Gallette di riso e fiori d’arancio.

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Capita ogni tanto che, per qualche bizzarra congiunzione astrale, trascorra l’ora del pranzo in compagnia di un cliente/amico. Alcuni giorni fa c’era Mercurio in Acquario. Ed è successo.

Ora, mettete un posto a tavola con un giovanotto, celibe, aitante e con un’intolleranza al glutine e un tipo come me da “bocchina scelta” (come dice mia madre) che non mangio verdura, niente frutta, niente pesce, vino neanche a parlarne.

Arriva l’oste con il menù, il mio commensale espone il suo problema, il ristoratore mi guarda “è celiaco anche lei?”, lo squadro da capo a piedi “no, io sono di Cecina, ma ho gusti difficili”. Se ne va indispettito e ho la certezza che mi sputerà nel piatto.

Iniziamo a chiaccherare amabilmente (come dicono nei migliori romanzi d’appendice), solite cose, la crisi, il tempo, il culo della biondona che è appena passata. Insomma, un cocktail di argomenti culturali da premio nobel, ad un certo punto la discussione si sposta sul matrimonio di suo fratello. A suo dire ha incredibilmente trovato una brava ragazza e l’ha convinta, chissà con quali argomenti, a convolare a giuste nozze. Li, su due piedi, l’argomento mi interessa quanto la percentuale di concentrazione di muffe sulle pendici del monte Amiata, poi ha iniziato a descrivere piccolissimi particolari che hanno acceso la mia curiosità.

Innanzi tutto la sua futura cognata è originaria di un paesino della Puglia e da quelle parti i matrimoni durano quanto un giorno polare, è capitato più volte che i piccioncini arrivassero al taglio della torta in concomitanza del loro primo anniversario. Altro aspetto da non sottovalutare è il numero degli invitati. Solitamente, almeno ai miei tempi, i futuri consuoceri  si dividevano democraticamente il costo della cerimonia, senza fare il conto preciso dei rispettivi parenti e amici. In questo caso ho letto una nota di velato astio. Il padre del mio amico ha già mandato un comunicato stampa alla controparte affermando che “oh, noi siamo una ventina, voi quanto gli abitanti di Città del Messico, io porto cento euro, il resto è a carico vostro”. Sarà, ma io prevedo dissapori, anche senza la sfera di cristallo.

Si, perchè quel giorno li, uno dei più belli della tua vita, non va mai tutto liscio, uno dei miei sciamani dice sempre “stai male quel giorno e poi non starai più bene”, e lui s’è sposato tre volte, ma è una tappa importante nella vita delle persone e a te, uomo, ti conviene ricordartela bene, segnati la data ovunque puoi, ti servirà a mandarle dei fiori e fare un figurone per gli anniversari futuri, a ricordarti che sei sposato mentre la cameriera con la scollatura inguinale ti porta l’antipasto e soprattutto ti conviene ricordarlo per evitare di bloccare continuamente l’accesso al tuo Home Banking con password sbagliate.

Ma sarà bellissimo, arriverai in chiesa un’ora prima di lei e tuo padre avrà il tempo per calcolare la spesa approssimativa dei fiori, si sentirà un socio del Vaticano e giusto per ribadire il concetto, si porterà a casa un cero pasquale. Poi ci sarà la cerimonia, vi scambierete gli anelli e tu ovviamente sbaglierai dito, il prete, (che ti ha battezzato, comunionato, cresimato e preso per un orecchio quando andavi in sala giochi) ti darà uno scappellotto alzando gli occhi al cielo, verso il suo titolare, dicendogli “fallo smettere di soffrire e inceneriscilo”. Ok, è fatta ora sei “marito”, ti danno tutti grandi pacche sulle spalle, una tua zia che non vedevi dal tuo battesimo ti dice che è ora di fare un bambino, ma così su due piedi le fai capire che non hai intenzione di avere un piccolo dittatore per casa (che come tutti i dittatori italiani sarà basso e pelato).

Cerimonia finita. Tutti a pranzo, tutti tranne te e la tua moglie nuova di pacca. Dovrete pazientare giusto quelle tre ore, il tempo necessario per fare un milione e mezzo di foto.

Ti sentirai i piedi come due zampogne, gli invitati sono tutti sudati e si mangerebbero un quarto di bue, tua madre è felice e commossa, tuo padre solo commosso, ha polverizzato metà della sua pensione in un giorno solo, prende i cento euro che aveva portato da casa e ci soffia il naso…tanto ormai cento più cento meno…

Insomma, sei seduto al tavolo, con un cliente, terminate entrambi la vostra porzione di gallette di riso, le cose scritte sopra le hai solo pensate, te le tieni per te, sorridi e mangiando l’ultima briciola realizzi che avevi ragione, l’oste c’ha sputato.

Vi alzate, paghi te (tanto deve fare ancora l’ordine, gli aumenterai i prezzi) e dopo aver chiuso l’album mentale del tuo milione di foto sorridenti, pensi che in fin dei conti è semplice basta seguire la regola d’oro: il segreto per un buon matrimonio è non smettere di baciarsi…il segreto di un buon divorzio non ve lo posso dire. Non gratis, almeno. (è copiata, ma non ricordo da dove…boh, ci penserà il mio avvocato).

“Orecchio”…”mi piace”

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Passi un paio d’ore (abbondanti) per scrivere un post, quantomeno decente, fai un po’ di ricerche su wikipedia, giusto per documentarti e sfoggiare qualche termine da bimbo acculturato, saltelli qua e la fra le righe del sito del “dizionario italiano” per evitare di commettere errori madornali di ortografia. Infine cerchi di inventarti (o di scopiazzare con discrezione) alcuni paragoni che possono risultare simpatici.

Insomma, cerchi di applicarti il più possibile, rileggi la tua “opera”, realizzi che è un tantino stringata (altro termine ricercato su wiki), quindi aggiungi un paio di paragrafi, giusto per donarle una misura di parole accettabile.
Ok dai, diciamo che potrebbe andare, la pubblichi e incroci le dita.

