Il vicino avrà anche l’erba più verde, ma spesso gli mancano le cartine

20130616-180208.jpg

Qualche giorno fa ho incontrato per caso un mio vecchio amico, non ci vedevamo da almeno quindici anni.
Mi sono sentito improvvisamente vecchio.

Premetto che siamo amici su facebook, ma è una di quelle amicizie che, come direbbe l’attuale ministro Grilli, fa parte del sommerso.
La cosa è ovviamente reciproca.
Non leggiamo i nostri post e non ci teniamo aggiornati sugli sviluppi delle nostre esistenze.
Ma appare la fotina nella colonna della chat, tu la vedi, sai che c’è ma la ignori, come la bolletta del gas che ti arriva dieci giorni prima della scadenza.

Comunque un’occhiata ogni tanto la butti, per una sana morbosità, per controllare il grado di decadimento dei tuoi coetanei e anche come sprone per non lasciarti totalmente andare ad uno stato di sciatteria completa.

Questo a patto che ognuno degli utenti applichi le regole minime di onestà intellettuale.

Così vai in giro con l’immagine patinata dei tuoi amici-psico-ignorati stampata della mente.
Poi arriva quel fatidico giorno in cui la realtà si palesa davanti a te. Il tipo che per un caso fortuito ha incrociato il tuo sguardo ti ricorda qualcuno ma proprio non sapresti chiamarlo per nome. Lui ha il tuo stesso identico atteggiamento, ma probabilmente le sue sinapsi sono più attive (misero risultato, dato che i tuoi neuroni alle nove di mattina sono ancora a Copacabana), e ti saluta.

E in quel preciso istante gli salteresti alla gola, come un mastino napoletano, gridandogli “Sciagurato!!! Aggiorna la foto del profilo!!!”
Scopri così che l’immagine che vuole dare di sè, risale a otto anni prima, con capelli fluenti, fisico asciutto e sorriso sornione di uno che la sa lunga.
Ora invece stai per interagire con un tizio che porta in testa uno spiazzo tale da poterci organizzare il prossimo Palio di Siena, la sua fiera muscolatura è finalmente esplosa e qui una leggera vena di cattiveria, mista a passata invidia, ti fa esultare come quando andavi a scuola senza aver aperto libro e invece della prof, entrava la supplente in minigonna.
Il tuo ego si nutre di quella visione e raggiunge proporzioni smisurate.

Sul momento non sai su quali argomenti puoi intavolare la discussione, e la tua espressione è identica a quella di uno che sta andando a raccogliere le castagne a piedi nudi.
Inizi con un rassicurante “Come stai?” E il tuo interlocutore parte con una filippica snocciolando aneddoti che suscitano in te interesse pari ai dati di proliferazione delle trote salmonate nella regione del Piave. Conclude la sua rassegna ironizzando sui postumi della sua mega festa di compleanno svoltasi due giorni prima. Adesso il tuo imbarazzo è totale. Maledici il momento in cui hai ignorato la notifica che faceva bella mostra di sè nella colonna “compleanni”. Accampare scuse peggiorerebbe la sua già misera considerazione che ha di te. Glissi e inizi a parlare della crisi e delle trote salmonate.
Poi lo guardi meglio e noti dettagli che ad una prima occhiata ti erano sfuggiti.
Scarpe simili alle tue, ma più fashion, la sua sciarpa è trendy, mentre la tua sfoggia una bella etichetta “made in P.R.C.” e ringrazi il cielo di essere ignorante in inglese, altrimenti la lista sarebbe più lunga dell’elenco degli invitati all’inaugurazione della nuova stagione della Baia Imperiale.
Insomma, sembra te, ma un pò più rigovernato. La solita teoria dell’erba del vicino…

Ti congedi simulando un appuntamento di lavoro e durante il tuo peregrinare ti assalgono dubbi atroci del tipo “ma anch’io avrò avuto lo stesso decadimento fisico?” E per sicurezza ti passi la mano fra i capelli sperando di trovarli ancora.

Arrivi a casa e ti fiondi davanti allo specchio, più che guardarti, ti stai facendo direttamente una T.A.C., la pancetta e quei 6 (bugiardo sono almeno 10) chili che non riesci a perdere, stanno minando pericolosamente la tua autostima. Sei in piena crisi di identità, per un attimo non ti riconosci nell’immagine riflessa, ti senti la reincarnazione del pirandelliano Vitangelo Moscarda di “uno nessuno centomila”. Corri in cucina a bere un bicchiere d’acqua, apri la credenza e il barattolo della Nutella placa la tua sete.
Mentre sei intento a ricoprire la fetta di pane con uno strato consistente di quel gratificante cibo degli dei, il tuo unico pensiero è ” Ma si…, se ingrasso, sul mio profilo di facebook ci metto la foto di Jeeg Robot d’acciaio, e vaffanculo”.

