La mela

Allora io sono Satana. Dio ha appena creato il mondo, ci ha messo solo sei giorni per un lavoretto davvero niente male. Non ha lasciato nulla al caso e al caos, è tutto ordinatissimo: le piante, i laghi, i fiumi, le cascate, i cerbiatti puffolosi, la volta celeste, i caldi caldi, i freddi freddi, la galaverna, le mezze stagioni, c’è anche lo stupidissimo e gentilissimo dodo. Il mare, mare a perdita d’occhio e in ogni foggia, il mare oceanico, il mare morto, il mare gelato, il mare salato. E da quel mare, le terre emerse, il deserto, la terra fertile, la savana. la steppa, la tundra. Crea anche i muschi e i licheni. E siccome i muschi e i licheni gli sono riusciti bene, crea Adamo ed Eva.

Allora, io sono Satana. No, non Santana, vedete chitarre? No Satana, quello originale. Quello che per un errore giudiziario è stato mandato laggiù, a crepare di caldo come i pizzaioli a ferragosto, dove c’è proprio la crema della bella società: i ladri e le fattucchiere, gli assassini e le meretrici, i golosi, i puttanieri e i furbi del quartierino. Ecco, sembra di stare in parlamento e io sono il presidente del consigl…ehm…del Milan…ehm…l’amministratore di condomino.

Eh certo, si fa presto a giudicare a dire che sono il male assoluto, come no, eppure non è tutto da buttare, ci sono cose interessanti e vorrei tanto metterle di nascosto in quella maledetta mela. Forse non sono così malvagio come sembra, in fin dei conti, anche se decaduto, resto sempre un angelo. Ho fatto delle cose buone. E poi oh, anche Scillipoti avrà detto buongiorno a qualcuno almeno una volta nella vita.

Perciò Adamo, senti me, prima di iniziare a dire cazzate come tuo solito, queste sono le cose che troverai nella mela, e se ti conosco un po’, dopo che le avrai provate, ti mangerai tutto il frutteto.

  • Il gol di Paolo Rossi nell’82
  • i freni a mano nel piazzale dei carabinieri
  • accompagnare un amico a fare una visita prostatica e dopo stringere la mano al dottore
  • la salopett di Woody Guthrie
  • baciare la tua donna tutta sudata
  • il letto che cigola mentre fai l’amore
  • la bottiglia di whisky di Robert Johnson
  • andare allo stadio nella curva avversaria ed esultare di nascosto (oh, erano finiti i biglietti, porco me, cioè, porco diavolo)
  • stare un po’ da solo
  • prendere una multa e offrire una sigaretta la vigile
  • guidare sobrio alle quattro di mattina con tre amici gonfi sui sedili posteriori e sentirti onnipotente
  • spellarsi le falangi suonando una chitarra
  • scoprire che sarà femmina e addormentarsi al saggio di danza
  • Guardarla dormire
  • rompere il vetro di una finestra sul cortile con una pallonata
  • elencare tutte le posizioni del kamasutra che faresti con la strafiga che sta attraversando la strada e scoprire che è la compagna del tuo interlocutore.
  • Caricare un paio di amici, partire senza meta e ritrovarsi a Pavana a suonare il campanello di Francesco. Guccini.
  • L’odore delle auto nuove
  • fare l’amore e non solo scopare
  • non avere tatuaggi e sentirsi comunque un guerriero

Ecco, io sono Satana, questa è la mia mela, Adamo non posso fare altro per convincerti, in fin dei conti esiste il libero arbitrio.

Questa è la versione maschile, ma siccome anche gli angeli decaduti non hanno sesso, vi invito a leggere quella della mia amica satanassa Tiasmo

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Paese che vai password che trovi.

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Sono costretto ad ammetterlo, da un po’ di tempo a questa parte la mia memoria mi sta facendo strani scherzi. E quando dico “un po’ di tempo” intendo da 39 anni ad oggi. Oh, intendiamoci non è una patologia, almeno non credo perchè non ho mai idagato, preferisco rimanere nel dubbio, forse ho semplicemente un rincoglionimento genetico, che l’avanzare dell’età matura (ahahah matura…bella questa) non sta certo aiutando a migliorare. Le difficoltà maggiori si presentano nel ricordare i numeri. Considerando che il mondo si muove a password e codici pin ho detto tutto.

Per fortuna ho notato che questo non è solo un problema mio, il che è consolante, una sensazione piacevole, come quando stai per essere incriminato per aver evaso cento euro al fisco e in quel momento entra Silvio.

Ho fatto una piccola indagine e ho scoperto che la maggior parte di noi è molto pigra quando si tratta di dover inventare una sequenza alfanumerica che metta al sicuro i propri dati. Le più usate sembrano essere 0000 1234 e 1111. In perfetto stile Balle spaziali. Il problema principale è rappresentato dalla quantità di chiavi d’accesso segrete, webnaute e non, che siamo costretti a memorizzare, per svolgere le funzioni minime di chi si siede davanti ad un pc o smanetta con lo smartphone.
Purtroppo l’aumento esponenziale, inibisce la fantasia: credoi che saremo tutti d’accordo nell’affermare che sarebbe meraviglioso ingegnarsi nel creare sequenze alfanumeriche che contengano magari anche qualche carattere asiatico tipo “icinesicelhannodi7centimetri”.

Parliamo proprio dell’abc: il pin del telefono.Livello di difficoltà: semplice. Quattro cifre che la maggior parte di noi compone abitualmente almeno una volta al giorno. Ecco, il mio vive attaccato a una qualsiasi forma di cavetto succhia corrente, sembra, un malato terminale con la flebo di elettroni sempre sparata in vena. Non importa che sia la presa del muro o l’accendisigari dell’auto, è di bocca buona, non si formalizza. L’importante è non farlo spengere. Ho un cassetto pieno di telefonini perfettamente funzionanti, ma condannati ad una forzata eutanasia perchè non ho la più pallida idea di quale sia il loro codice pin. Comunque l’esperienza insegna: il codice del mio iphone l’ho salvato direttamente nella rubrica, del telefono stesso ovviamente, ehhh mica so’ fesso.

