Tremilasette giorni sulla Luna.

Sono Arianna e cammino sulla Luna. All’inizio è stata solo una condanna senza appello e non è servita a niente la mia smania di evitare il verdetto ineluttabile – Imputata si alzi in piedi e ascolti la sentenza -.E non hanno sortito nessun effetto le suppliche, gli strilli e le bestemmie contro il fato, la giuria sembrava seria, tutta gente che ha studiato, quelle parole dette con fredda severità non ammettevano margine di errore. – Colpevole. E nessuno potrà farci niente. – E allora vaffanculo, se devo stare sulla Luna voglio farlo a modo mio.

Ci porto la mia borsa, comprata a Copenaghen un giorno senza sole e te lo ricordi il freddo che faceva? Dio com’era bella la luce del mattino. Te lo ricordi? Che poi alzavi lo sguardo e mi dicevi – C’è da perdersi dentro un cielo così-
E ci porto l’anima del mare, tutta quanta, con i gabbiani e le anatre spose, con le grida del porto e gli odori del libeccio. E i pescatori nelle balere a dividersi sigari e leggende. E poi le aurore e i temporali e il salmastro nei polmoni. Ce lo porto veramente che, da quelle parti mi farà comodo avere uno sputo d’infinito. Da quelle parti farà comodo un posto in cui sentirmi viva.
E ci porto la musica, altroché se ce la porto, che la nebbia sarà tanta e servirà di sicuro avere un sogno da inseguire. E ci porto la chitarra, con gli arpeggi e gli accordi più rabbiosi, con le corde che vibrano e tagliano la pelle, come quando mi guardi e mi dici qualcosa, qualunque cosa e io lì che penso – vorrei non finisse mai di guardarmi così- e mi ci perdo in quegli angoli di bocca. E poi le canzoni, con le parole improvvisate e quelle che indovinano i tumulti della mente. E ci porto un palco e qualcuno che abbia voglia di ascoltare, che anche se cammino sulla Luna la voce non ci pensa neanche a starsene al riparo. E allora la lascio uscire che magari che ne so, potrebbe tornare buona per qualcuno che voce non ne ha.
E ci porto le emozioni, giuro che lo faccio, che là di spazio ce n’è quanto ne vuoi. Quelle impronunciabili di “guardami dormire”, quelle rumorose di “scuotimi i pensieri”, quelle inconsolabili di “non farti più vedere”, quelle senza fine di “tienimi per mano che ho paura di svanire”. E le voglio fotografare, più che posso, senza perdermi un momento, come quando ti dicevo – inquadrami bene e scatta ancora, che mi sento bella da morire – Alcune andranno smarrite, già lo so, ma resteranno gli odori e la sensazione di pace sulla pelle che hanno lasciato. E alla fine andrà bene così.
Cammino sulla Luna e vado a tastoni, ma mi hanno detto che è normale, imparerò a contare le distanze, prima o poi, io che già faccio fatica a misurare gli slanci dei pensieri. Mi sento in equilibrio fra un abisso ed un sorriso, dicono che la mente si deve abituare, che poi sarà come ballare sopra le vite dei passanti. E sfioro i contorni, seguendo il profilo delle cose, come ad indovinare l’anima che hanno. E la sento, ogni tanto la sento davvero. Tutti quegli atomi di cuore intenti a dare una forma tangibile agli inganni dei sensi.
E mi sembra di vederli gli sguardi di chi incrocia il mio cammino incerto, che per una frazione di secondo stringono più forte la mano in altre mani, come a dire “per fortuna che ci sei”. 
Io sento solo mani addosso, tocchi inaspettati di qualcuno che farò fatica a riconoscere. Le dita lievi di mia madre, che va veloce per evitare di pensare, che lei lo sa come vanno certe cose, è un attimo ritrovarsi con le mani fra i capelli a inveire contro il destino. Sento il palmo di mio padre, che ha timore di mandarmi in mille pezzi e allora desiste dall’intento di abbracciarmi, ma io le sento lo stesso le sue braccia a tenermi in superficie. Parla poco e ride piano, ma lo fa spesso, che è il suo modo per non cadere negli inganni della sorte.

Sento le mani di un amore che svanisce a poco a poco, magari neanche se ne accorge, ma lo percepisco, lui si ostina a volerlo mascherare, ma io lo so, questo sforzo per lasciare tutto inalterato finirà per farlo fuori. 