 

Pesce rosso e rostinciana

20130614-104004.jpg

E’ ufficialmente iniziato il periodo delle sagre paesane.

Ogni agglomerato urbano ha la sua, da quella del tortello a quella del ginghiale al mare in perizoma.
Tutti gli alimenti commestibili o pseudo tali, trovano la giusta coronazione in banchetti conviviali a loro dedicati.
Non se ne salva uno, ami le chiocciole? i primi giorni di giugno puoi andare ad ingozzarti a Vicopisano e lì ti renderai conto che le corna sono un virus trasmissibile da invertebrato a essere umano; ami la trasgressione? corri subito a Borgo San Lorenzo, ti troverai immerso nei festeggiamenti della sagra del prugnolo, ti renderai conto che il novantasette per cento dei commensali non sa che cazzo sia il prugnolo, il restante tre per cento sono ex tossici, semi-acculturati, che sono venuti con la speranza nel cuore di trovare in quel turbinio di funghetti il miceto d’oro capace di scatenare visioni celestiali.
Se invece ti trovi a passare in quel di Zeri (paesino in provincia di Massa), potrai imbatterti in stormi di maschi sognanti, spinti da desideri incoffessabili, intenti ad accaparrarsi i posti migliori per sfogarsi nell’evento mondano dell’anno: la sagra della pecora zerasca. La delusione più assoluta si manifesterà suoi loro volti quando capiranno che la festicciola è dedicata semplicemente alla degustazione del quadrupede ovino e non alle bipedi locali.

Ok, organizzi con un gruppo di quattordici amici l’insana magnata.
Passi i primi ventisette minuti a cercare un parcheggio, arrivi al punto di odiare la tua vettura, ti fermi sul ciglio di una scarpata, scendi, metti in folle, togli il freno a mano e lasci che i suoi centoventi cavalli vadano a pascolare nel campo seminato a maggese che ti si para davanti.

E’ giunto il momento di ordinare.
Ti accodi ad un numero di persone pari alla popolazione dell’Uzbekistan, tiri fuori il telescopio col quale dal terrazzo di casa tua ci puoi contare gli anelli di Saturno, ma che adesso non ti pemette di leggere il menù appeso alle pareti del casottino della cassa talmente sei lontano.

In questi baccanali le norme minime di igiene sono prese, appallottolate e buttate nel cassonetto della differenziata.

Le cucine sono improvvisate in castri suini dismessi e il capo chef indossa fiero la parannanza (ex) bianca che indossava il suo bisnonno e che si tramanderà per altre sei generazioni evitando accuratamente che venga a contatto con qualsiasi forma di sapone.

Ti siedi su due tavoloni di sette chilometri che spesso si uniscono improvvisamente tra di loro pizzicandoti le chiappe, quando ti alzi avrai il culo a pois. Come la Pimpa.
Hai ordinato tutto quello che potevi, dall’antipasto all’ammazza caffè, te la vuoi proprio godere e soprattutto, vuoi prendertela comoda.
Inizi a interloquire con i tuoi commensali ignaro di quanto sta per succedere. Improvviso come l’herpes labiale, si manifesta all’orizzonte il bambinello con calzoni corti che ha preso la tua ordinazione, cammina con in mano un vassoio enorme contenente un numero illimitato di piatti (di plastica), bicchieri (di plastica) e bistecche….(di plastica). Sembra un equilibrista del circo Togni, catapulta il tutto sulla tua porzione di tavolo, e quando dico “tutto” intendo proprio l’intero menù, così ti ritrovi a dare un morso ai crostini con i fegatini, addentare la torta della nonna del capo chef e degustare gli spaghetti al tartufo nello stesso boccone. Devi sbrigarti perchè fra dieci minuti inizia la musica e devono sparecchiare.

Così ti ingozzi come un criceto, conservando le scorte di cibo nelle guance, per i periodi di magra.

Parte il primo colpo di batteria, lo show è iniziato, gli “Hurrà” stanno intrattenendo la folla con le note del ballo del pinguino, aspettando così, tra un saltino e un passino, l’arrivo della guest star della serata.
Ci siamo, l’attesa è finita, mettete a letto i bambini che il rocker maledetto è arrivato. Finalmente il mitico Tony Dallara fa il suo ingresso sul palco e si scatena incendiando la pianola tra “Romantica” e “Ghiaccio bollente”.
Infine alla coppia con la migliore dentiera verrà consegnato un buono per una revisione gratuita della protesi all’anca.