Bancomat. Livello di difficoltà: teoricamente facile. Ecco, considerate che il mio pin del bancomat è molto, ma molto, ma molto simile a quallo del telefono (giuro!!!), così mi ritrovo alla cassa del Conad con il cellulare in mano a recitare il rosario sull’elenco dei contatti sperando che Sanculo mi faccia la grazia. Perchè, quando ci si mette, il fato sa essere veramente bastardo.

Il Codice puk: livello di difficoltà: mavvaffanculovai. Se qualcuno di voi lo sa a memoria vi prego di non farmelo sapere

La password del pc: e qui sono stato originale. La mia data di nascita. Si bravi, ridete, ridete, la potranno pure scoprire, ma siccome sono un genio, c’ho messo un carattere speciale alla fine, che nessuno saprà mai. Un bel punto esclamativo ! Giusto per renderla particolarmente enfatica.

Password dell’account di posta elettronica personale e di lavoro: La seconda, quando finalmente la ricordo senza difficoltà, scade e, neanche a dirlo, non posso più riutilizzarla (che spreco).

Ma si sa, noi italiani siamo un popolo estroso, a parte Lapo Elkann, e se ci mettiamo d’impegno le cose le sappiamo fare bene. C’è chi predilige blindare i suoi dati con il nome della squadra del cuore, qualcuno un po’ più astioso, utilizza quello della squadra o della città rivale seguito da un insulto, dalle mie parti per esempio quella su Pisa è la più gettonata; c’è chi si rifà al cinema e usa “etrom” come in Shining (inquietante), chi sceglie la targa della macchina (cosa per me assolutamente inconcepibile), chi mette il proprio gruppo sanguigno, come un tizio che conosco che ha messo “Barbera96”,

In tutto questo marasma di codici, parola e nascondigli in stile Matrix, secondo m è meglio andare sul sicuro e usare sempre la stessa password, certo, se qualcuno te la scopre puo’ prosciugarti il conto corrente e telefonare in Nuova Zelanda. Però i cambiamenti in questi casi posso risultare altamente deleteri.

In questo clima, rischi di accendere il tuo computer e digitare infinite volte il codice corretto, fino a quando arriva lei che ti dice “Caro, sai, ho cambiato la password al tuo pc, l’ho sostituita con la data del nostro anniversario”.  Il mondo si ferma. Vedi rotolare un cespuglio come nei film western e l’unica cosa che riesci a pensare è che questa si chiama “cattiveria” !!!

Squillo di trombe e rullo di tamburi.

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Era l’anno del Signore 1996, quello dopo sarebbe stato l’anno del “signorsì”, costellato da piantoni, guardie notturne e altre edificanti mansioni tipo pulire i cessi, ma questa è un’altra storia.
Eravamo nel profondo degli anni novanta, i cellulari pesavano quindici chili, Rocky “spiezzava in due” il russo Drago e se promettevi di fare il bravo la nonna ti regalava una manciata di caramelle Rossana.
In campo musicale imperversava Innuendo dei Queen, Vogue di Madonna, Rhythm Is a Dancer di Snap! (Anche se io preferivo la versione originale, quella di Leone di Lernia).
Ecco, in quel periodo il mio vero e unico idolo musicale era…..(rullo di tamburi)……ELIO.

Conobbi Elio attraverso una musicassetta che mi aveva prestato non so chi, che ovviamente riavvolgevo usando la penna Bic, e altrettanto ovviamente non fu mai più restituita. Conteneva il bootleg (a quei tempi andava di moda) di un loro concerto, a scuola lo ascoltavo col walkman, però da bravo studente volenteroso, appena iniziava l’intervallo lo spegnevo per non disturbare i compagni, ed eravamo ancora (per poco) in quell’età in cui le cose ti fanno ridere se e perché ci sono dentro le parolacce.
Sembrerà impossibile, ma non avevo la più pallida idea di chi fosse John Holmes, perciò nei passaggi tipo “trenta centimetri di dimensione artistica” oppure”non parlo perchè son rapito e poi in faccia non son mai inquadrato” non coglievo appieno la genialità della cosa.

Per puro caso, ma il caso non esiste, come diceva la tartaruga di kung fu Panda, per puro caso dicevo, conobbi altre quattro persone, decisamente diverse da loro, che suonavano uno strumento, a caso, e conoscevano a memoria tutti gli accordi di tutte le canzoni del grande Elio. C’è da precisare che, la maggior parte degli accordi erano eseguiti alla cazzo di cane, alcuni inventati sul momento, ma tanto nessuno ci faceva caso, anche perchè…chi cazzo lo conosceva Elio?
Insomma, presi la mia Ibanez nuova di zecca, il mio amplificatore a valvole e mi aggregai a quel gruppo di personaggi irragionevoli.

E questa, siore e siori era la formazione della band:
– al sax Sergio metallurgico ferito nell’onore, un operaio metalmeccanico cassaintegrato di 45 anni che si presentava sul palco con la tuta blu dell’Italsider di Piombino in segno di protesta, diceva lui. Fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e non aveva fiato neanche per suonare le trombette di carnevale, una volta prese un “si minore” talmente acuto che sterminò una famiglia di criceti.
– alla tastiera Andy “l’alpino”, chiamato così perchè abitava in via Monte Bianco, in realtà era di Campobasso. Alto un metro e basta si ritrovava spesso a suonare la pianola della Bontempi fregata al suo fratellino di 5 anni, i suoi cavalli di battaglia erano la sigla del mulino bianco e Jingle bells, ma solo perchè la Bontempi l’aveva come brano pre-impostato.
– Al basso Alessandro, un ragioniere alle prime armi appassionato, anzi, fanatico di atletica leggera e in particolare dei cento metri. L’avevamo soprannominato Carl Lewis, su suggerimento della sua ragazza. Sembrava infatti che tutte le sue attività non durassero più di un minuto e 25 secondi. Più che il “figlio del vento” era il “figlio del tento”, ma sicuramente non ce la faccio.
– alla batteria, Jimmy Karma, ci triturava i coglioni con lo Yoga che all’inizio poteva essere pure piacevole, ma dopo che ti eri fatto fuori i 4 barattolini di quel maledetto yogurt iniziavi ad avere dei sinistri rumori intestinali che lui riusciva a mascherare con poderosi colpi di cassa e rullante. Il problema si presentava durante i pezzi lenti, all’improvviso partiva una rullata da brivido, la gente non capiva ma Sergio si allontanava a fiducia smoccolando.
– voce e chitarra erano miei, cantavo di schifo e suonavo dimmerda, ma un rastone davanti ad un microfono faceva sempre la sua porca figura.