Certo, non scrivi per fame di gloria, ma semplicemente per il gusto di farlo, però, oh, sei un insicuro cronico e qualche apprezzamento schifo non ti fa.
E poi…e poi capita che la mattina dopo esci e cammini per le strade del centro, la tua attenzione viene richiamata da un tuo vecchio amico (vecchio nel senso che lo conosci da parecchio tempo, sennò se realizza che parlo di lui magari si incazza, anche perchè ha la mia età e perciò è un ragazzino), che ti chiama, ti fermi a fare due chiacchere veloci e lui esordisce così “oh France, mi fanno ridere i tuoi post, infatti metto sempre “mi piace” e i miei “mi piace” sono centellinati (è un tipo che se lo tira con gli apprezzamenti feisbucchiani) però deh, che palle…troppo lunghi, cazzo scrivi meno, avresti più successo, per esempio “culo” – “mi piace”, “tette” – “piace”, “f..a” – “mi piace”…è chiaro il concetto??”

Il concetto è chiarissimo, ma probabilmente (ma non ne sono sicuro), non possiedo il dono della sintesi.

Comunque mi sto allenando, perciò…oh, Simo, …”Prostata” –

L’occasione fa l’uomo…ragno.

ImmaginePuo’ una giornata di merda trasformarsi in una stratosferica giornata di merda?

Ho iniziato questo post con una domanda retorica stile “I sepolcri” del buon vecchio Ugo Foscolo. Anche se, devo ammetterlo, quando sono a corto di idee ho sempre la fortuna di avere il mio fido Cupido alternativo, anzichè lanciare frecce dell’amore, lancia dardi di sterco, che corre in mio soccorso creando spunti per nuovi e scellerati articoli.

Il tutto inizia intorno alle 14:30 di un assolato pomeriggio di Luglio, riemergo dalla pennichella pomeridiana e felice come un fagiano all’apertura della caccia, mi metto alla guida, con il volante che si sta per squagliare, aria condizionata a palla e Radio Subasio abbestia.

Tutto sembra procedere secondo i piani, a parte il forte odore di pollo strinato dovuto all’improvviso incendiarsi dell’Arbre Magique al gusto cane bagnato, finchè dopo aver imboccato la quattro corsie direzione sud un rumore sinistro si manifesta dentro la ruota anteriore sinistra. Alla piazzola, possibilmente libera, mi fermo e controllo. Ok ad una prima occhiata niente di che, avrò beccato il fagiano sfuggito al bracconiere. Invece no, riparto e realizzo che il pennuto gallinaceo aveva salvato le piume, in compenso io avevo beccato un ferro con conseguente squarcio sulla gomma. Così, ad una prima riflessione, avrei preferito il contrario.

Ok, con molta calma, apro il mio breviario e inizio a leggere con certosina precisione tutte le espressioni da scaricatore di porto livornese che mi sono appuntato in anni di onorata carriera, giusto per essere sicuro di non tralasciarne nessuna. Una volta espletata questa fondamentale pratica di autocontrollo, Mi guardo intorno per cercare una soluzione. (e possibilmente un aiuto)

Ora, io non so se vi è mai capitato di dovervi fermare in superstrada (da noi si chiama ” Variante”), ma non in una superstrada qualsiasi, ma nel tratto San Vincenzo – Follonica, in piena provincia labronica. La scena pressappoco è questa: passa il camionista, ti razza facendoti barba e capelli, ti saluta con la mano e se ne va, passa una pattuglia dei carabinieri, rallenta, quasi si ferma, te mostri patente e libretto, a fiducia, loro fanno un cenno con la testa e accellerano mettendo la sirena, passa il buontempone che ti vede in piedi vicino alla gomma bucata, lui abbassa il finestrino e ti grida “falla tutta !!!”, sta pensando che tu stia pisciando alla ruota, come il cane, passa il secondo camionista che ti chiede “quanto vuoi per fartelo mettere dietro?”, tu rispondi “no guardi, è il pneumatico anteriore quello forato, dietro sono nuovi”, lui addenta il panino con la porchetta e ingrana la marcia, passa l’altruista, si ferma, scende, scuote la testa e dice “eh, brutta roba, il mese scorso è capitato anche a me”, non muove un dito, si fuma una sigaretta, lancia il mozzicone nel campo sottostante e se ne va dispiaciuto. Infine passa lo scemo del villaggio, ti scatta una foto, la condivide su facebook e dopo sette minuti ci sono già altri trentadue scemi di altrettanti villaggi che hanno messo “mi piace”. (questa l’ho scopiazzata, ma non sarò incriminato per questo).

Il mio spirito di osservazione mi fa capire che dovrò cercare di cavarmela da solo.

Svuoto il bagagliaio dai centoquarantacinque cataloghi e ventisette borse, alla ricerca della ruota di scorta, del cric e di qualche altro attrezzo di cui ignorerò l’utilizzo. Tabula rasa. Della ruota neanche l’ombra, cazzo, il concessionario se l’è fregata, lo chiamo incazzatissimo, lui mi fa gentilmente notare che sul mio modello di auto è previsto il…..kit di riparazione e gonfiaggio. Riprendo in mano il breviario dello scaricatore e ripasso gli ultimi due capitoli. Capirai, c’ho messo sette anni per capire come andava montato il cric, figurati quanto ci metto a impiegare la fase di gonfiaggio, che a ripensarci adesso, quasi quasi era meglio se accettavo l’offerta di quel camionista che insisteva per darmi una pompata.

Studio le istruzioni dellìinfame marchingegno. Innesto lo spinotto A nell’accendisigari, il tubo C di plastica alla valvola B della ruota, giro la chiave per dare corrente, sto per accendere, ma vengo preso dal panico, non oso spingere il pulsante M di alimentazione, per sicurezza decido di chiamare “il mi’ babbo”.