Sei giunto al limite, mastichi svogliatamente gli ultimi brandelli di rostinciana, ti pulisci le mani alla camicia del pensionato seduto al tuo fianco, ti scoli l’ultimo sorso di China Martini e te ne vai.

I tuoi amici si sono dileguati quando sul palco si cantava “siamo i watussi”.

Torni a casa, riempi il primo recipiente che trovi di acqua e diger selz e mandi giù. Cazzo, era la boccia del pesce rosso e del suo inquilino non c’è più traccia.

Ti butti sul letto consapevole che la tua digestione terminerà il prossimo anno bisestile.

Ti svegli di soprassalto alle tre e venti di notte con un senso di pesantezza che non ti abbandona e con una domanda che ti rimbalza nella testa: che cazzo ci sei andato a fare alla sagra dell’anguilla in agrodolce se il pesce ti fa schifo? Ma soprattutto, quanti “mi piace” e quanta invidia susciterà la foto con te e Tony Dallara che hai pubblicato su facebook?

 

Che fai stasera? Esci? Si?!?!? Povero sfigato.

ImmagineDi solito la pausa pranzo è il momento giusto per scrivere un post, anche perchè fare la pennichella nell’auto parcheggiata vicino al centro, lungo i portici di Piombino, potrebbe risultare quantomeno bizzarro.

 

Ascoltando distrattamente la radio, ho captato che lo speaker di turno parlava di storie di persone che si sono conosciute grazie (?) alla rete.

 

Nella seconda metà del secolo scorso per provare a conoscere qualche avvenente fanciulla il metodo più gettonato era quello di andare in discoteca, farsi qualche cuba libre e iniziare a comportarsi da cavernicolo sulla pista.

Così, clava alla mano, tramortivi la poveretta di turno (con qualche litro di cuba libre in più dei tuoi) e la invitavi a bere qualcosa (no, non iniziate a fare facili battute, erano altri tempi, pensate solo che Pippo Baudo si tingeva ancora i capelli…ho detto tutto).

Insomma, pagavi la sua bevuta, la riempivi di complimenti, la chiamavi (ho detto “chiaMavi !!!) con sette nomi diversi (tanto era piena di alcool e non ci faceva caso) e lei, sistematicamente, non te la dava. Mai. (Roba che, se ti fossi fermato sulla tangenziale, con metà investimento, avresti raggiunto l’obiettivo…ma lasciamo stare).

Eppure eravamo tutti brutti, sporchi e….e basta.

Va bhe, comunque sia, ritornavi dai tuoi compagni, tutti completamente fuori come gerani sul balcone, millantando scoperte di nuovi orizzonti animaleschi.

 

Ma la tecnologia ha fatto passi enormi, oggi tutto quello che cerchi è nel tuo salotto di casa, all’interno del tuo computer, o nel telefono che tieni in tasca.

C’è gente che lascia sempre la vibrazione, ci fate caso?, non lo fanno per educazione, pare sia una comune pratica di soddisfazione indotta, quando sono…sul più bello mandano un sms ad un nome qualsiasi della rubrica con scritto “ti prego, telefonami ora”.

 

Insomma, in questo periodo storico è molto più semplice socializzare. Conosco persone giocano a Ruzzle solo per usare la chat. Pare che a breve uscirà la versione aggiornata, si chiamerà “Strip-ruzzle”, chi perde si toglie qualcosa, speriamo solo che qualcuno si tolga dalle palle.

 

Comunque sia, il consiglio d’oro è sempre lo stesso: la prima cosa da fare quando conosci una persona in rete è quella di farsi mandare IMMEDIATAMENTE la foto.

 

Un mio collega, sei mesi fa (dettaglio da ricordare per il finale di questo racconto) amante del brivido si è intrattenuto telematicamente (spero con gli abiti addosso perchè vestito è inguardabile, figuriamoci ignudo) con una signorina conosciuta su Badoo (altro banchetto di corpivendole/i mica da ridere), insomma solite cose, come sei, come non sei, e lui (non essendo esattamente il sosia di Garko) ha evitato di chiederle la foto.

Risultato: si sono dati appuntamento alla fontana della piazza centrale del paese, lui è arrivato tatticamente in ritardo e quando da lontano ha scorto uno scaldabagno rosa con i capelli biondi ha tirato dritto.