L’abbiamo visto tutti e cinque insieme Elio e le sue storie tese, in concerto a Follonica, dopo due giorni la mia ragazza mi lasciò, “senza addurre motivazioni plausibili” come recita Cara ti amo.. Mio padre appresa la notizia mi disse “figliolo mi devi fare un favore, la prossima volta vengo anch’io al concerto con te…ti prego”

Ma le mode passano e i miti restano, Elio fa il giudice a X-Factor, Sergio prende una pensione di millecentoventuno euro al mese, Andy si è laureato in medicina e passa i pomeriggi a giocare con l’allegro chirurgo, Alessandro si è sposato ed ha un bambino, certo, lui biondo, la moglie bionda e il figlio moretto e perennemente abbronzato…mah, misteri, Jimmy si occupa ancora di Yoga, ma quello vero, tiene corsi di meditazione in giro per l’Italia, ma ha sempre con sè le sue bacchette, perchè oh, quando la rullata scappa scappa.

Due giorni fa (per caso) ho ritrovato la cassetta del bootleg e di colpo mi sono sentito, dolcemente e orgogliosamente, tutti i miei (quasi)quaranta.

Ah, dimenticavo: non ho mai portato mio padre a nessun concerto e l’anno prossimo festeggerà trentanove anni di matrimonio. Però ieri mia madre mi ha detto “oh, lo sai che mi piacerebbe andare a vedere un concerto di Mengoni, ma figurati se il tu’ babbo mi ci porta, te per caso ci verresti?” Mamma lascia fare, per Natale ti regalo il DVD.

Esperimenti bloggettari.

Allora, questa per me è una novità. Sono già in ansia e quasi sicuramente, vista la mia capacità organizzativa, farò un casino.
Con una blogger che mi segue su facebook abbiamo deciso di dar vita ad una sorta di collaborazione, una cosa molto semplice, io ospito qualche suo post e lei i miei. Si lo so cosa pensate: povera ragazza, ma chi glielo fa fare?. Già, me lo chiedo anch’io, diciamo che è amante del brivido e probabilmente una buona samaritana che si sacrifica per il prossimo.

Ok, proviamo.
Lei è Lola, il suo blog Lola Garden, offre uno sguardo femminile sul rapporto uomo-donna…ed è tutto un dire.

Questo è il post che ho scelto. Avviso a tutte le donne: non chiedetele il numero di telefono del tipo della foto, non credo che ce l’abbia e anche se fosse, dubito che ve lo darebbe.

L’uomo “O MANGIO O PARLO” : gli appuntamenti disastrosi di Lola

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L’uomo di cui sto per parlarvi è bello, biondo, occhi azzurri, atletico, veste con gusto ed è anche gentile e galante tutto sommato. Per dirvi che un uomo improbabile può nascondersi dentro un ragazzo all’apparenza interessante e anche molto carino..

uno di quelli che le tue amiche vedono in foto o dal vivo e ti battono il cinque : vai amica, grandiosa! questo ragazzo era così carino che ha ricevuto l’appellativo di Uomo Svedese, termine evocante lande dal fascino freddo e biondissimi uomini molto alti e prestanti.

Ecco, lo Svedese era uno di quelli (parliamo di un paio d’anni fa) che non si facevano problemi a pagare cene in locali very cool, scelti appositamente tra i ristoranti più IN della città.

E fin qui tutto bene, l’opera di arricchimento acculturale poteva aspettare, vedevo il ragazzo molto propenso a nuove esperienze e ad abbandonare le vestigia fighette in vista di una nuova -interessante- era.

Quindi, seduti in una pizzeria vista collina, ho pensato bene di intavolare un discorso sui suoi interessi..su cosa lo appassionasse nella vita a parte il calcio, argomento che- Dio mi perdoni- non posso affrontare per più di quattro minuti per volta, o mi addormento con la testa nel piatto.

Lo vedevo sognante e già immaginavo stesse per tirare fuori qualcosa di unico, uno spiraglio, un’ancora che mi avrebbe permesso finalmente di interessarmi davvero allo Svedese rampante.

L’occhio azzurro perso nel vuoto, il ciuffo ribelle.. poi ad un tratto eccolo tornare in sè e affermare, con serietà e convinzione:

senti bella, mi piaci molto, ma mettiamoci d’accordo, io a cena O MANGIO O PARLO! Due cose insieme non le posso fare.

Riuscite a immaginare la mia faccia? NON CREDO. Perchè diavolo mi porti a cena se già sai che non potrai parlare perchè non sai fare due cose per volta?!

EPILOGO: Ho mangiato come se non ci fosse un domani, e ho dato un’ultima disperata possibilità allo Svedese, che insisteva per accompagnarmi il giorno dopo alla fiera del libro.

Una volta lì, lui tutto spaesato come Bambi nel bosco dei cacciatori, siamo andati a sentire una conferenza di Margaret Mazzantini. Prudentemente ho scelto un posticino in fondo, defilato, onde evitare brutte figure.

Ma lui NO! Lo Svedese voleva conquistarmi con i suoi effetti speciali e mi ha tracinata per un braccio IN PRIMA FILA.

Qualche minuto dopo il bellimbusto dormiva russando lievemente.

Si sveglia di soprassalto, si gira verso un vicino e fa :

Scusi, è qui per la MAZZOTTINI??

Se la terra mi avesse inghiottita in quell’esatto momento, vi giuro, non mi sarei ribellata.