Perché a camminare sulla Luna, in mezzo a tutta questa nebbia, ho imparato a percepire i tormenti della gente. Come se non fosse già abbastanza vivere nell’ombra.
Arianna avrà trent’anni, minuto più minuto meno, non si guarda nello specchio da tremilasette giorni, da quando i suoi occhi hanno smesso di far filtrare luce, divorati da una malattia lenta e inesorabile come l’arrivo di un dolore. Ma ha trovato la sua strada per fottere il corso degli eventi e si porta dietro tutta quella vita che ha attraversato senza perdersi un dettaglio. Arianna adesso è sopra un palco abbraccia una chitarra e si gode l’applauso di un pubblico che ha avuto voglia si ascoltarla. Lei sorride, fa un gesto che ricorda l’accenno di un inchino, alza una mano in segno di saluto e anche se nessuno può saperlo, lei percorre i sentieri di tutte quelle vite, misurandone i tormenti. 
Che si vede chiaramente l’orizzonte camminando sulla Luna.

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Cristina in attesa di Breva e Tivano.

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A momenti sarà qui, questo è il tempo peggiore, quello in cui aspetti. Che poi lo faccio di proposito, di arrivare in anticipo agli appuntamenti, solo per il gusto di torturarmi con la mia fantasia. Di pensare che andrà malissimo, anche se non me lo dirà. Aspetto. E intanto esco dal mio corpo e vado a sedermi di fronte a me, vedermi come mi vedrà lui. E mi metto a fare le facce strane. E rido. E mi mordo forte le labbra, fin quasi a sentire il sangue sulla lingua. E adesso lo so, andrà malissimo, anche se non me lo dirà.

Che poi cosa devo dire? La prima frase in assoluto, intendo, quale deve essere? Una cosa tipo “Ciao, sono io e vorrei soltanto evitare di sognare?”. Sì, potrebbe andare, un po’ spiazzante, ma potrebbe andare. Devo ricordare di sistemarmi i capelli ogni tanto, che in questo periodo prendono il volo, come i pensieri che ho. E respirare con calma. Ma so già che non lo farò.

Già mi vedo, respiro di fretta, lo guardo indecisa, prendo la mira. E poi sparo.

E scaglierò parole come sassi contro i vetri di una chiesa e gli dirò che ho scelto di essere folle e se mi compatisce mi incazzo. Gli dirò che il mio male l’ho cercato, amato e fortemente voluto. Perché non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale. E mi sistemerò i capelli. Devo segnarmela da qualche parte questa cosa del sistemare i capelli. E di respirare con calma. E di sorridere.

E gli guarderò la bocca, solo per non incrociare il suo sguardo, perché se mi guarda negli occhi rischia di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, tutti i pranzi non fatti, volutamente lasciati per la via, come se poi mi servissero a ritrovare la strada di casa. Che ad ogni chilo disciolto mi sentivo più forte. E non era mai abbastanza ciò che avevo. O forse, semplicemente, era troppo.

No, meglio evitare i suoi occhi, decisamente, che rischierebbe di vedermi ancora bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, o in quella stupida foto che tengo accanto al cuscino. Avevo dieci anni, il viso diverso, ma lo stesso, identico, assurdo, sguardo di adesso. Come di chi tiene l’affanno del mondo sotto il diaframma. Ho in braccio un pupazzo e mi mordo le labbra, che ancora sento il sapore del sangue sulla lingua. E i capelli prendono il volo.

Se per disgrazia dovesse incrociare il mio sguardo lo vedrebbe quel giorno, il momento esatto in cui ho deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso  e perfetto in cui ho scelto di non essere più trasparente, che per farlo avrei dovuto scomparire. Solo un po’. Ogni giorno.

E magari lo capisce il desiderio che avevo, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Magari lo capisce. E sarebbe un disastro.

E allora gli guardo la bocca. E glielo dico di aver scelto il mio male, che non sono una vittima dei miei giorni allo sbando, che se si azzarda a pensarlo mi incazzo, che era come un regalo vedermi bella e sicura, quasi onnipotente, fino a farmi inghiottire dalla mia ombra sul muro. E mentre glielo dico mi sistemo i capelli. E respiro con calma. E sorrido.