 

Prima se non uscivi mai di casa eri uno sfigato senza vita sociale, adesso passi intere settimane senza mettere fuori il naso dopo cena e ti senti un dio con centocinquantamila amici, parli con strafighe (che usano Belen come foto del profilo) che non aspettano il terzo appuntamento per dartela, te la tirano dietro prima che tu possa dire “apericena”.

Ma è giusto così, siamo al passo coi tempi e poi, se non ti lavi da cinque giorni vai tranquillo, per ora in chat non si sentono gli odori.

 

Comunque, per chi fosse interessato, ieri sono passato davanti alla fontana, hanno messo i ciclamini tutti attorno al bordo, è meravigliosa, l’unica nota stonata è quella signora col vestito rosa confetto che tiene in mano un cartello “Sono Greta, sto aspettando Batacchio56”.

 

Note dell’autore: ogni riferimento a fatti e persone è puramente frutto di fantasia. Sarebbe inconcepibile pensare a persone che passano le serate in chat.

Ah dimenticavo, io stasera dalle 20:39 alle 23:47 sono online.

È inutile usare la chiave inglese se non sai le lingue.

 Immagine

Mi capita spesso, quasi sempre per una specie di impegno chiamato lavoro, di fare una comparsata in qualche paesino dell’entroterra collinare.

 

Prima che qualcuno si incazzi a sproposito, preciso subito che vado decisamente pazzo per questi macro presepi animati. Appena varco il confine comunale, che di solito è caratterizzato da scritte ingiuriose nei confronti della madre del sindaco del comune antagonista, il mio sguardo si illumina come quello di Cristiano Malgioglio davanti alla trousse del fard.

 

Gli abitanti si conoscono tutti e le prime volte che ti vedono sono sospettosi, si scambiano sguardi complici, ti chiamano “straniero” (come nei migliori western di Bud Spencer e Terence Hill) e per non sapere nè leggere nè scrivere…si portano la mano al portafoglio, perchè non si sa mai.

Una volta appurato che sei innocuo tipo Gigi D’Alessio senza microfono, iniziano a darti confidenza.

 

E Lì è l’apoteosi.

 

Il primo che ti rivolge la parola è il reduce. Tutti lo chiamano dottore ma non è nemmeno infermiere. Gira con un cappello da alpino (anche se era in marina), dice di aver fatto entrambe le guerre e, se non ha ancora preso la pasticchina rossa, giura di essere stato al fianco di Napoleone durante la campagna di Russia. Peccato che sul più bello del racconto, quando sta per sferrare l’attaco finale al nemico, arriva la badante, lei russa veramente, che lo porta a casa a vedere la ruota della fortuna.

 

Di solito ci sono tre bar, uno sempre aperto che fa un caffè che sa di fosso, uno sempre chiuso con la scritta alla porta “torno subito” e il terzo gestito da un rastone di 150 chili, che fa come cazzo gli pare. Gli chiedi un caffè ed esci con un’Oransoda.

 

Il pezzo da novanta è il ferramenta, sempre abbronzatissimo, scarpe nere lucide e capelli impomatati, un misto fra Valerio Merola e la brunetta dei Ricchi e Poveri, alcuni sostengono che il negozio sia una copertura per i suoi loschi giri di femmine, oddio, il dubbio è legittimo, una volta gli ho chiesto la chiave inglese del 13, mi ha guardato come se gli avessi domandato gli affluenti dell’Adige e poi s’è scusato dicendomi che lui alle medie ha fatto francese.

 

C’è l’impiegato della banca, venerato da tutti, visto come tramite tra noi poveri mortali e il divino, l’essere perfettissimo, nostro signore del fido bancario. Il direttore della filiale. Tale mistica figura è un’entità impalpabile, fa solo alcune sporadiche apparizioni come la Madonna di Fatima, per il resto, non si manifesta mai, tipo Berlusconi al tribunale di Milano.

 

La bottega del barbiere è il vero cuore pulsante della comunità.

È sempre pieno di gente, ma nessuno si taglia i capelli, sono tutti seduti sulle poltroncine imbottite a leggere la Gazzetta e disquisire di organi genitali. Lui si fa la barba tre volte al giorno, tanto per sentirsi impegnato. Conosce i cazzi di tutti, al punto che il parroco prima di dare la penitenza al confessato, va da lui a chiedergli conferma.

Si scopa la moglie del ferramenta (il barbiere, non il parroco, almeno, non ufficialmente), ma solo perchè il ferramenta compra la gommina per i capelli al supermercato anzichè andare da lui.