Si metta di profilo e dica trentacinque.

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Io adoro la tecnologia, questo è un assioma indiscutibile. Mi semplifica la vita, mi risparmia code infinite agli sportelli postali, e soprattutto evita di mimetizzarmi da gustatore paracadutista davanti al distributore automatico del videonoleggio.

Insomma, per un irrecuperabile pigro come me è una vera manna dal cielo. In campo informatico me la cavo abbastanza bene, certo, non sono un genio della main borad, ma comunque fra i parenti e gli amici mi sono guadagnato una certa stima in questo campo.

Per tutti questi ammorbanti motivi, mi sono trovato due giorni fa a casa di una mia amica per aiutarla ad aprire il suo profilo Facebook. Premetto che è sposata e madre di una bambina (si, certo…bambina) di docici anni, suo marito mio amico d’infanzia è un armadio di un metro e novantadue per 94 chili e tira dei jeb sinistri mica da ridere, praticamente, è uno che ha sempre ragione lui, a prescindere. Questo giusto per dire che il mio testosterone era alle Maldive a fare la pesca d’altura.

Ok, iniziamo la procedura. Nome, cognome, scuola, città e altre informazioni messe a casaccio. Fatto, Scegliamo una foto del profilo: io suggerisco un armadio a quattro ante dell’Ikea, le opta per la faccina di Pollon. Ora non ci resta che andare alla ricerca di un po’ di amici, ci tuffiamo percio in “persone che potresti conoscere”.

La prima persona della lista che il suggeritore personale di Mark Zuckerberg ci segnala, è una fanciulla discinta in posa da bimbaminkia: boccuccia a cuore, sguardo obliquo e peluche sullo sfondo. La mia amica iniza a ridere, chiedendosi chi sia quella “ragazzina ammiccante” (lei ha detto “puttanella” in realtà), e perchè mai dovrebbe conoscerla. Potrebbe essere sua figlia, si veste come lei, ha lo stesso colore di capeli e….infatti… è sua figlia!!!

Un colpo di cannone nella cattedrale di Santa Maria del Fiore avrebbe fatto meno rumore. Un mix di incredulità e sgomento: non ci si puo’ iscrivere a Facebook prima di aver compiuto 14 anni. E’ proibito cazzo! Vietato! Non s’ha da fa’! Ma come è potuto accadere? La lascio un attimo da sola con il suo sgomento, mi faccio serio e con un’ espressione quasi sofferente. In realtà sto soffrendo veramente, la carogna (il mio alter ego) si sta rotolando per terra in preda ad una crisi di riso incontrollabile.

Guardo la mia amica che si aggira circospetta attorno al profilo della figlia, come quando si chiudeva nei bagni della scuola a fumare, sta cercando il coraggio di andare a conoscere sua figlia. Non quella che ha messo al mondo, l’altra: la bimbaminkia dell’avatar.

Scopre così che la ragazzina di Facebook è una creatura trasgressiva e soprattutto bugiarda: ha dichiarato di avere 14 anni, invecchiando di conseguenza anche sua madre (e questo è davvero inaccettabile). E’ una vera incosciente, il suo profilo è pubblico, lo possono vedere tutti. E’ un genio informatico: ha creato pagine, modificato foto, inventato sfondi. Ma soprattutto è popolare: ha solo dodici anni e puo’ contare 1127 amici. Sua madre ne ha 42 (di anni, ma dite che ne dimostra 35, per favore) e 24 nomi sulla rubrica del telefono, compresi i genitori, i cugini e i due codici pin del bancomat.

In questo momento se ci fosse Tata Lucia, le consiglierebbe di affrontare la sua (ex)bambina, cercando un dialogo costruttivo, cercando di spiegare i pericoli che ci possono essere in rete, come se già la “piccina” non li conoscesse. Certo pensandoci bene, avere una figlia (decisamente) femmina con un profilo aperto e ben visibile è una vera e propria benedizione, per una madre, ma anche per un armadio di duecento libbre. Ti evita di fare opera di spionaggio andando a frugare fra le pagine del suo diario segreto, ma le ragazzine di oggi ce l’hanno ancora un diario segreto?, mah, ti tiene aggiornata sulle sue passioni e, cosa non da poco, sui suoi spostamenti, finendo così per decretare Facebook la migliore invenzione di tutto il millennio partorita dal genere umano, dopo i sensori di parcheggio.

Ma la sua “nuova” bambina, offre anche aspetti di sè che altrimenti rimarrebbero sconosciuti: l’affetto per l’amica del cuore, la paura della vita che l’attende e il rimpianto di non poter più giocare con il camper di Barbie. La mia amica ha gli occhi lucidi quando legge che sua figlia teme per la salute dei propri genitori, perhè li vede un po’ invecchiati. Io per non sapere nè leggere nè scrivere mi tocco le palle, visto che siamo quasi coetanei.

Certo, esprime questi concetti citando le frasi delle canzoni di Violetta, che oltretutto canta in spagnolo, o di Justin Bieber, che non ho ancora capito se canta. Probabilmente ha trovato le traduzioni leggendo “Io Donna” e adesso i 42 anni della madre si sentono tutti, non ci son cazzi!!!

L’onestà del camaleonte.

Maschera

Piccola premessa da paraculo: questo post è rimasto per molto tempo nelle bozze, una sorta di opera incompiuta, la mia piccolissima “Sagrada Familia”, perchè anche se parlo in terza persona è chiaramente personale, troppo personale, dietro l’insistenza di una mia nuova amica di blog (che rimarrà privata, si perchè incredibilmente ho anche una vita privata…ma poco) mi deciderò a pubblicarlo…prima o poi…

I cavalieri medievali indossavano l’armatura, riuscivano a compiere gesti eroici, uscire incolumi dalle insidie della battaglia grazie a quel pesante fardello che li proteggeva e permetteva loro di sopravvivere a quel mondo di duelli, spade, principesse e regni da salvare.
Oggi, le nostre armature sono le maschere che quotidianamente indossiamo per muoverci in campi di battaglia diversi ma non meno cruenti, perchè, siamo tutti dei guerrieri fragili con una corazza troppo leggera. E allora indossare una maschera rende ogni cosa molto più semplice. Aiuta a nascondere l’identità e a renderla irriconoscibile. Le maschere hanno da sempre permesso di fare ciò che ai volti è proibito.