E non lo deve capire che sono rimasta in sospeso, quelle come me sono equilibriste incomprese, stanno a tre metri dal suolo, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i trentadue anni e i trentasette chili. E da quassù è tutto perfetto. Ma se mi osserva davvero, lo vede che sono caduta mille volte da quel filo, non riuscirei a nascondere la mia ossessione strisciante, che mi ha distorto i pensieri con un dolore dolcissimo che mi accarezza con la lingua di un cobra. Che mi cura e mi tradisce e non rinuncia a donarmi complimenti e veleno. Il mio male di vita, che mi nutre di illusioni e intanto mi mangia l’anima.

Dicono che ci sia sempre una soluzione alla fine di tutto e allora ho passato un numero indefinito di mesi in una clinica, illudendo tutti di essere guarita. Ma non era altro che una nuova galera senza sbarre e certi muri non li scavalcherai mai. Puoi solo fingere di stare bene, finendo per diventare una contrabbandiera di specchi e di fili sospesi. E di aquiloni.

Sono in ritardo, devo camminare più veloce, ho l’affanno, dovrei smettere di fumare. Mi manca l’aria. Speriamo che non sia già arrivata, che lei è sempre in anticipo. Sempre. Almeno di venti minuti, ma ti dice “Sono appena arrivata”. Sempre. Sono in ritardo. Cazzo.

Me la immagino già, seduta a quel tavolo, a passarsi una mano fra i capelli, che neanche ne avrebbe bisogno, che sono perfetti così. E si sforza di respirare con calma, ma non ci riesce. E poi sorride.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza assurda con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare. Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate. Devo ricordarmi di non compatirla, che altrimenti si incazza di brutto. Mi limiterò a guardarle la gonna e il rossetto, perché è nei dettagli che si nasconde la verità. Già me la vedo, che si sistema i capelli, la fa spesso questa cosa dei capelli, come se l’avesse appuntata da qualche parte. E si sforza di respirare con calma. E poi sorride.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.

Tiene una foto accanto al cuscino, lo so, lo fa da una vita. E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice. Mi guarderà solo la bocca, già lo so. Mentre si morde le labbra. E si sistema i capelli. E cerca di respirare con calma. E sorride.

Sono quasi arrivato, aumento i passi. Sono in ritardo. Cazzo.

Ormai ci siamo, tra pochi minuti lo vedrò sbucare da dietro l’angolo della piazza, affascinante come sempre, di una bellezza quasi irritante, con il passo veloce e il fiato grosso di chi è consapevole di essere in ritardo. Adesso posso smettere di guardarmi dalla sua prospettiva, devo rientrare nella mia dimensione.

– Ciao Cristina, lo so, sono in ritardo.

– Non preoccuparti papà, sono appena arrivata.

Mi sistemo i capelli, respiro con calma. Sorrido. Sono felice.

 

“La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. (Alda Merini).

(Da un angolo della piazza qualcuno sta suonando Nobody’s wife)

La venticinquesima foto.

La guardava, seduto al solito tavolo, del solito bar, di una piazza che quasi non si ricordava che esistesse. O forse, non si era mai preoccupato di ricordarlo.

La guardava, come si guarda un panorama in mezzo alla nebbia, cercando di intuirne il perimetro, avanzando con cautela, per evitare impatti, o quantomeno, per limitarne i danni. Ciò che vedeva non lo stupiva più di tanto, come fosse una festa a sorpresa il giorno del tuo compleanno, che si ripete, sempre lo stesso giorno. Alla fine non ti meravigli più, ma ci speri che succeda ancora.

La guardava, e un po’ la conosceva già, solo un po’, forse semplicemente, riconosceva l’impressione che si era fatto di lei. E questo, in parte lo rassicurava. Continuare ad osservala era come parlare con uno sconosciuto con la sensazione di conoscerlo da sempre. Sì, un sentimento decisamente rassicurante.

Sabrina, ecco, se avesse potuto chiamarla per nome sarebbe stato Sabrina. Certi nomi scivolano leggeri, ti vestono come abiti di seta, si modellano sul tuo corpo, perfetti. Ti cadono sulla vita, senza fare nessuna piega. Che alla fine ti viene da chiederti se quel nome ti sia capitato per caso o qualcuno te l’abbia confezionato, magari prendendo le misure delle tue infelicità, delle tue gioie, dei giorni andati e di quelli da prendere contromano. Degli sbagli, di tutti gli sbagli che hai fatto, che non riesci a dimenticare, che poi finiscono quasi per farti compagnia. Di tutti quegli sbagli per i quali proprio non riesci a perdonarti. Per quegli sbagli lì, è inutile illudersi, un nome preciso non c’è. E allora, te ne scegli uno qualunque, che tanto non fa differenza. E passi le giornate a guardare la gente, ti metti seduto, tagli, cuci, misuri e alla fine le vesti con il loro nome nuovo di zecca.