 

Insomma tutte persone così, che magari vanno a prendere l’aperitivo col trattore, ma che sono comunque indispensabili al regolare funzionamento dell’ecosistema paesano.

 

Come dite?…le donne?…Ecco, quello è un mistero, stanno tutto il giorno in casa a fare bricolage, piantano chiodi , stringono viti, mettono tasselli nel muro e usano chiavi inglesi (o francesi) di tutte le misure. Mi chiedo solo da dove nasca questa passione, mah…vanno continuamente al negozio a comprare questa roba, ma non in un negozio a caso..ma in quello del….

 

Italasia.

 

Immagine

Una nuova e sempre più pressante realtà del nostro panorama economico, è rappresentata dai negozi cinesi.

Cinesi per modo di dire, infatti questi manager rampanti intrapredenti, parlano un idioma misto fra Hong Kong centro e quartiere Garibaldi di Livorno.

In questi esercizi commerciali occhimandorlati puoi trovare qualsiasi cosa, partorita da chissà quale mente brillante mai giustamente apprezzate, la gamma di queste suppellettili puo’ variare dal panda dorato che ti fa l’inchino quando entri, all’orso viola che ti manda a fanculo quando esci.

I titolari che gestiscono questi labirinti di borse e pile dal prezzo massimo di 5 centesimi, sono di un numero che varia dalle 5 unità alle 40 decine, nessuno saprà mai quantificarli, anche perchè ti illudi di parlare sempre con la stessa persona e in realtà in 6 minuti hai interagito con 24 individui diversi, ma vestiti tutti uguali e con lo stesso taglio di capelli.

Ma la cosa più curiosa che accade in queste fosse comuni di risaie si manifesta quando incontri persone che conosci, e qui si verifica il dramma.
Ti avvicini, saluti tua zia che non vedi da 5 mesi e la sua faccia è identica a quella che fa qualcuno seduto sulla tazza del cesso quando tu entri senza bussare.

Alcuni dissimulano, fanno finta di non conoscerti e rispondono con un marcato accento marchigiano.
Si, perchè si sentono smascherati, colti in flagranza di reato, incapaci di reagire, come quando tua moglie si mette al computer dopo che tu hai passato la notte su youporn e ti sei dimenticato di cancellare la cronologia.

Solitamente la prima frase che riescono a dire è “…giuro, è la prima volta che entro qui dentro, ero solo curioso, ma non comprerò niente”, come se incollare il manico del vaso da notte con lo SkazzaK da 1,05 euro fosse un reato penale.

Capitolo a parte meritano le commesse, sempre, costantemente, incinte, che ti sorridono e qualunque cosa tu dica annuiscono e parlano fra di loro in lingua madre, paghi, esci e loro continuano a sogghignare e a scambiarsi battute e tu sai benissimo che la sensazione di essere inseguito dall’uccello padulo non ti abbandonerà per almeno 3 settimane.

In conclusione vorrei dare una notizia devastante alle signore che durante i momenti di intimità col partner si entusiasmano notando che il profilattico calza decisamente stretto. Purtroppo il fenomeno non è dovuto ad una miracolosa crescita dell’organo pensante del genere maschile.
Se frugate nella tasca posteriore dei pantaloni troverete uno scontrino di Xian Chin Chan con un importo di 0,59 €/cent sotto la voce “Dulex”.

Anche i vicini…nel loro piccolo si incazzano

20130609-095032.jpg.
Ci scegliamo gli amici, selezioniamo i parenti fanculizzandoli estromettendoli da tutte le nostre vicende domestiche, ma esiste un’elite di persone che ci accompagneranno per un lunghissimo periodo della nostra presenza su questo pianeta, no, non mi riferisco agli ufficiali giudiziari, quelli ci seguiranno anche dopo la nostra dipartita, sono i vicini.

Quindi, se il tuo ultimo domicilio conosciuto non è Villa Certosa e non hai un nome improponibile tipo Nathan Falco, dovrai quotidianamente confrontarti con la gentile signora Iole, che avrà cura di far cacare il suo cagnolino sul tuo pianerottolo.

Qui si verifica un evento oscuro da decifrare come il concetto di noumeno nel pensiero filosofico di Kant, il fenomeno prevede che il minuscolo canide, difficile da vedere ad occhio nudo, riesca a concimare il tuo zerbino come se ci fossero passati tutti insieme gli elefanti di Moira Orfei.