Ne hai indossate tantissime e continui a creartele di nuove, ormai hai l’armadio pieno e le hai cambiate così tante che il ricordo del tuo viso originale sbiadisce ogni giorno di più. Sono diventate indispensabili, come la cocaina per un tossico, E allora quando ti trovi perso ne indossi una, perchè è molto più semplice essere il giullare di corte che Guy Fawkes, il Cappellaio matto che Giovanni Tolu, Bradley Cooper che Roy Lee Dennis.

Non puoi permetterti il lusso di farti trovare nudo e indifeso, perchè hai un disperato bisogno di amore e di accettazione, e allora ti lasci prendere la mano e le sovrapponi, una sull’altra e ti dici che quella sarà l’ultima, che sei tu che decidi e puoi smettere quando vuoi. E intanto te ne metti una nuova.
Ora sei il figlio devoto, poi il marito sui cui poter contare, poi il padre affettuoso, l’imbonitore capace, il duro, l’amico, il cialtrone, il serio, il misterioso, il figlio di puttana. Ma “Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?” (L. Pirandello)

Indossare una maschera è un qualcosa di tangibile, o più spesso intangibile, utilizzato da ciascuno di noi per celare la propria identità, nella vita di tutti i giorni, nel mondo digitale-virtuale e nel mondo reale, online e offline.
Cerchiamo tutti di essere dei Romeo dal volto camuffato che riescono ad entrare in casa Capuleti e danzare con Giulietta riuscendo ad evitare la sfida con Tebaldo

E allora continuiamo a trascorrere così le nostre esistenze, intrappolati senza saper riconoscere e scindere il nostro vero animo dalla maschera che si porta e così, questa diventa l’arma che copre gli occhi, che riveste l’animo e oscura l’indole.
Perchè in fin dei conti non interessa quasi a nessuno scoprire cosa nascondi dietro, non c’è la curiosità di sbirciare oltre la tenda, perchè magari oltre la tenda non ci sono saltimbanchi e ballerine, ma solo visi comuni in attesa di essere truccati per andare in scena.
Perciò ci accontentiamo della realtà come appare e non ci preoccupiamo di altro, che va bene così, non sveliamo il mistero, è sempre meglio mostrare un volto che sorride piuttosto che un uomo che si dispera perchè rivuole la sua vita.

Forse siamo tutti degli impavidi cavalieri, o più semplicemente dei fuggiaschi che si adattano come camaleonti e plasmano la loro personalità per risultare più idonei e meno complicati, che poi spesso nascondersi e fuggire è comunque una forma d’arte o quantomeno di sopravvivenza.
Perciò niente moralismi sull’essere sinceri e mostrarsi per quello che siamo, per una volta cerchiamo di essere onesti, accettiamo a cuor leggero di lasciare nell’ombra Clark Kent e Don Diego della Vega, che non ci sono indifesi da salvare o ingiustizie da sanare, ma semplicemente situazioni diverse da affrontare. E poi, che vi credete, anche i moralisti hanno le loro belle gatte da pelare. Tutta gente seria che disquisisce di rock alla Jethro Tull e poi ascolta i Modà.In fin dei conti è giusto tenere nascosti alcuni segreti, non svelare tutto in un’unica soluzione, ma imparare a leggersi fra le righe, viaggiare a vista, con “questo boato che abbiamo sotto il respiro”, nel continuo gioco crudele della vita, che a volta ci fa uomini e a volte ci rende camaleonti.

Perchè gli inglesi la sanno lunga in fatto di suine.

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So che detto così puo’ risultare un proclama estemporaneo, ma per il mio lavoro (si vabbè…lavoro) è consigliabile guardare i cartoni animati.
Fra tutte le diavolerie che cerco di vendere per portarmi a casa un tozzo di pane e mezza razione di croccantini per il cane (anche se lui è di gusti difficili perciò a volte ci scambiamo la cena) c’è il meraviglioso mondo dei giocattoli, perciò spesso mi sparo un paio d’ore di Ray Gulp. Yoyo, Disney Channel e altri dai nomi impronunciabili per studiare le pubblicità con le quali i grandi geni del marketing manipolano la volontà dei piccoli spettatori. Probabilmente lo scopo finale è quello di aiutare le famiglie che vivono al limite della soglia di povertà a scendere definitivamente sotto tale soglia. Così senti bambini di sei anni che fanno le bizze per il Clem Pad da centocinquanta euro dicendo al povero genitore di turno: “tanto se non me lo compri tu, lo chiedo a Babbo Natale”.
Ecco, questo è un accorato appello ai bambini di tutto il mondo. Sentite piccoli ingegneri del Lego Creator, Babbo Natale si fa un mazzo così per raccattare un po’ di mangime per le sue renne, il capo dei folletti gli scartavetra le palle tutti i santi giorni facendogli presente che non ha ancora raggiunto il badget del fatturato, il direttore del Monte dei Paschi di Rovaniem gli ricorda che la rata del muto incombe. Il povero vecchio non puo’ far altro che prendere atto di tutto ciò, meditare sulle possibili soluzioni e alla fine proclamare un laconico “si vabbè….’sticazzi”. Perciò attenti, che quest’anno Babbo Natale potrebbe prendersi gioco di voi, quindi anche se vi sentite grandi perchè avete la stessa taglia di pantaloni di Brunetta, state in campana.

Comunque, Santa Claus a parte, guardando i cartoni della new generation non riesco a trattenermi dal fare confronti con quelli della nostra. La medioeval generation.