Sabrina era una di loro, una di quelle con il nome che cade sulla vita senza fare nessuna piega.

La guardava e fra i suoi capelli neri ci vedeva la notte, una di quelle notti in cui fai fatica a prendere sonno, ma non sei agitato. Semplicemente certe notti non sono nate per essere vissute ad occhi chiusi. Ecco, quel nero lì. Sabrina lo portava in giro con sfacciata noncuranza, ma se ci passavi in mezzo facevi fatica a prendere sonno.

Gli occhi, non avevano un colore. Avevano riflessi, avevano proiezioni, come se versassero vita nel mondo. Trasfusione di rabbia ed estasi, un eccesso di immagini ed emozioni che l’anima non riesce a contenere. Come se avesse raggiunto il livello massimo e il suo corpo esile fosse costretto a far traboccare qualche bicchiere di vita. Giusto un paio di bicchieri di vita passata. Per fare spazio a sensazioni nuove.Gli occhi di Sabrina erano così, con un brivido dentro. Gli occhi di qualcuno scampato ad una tragedia, un abbandono direi, sì, forse è stato un abbandono. O comunque una tragedia molto simile. Probabilmente la vita.

Il resto era annebbiato, quasi trasparente. La bocca, le mani, tutto, sembravano disegnati a matita, con tratto leggero, impercettibile. Uno di quei disegni che esistono solo quando passi le dita sul foglio e ne senti i contorni. Erano la venticinquesima foto sul rullino, quella che neanche sapevi di avere. Quella scattata per caso, sovrapposta a quella precedente, che ad una prima occhiata risulta difettosa, quasi sgradevole, ma poi osservi. E allora ci vedi il movimento esatto del tempo. Un po’ come certe vite, che se guardate di sfuggita ti appaiono indecifrabili, quasi inconcepibili. Quasi sprecate. E invece sono semplicemente vissute con un tempo sovrapposto, sono semplicemente da osservare meglio. Sono la venticinquesima foto. Semplicemente.

La guardava, seduto al solito tavolo, del solito bar, di una piazza che quasi non si ricordava che esistesse e la mente correva ad un giorno di Maggio. Il giorno in cui lui decise di svanire. Lo fece senza dare spiegazioni, che comunque sarebbero state verità inutili, cosparse di infinita ipocrisia. Come certe torte, che rimangono a cuocere troppo a lungo e ti ostini a metterci sopra lo zucchero a velo, sperando di coprirne i difetti. Puoi migliorarne l’aspetto, ma lasceranno comunque un sapore forte sul palato.

Quel giorno di Maggio fu così, camminava lungo il corridoio che conduceva alla porta di uscita. Si lasciava alle spalle una corsia d’ospedale, una moglie ancora sotto anestesia e una bambina venuta al mondo da almeno dieci minuti. Una bambina arrivata all’improvviso, come uno spavento, che puoi preparati una vita, ma quando arriva il momento proprio non te l’aspetti. Certe persone, proprio non ci riescono a superare quella paura. Certe persone proprio non ce la fanno a riprendere fiato.

Una bambina con due occhi da riempire di vita. La stessa bambina che adesso era seduta ad un tavolo, davanti ad un caffè macchiato di latte e mancanza d’amore. Stava lì, ignara, a cinque passi e trent’anni da lui, con il suo nome nuovo di zecca, lo stesso di sempre. L’unico dono lasciato da suo padre, era quel nome, nascosto tra le pieghe di un foglietto messo ai bordi del suo lettino. “Se potessi sentirmi ti chiamerei Sabrina”. Lo nascose lì, un attimo prima di svanire.

Lei era così, un disegno a matita con il tratto impercettibile, lei era la venticinquesima foto. Lei era Sabrina e nonostante tutto, era riuscita a non svanire.

“Ci sono presenze che finiscono per essere più dolorose di certi abbandoni.” (Jérôme Touzalin – Il passeggero clandestino)

Anche la venticinquesima foto puo’ raccontare molte storie. (The Cure – Picture of you)

Quando Roberto sorride.