Ultimamente quando gli squilla il telefono e vede il mio numero perde tre mesi di vita. Infatti non risponde. Decido di giocare sporco, lo chiamo in modalità “nascondi numero” e per sicurezza decido di fare l’accento svedese (come Fantozzi). Il poveruomo ascolta la mia disavventura, sento che anche lui sfoglia il breviario e recita un paio di strofe (lui ha la versione bignami comprata sulle bancarelle del lungomare). Dopo mezz’ora arriva in mio soccorso e lui a differenza degli altri, si ferma e mi aiuta, confesso che non lo davo per scontato. Controlla, stranamente ho montato tutto bene, mi domanda perchè non ho iniziato a gonfiare, vorrei dirgli che conoscendomi temevo di saltare per aria e nell’eventualità mi sembrava brutto farlo da solo, ma evito e mi rifugio in un “temevo di fare dei danni”. Ovviamente non si gonfia niente, la gomma ha un taglio che sembra fatto da Freddy Krueger. Tocca chiamare l’assistenza stradale, la signorina gentilissima e con accento lombardo mi dice che sta contattando l’officina convenzionata più vicina, devo solo fornirle l’indirizzo esatto. Capirai, sono su una quattro corsie con i campi dalle parti e il mare in lontananza, lei mi chiede il numero civico più vicino, sto per riaprire il breviario ma lei si rassegna e sospirando “va bene, mi dia almeno il nome del comune e la provincia”. Qui si scioglie un po’, inizia a fare public relation, dice che sono cose che capitano e che in fondo abito in una bella zona e che il tempo è bellissimo, e che…e che coglioni, chiama l’assistenza che di solito il tempo sarà anche bellissimo ma qui è tutto nuvolo, ci sono fulmini poco incoraggianti e, anche se non sono il colonnello Giugliacci, prevedo che fra due minuti verranno secchiate d’acqua. (perchè come dice Frankestein Junior “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”) e infatti ha iniziato a piovere.

Nel frattempo si sone fatte le cinque del pomeriggio, vedo in lontananza il carro attrezzi, in quel preciso momento mi squilla il telefono, è il cliente col quale avevo l’appuntamento alle quindici e trenta, incazzatissimo (tanto per cambiare) “oh, ma dove sei?, sei sempre il solito, accidenti a me che continuo a farti gli ordini, come?, hai forato?, dai ganzo, non vedo l’ora di arrivare a casa e leggere il post che scriverai, se non lo fai ordino alla concorrenza” Click. telefonata terminata.

La faccio breve. Sono arrivato all’officina autorizzata, il titolare mi spiega che era “autorizzato” al soccorso stradale ma non a cambiarmi la ruota, con venti euro si lascia corrompere e mi monta un copertone di una Duna del 1987, guidando a trentuno chilometri orari e con il foro anale talmente strinto che non ci sarebbe passato neanche uno spillo, giungo dal mio gommista di fiducia. Diciamo che ormai sono diventato socio dell’officina, dietro la scrivania dell’ufficio c’è la foto di Napolitano e subito sotto ci sono io. Il capo mi spilla qualche foglio da cinquanta euro, mi stringe la mano e mi dice “oh, dai, non rassegnarti, finchè tu sei sulla strada io non navigherò nell’oro, ma diciamo che mi garantisci una certa tranquillità finanziaria”.

Dai, mi sono dilungato un po’ troppo, ma la vicenda era troppo ghiotta per non scrivere niente. E poi si sa…l’occasione fa l’uomo…..

 

Per un pugno di…penne

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Siamo immersi nella tecnologia, che ci piaccia oppure no.

La tecnologia ci accompagna nelle funzioni minime della nostra vita quotidiana, non ce ne rendiamo conto. Fino a quando non smette di funzionare.

Partiamo dall’ ABC. Il telefono.Ormai nell’immaginario collettivo il telefono per eccellenza è lo smartphone  e da quando tutti i gestori telefonici ci regalano l’illusione di averlo gratis nessuno di noi puo’ stare senza. Ci scarichiamo centomila app che ci semplificheranno la vita, ma ci manderanno avvisi di notifiche a qualunque ora del giorno e della notte E dai ammettiamolo, chi di noi resite alla curiosità di andare veloci come Usain Bolt a scrutare il display?

Capita così che si incenerisce il tacchino nel forno, tuo figlio sfreccia giù dallo scivolo del parco giochi e batte una boccata per terra, attraversi la strada e pieghi con una craniata il palo del divieto di sosta e ultima (ma non ultima) il numero di nascite dell’ultimo anno subirà delle strane variazioni. Parlando del più e del meno con la moglie di un amico (e se gli amici degli amici sono miei amici, figuriamoci le mogli) mi confida che durante l’ultima “performance matrimoniale” mentre lei (come dire) dava le spalle al consorte ma senza mancargli di rispetto, ha notato un cambiamento nel ritmo dell’esercizio fisico (non ci crederete ma per cercare di non essere volgare sto sudando come una forma di pecorino sardo a ferragosto), insomma, la poveretta si è girata e ha sorpreso il suo stallone (stallone si puo’ dire…oh io sono un patito di Rocky…fate come volete) intento a terminare la sfida a Ruzzle. Però qui vorrei spezzare una lancia a favore della categoria maschile. Sfatiamo una volta per tutte la diceria che gli uomini non riescono a fare più di una cosa conteporaneamente. L’unico problema è che l’amico, proprio…”sul più bello” ha vinto! Lui ha esultato (perdendo un attimo il controllo della “situazione”) e lei è incinta di due mesi. Uno dei primi figli della tecnologia.

Anche il mondo del lavoro si è evoluto dotandosi di nuovi strumenti all’avanguardia.

Per quanto mi riguarda, sono stato testimone e fruitore di questo evolversi di modernità. Innanzi tutto lo sviluppo della categoria. Un tempo eravamo semplicemente “rappresentanti” ora, cavolo (volevo dire “cazzo” ma potevo risultare scurrile), ci siamo evoluti, adesso siamo “agenti di commercio” (e ‘sti cazzi), che alla fine della fiera, è la stessa differenza che intercorre tra uno “spazzino” e un “operatore ecologico”. Vogliamo poi parlare degli strumenti di lavoro? Nella preistoria lavoravamo con carta e penna, sembravamo discendenti dei Sumeri e qualcuno, per sicurezza, si portava pure la tavoletta di argilla. Poi cinque anni fa la svolta, improvvisamente è arrivato il medioevo e con esso l’avvento del palmare, una scatoletta con lettere minuscole da premere con l’ausilio un pennino, e lì veramente invidiavi l’argilla, per la cronaca credo di aver perso centoventisette pennini, che se faccio il conto avrei speso meno a comprare direttamente la fabbrica dei palmari e togliermi la soddisfazione di raderla al suolo, l’ultimo lo ritrovai nello studio del veterinario il giorno che portai il cane a fare l’esame delle feci.