Negli anni ottanta io ero un bambino, come dire, semi trasparete, nel senso che non si notava la mia presenza, quando capitava di essere invitato ai compleanni dei miei colleghi scolaretti, dopo circa ventisette secondi tendevo a prendere i colori della carta da parati. Spesso mi vestivo direttamente come la tappezzeria del divano. E vaffanculo. Cercavo di colmare la mancanza di vita sociale rifugiandomi nella grande madre televisiva, perciò il pomeriggio dalle 14 alle 18 non mi facevo trovare da nessuno. Anche perchè nessuno aveva la minima intenzione di cercarmi, (ok, la smetto con questa atmosfera da piccola fiammiferaia).

E allora si iniziava con quelli fanta sentimentali tipo  Il fantastico mondo di Paul dove il protagonista insieme alla sua Nina sfidava tutta una serie di mostri con l’aiuto di un orsacchiotto che sputava raggi laser dagli occhi. Ecco in quel periodo mi regalarono l’orsetto di Coccolino che si trovava insieme al flacone, lo decapitai all’istante.
Oppure la Dolce signora Minù che se usava un particolare cucchiaino da caffè si rimpiccioliva di brutto. Quando veniva la vicina dell’Abruzzo con l’alito che sapeva di cane bagnato tiravo fuori tutta l’argenteria e gliela sventolavo davanti. Lei non si rimpiccioliva mai, ma mi guardava con aria compassionevole e poi consigliava a mia madre di portarmi da un esorcista.

Poi c’erano quelli sportivi come Grand Prix il campionissimo oppure il mitico Judo Boy che aveva un sigla fantastica di cui comprendevo metà delle parole tipo “Judo boy judo” per me era “Judo va ‘gnudo” e infatti non capivo per quale motivo fosse sempre vestito…

Infine i robot, si ok, Ufo Robot,  Jeeg Robot, Mazinga…tutta roba commerciale, no, il mio preferito in assoluto era Astroganga, che a guardarlo adesso mi rendo conto che assomiglia decisamente a Calderoli e infatti, lo ammetto, faceva decisamente cagare, ma mi piaceva essere alternativo.

Che dire, devo veramente fare un confronto con quelli di oggi?, sarò buono, ne prendo uno a caso…Peppa Pig.  E’ bello vedere i bambini completamente invasati seguire le gesta di una famigliola di maiali dalla testa con una forma equivoca. Se si perdono un episodio diventano come i Gremlins una volta bagnati. E’ un cartone animato inglese e praticamente la famiglia reale britannica sta sterminando le giovani menti tramite un maiale (femmina). Che se avessero un po’ di pazienza i maschi del futuro se la caverebbero benissimo da soli, fa più danni un maiale (femmina) di uno sciame di cavallette. Il padre di Peppa poi, è lo stereotipo del padre perfetto: gioca sempre con i figli, impacciato, ingrassato e bonario. Vedo padri alti e prestanti che hanno fatto apposta tre figli perchè giochino fra di loro e li lascino in pace Non c’è partita, sono perdenti su tutti i fronti

Ci stiamo tutti “pinkizzando”, perciò non ci resta che riderci sopra,  non prima di esserci buttati per terra a pancia all’aria. Ma a 40 anni alla lunga il mal di schiena poi rischia di non passare più.

Perciò rassegnamoci, ai nosti tempi ci mettevamo l’asciugamano sulle spalle a mo’ di mantello e lanciavamo i raggi gamma. I nostri figli probabilmente inizieranno a grugnire, c’è solo da sperare che almeno lo facciano in inglese. “God save the Queen. But also Peppa Pig”

I capelli delle donne dicono molte cose. Non necessariamente a bassa voce

colori capelli

Alcuni anni fa per lavoro, sono stato costretto a seguire un corso di psicologia “spicciola”, che secondo l’illustre relatore, avrebbe dovuto aiutare noi partecipanti, a decifrare i tratti caratteriali  della persona che avevamo davanti, studiando semplicemente i piccoli gesti che accompagnavano la nostra discussione.

Non so se avete mai partecipato a uno di questi “happening” auto celebrativi,. In sostanza sono organizzati da personaggi in giacca e cravatta, che usano continuamente termini inglesi, come “competitor” (per dire concorrenza),  “human resouces” (per definire i clienti) e “businnes information” (per darti un calcio nel culo).. Sono dispensatori di sorrisi smaglianti, hanno tutti almeno un paio di master, che te in confronto ti senti uno pluri-ripetente del primo anno del Cepu. Tutti  abbronzati e profumati di dopobarba al tartufo di Norcia, ti ripetono in continuazione che sei nell’azienda giusta al momento giusto. Ecco, a queste parole toccati subito le palle, perchè nella maggior parte dei casi l’azienda chiuderà nel giro di due mesi per bancarotta.

Inutile dire che a metà della prima lezione la maggior parte di noi era già nella fase REM del sonno e il novantanove percento di quelli rimasti svegli stava mandando sms a tutti i contatti della rubrica. Uno solo, seduto in prima fila, annuiva ritmicamente e prendeva appunti interessato, ma guardandolo bene, si potevano scorgere gli auricolari collegati all’ipod con la musica degli Iron Maiden “a palla”.

Comunque sia, pur avendo assistito come spettatore (assolutamente) passivo, dopo quel corso ho iniziato ad osservare un po’ di più i gesti e i piccoli cambiamenti delle persone.

Uno su tutti è individuabile nella relazione che intercorre fra lo stato d’animo femminile e il taglio dei capelli.

Quasi sistematicamente, subito dopo la fine di una relazione, l’uomo si lascia un po’ andare. E dicendo “un po’” sono stato decisamente troppo buono. Lo vedi girovagare con la barba di quindici giorni e le mutande di ventidue, capelli pettinati con i petardi e un paio di mosche che gli tengono compagnia. Bottiglia da 66cl di birra nella mano destra e mozzicone  di Nazionali senza filtro nella sinistra, a volte si sbaglia, aspira la bottiglia e ingoia il mozzicone, ma non ci fa caso, prima o poi uscirà. Il mozzicone intendo.

La donna no. Dopo un periodo più o meno lungo di pianti, montagne di fazzoletti scottex (quasi dieci piani di smoccicamenti), pomeriggi estivi passati nel letto con la trapunta invernale e la tisana bollente e interminabili sedute di coccole al gatto, che il povero felino ne uscirà ricoperto di fazzoletti tipo la mummia di Tutankhamon, dopo tutto questo…la donna sboccia.