Altri aneddoti coloriti, da raccontare ai nipoti davanti un focolare nelle fredde serate novembrine, si manifestano quando, dopo un tempo smisurato decidi di aprire uno spiraglio nella finestra di camera, solo il tempo necessario da poter permettere a quel sottilissimo filo di ossigeno di garantirti la sopravvivenza per i prossimi quindici minuti.
In quel preciso istante, la comare del piano di sopra si prodiga nello shakerare la tovaglia del veglione di capodanno, così, in pochi istanti ti troverai il copriletto tempestato di briciole bellissime come i diamanti su una riviera Cartier e tutti i piccioni di Piazza San Marco si radunano sul tuo davanzale con il piattino per le offerte.
Contemporaneamente il suo canuto consorte prenderà la sua collezione di mutande non pre-lavate e aprirà uno stand dal suo balcone, se avrai avuto l’accortezza di posizionare sotto un recipiente vuoto, il giorno del vostro anniversario farai un figurone con tua moglie regalandole una peLi-ccia a collo alto di volpi bianche dal manto riccioluto.

Se poi vuoi provare l’ebbrezza di essere la controfigura di Tom Cruise, puoi avventurarti nella tua mission impossible decidendo di parcheggiare nel tuo posto auto.
Lì capirai che il mercato dell’auto non è assolutamente in crisi e il tuo dirempettaio ne è un fulgido esempio, non sai di preciso quanto vetture siano di sua proprietà, sai soltanto che Marchionne da 5 anni gli manda il cesto di Natale.
Occupa tutti i parcheggi disponibili da Viale Marconi a Piazza della Chiesa, compreso il posto del sacrestano, poi passi davanti al suo garage, grande come la piazza rossa di Mosca, centimetro più centimetro meno e lo trovi aperto e costantemente….vuoto.
La tua unica valvola di sfogo, oltre a quella di nominare tutti i vari protettori da Sant’Abate a Santa Zita, sarà di prendere il chewingum che stai masticando da 5 ore e di imboscarlo dietro la maniglia della portiera della sua ultima fuoriserie.

Aspetti fiducioso il giorno in cui suoneranno alla porta e sua moglie ti implorerà di prestarle il sale, lì, nascosto dentro la credenza, darai fondo a tutta la tua salivazione e ti presenterai da lei col barattolo in mano fiero e baldanzoso come Lapo Elkann di ritorno da Amsterdam.

Non muova la testa e dica cheese.

Immagine

Allora, stavolta il compito è arduo: affrontare un argomento di particolare interesse….femminile.

 

Sto già sudando.

 

L’artigiano dei capelli…uff…l’ho detto.

 

Innanzi tutto la prima differenza sostanziale rispetto a noi uomini è l’appellativo col quale si identifica questa figura professionale. Per noi, fin dalla notte dei tempi, è il barbiere. Al massimo viene sostituito con una frase descrittiva del tipo “vado a farmi i capelli”, ma mai, da quando il genere umano ha avuto il dono della memoria, c’è prova concreta che un maschio (nel senso più ampio del termine) abbia osato pronunciare la parola “parrucchiere”. È un termine per noi inconcepibile, come per Maroni chiamare “italiano” uno di Rossano Calabro.

 

Ma si sa, siamo nel terzo millennio e gli orizzonti si ampliano, così è sempre più frequente incontrare tracce di testosterone nei laboratori di coloro che tagliano i capelli alle donne (oh…non mi viene), cioè spesso accompagniamo mamme, sorelle, fidanzate, badanti al restailing pilifero e approfittiamo spudoratamente dell’occasione per farsi dare la classica “spuntatina”.

La questione è puramente economica.

Ci viene naturale illudersi che, dato che probabilmente la nostra accompagnatrice elargirà una cifra pari agli interessi bancari di un mutuo trentennale al professionista della messa in piega, quest’ultimo avrà pietà di noi maschietti tagliandoci i capelli a costo zero. Niente di più sbagliato.

 

Personalmente ho passato da un pezzo il periodo delle illusioni e da quando un mio amico ha aperto l’attività, ho affidato a lui, l’arduo compito di rendere presentabile la mia capigliatura. Ovviamente è un coiffeur (sto facendo progressi) per signora.

 

Ecco, quando vado da lui vivo pressappoco queste emozioni.

 

Già prima di entrare dò uno sguardo dal vetro per quantificare il numero di persone presenti, giusto per far lievitare il senso di inadeguatezza che proverò una volta varcata la soglia d’ingresso. Ok, respirone, petto in fuori e via!