Ma viviamo (o sopravviviamo) nel presente, e “il presente” si chiama…Tablet. Cioè, siamo sempre alla tavoletta, forse è sempre di argilla, ma costa quanto la Princess Tower di Dubai. Tanto per iniziare, è già un’impresa metterci la pellicola salvaschermo. Segui le istruzioni alla lettera, pulisci il display con un panno morbido, applichi il primo strato di pellicola, delicatissimamente, come se stessi maneggiando una fiala di nitroglicerina, ok, andata, togli il secondo strato trattenendo il respiro, sembri un dentista intento a curare una carie ad un black mamba, infatti se il tablet cade per terra fai sette passi e muori ictus isterico. Ci sei, un ultimo impercettibile movimento ed è fatta. La pellicola è messa. Peccato che siano rimasti imprigionati almeno ventidue peli (senza specificare da qualche parte anatomica provengono) e quattordici briciole di pinolata. Ma si, chissenefrega. Guardi il tuo gioello tecnologico e passi la mano sopra, chiudendo gli occhi per gustarti appieno il momento, anche se per un attimo hai l’impressione di toccare il viso di Cassano.

Vai al lavoro fiero e baldanzoso, entri dai clienti alzando al cielo il tuo vello d’oro (o di argilla), sembri una “ring girl” (questa l’ho cercata su google) che passeggia esponendo al pubblico il numero del round. “Oggi facciamo l’ordine con questo”, il cliente ribatte dicendo che non vuole niente…”cosa?!?!…eretico !!! non ti dire cazzate…ora te compri qualcosa, qualsiasi cosa, uno spillo, una pina, una caramella usata…”, cede si prepara a fare l’ordine, annuisci sornione come a dire “ah…ti sei spaventato..eh”. Dai iniziamo…oh…ho detto iniziamo…ma perchè non si accende????….nooooo si è scaricata la batteria!!! Ma dove cazzo (qui ci vuole) ce l’ha la batteria???. Lo giri e lo rigiri, ma niente. In quel preciso istante entra un tuo concorrente che viene direttamente dal protozoico, munito di clava, foglio di carta gialla da macelleria e penna biro (neanche a scatto).

Lui esce dal cliente con l’ordine scritto sul foglio e la penna sopra l’orecchio (come i salumieri di una volta), tu invece con la ventiquattrore in mano e il tablet nel solco delle chiappe.

Perchè se un agente di commercio con il tablet incontra un rappresentante con una penna, quello con il tablet è un agente di commercio morto.

Per la serie “Disperato bisogno di ferie”

ImmagineSono circa due settimane che sto guidando con orgoglio la mia nuova auto, ho dato indietro con la morte nel cuore il mio modello di Yaris grigio metallizzato. Ma si sa, chiodo scaccia chiodo e così il nuovo che avanza ha preso il sopravvento. Adesso scorrazzo con una berlina nera nuova fiammante.

 

Va bhe, questa era la premessa.

Ora veniamo ai fatti.

 

Lunedì mattina, morale sotto i piedi, parcheggio dove capita, con la carogna sulle spalle che sta mandando a fanculo tutte le forme di vita che mi si parano davanti.

Entro dal cliente che miracolosamente mi fa un ordine, probabilmente mi ha scambiato per qualcun altro, ok chissenefrega (o come direbbe la mia stimata collega bloggettara “cazzomene”).

 

Ritorno verso il parcheggio, i due caffè non stanno facendo effetto, si sta addormentando anche la carogna.

 

Tiro fuori dalla tasca il telecomando per aprire la portiera. Niente. Non si apre. Riprovo. Stesso risultato. Calcio volante alla ruota anteriore, in segno di stizza. Che palle, a questa Yaris prima o poi devo smontare la chiusura centralizzata.

 

Tempo zero la mia vita mi passa davanti. Ricordo solo alcuni flash apparentemente sconclusionati. Yaris. Compleanno. Venduta. Livorno in serie A. Berlina. Comprata. Nero. Paulinho.

 

Conclusione.

Dietro di me c’era parcheggiata una Yaris grigia.

I candidati rispondano al seguente interrogativo: “secondo voi quale auto stavo cercando di aprire e susseguentemente prendendo a calci?”

 

Freud ci scriverebbe un libro.

Sono salito sulla “mia vera” auto e sono schizzato via. Dallo specchietto controllavo che non mi avesse visto nessuno, riflessa c’era solo la faccia sorniona della carogna che scuoteva la testa.

La risposta definitiva è aloe?… “l’accenTiamo?”….”accenTiamola”!!

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Ok, svelo un piccolo mistero, da un po’ di tempo stiamo (e quando dico “stiamo” mi riferisco al mio nucleo familiare, cane e pesce inclusi) esplorando a piccole dosi il mondo della medicina alternativa. non proprio omeopatica, ma qualcosa di simile.
Oggi ho scoperto le proprietà curative dell’aloe. Già il fatto che la persona che me ne ha parlato assumesse questo prodigio della natura per via rettale avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma una volta appurato che era possibile introdurla nel corpo tramite altre vie d’accesso, mi sono lasciato convincere e ne ho ordinato un barattolo.

Ora qui vale la pena aprire una piccola parentesi.
Partiamo dal principio che personalmente non ci capisco una mazza, ma pare che di questa aloe ne esistano una quantità innumerevole di varianti, vabbè, la faccio breve: navigando fra un sito di divulgazione scientifica e uno simile (ma senza la “scienti”), mi sono imbattuto in un articolo di un fabbricante locale di prodotti derivati da questa fantasmagorica pianta.
E’ fatta, prendo il numero e chiamo, me ne faccio preparare un bel barattolo da chilo e oggi pomeriggio mi sono fatto, con la gioia nel cuore, i quaranta chilometri che mi separavano dal raggiungumento del mio scopo.

