Sempre. Sono in ritardo. Cazzo.

Me la immagino già, seduta a quel tavolo, a passarsi una mano fra i capelli, che neanche ne avrebbe bisogno, che sono perfetti così. E si sforza di respirare con calma, ma non ci riesce. E poi sorride.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza assurda con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare. Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate. Devo ricordarmi di non compatirla, che altrimenti si incazza di brutto. Mi limiterò a guardarle la gonna e il rossetto, perché è nei dettagli che si nasconde la verità. Già me la vedo, che si sistema i capelli, la fa spesso questa cosa dei capelli, come se l’avesse appuntata da qualche parte. E si sforza di respirare con calma. E poi sorride.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.

Tiene una foto accanto al cuscino, lo so, lo fa da una vita. E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice. Mi guarderà solo la bocca, già lo so. Mentre si morde le labbra. E si sistema i capelli. E cerca di respirare con calma. E sorride.

Sono quasi arrivato, aumento i passi. Sono in ritardo. Cazzo.

Ormai ci siamo, tra pochi minuti lo vedrò sbucare da dietro l’angolo della piazza, affascinante come sempre, di una bellezza quasi irritante, con il passo veloce e il fiato grosso di chi è consapevole di essere in ritardo. Adesso posso smettere di guardarmi dalla sua prospettiva, devo rientrare nella mia dimensione.

– Ciao Cristina, lo so, sono in ritardo.

– Non preoccuparti papà, sono appena arrivata.

Mi sistemo i capelli, respiro con calma. Sorrido. Sono felice.

 

“La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. (Alda Merini).

(Da un angolo della piazza qualcuno sta suonando Nobody’s wife)

Antonio con la luce che serve.

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Antonio è un ladro, su questo non si discute. Uno di quelli che sanno come forzare la porta principale senza lasciare segni evidenti, abile e invisibile, scavalca recinzioni di cemento e indifferenza, entra in case sconosciute, senza neanche guardarsi intorno, lui sa già come muoversi. Punta dritto alla cassaforte. Calcola i passi con invidiabile precisione. Due a sinistra oltre il centro del petto. E la trova. Sempre. Antonio è un ladro, ma non mira ai soldi, lui ruba immagini ai volti delle persone. Non ha pistole né coltelli, va in giro armato solo di una macchina fotografica, di quelle che ancora montano il rullino, perché è sempre un miracolo veder affiorare dal foglio bianco il viso di qualcuno. Come se vedesse nascere tutti quegli sguardi e quei sorrisi. Persone di ogni età, senza nome né indirizzo, incontrate per caso oppure per sbaglio, tutte con la loro storia cucita addosso. Visi immacolati che nascono, lì, adesso, per la prima volta, tra le sue mani. Un miracolo.

Antonio gira a volto scoperto, poi ti guarda, con la faccia che ha, dalla tasca del giubbotto tira fuori la sua Reflex e ti saccheggia l’esistenza.

Che poi neanche se ne rendono conto di essere stati derubati, hanno tutti cose più importanti e pesanti a cui dedicarsi. Alcuni sorridono, nell’attimo esatto in cui realizzano di essere fotografati, altri restano indifferenti e scuotono la testa, la maggior parte di loro rimane sorpresa. Perché è qualcosa che non ti aspetti, essere derubato in pieno giorno, con tanta astuzia intendo. E’ un evento che sfugge al controllo, come un bacio dato a bruciapelo. Un fruscio di mani che ti frugano la vita, un gesto quasi intimo, inappropriato. Che appena è passato ti fermi a controllare che sia tutto in ordine, una sorta di disperato bisogno di conforto, come quando esprimi un’opinione e cerchi conferme nello sguardo di chi ti sta attorno.

Ma è di notte che Antonio vive davvero, quando torna a casa ad ammirare la refurtiva. Toglie il rullino ed entra nella camera oscura, perché certe emozioni vanno vissute con la luce che serve. C’è una parete in casa di Antonio in cui sono custoditi con cura tutti quei destini. E lui li ha amati. Tutti. Per ognuno di loro ha inventato una storia, una casa, una vita intera per cui lottare. Per ognuna di quelle persone ha indovinato le traiettorie della mente, ha dipanato incertezze e paure. Perché lui non le dimentica quelle persone, non riesce a togliersi dalla mente chi ha toccato con mano, almeno una volta, la sua vita. Antonio è un po’ stregone e un po’ indovino, perché prevede il destino di quei visi. E non sbaglia mai, riesce a descriverne il percorso, con un’esattezza quasi fastidiosa. E ogni tanto sorride, contemplando quel mosaico di passioni e gli viene da pensare che dev’essere così che si sente Dio quando guarda verso il mondo. Lui che non ha nessun dio a cui fare promesse solenni.