È ovvio che dovrò sedermi sul divanetto ad attendere il mio turno, spesso mi fanno aspettare anche se non c’è nessuno, così, tanto per farmi sentire un coglione.

Vabbè, ormai sono lì, vorrei essere a spalare la neve in bermuda e canottiera, ma sono lì. Mi godo la comodità del divano di pelle, senza spalliera (ma le donne non si appoggiano mai? Stanno sempre impettite? mah !) sfoglio appassionatamente l’ultimo numero di Donna Moderna, con lo stesso entusiasmo col quale toglierei le spine dal piede dopo aver pestato un riccio di mare e prego che tutto finisca il prima possibile.

Ok, è il mio turno! Esultiamo!

 

La signorina vestita da hostess della Lauda Air mi fa accomodare al lavatesta, io l’ho sempre chiamato lavandino, ma evito discussioni.

Mi siedo, mi stendo e incastro la testa in una ghigliottina modello Luigi XVI, la hostess mi da un comando secco e deciso “Mi raccomando non si muova”, dopo un millisecondo penso…”cazzo ora mi prude il naso”. Resisto stoico, sono comodo come se fossi sdraiato su un letto di chiodi, inizio a sudare e infatti sento una goccia scendere lungo la schiena, poi un’altra e un’altra ancora, dopo cinque minuti decido di infrangere il regolamento e da anarchico sovversivo alzo una mano per attirare l’attenzione della signorina, che nel frattempo si è allontanata lasciando l’acqua aperta con il getto che punta deciso al mio collo. Bagnato come Noè durante il diluvio emetto un suono gutturale, il livello dell’acqua nei miei pantaloni ha raggiunto proporzioni preoccupanti e, visto che ho pranzato mezz’ora fa, il rischio congestione è concreto.

 

Finalmente un mezzo della capitaneria di porto arriva in mio soccorso e mi riporta a riva.

 

Adesso viene il momento peggiore di tutta la cerimonia. Ormai conosco la liturgia e so che tutto quello che ho subito finora in confronto era zucchero filato. Il mio caro amico tagliacapelli si avvicina a me, sapendo benissimo cosa io stia provando, annuisce con la testa e fingendo compassione, come mia mamma quando da bambino mi metteva la supposta dicendomi “è per il tuo bene”, compie un gesto che corrisponde alla mia totale evirazione: mi avvolge sulla testa l’asciugamano bianco.

 

Non contento, mi fa fare tutta la sfilata sul corridoio facendomi sedere sull’ultima poltroncina accanto al vetro che dà sulla strada. Mi sento come se stessi parlando all’assemblea degli azionisti di Confindustria vestito come Platinette.

E poi…ma ci saranno state quattordici sedie vuote, perchè mi devi far sedere proprio in vetrina? Questa si chiama cattiveria.

Mi tiene lì altri quindici minuti, tanto per girare il coltello nella piaga, io vorrei letterarmente scomparire e infatti piano piano sto scivolando col sedere verso il basso cercando di nascondermi dietro la spalliera. Finalmente si decide, si avvicina e gira la sedia ruotante in modo da mettermi con lo sguardo rivolto verso la strada. In quel momento mi rendo conto che una comitiva di giapponesi sta immortalando la scena, un paio di loro sono sdraiati in terra in preda a convulsioni. Decido che non andrò mai più a mangiare il sushi e che, se incosciamente i giapponesi mi stavano sui coglioni un motivo ci doveva pur essere.

Inizia a tagliare e parla, mi spazzola e parla, poi accende il phon e continua a parlare ma il rumore copre tutto. Ecco, quello è il mio momento di riscatto.

Inizio ad insultarlo a ripetizione, lo mando a fanculo mentre sfoggio un sorriso smagliante e gli offendo tutti i parenti fino al terzo grado finchè non spegne l’asciugacapelli e tornano a diffondersi le note di radio pulce in sottofondo.

 

Rimpiango un pò i tempi in cui da bambino mio padre mi portava a tagliare i capelli da Lido, era spettacolare, lui tagliava mentre guardava la televisione, i clienti uscivano soddisfatti, perfettamente pettinati e qualche volta…con un orecchio in meno…ma si dai…stai a guardare il capello

Se telefonando riuscissi a dirti addio…ti chiamerei

.

Ho deciso. Da grande vorrei fare il garante della privacy.

Ovvero: decidere di occuparsi dei cazzi di tutti e farlo diventare un mestiere.