La padrona della fazenda si è dimostrata molto disponibile, prodigandosi nel decantare le proprietà benefiche del prodotto. E’ un toccasana per le seguenti patologie: serve da filtro e depuratore dell’organismo, distrugge le tossine, introdotte anche dall’inquinamento idrico, atmosferico e alimentare, ristruttura, rigenera e rivitalizza il midollo osseo, è antiossidante, riabilitante ed energetico molto utile dopo le convalescenze, riattiva in modo specifico il sistema immunitario, stimola la produzione di endorfine ed esercita un’azione antidolorifica ed analgesica, utilissimo negli sportivi, tonifica i capillari sanguigni.
E’ particolarmente efficace in caso di emorroidi, artrite, asma, cancro al colon, alla prostata, al seno, ai polmoni, alle ovaie e al cervello; problemi circolatori, diabete, allergie, epilessia, eruzioni cutanee, verruche, eczemi cellulite, psoriasi, bruciature, malattie senili, depressioni nervose, morbo di Parkinson, e malattie degli occhi.

Ok e qui voi (o parte di quelli che sono arrivati al terzo rigo della descrizione), come me, avrete esclamato “cazzo è miracolosa”, forse si, a parte il fatto che in questa descrizione sono stati affiancati le ovaie e il cervello, ma probabilmente l’ha scritta un uomo e quindi…ci sta.

Certo, i metodi di conservazione sono quantomeno…bizzarri.
Puoi stappare il barattolo, ma non puoi richiuderlo, ti è concesso di avvitare leggermente il tappo, ma se lo fai con troppo vigore potresti causare una reazione a catena e distruggere la via lattea. Non deve MAI essere esposta a luce diretta, una cosa tipo Bernardo Provenzano dei tempi d’oro, pena la condanna ad assistere in prima fila a tutti i dibattiti della Santanchè. Infine è assolutamente vietato fare boccacce e smadonnare durante la degustazione del prodotto.

Ora ammetterete che ne è valsa la pena farsi ottanta chilometri (quaranta andata e quaranta ritorno) di sabato pomeriggio mentre tutte (e sottolineo tutte) le persone che conosci sono a cazzeggiare in riva al mare, ma ne è valsa la pena, anche se ti devi sorbire la fermatona della tua dolce metà al mega negozio di scarpe in piena campagna pisana, ma ne è valsa la pena, anche se fra intrugli medicamentosi, autostrada e soggiorno nel paradiso dei calzolai, avresti pagato la retta universitaria alla Bocconi per tutta la durata del corso di laurea di Renzo Bossi. Ma ne è valsa la pena.

Oddio, questa mia ferrea convizione ha iniziato a vacillare quando sono tornato a casa, ne ho preso (come da indicazioni posologiche della “fazendera”) un’abbondante cucchiaiatona. Lì è iniziata una serie catastrofica di eventi.
Ho realizzato di aver stappato il barattolo davanti alla finestra (l’effetto vampiro è stato inevitabile), il sapore m’ha fatto intasare gli orecchi e lacrimare sale dall’occhio sinistro, preso dalla rabbia ho avvitato il tappo come Silvio farebbe con la testa della Boccassini.
Il tutto è durato circa dieci minuti, il tempo necessario per realizzare di essere allergico all’aloe.

Sono giunto dalla guardia medica (mia vecchia conoscenza, vedi “pronto soccorso intimissimi”) rosso come il culo del cercopiteco in amore, con un prurito assurdo alle mani e ai piedi, un giramento di palle da centrale eolica e il solito dubbio che mi attanaglia in queste situazioni: ma sull’aloe (vera o finta non importa)…dove va l’accento?

Ok, il punturone di antistaminico gentilmente somministratomi dal sedicente medico risolverà anche questo problema.

Insomma, nel volgere di poche ore ho santificato il coltivatore di aloe, gli ho infamato la moglie, sputato l’amaro intruglio nella ciotola del cane e sono stato soprannominato “torsolo” (che dalle mie parti è sinonimo di “coglione”) dal dottore, ma almeno mi sono tolto la soddisfazione di mostrare il culo a qualcuno.

Ma “L’infinito” di Leopardi è leopardare?

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Cercando disperatamente un suggerimento per un nuovo post, mi sono imbattuto in un vecchio compagno di scuola che mi ha pagato il biglietto per fare un giro sulla giostra dei ricordi, perciò se questo post dovesse fare particolarmente schifo, la colpa è solo e soltanto sua.

La prima confessione doverosa è quella di ammettere che la scuola mi piaceva tantissimo, per questo motivo ho cercato di prolungare la mia permanenza in quella fucina di neo classe dirigenziale, il più al lungo possibile. così i canonici cinque anni per me sono diventati sette/otto.

Praticamente sono andato a dare l’esame di maturità lo stesso giorno in cui ho compilato il modulo per andare in pensione.

Come nei migliori romanzi d’appendice che si rispettino, il bravo scolaretto ha sempre come socio di studi un lucignolo di turno che lo fa desistere dalle sue buone intenzioni.
Le mie di solito terminavano alla fermata dell’autobus. Dilaniato fra il salire e farmi massacrare dalla prof. di matematica o optare per un estenuante turno di sei ore al mitico Bar Luna diviso fra tornei di tressette e gironi infernali di calcio balilla (in tutte le sue varianti: calcino, calcetto, biliardino…paese che vai nome proprio che trovi).

Sinceramente l’opzione “matematica” mi allettava un casino, ma la evitavo per non dare un dispiacere alla prof., ci teneva poverina e quando esordivo dicendo che “l’angolo retto bolle a novanta gradi”, una nuova ruga di dolore compariva sul suo volto già provato. Mi metteva un secco tre, ma dalla sua espressione costernata si capiva che dispiaceva molto più a lei che a me.
Quindi il mio saltare la scuola era solamente un gesto di umana carità.
Ancora oggi non riesco a spiegarmi come tale palese atto di bontà, fosse invece interpretato dal corpo docente e dai miei stessi genitori, come sintomo di scarsa voglia di studiare.

Comunque sia, mi assumevo le mie fottute responsabilità e prendevo la decisione più difficile….Bar Luna.

Otto e trentacinque. Si aprivano le danze.
Appena si arrivava, l’odore dei cornetti alla crema e del caffè corretto al Sassolino si impadroniva delle nostre misere cellule cerebrali trascinandoci, privi di ogni volontà al bancone.
Una volta espletate le funzioni vitali minime (bombolone, cappuccino e caffè di rimorchio), ci rendevamo conto che oltre a noi due, ci saranno stati almeno una quarantina di altri puri d’animo che avevano preferito il martirio del biliardo all’italiana piuttosto che minare la salute psico-fisica dei propri insegnanti. No, no, non vogliamo sentirci dire grazie, le buone azioni vanno fatte senza aspettarsi niente in cambio, almeno secondo Frate Indovino.