E allora lui ruba, si appropria con l’inganno di meraviglie vissute da altri, come se quegli scatti presi di contrabbando non si limitassero ad imprimere solo un’immagine sulla pellicola, ma un’esistenza intera. Da quando è rimasto da solo scatta foto al destino di sconosciuti, non potendo più farlo a quello di lei, che un giorno disse soltanto “E’ tardi, devo andare”. Lui pensò ad un impegno improrogabile, uno di quelli che non c’è verso di rimandare. In un certo senso era così.

Sono passati otto anni. Otto anni senza un indizio. In tutti questi giorni non ha smesso di aspettarla. Che quelli che aspettano li riconosci subito, sì guardano attorno aspettando una sorpresa. E allora l’unica cosa che gli resta è cercarla, nelle vite che sfiorano la sua.

Antonio costruisce la vita degli altri, che con la sua fa fatica ad andare d’accordo. Della sua si limita a seguirne i passi, come in una danza, si lascia guidare, stando solo attento a non pestarle i piedi. Che certe esistenze vanno prese senza clamori. Certe vite le freghi soltanto chiudendo gli occhi. Vivendole con la luce che serve.

Caterina come l’acqua.

Caterina è chiusa a chiave, ma il suo spirito viene da lontano, come l’acqua delle fontane, che ne ha fatti di chilometri prima di finire in quella vasca, ne ha viste di cose prima di lasciarsi cadere e confondersi con il resto del mondo, fino quasi a scomparire. E se la trascina dietro, tutta quella vita, piena di amori e cicatrici, che quando la porti alla bocca riesci a sentirlo il sapore di terra e passione. Che Caterina è come l’acqua, puoi decidere di berla o di baciarla. In entrambi i casi ti salverà la vita.

Caterina vive in una casa fatta di legno e vento forte, sulla spiaggia di un mare sconosciuto, che alle sei del pomeriggio si mette a contemplare. L’ora perfetta, quella ai bordi di un giorno che sta per terminare, l’ora in cui tutto è quasi compiuto e rimane poco tempo per poter rimediare a un qualsiasi tipo di disastro. E’ l’ora magnifica in cui si siede sulla sabbia e punta lo sguardo dritto verso l’infinito, a mescolarsi con l’andirivieni della marea, si osservano, Caterina e il mare, come duellanti in un’arena, sospirano forte, Caterina e il mare, come due amanti alla fine di un amplesso, con l’odore dell’istinto che ti rimane addosso. Alla fine lei si alza e ci cammina dentro. E le sente davvero, tutte le storie che quelle onde si portano dietro, le sente davvero, mentre si frantumano ai suoi piedi, come doni offerti da quell’immensa distesa d’acqua. Ci cammina dentro, come fosse un richiamo, perché avverte le vene che si sciolgono.

Unisce le mani e lo raccoglie. Il mare infinito. Lei ne strappa un brandello e lo tiene fra le mani, come se fosse un cuore pulsante. Come fosse il viso di un figlio. Come se fosse tutto l’amore che c’è, dolce e scandaloso, che ti fa sentire sicura e disperata, irraggiungibile e indispensabile, eterea e puttana, che sa calmarti ed incendiarti. Lo tiene fra le mani. Il mare smisurato. Lo alza verso il cielo, come a farlo benedire dall’ultimo sole. Lo riscalda, lo brama e, lo giuro, lo trascina alla bocca. E lo bacia. Lo giuro. Quel mare pieno di tramonti.

E si perdono, uno sulle labbra dell’altra, con tutta la passione che c’è, quella vera, quella di un bacio. L’atto più intimo, quello che scatena le passioni, le voglie represse. Che quando baci qualcuno, quando lo baci davvero intendo, non te ne liberi più. Da quel tipo di bacio non si torna più indietro. Quando baci qualcuno hai un sussulto di vita. Quando baci il mare hai una cascata nell’anima.

E alla fine si guardano, il mare e Caterina. E lo fanno forte, quasi a farsi male. Che viene da chiedersi se anche lui si ferma a guardare negli occhi di certe persone e magari ci si perde dentro, anche lui, e ci vede i suoi sogni. E sospira. Anche lui.

Caterina vive in una cella di pochi metri quadrati, lo fa da talmente tanto che ormai non ricorda il motivo. Il tempo le ha strappato via i ricordi, le facce delle persone che ha conosciuto fuori da lì, i loro turbamenti. Non c’è più traccia di tutti quei profumi, delle gioie e dello schifo che la vita ti regala. Ha imparato a bastarsi da sola, a fare a meno del mondo. E il mondo di lei.

Ma c’è una cosa, una sola, che quelle sbarre e quel soffitto umido non potranno mai arginare. Il mare che si porta dentro.

E ogni giorno, alle sei del pomeriggio, lei guarda verso il muro, unisce le mani, le alza verso il cielo, come a farle benedire dall’ultimo sole. E lo bacia. Lo giuro. Lo bacia. Lo sconfinato mare.