Inizia a vestirsi con abiti variopinti, tipo Jimmy Hendrix, tacco dodici e borsa rossa Luis Vuitton (anche taroccata, tanto chi vuoi che se ne accorga). Ma sempre.ogni volta che si chiude una storia, la donna deve assolutaente tagliarsi i capelli: E’ un evento naturale, come appiccicare il chewingum sotto il banco o spruzzare acqua dal tergicristallo mentre sorpassi un gruppo di ciclisti. Le senti parlare e dicono tutte la stessa cosa “oh, gli ho dato un taglio netto” e non sei del tutto sicuro che stiano parlando solo dei capelli.

Ma non solo, spesso cambiano anche colore. E ogni colore ha un suo significato. Altrochè se ce l’ha.

Vogliamo parlare delle bionde? Sono solari, lucenti, quasi eteree, poi (alcune eh, non vi incazzate subito) si piegano in avanti e scopri il tatuaggione tribale che fa bella mostra di sè appena sopra l’elastico del perizoma bianco interdentale e lì capisci che. forse non sarà in odore di santità, ma tu hai la prova inconfutabile che Dio esiste e per dimostrarlo, scatti una foto con lo smatphone, giusto per farla vedere agli amici durante la riunione parrocchiale del mercoledi sera.

Le more, la bellezza mediterranea per antonomasia, procaci e determinate, quasi tutte abbronzate, le guardi e ne rimani ammaliato, potrebbero guidare una moto o impastare una pizza e sarebbero comunque eroticamente perfette. Certo, a volte fanno entrambe le cose insieme e ti ritrovi a cenare con una pizza che sa di nafta, ma loro sfoderano un sorriso e ti chiedono “com’è?” e tu rispondi “buonissima”. Mentri tenti di tagliare il carburatore.

E infine (ma non ultime) le rosse tinte. Ecco, qui è un po’ più complicato. Credo di parlare a nome di gran parte del popolo maschile, la donna rossa ispira proprio un sentimento di protezione estrema, nel senso che la vedi e vorresti farle scudo con il tuo corpo, possibilmente saltandole addosso.
Psst, avvicinatevi, avvicinate l’orecchio, vi voglio dire una cosa a bassa voce, senza farmi sentire da loro…dicevo…pare che le donne che si tingono i capelli (e a volte non solo quelli) di rosso, abbiano un intenso bisogno di sesso, oh mica lo dico io. l’ha detto Alberoni (che nessuno sa di preciso che funzione abbia nella società) e pure un mio amico (usando un proverbio popolare a sfondo ornitologico).

Comunque ad onor del vero, ci tengo a dirvi che il mio amico, al solo scopo di dimostrare la veridicità del suo proverbio, è andato da una ragazza con i capelli rossi dicendole, senza troppi giri di parole, che lui sarebbe stato disponibile per una notte di passione. Mentre lo raccontava si massaggiava la guancia, sulla quale, la rossa valchiria aveva impresso le sue altrettanto valchiriose cinque dita.
Possibile?, non voglio crederci, la teoria delle ragazze che si tingono di rosso è falsa?!?!?, no, mi rifiuto !!!, sicuramente quella sarà stata una “rossa naturale”.

Sorvolo volutamente su colori tricotici “alternativi” tipo verde ramarro, blu cianotico e viola rigurgito di sbornia. Non saprei classificarli non avendo a disposizione luoghi comuni e detti popolari.

Comunque al corso aziendale, ho assimilato un sacco di nozioni fondamentali per capire la psicologia del tuo interlocutore, ad esempio, se al momento della stretta di mano, chi vi sta di fronte, vi gira il polso mettendo la sua al di sopra della vostra, ha uno spiccato istinto alla dominazione (la relatrice si chiamava Grazia Alcazzo). Questa informazione era gratis, per le altre dovete pagare i cinquecento euro di quota e vi si apriranno le porte della conoscienza.

Alla fine ho ceduto. 158509 Enzo Camerino

Mi ero ripromesso di non scrivere nessun post sulla giornata di oggi, dedicata ai diritti umani, la giornata della memoria, per ricordare le stragi naziste e i campi di sterminio.
Non mi andava proprio, non per insulse idee politiche, ma semplicemente perchè spesso queste sono occasioni per dar sfogo a tutte le ipocrisie possibili. Un pò come andare nei cimiteri il due novembre. E solo quel giorno li, perchè la tradizione ce lo impone.

Poi è accaduta una cosa che ancora non riesco a spiegarmi bene, o forse semplicemente non ha bisogno di essere spiegata.
Ho guardato, come spesso accade, distrattamente il telegiornale su La7, sentivo in sottofondo la voce picchiettante di Mentana ma non ascoltavo ciò che diceva. Fino a quando, alla fine ha presentato un ospite. Enzo Camerino. Onestamente non sapevo chi fosse quel signore anziano che mi guardava con gli occhi scintillanti, finchè Mentana non gli ha chiesto di mostrare il braccio.
In quel numero tatuato ho letto tutto l’orrore e l’umiliazione che un essere umano può provare per mano dei suoi simili.
Come ho detto all’inizio, è una cosa che non riesco a spiegarmi bene, ma mentre parlava ho percepito le sue sofferenze. Un’onda che mi è arrivata all’anima e l’ha presa a schiaffi. Non era un film o un documentario, era un uomo reale che mostrava al mondo il grado di abominio che può raggiungere l’animo umano.

Lo so benissimo che è difficile non cadere nella retorica parlando di questi argomenti, ma in quelle parole c’era racchiuso tutto. La paura, la sofferenza fisica e quella psicologica, la morte, l’odio, l’umiliazione profonda. Chi le pronunciava non cercava compassione, cercava solamente di fare in modo che ciò che aveva visto e vissuto non fosse stato vano, che non venisse perduto.

Ho iniziato a piangere per la rabbia e lo sdegno per i patimenti e per tutti gli Enzo Camerino che non ce l’hanno fatta. Per la più grande delle torture: la privazione della dignità.