La mattinata trascorreva veloce, fra gruppi di maschi che si sfidavano a colpi di primiera e settebello e gruppi di studio femminili che ripassavano filosofia, in preda a laceranti sensi di colpa e che giuravano col sangue che quella sarebbe stata l’ultima volta che saltavano la scuola.
Un po’ come quando tornavi dalla discoteca, camminando sui gomiti e miagolando, promettevi sul poster di Roberto Baggio, che non saresti più uscito, ma poi ti ricordavi che fra tre giorni sarebbe stato il compleanno del “pasticca” (e lui non prendeva quella per il colesterolo) così i tuoi buoni propositi si incendiavano e il “Divin Codino” quella domenica avrebbe lasciato il menisco a San Siro.

Insomma mi capitava sempre di tornare a casa in una giubbata di sudore, ma con la soddisfazione di aver reso incandescenti le manopole del calcio balilla, mia madre mi guardava con un punto interrogativo stampato in fronte e prima che potesse aprire bocca dicevo “Ciao Ma’, mi fiondo sotto la doccia che stamani c’era il compito di educazione fisica a sorpresa”.
Lei faceva finta di crederci e la vita continuava.

Certo, le scuse andavano studiate bene.
Ricordo che una volta il bar chiuse per malattia, noi in preda alla disperazione andammo sulla spiaggia a meditare e come atto estremo di protesta contro la malasorte, ci fermammo dal primo barbiere a tagliarci i capelli a spazzola.
Praticamente i nostri genitori videro uscire alle otto il Tenente Colombo e si ritrovaro alle tredici e trenta con il bagnino di Bay Watch.

Ma sono solo periodi della vita, siamo cresciuti, siamo gente seria, abbiamo preso il diploma, il bar Luna ha chiuso e al suo posto c’è un’agenzia immobiliare, ma io, ogni tanto, un caffè corretto al Sassolino me lo bevo ancora.

Ciao Ma’, ora posso dirtelo, quella volta lì non era vero che ci avevano sequestrato i narcotrafficanti colombiani. Ciao. Bacio.

 

Oh mamma ho quasi quarant’anni, ma ne dimostro trentanove.

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Un giorno, da qualche parte, ho letto una frase che nasconde una dura verità “Il conformismo ci uccide”.

Citandola così posso sembrare un ex figlio dei fiori nostalgico dei capelli lunghi, con fascia elastica in fronte, colorati, fluenti e assolutamente non lavati. Uno di quei giovani che sognano i tempi in cui si fumavano cannoni di salvia e tè Ati, con la musica di Cat Stevens in sottofondo e si sentivano tutti ganzi abbestia.

In realtà io quell’epoca lì non l’ho vissuta direttamente, mi sono manifestato con la generazione successiva, quella post-sessantottina, post-rivoluzionaria, post-comunista, insomma, si arrivava sempre dopo, ma anche noi abbiamo avuto le nostre belle soddisfazioni, a parte la salvia e il te Ati.

Non avevamo la cinquecento abarth, ma la Panda mille, (la mia rossa Ferrari si chiamava Pepita, ma non l’ha mai saputo nessuno), in tv non c’era Carosello, ma si sognava ugualmente con Capitan Harlock e le sfide di Topomoto e Autogatto, non abbiamo vissuto l’epoca della rivoluzione sessuale, ma abbiamo fatto arricchire una generazione di oculisti grazie a Postalmarket.

Perchè sto difendendo la categoria dei moderni quarantenni?, non saprei dirlo, forse perchè il padre del mio amico anti-lavoro tutte le volte che ci vede insieme ci squadra da capo a piedi con le mani giunte, sospira e scuote la testa, iniziando con un “alla vostra età io prendevo i passerotti al volo con le pinze, voi vi massacrate di…” Di che cosa non lo sapremo mai, visto che nel frattempo abbiamo già iniziato il torneo di PES2013; o forse semplicemente perchè avevo voglia di scrivere qualcosa e sono due ore che fisso la pagina immacolata cercando disperatamente un’ispirazione, poi mi sono voltato e ho visto la carogna che giocava a Mario Bros bestemmiando e rovesciando il Baileys sul divano e mi ci sono un pò rivisto, a parte il fatto che mi fa schifo il Baileys.

Insomma, ho iniziato questo post con la sparata intellettuale, ma sono in quella fascia di età che quando senti dire “i giovani d’oggi…” capisci che probabilmente non si stanno più riferendo a te e allora realizzi che i capelli spettinati e “gellati”, la maglietta semiseria, le scarpe “giuste” e la suoneria di “è arrivato l’arrotino” rischiano di farti sembrare antico e non rassegnato.

Insomma, qualche giorno fa parlavo con il figlio di dieci anni di un amico, l’ho guardato rincoglionirsi con il nintendo ds (3D…che è pure peggio) ho giunto le mani, scosso la testa ed esclamato “dai…spegni quel coso, io alla tua età prendevo gli uccelletti al volo bendato”…e lui “si bravo, se continui così fra un pò non prendi più neanche il tuo… in pieno giorno”

E allora via, tutti insieme a sfondarci di messaggini con whatsapp, a ritrovarci per l’apericena con qualcuno che rimedia una sbornia e una milf (che all’inizio pensavo fosse il nuovo modello della Smart) e qualcun altro che se vede da lontano suo figlio, cambia strada per non farsi chiamare papà/mamma.

Ok, finisco di fare inutili proclami, anche perchè la carogna sta tamburellando nervosamente sul tavolo, è già in tiro, occhialoni da sole, infradito e telo mare sponsorizzato “tè Ati”.

 

Il caffè è un piacere, se non è a Sasso…che piacere è.

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Ci sono nell’arco di un anno almeno 5/6 giornate in cui esco di casa alle 7 di mattina e torno alle 10 di sera con settecento chilometri di autostrada sul groppone.

Oggi è stata una di quelle giornate.