Perché Caterina se la merita tutta quella vita, quell’abbraccio di madre infinito. E’ la sua ricompensa. Caterina se lo merita un mare così. E addirittura, forse, lui merita lei.

Caterina vive in una casa fatta di legno e vento forte, sulla spiaggia di un mare sconosciuto, lei è come l’acqua, puoi decidere di berla o di baciarla. In entrambi i casi ti salverà la vita.

(Caterina vola con il pensiero, poi si ferma. E quella diventa la sua casa. – La mia casa. Daniele Silvestri.)

Nina con l’ossigeno che ha.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Vai verso la fontana e lancia una moneta. Lei sarà paziente, starà lì ad aspettare il tuo ritorno, come le cose che ti lasci alle spalle, come le persone a cui dici addio. Che non dicono niente, dissimulano i dispiaceri, ma un po’ ci sperano di poterti rivedere.

Se mai ti capitasse di passare di qua non aspettarti cose enormi, che qui la gente fa poco rumore, ma se hai voglia di vedere ci trovi Nina appesa ai bordi dei portici, seduta, immobile come le statue in fondo al mare. Ha fatto fuori un impostore e un grande amore, cose di poco conto tutto sommato. E’ fuggita da una città grande come un dispiacere, ha messo un paio di libri in una borsa, un paio di ricordi inutili, un paio di giorni perfetti per farsi male, un paio di pillole per attutire i boati dei respiri.  Ha stretto tutto con un nodo nervoso, uno di quelli che non fanno entrare l’aria, di quelli che devi accontentarti dell’ossigeno che c’è. E alla fine impari a non sprecarne neanche un po’.

Nina la guardi e lo capisci che lei è così. Lo capisci che vive con un nodo nervoso che le stringe la vita. E non passa l’aria. Lei è così. Nina vive con l’ossigeno che ha.

Se per errore o per fortuna ti capitasse di passare di qua non aspettarti strade trafficate, che qui la gente sceglie con cura i percorsi da seguire, ma se hai il fegato di sfidare le apparenze ci trovi un testardo. Lui sta in piedi, appena oltre il buio di un portone. Sta lì e guarda l’orizzonte. Ogni tanto sospira, parla poco, annega in bestemmie di catarro, un sigaro nella mano destra e lo spray contro la morte nella sinistra.  Quando riesce a far circolare il fiato nei polmoni racconta di una nave, di un timone da tenere stretto come un crocifisso, di tempeste che sfuggono all’umana percezione. Racconta di una donna lasciata ad aspettarlo nelle viscere di un paese senza porti in cui attraccare. Dice di averla lasciata lì, come si fa con le schegge sottopelle, che le tieni a tormentarti ancora un po’, perché è così deve essere, le lasci lì sapendo che non smetteranno mai di aspettare che tu le vada a liberare.

Questo è Alberto, ma chiamatelo capitano, non puoi sbagliarti, sta in piedi e guarda le altre vite passargli davanti, guarda i muri, i passanti incatenati nei loro paltò, guarda le mani degli amanti, che è da come si incrociano le dita che si intuisce il loro destino.

Alberto lo guardi e lo capisci subito ciò che vede. Lo capisci che indovina i destini della gente, perché lui comanda ancora la sua nave. Alberto è un testardo e in tutte quelle vite che gli tagliano l’orizzonte lui si ostina a guardarci dentro. E a vederci il mare.

Se per un imbroglio del destino ti capitasse di passare di qua portati dietro tutta l’esistenza che hai, non lasciarne indietro neanche un pezzo, che qui non puoi barare, qui non c’è nessun colpevole, qui siamo tutti in attesa di giudizio, di una sentenza che forse neanche arriverà. Questa è la sacrestia della cattedrale, l’angolo nascosto allo sguardo dei passanti.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Perciò non esitare, vai verso la fontana e lancia una moneta, seguine la traiettoria. Adesso non ti resta che aspettare il ritorno di qualcuno.

Nina e Alberto si sono amati davvero, di un amore travolgente e disperato. Si sono amati ma non lo ricordano più. Si sono ritrovati in questo posto, in mezzo ad altri folli come loro, come pesci in un acquario. In questo angolo di vita parallela che molti chiamano manicomio.

Ma voi che siete sani non stateli a sentire, loro sono solo due attimi sfuggiti al normale corso del tempo. E fra questi muri, in queste stanze che sanno di disinfettante e inganni della mente, ogni giorno si ritrovano, quasi per caso, senza accorgersi della reciproca presenza, a gettare una moneta nella fontana del cortile. Ne seguono il volo e un attimo prima che il metallo venga inghiottito dall’acqua Alberto stringe i pugni, guarda oltre il cancello e si ostina a vederci il mare. Nina sente l’anima leggera, sente il nome di qualcuno salirle per la gola, ma poi trattiene il fiato. Godendosi l’ossigeno che ha.

“Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.” (Arthur Schopenhauer).

In un posto come questo dobbiamo aggrapparci alla nostra vita che seduce..