Per gentile concessione di Barby
Per gentile concessione di Barby

Il mio amico Roberto non si chiama Roberto, tanto per cominciare.

È un tipo strano, anzi, stravagante direi, muove le mani in continuazione, ma in modo delicato, come se fossero farfalle, le persone parlano con lui e intanto si scambiano piccole gomitate d’intesa fra loro. Lui fa finta di niente, ormai credo non ci faccia più nemmeno caso. E sorride.

Parla, parla in continuazione, non fa dire una parola e con un tono di voce alto, troppo alto, che la gente non riesce ad ignorarlo, e fanno una faccia infastidita, ma lui si fida ad occhi chiusi della gente. E sorride.

Roberto si veste da schifo, colori che non ci combinano un cazzo fra di loro, ma profumano di sole, però dai Roby, la maglia blu sui pantaloni gialli è un cazzotto in un occhio. La gente gli fa una foto e la condivide sui social commentando “oggi Fufy è in forma”. Lui si mette in posa. E sorride.

Roberto sa di fragola, a volte anche di panna, e ha le labbra di creme caramel, certi giorni è una torta mimosa, altri una crostata di mirtilli, la gente gli passa vicino, lo annusa e scuote la testa. Lui saluta. E sorride. Roberto, non fa sport, lui fa il tifo, si esalta, grida e si sbatte come un ossesso e non importa che sia una finale mondiale o una partitella fra scapoli e ammogliati, lui fa il tifo. Comunque. La gente si sposta e lo fa passare, non lo vogliono alle spalle. Lui va in prima fila. E sorride.

Roberto è biondo, cioè sarebbe moro, ma è biondo, si aggiusta il ciuffo e muove la testa e lo fa spesso, troppo spesso e mentre lo fa si guarda intorno e si guarda spesso intorno. E sorride.

Roberto lo conosco da una vita, siamo cresciuti insieme e ve lo posso assicurare, non è un tipo che sorride. Roberto è uno che si incazza. Si alza alle dieci, ma si sveglia dai suoi sogni un paio di ore più tardi, vuole avere sempre ragione, ma poi ci ripensa e chiede scusa, si contraddice è un tipo che ti tira le parole e il bagnoschiuma alla vaniglia.

Sulla parete verde della sua camera da letto c’è una frase di Ruben Dario che dice “Quando va il mio pensiero verso di te, si profuma”, si, dice proprio così e se guardi più in basso vedi la laurea in filosofia, ma devi guardare bene, perchè è semi coperta dal foulard di chiffon. E c’è anche il quadro di Oscar Wilde. E quello si vede benissimo.

Non ride Roberto, quando è da solo si lascia mangiare dai pensieri, e c’è veramente poco da ridere, perchè lui non è forte, gli stronzi sono forti, dice lui, e se ne batte il cazzo, vuole piangere quando gli pare.

Me lo ricordo Roberto, a fare la pista per le palline dei ciclisti su una spiaggia che mi sembra ieri, certe volte è ancora quel bambino pelle e ossa. E già allora me lo ripeteva spesso Roberto “Fra’ io in questo mondo non mi trovo”.

Probabilmente fu in quel periodo che iniziò a sentirsi a disagio.

E non si arrende, a suo modo si difende, no, non si è messo a tirare cazzotti, ogni tanto ne prende uno, ma non fa niente. Ha solamente imparato a sorridere. Della gente che rideva di lui.

Perchè Roberto che non si chiama Roberto non chiede mai niente, vorrebbe soltanto non aver bisogno di sorridere.

Roberto sono io quando me ne frego e esco di casa con la maglia di Charlie Chaplin, è mia madre quando sbaglia i congiuntivi nello studio del dentista, è mio padre quando canta le canzoni degli anni sessanta inventando le parole. È ognuno di noi quando ci sentiamo fuori posto e vorremmo sedere in ultima fila. Almeno per una volta. Una volta soltanto.

“Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri.” Oscar Wilde.

Dedicato a tutti coloro che riescono ancora a dire “…ma si….’sticazzi”. Nonostante tutto.

Direi che questa ci sta tutta. Non cadete nella trappola, sostituite lei con un lui.

P.S. Un ringraziamento particolare alla mia amica Barby Di Cronache di un pigiama rosa per avermi regalato una delle sue splendide foto