Premetto che per fortuna non affronterò tutto da solo, ma ci saranno con me almeno un paio di colleghi/compagni/scansafatiche/ma chi se ne frega tanto domani è sabato, che allieteranno il tutto con sproloqui di ogni sorta.

Parto da casa solo e mi sparo la prima mezz’ora a centocinquanta all’ora per arrivare baldanzoso come se dovessi fare una visita alla prostata, alla prima fermata, dove c’è ad aspettarmi “il tinto”, chiamato così perchè i quattordici capelli che ha in testa sono nero corvino artificiale, con uno strato di colore sopra che se per caso indossa una camicia bianca e disgraziatamente piove, gli cola tutto e si ritrova con una tenuta a strisce degna di un arbitro inglese di polo.

Ci conosciamo da almeno dieci anni e tutte le sante volte ci ritroviamo sempre nel solito posto. Uscita autostrada Pisa Nord, alla piazzola sull’Aurelia.

Ora per chi non è pratico della zona è doveroso spiegare che quel particolare tratto di strada è considerato da secoli, oasi naturale del wwf, infatti è frequentata da svariati esemplari di fauna, un assortimento tale da essere in grado di soddisfare anche i palati più esigenti, e dopo i bagordi notturni, al mattino il ciglio della strada e la piazzola, sono piastrellati da uno strato di lattice e kleenex che con i raggi del sole formano riflessi di luce estremamenti suggestivi. Di solito per non calpestare quelle opere d’arte evito di scendere dall’auto e quando torno a casa butto il tappettino del lato passeggero nel cassonetto.

Il tinto parcheggia e sale con me, già, perchè la frase di rito è sempre la solita “oh, si va con la tua che si spende meno”. Come dargli torto, è a gpl, ma loro spenderebbero la stessa cifra anche se andasse a criptonite, il carburante è a carico mio, un tempo pagavano l’autostrada, ma sai com’è, ora faccio il figo…ho il telepass. Per loro vale il principio “non tiri fuori i soldi=non spendi”, il doppio “bip” che si sente attraversando il casello lo hanno catalogato come “rumore di fondo” e la sbarra si alza automaticamente perchè ormai ci conosce e si fida di noi.

Un’altra mezzora ci divide dal secondo passeggero. “Mr crocodile Dundee”. Non è un selvaggio avventuriero, ma comunque avrà ventisette paia di scarpe di ventisette rettili diversi, dal biacco al drago di Komodo.

Di solito la mezz’ora diventa un’ora abbondante, in quanto siamo presi dai nostri discorsi e buchiamo sistematicamente l’uscita dell’autostrada, segue inchiodata, bestemmione a due voci e commento del tipo “boia che palle, ma perchè non si lascia lì, tutte le volte ci fa perdere un’ora”, come se il fatto di aver cannato l’uscita fosse colpa sua. No, (forse) non lo è, ma insultare sia lui che il boa muschiato che ha ai piedi, ci fa stare meglio.

Ok, lo carichiamo. La carovana è al completo, siamo già in un ritardo pazzesco, dovevamo essere a Forlì per le dieci, sono le 9:45 e il navigatore segna due ore e quaranta all’arrivo, io non ero un’aquila in matematica, ma qualcosa mi dice che forse non saremo puntuali. Il primo che dice che deve pisciare sarà giustiziato.

Ok, niente bagno, niente bere nè mangiare, ma cazzo dopo due ore di viaggio una sigaretta ci vuole. Fumare in macchina non se ne parla, il tinto ha smesso vent’anni fa e ora non sopporta l’odore. Anch’io sono quindici anni che non gioco col game boy, ma ogni tanto una partitina a kick off ’89 la farei volentieri.

Comunque non ci sono alternative. Tocca fermarsi. Di solito scendiamo a Sasso Marconi, nebbia fitta, umido che si mangia a morsi e freddo cane. Loro due per risparmiare tempo pisciano alla colonnina del diesel self service, io ne approfitto per entrare dentro e mangiarmi di nascosto un cornetto con caffè incorporato. In diaciannove secondi netti deglutisco tutto, esco strabuzzando gli occhi a causa del cornetto che ho ingoiato intero e ora è fermo all’altezza della carotide. Miracolosamente sopravvivo, avrei bisogno di acqua, ma di tornare dentro non se ne parla, un sorso al liquido del lavavetri risolve il problema.

Visto l’orario assurdo decidiamo di fare i bimbi corretti e telefoniamo per annunciare le nostre due ore e ventiquattro di ritardo. È un fenomeno inspiegabile, ma ogni volta che dobbiamo andare in azienda, sulla A14 si formano improvvisamente code interminabili. La segretaria risponde “strano, sono sintonizzata su Onda Verde e non ci sono segnalazioni”. “Senti ciccia, se ti dico che c’è fila fidati”. Chiudo la comunicazione, alzo lo sguardo e davanti a me c’ê solo una lingua d’asfalto dritta, l’auto più vicina è in Croazia.

Finalmente arriviamo. È ora di pranzo, il titolare ci fa salire sulla sua astronave e ci porta a mangiare. Ordiniamo tutto quello che c’è nel menù, il tinto raccatta una sbornia che lo fa camminare a tastoni, Dundee si fa mettere gli avanzi in un sacchetto e li porta a casa, probabilmente ci deve governare gli animali della scarpiera.

Si rientra in azienda, quattro chiacchere (la crisi, il calo delle vendite, la concorrenza che deve morire folgorata con gli esperimenti del piccolo chimico), ci riempiono il bagagliaio di cataloghi, utilissimi da mettere sotto la gamba del tavolo quando dondola, salutiamo tutti, andiamo a fare gli occhi dolci alla segretaria, lei sembra la figlia del signor Vodafone, è sempre al telefono, ci sorride, io le faccio la linguaccia lei alza il dito medio, termina la conversazione col rompicoglioni di turno, sta per dirmi qualcosa, ma non fa in tempo ad arrivare alla doppia effe di vaffanculo che squilla di nuovo il telefono. Peccato, ci tenevo tanto.

Rifacciamo tutta la strada a ritroso.

Con la scusa di farmi controllare una ruota faccio scendere Dundee a due chilometri dalla sua auto, appena mette i piedi in terra parto a razzo, lui ce ne dice di tutti i colori ma noi siamo già in autostrada.