 

Mi piacerebbe capire gli oscuri meccanismi che regolano questo strano universo, come ad esempio se un comune animale mitologico con il corpo di uomo e la testa di cazzo ti taglia la strada ad un incrocio e tu, in preda ad uno slancio di aria natalizia non gli fai mancare un perentorio “figlio di mignotta”, rischi di essere denunciato dalla madre per aver svelato il mestiere che lei svolge con ammirevole dedizione da un tempo smisurato.

Per lo stesso motivo ci è fatto divieto durante partite di cartello tipo Chiusdino Vs Serrazzano, a causa di un arbitraggio scandaloso, inveire contro l’inetto direttore di gara sentenziando “bravo, ti si vedrà in televisione, a parà le pe’ore durante l’intervallo”, sarai sanzionato con l’infamante accusa di aver reso di pubblico dominio la futura esatta posizione del novello Paparesta.

 

Ma tutte queste incontrovertibili regole crollano miseramente alle 20:35 quando sei seduto a tavola, stanco come un coglione, con uno stato d’animo che in confronto il mostro di Milwaukee sembra il fanciullino di Pascoli, pronto a consumare la tua cena frugale a base di trippa e fagioli, quando un fastidioso cicalino interrompe questa celestiale atmosfera da Bambi sotto l’arcobaleno.

Squilla il telefono.

E tu dal suono prepotente già sai che sarà una rottura di palle. I tuoi timori si fanno certezze quando alzi la cornetta e il call center ti aspetta.

In quel momento comprendi anche il livello di globalizzazione raggiunto dalle varie compagnie telefoniche, infatti ti ritrovi a parlare con una signorina dell’Europa dell’est, sfuggita alla cortina di ferro e ora trovato asilo presso una sedia girevole dietro Cortina D’Ampezzo. La suddetta centralinista parla pochissimo italiano, quindi ti spiegherà tutti i dettagli principali e altamente vincolanti del tuo nuovo contratto, in lingua madre, giusto per non rischiare di commettere errori.

Ogni 5 minuti userà un vasellinante “gentile signore” per sottolineare che comunque, la tua lingua la conosce perfettamente.

 

Alla fine della conversazione, avrai sottoscritto (anzi, sottodetto, comunque hai preso qualcosa sotto), uno scintillante contratto della durata di 75 anni da 128 euro al mese con 8 scatti alla risposta e la possibilità di chiamare gratis un numero rumeno a tua scelta, il cane avrà mangiato la tua trippa e a te non rimane che riempirti lo stomaco con i fagioli, ormai semi congelati, per la gioia di tua moglie che potrà vantarsi con le amiche del Rotary Club di avere un marito ano-lessico (cioè che parla col…).

Il mondo ai tempi dell’iphone

Non ce l’hai?, ma come?. ma ce l’hanno tutti…
Oggi se non hai Iphone sembri uno che va a giocare a rugby con le infradito, sei fuori dai giochi, additato come preistorico, non saprai mai il significato di termini tipo Whatsapp o viber, tiri fuori il tuo cellulare da 30 euro ed è come se in tasca avessi il telefono grigio a ruota della Sip, non condividi le foto non sei aggiornato sullo status sentimentale del tuo idraulico niente di niente, puoi solo chiamare e, se al massimo hai il modello paleolitico plus, mandare un messaggio di 5 caratteri.

Sei al supermercato, senti un segnale acustico e noti 47 persone che mettono la mano in tasca facendoti sentire come attore non protagonista di Gangster of New York e temi profondamente che che una chiamata vagante possa colpirti alla schiena. Solo dopo circa 25 minuti tutti i presenti realizzano che il jungle che si era udito era solo l’antitaccheggio.

Ma come facevamo 2 anni fa senza quest’arma di distruzione di massa…cerebrale, era una vita grigia e soprattutto silenziosa, ora suona, suona se ti arriva una mail, suona se la farfalla di Belen prende il raffreddore, suona se l’emiro del Kwait passa col rosso.
Poi incontri tua madre per strada e ti dice “ma che succede?, è 3 giorni che ti chiamo e non rispondi” e tu a le “si l’ho visto ma ero in chat con il maggiordomo di Obama che mi consigliava come sbloccare la coltivazione delle piante del cotone su Farmville”

Insomma, un tempo ormai lontano se non volevi rotture di scatole bastava spengnerlo, ora ti trovano anche se vai su Alfa Centauri.

Secondo me la soluzione ideale è…caxxo ve lo dico dopo mi è arrivata la notifica del compleanno dell’elfo maggiore di Babbo Natale, corro immediatamente a fargli gli auguri.