Dopo ho spento il televisore perchè ascoltare illustri membri dell’attuale classe dirigente disquisire sulle disgrazie giudiziarie di un puttaniere ottantenne, mi pareva fuori luogo.

Una doppietta è per sempre.

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Io non sono un patito di auto, non ho conoscenze tecniche particolari e se apro il cofano non riesco a distinguere lo spinterogeno dal motorino di avviamento, per dire. Quando si ferma il motore l’unica cosa che riesco a fare decentemente è spingere. Non sono aggiornato sugli ultimissimi modelli in uscita e comprerò quattroruote al massimo due volte l’anno, infine non sono uno di quelli che si è rotolato per terra quando ho appreso la notizia che quest’anno il Motor Show non si farà, mi dispiace molto di più per le gnocche che per le auto.

Però il mio lato sentimentale prima o poi spunta fuori e se faccio una velocissima carrellata non posso non ammettere che ogni auto che ho posseduto (nel senso di guidato, per ora riesco a trattenermi dal fare cose contro natura con tubi di scappamento) hanno segnato un passaggio importante della mia vita.

La prima in assoluto fu l’auto dello zio Piero. Una vecchia 127, il colore vero non l’ho mai saputo, era completamente rugginosa, la teneva parcheggiata nel fienile e con un altro paio di ragazzetti ci divertivamo a viaggiare con la fantasia, aveva i cuscini di pelle di vacca e se sterzavi troppo veloce il volante ti rimaneva in mano, sui sedili posteriori ci facevano bisboccia le galline. Era un viaggio immaginario senza marce e senza fari, coi Black Sabbat e qualche sigaretta, gli adesivi sul cruscotto, sant’Antonio e i Rolling Stones, Padre Pio e i Ramones. Sognavamo pensando: “quale vita ci aspetterà in fondo al prato, quando apriremo il cancello, che strada faremo e che macchina lucida e chissà chi avremo seduto sul sedile qui di fianco”. Era la fine degli anni ottanta e sui muri non c’erano scritte di morte ma “Francesco ama Chiara”.

Invece la prima automobile “vera”, che si metteva in moto e caminava, per intenderci, è stata la mitica 500, non quella di oggi da fighetti, ma quella con il motore dietro al sedile, quella che per fare rifornimento dovevi aprire il cofano davanti, quella che se non facevi “la doppietta” emetteva una grattata del cambio che si giravano tutti per strada e poi c’era sempre il buontempone che sghignazzando gridava “hai cambiato?” e tu che dentro al tuo misero abitacolo rispondevi in un livornese stretto “no, sto sempre col tegame di tu’ ma’” (la traduzione la potete trovare sul dizionario Zanichelli “dall’italiano al labronico”). Ecco, quella. Mi era stata regalata da un parente che neanche conoscevo, probabilmente aveva commesso qualche crimine e la mia famiglia lo stava ricattando, altrimenti non si spiega il folle dono, certo, è anche vero che si sta parlando del 1994 e l’auto in questione aveva già un venticinquina di anni, comunque chissenefrega adesso era mia. Beveva come un alcolizzato il giorno della vendemmia ed era di un improbabile color salmone. In realtà non era uscita così dalla fabbrica, il colore originale della carrozzeria era un celestino chiaro, ma i segni del tempo erano decisamenti evidenti. Un giorno mio padre comprò la tinta per verniciare la caldaia a legna del garage, ma abbondò con la quantità dei barattoli, e siccome in casa dei miei genitori non si buttava via mai niente, lui si fece prendere la mano dal pennello e la mia 500 dal quel giorno divenne dello stesso colore….della caldaia, appunto. Tanto che spesso aprivo lo sportello e buttavo sul sedile una fascina di legna, per fortuna mi sono sempre fermato un attimo prima di accendere il fiammifero. Ah dimenticavo, lei si chiamava Paolina. (L’auto intendo, la lei “umana” forse Michela…sinceramente non ricordo)

Poi fu la volta di Camilla. Una Panda 1000 rossa fiammante, la mia prima vera auto nuova!!! L’auto della mia adolescenza e anche un po’ oltre. Aveva il cambio sincronizzato, ma io riuscivo a “grattare” ugualmente perchè insistevo nel fare la doppietta, eccheccazzo, ormai avevo imparato e non volevo smettere più. Quella è stata l’auto del primo tamponamento, del primo viaggio Livorno – Firenze tutto in superstrada e tutto in quarta marcia perchè nessuno mi aveva avvisato che oltre a quella c’era pure la quinta, del primo cannone, della prima multa perchè facevamo i “freni a mano” nel parcheggio della stazione, della prima volta che marinai la scuola, del primo pugno preso e del primo bacio dato …si si lo so dove volete andare a parare, si ok, è stata pure l’auto della “prima volta” che non sto qui a descrivere ma non potete immaginare che testata diedi al vetro dello sportello posteriore nel momento in cui scoprii che aveva i sedili ribaltabili. (tutti optional che sulla Paolina te li sognavi e basta). Ammetto che in quel periodo ci furono almeno tre “lei umane”, che detto così sembra un discreto risultato, ma se lo spalmiamo in sette anni già si ridimensiona.

Ecco da lì in poi ne ho cambiate altre quattro (di auto), sono cresciuto (più che altro di peso) e ho smesso di battezzarle con nome di donne…e infatti ho smesso pure di cambiare donne. Però ogni tanto “una doppietta”, così per sfizio me la faccio ancora, perchè sarebbe bello qualche volta poter prendere la vita in terza-frizione-folle-colpo di accelleratore-frizione-quarta e via così.

Mio padre ha cambiato la caldaia, adesso è bianca e va a metano, la mia auto invece è nera e va a GPL, ultimamamente deve aver dato una mano di vernice al pannello del termostato. Ieri sono stato a casa sua e c’era una bici bianca, un paio di sedie di cucina bianche, i cuscini del divano bianchi e anche il cane mi sembrava leggermente più candido…ma forse lui era semplicemente lavato.