Riporto il tinto alla sua vettura e noto il cofano decisamente più lucido rispetto al resto della carrozzeria. Penso che deve essere una soddisfazione avere la consapevolezza che la sua Renault Megane sia stata teatro di amplessi animaleschi, ma sono un amico fidato e tengo questi pensieri per me.

Così guido da solo al buio verso casa, finestrino aperto, piede sui centoventi, sigaretta e radio con cd di Tracy Chapman, mi ritrovo a pensare che in fondo è stata una bella giornata, e che quei due scrocconi sono una piacevole compagnia, mentre faccio queste smielate considerazioni, noto qualcosa che svolazza nel porta oggetti vicino al freno a mano.

Entro in casa con un viso stanco ma sorridente e con due banconote da venti euro nella tasca dei pantaloni.

I miei compagni di viaggio stavolta si sono svenati, speriamo solo che i soldi non li abbiano fregati al benzinaio di Sasso Marconi.

Casablanca a batteria.

ImmagineFaccio outing e lo confesso. Io fumo.

 

Lo so, fa male alla salute, provoca malattie cardiovascolari, invecchia la pelle e ti induce a mettere le dita nel naso al semaforo.

Tutto vero. Ma ormai è uno (stra)vizio, se vogliamo, è una piccolissima forma di autolesionismo, sai che fa male, ma lo fai lo stesso. Un pò come la depilazione per le donne.

 

Cerco di limitarmi, non tanto per il bene del mio fisico, ma per la salute del mio portafoglio, attualmente un pacchetto di bionde costa quanto un chilo di plutonio.

Coloro che appartengono alla mia categoria converranno con me nell’affermare che ci sono svariati motivi per accendersene una e tutti maledettamente validiti.

Sei incazzato? Ti serve per scaricare il nervoso.

Ti stai annoiando? Ti serve per ingannare il tempo. Sei ubriaco? Girala dall’altra parte che stai incendiando il filtro.

 

Una sequenza inevitabile di eventi avviene alla fermata dell’autobus. Sei in attesa da un quarto d’ora, all’orizzonte nessun segnale di arrivo imminente, azzardi e pensi “ma si…ne accendo una, tanto prima che arrivi…”, dai un ultimo sguardo di conferma. Tabula rasa. La metti tra le labbra, tiri fuori l’accendino e…fai fuoco. Ed ecco l’infernale trittico di azioni. Accendi. Bestemmione. La butti. È inevitabile come il festival di San Remo.

 

Esistono due “dopo” in cui, per chi fuma, è assolutamente impossibile resistere al richiamo della nicotina. Quella “dopo” il caffè e quella “dopo”…va bhe, personalmente mi devo accontentare di quella del caffè.

 

E poi…dai…diciamocelo, chi è che non ha mai usato la più stupida e banale delle scuse per cercare di abbordare una ragazza avvicinandola con l’aria da Humphrey Bogart in “Casablanca” dicendole “Ehi pupa hai da accendere?”, ma soprattutto, chi è che non ha mai ricevuto come risposta “Si guarda, datti fuoco, ti regalo pure l’accendino”.

 

Ma, (perchè c’è sempre un “ma” che spunta quando meno te l’aspetti), tutti questi rituali, dogmi religiosi e stratagemmi da Pacciani in tempesta ormonale, rischiano di essere spazzati via dall’avvento del nuovo ritrovato della tecnologia moderna. La sigaretta elettronica.

 

La usano in tantissimi e sono tutti orgogliosissimi di averla, la puoi fumare ovunque, non danneggia te e neanche chi ti sta intorno e ha un milione di gusti. Parli con persone e senti l’odore di menta, fragola, gianduia, frittura di calamari e gusto puffo. Ieri parlavo con un cliente ad un certo punto non ho resistito e ho chiesto “ma usi la sigaretta elettronica? ma è un’aroma nuovo?” e lui “no, è colpa del fegato con le cipolle che ho mangiato a pranzo”.

I consumatori si scambiano i gusti fra di loro, se ti dò quattro vaniglia mi dai quello al tartufo?

Si narra che il gusto “fonduta di taleggio” valga più del “Gronchi rosa” (che non è un gusto ma un francobollo, ed è quindi sconsigliabile fumarlo).

Ma soprattutto…la puoi fumare dove è vietato!!! Al ristorante, in treno, nei centri anti-fumo e sulla tazza del bagno senza il timore di uscire con un’ustione di terzo grado ai testicoli.

 

La cosa che indubbiamente dà più soddisfazione a chi si esibisce nell’arte dello sfumazzamento virtuale è quella di essere avvicinato, guardato con disprezzo e severamente redarguito dalla petulante signora di turno che esplode in un “senta, non lo sa che qui è proibito fumare?”. E in quel preciso istante il presunto colpevole si sente Dio, la sua statura si alza di venticinque centimetri, come Silvio quando deve fare la foto di gruppo, guarda dritto negli occhi la poveretta e con voce possente esclama un laconico “è elettronica”, ma vorrebbe dirle “grazie di avermi concesso la possibilità di farti fare una stratosferica figura di merda”.

 

Per quanto mi riguarda, non biasimo chi la usa (anche perchè ce l’ho in catalogo e la devo vendere a tutti i costi) e confesso di averla provata per un paio di giorni.

Ho smesso di usarla per un semplicissimo motivo: il primo cliente a cui l’ho fatta vedere l’ha presa in mano, guardata come se fosse un armadio a quattro ante dell’Ikea da montare, l’ha messa in bocca e l’ha accesa…con l’accendino Bic.

Nel giro di quattro secondi si è propagato un odore di gomma bruciata che pareva di stare all’inceneritore di Parma.

Dopo questa devastante esperienza, ho giurato eterna fedeltà alle mie Winston e sono giunto alla conclusione che certe bellezze naturali non possono essere sostituite con la plastica, anche se Alba Parietti non la pensa così.

 

Insomma, io non sono qui per giudicare nessuno, ma mi chiedo: ce lo vedete voi Humprey Bogart che chiede a Ingrid Bergman “ehi piccola, hai mica una ministilo che mi si è scaricata la pila?”