Pubblicità progresso

Questo è solo un post di servizio.

Oggi è una data da segnare sul calendario. la mia cara amica/collega (in campo bloggeristico) Gnappetta ha deciso finalmente di aprire il suo vero blog. Non la conosco di persona, ma ho imparato ad apprezzarla su “faccialibro” e tutti noi fans abbiamo fatto opera di stalking per costringerla ad aprire un vero blog, minacciandola con atti vandalici.

Missione compiuta. Ha ceduto.

Ha scritto il suo primo post e tutti noi sappiamo l’ansia che si prova “la prima volta”, la speranza di vedere i primi “like” o quantomeno sapere che qualche povero Cristo legge ciò che scrivi. E magari lo trova interessante. E magari ci fa pure due risate. E magari inizia a seguirti e aspetta con ansia che tu ne scriva un altro.

Si, insomma, di solito non faccio una pubblicità così sfacciata, ma questa è un’occasione speciale che merita la giusta attenzione, quindi vale la pena di buttare un occhio al suo primo pezzo e farle capire che noi ci siamo e siamo disposti a sostenerla.

Anche perchè è avvocato/essa…e sai com’è….sarebbe meglio averla dalla nostra parte.

Ok, la trovate qui: (Re)flussi di coscienza

P.S. Nonostante quello che dice il mio amico r. in fondo non sono una brutta persona. A proposito…Gnappetta…per la tua parcella di quel “processino” per associazione a delinquere…siamo a posto così…vero???

Di yogurt, minestroni e di altre catastrofi.

supermercato13

Io non so voi, ma quando esco da un supermercato ho bisogno di una camomilla.

E’ diventato un mondo difficilissimo, vige la legge del più forte, del più veloce a prendere il numeretto e, senza ombra di dubbio…del più cattivo.

Già, più sei bastardo più fai prima a fare la spesa. Avete mai visto un monaco tibetano all’ipercoop?, no, non ci vanno. E non perchè siano vegetariani o vegani, ma soltanto perchè se entrano lì dentro o non escono più o se escono avranno sicuramente dato un ceffone a qualcuno.

Ok, di seguito, alcune riflessioni del perfetto bastardo da supermercato.

Già entrando ci sono le donnette sulla settantina, con il carrello che tamponano chiunque . La prima cosa che penso vedendole è: “andate alle botteghe, cazzo”, basta con questo supermercato, è per i giovani, per gente dinamica. Passando le vedi ferme al banco dell’ortofrutta con un limone in mano, e sono lì che lo fissano. Dai, mica diventa un kiwi, vai sulla bilancia, lo pesi, lo metti nel sacchetto e lo porti a casa. Certo, sembra facile, ma devono indovinare il tasto con il numero giusto sulla bilancia. L’ultima volta la signora davanti a me aveva comprato tre pomodori pachino e li ha pagati sessanta euro, li ha etichettati come “zucche della Manciuria”.

Sono lì che sto riempiendo il mio carrello e arriva sempre quello che mi tocca, mi tira la maglia…”senta signore mi prende la pasta su in alto che non ci arrivo?”…e che palle, le offerte per i pensionati sono in basso, dai, in alto c’è la roba di marca, lascia stare, che fa aumentare la pressione minima.

Il dramma assoluto avviene quando devi comprare qualcosa nella corsia dei banchi frigo.

Ti avvicini e noti che iniziano a cadere i primi fiocchi di neve, la gente esce con il piumino e i doposci. Ti infili in questo ghiacciaio di latticini, pasta fresca e yogurt. Ecco, lo yogurt. Ma avete notato quanti tipi di ne esistono? Centinaia di gusti, modelli e quello della Marcuzzi e quello della Sandrelli, tutti i tipi di frutta esistenti sono messi nello yogurt. Quando ero piccolo io, esistevano due tipi: quello che faceva cagare come gusto e l’altro che faceva cagare e basta.

Una volta la cassiera ti dava un filo di umanità, ti consigliava su come fare il minestrone…”sa, mio nonno nel minestrone ci metteva il sedano”, la signora dietro di te “mio nonno, gli asparagi”, quella dietro “il mio, l’anguria”, il penultimo della fila “il mio, ci pisciava” e l’ultimo “mio nonno, ai vostri nonni gli faceva un culo così”. Ma erano momenti di aggregazione.

Oggi no, oggi la cassiera scannerizza, senti solo il “bip”, al massimo ti rivolge la parola per dirti “ha la tessera?”, che più che una cassiera sembra un controllore del treno, non ti dice quanto hai speso, ti fa un cenno col capo e ti indica il display della cassa, con un altro cenno ti indica che devi inserire il codice bancomat, tu tiri fuori il mazzo di carte, le strizzi l’occhio e storgi la bocca…hai pescato l’asso e il tre di briscola…che culo.

Per i più tecnologici esiste la cassa automatica, che la maggior parte delle volte è di gran lunga più simpatica della cassiera umana: compri settecento articoli e per evitare la fila decidi di affidarti completamente alla tecnologia. Impieghi circa ventidue minuti per passare tutti gli articoli sotto il lettore, anche perchè nel sessanta percento dei casi l’apparecchio non ti legge il codice a barre. Hai sudato come un porco, ma ce l’hai fatta, stai per confermare l’importo….ma…Rilettura. No cazzo, la rilettura no. Ti si avvicina un commesso bassino e in doppiopetto, che sul momento pensi “…ma stai a vedere che l’hanno veramente condannato a svolgere lavori socialmente utili” (questa arriva con calma…ma arriva). Finito il controllo la voce metalica ti dice cortesemente di inserire la carta di credito o bancomat, ti invita a digitare il pin. Errato. Secondo tenativo. Errato. Eppure il codice è giusto, riproviamo. Si blocca la carta. Arriva un addetto alla sicurezza, tu stai schiumando, nel frattempo passa il vecchietto che ti aveva chiesto la pasta, accompagnato dalla badante rumena, lui ti guarda, sorride e alza il dito medio.

L’unico momento di umanità che esiste ancora nel supermercato è al banco gastronomia/salumeria.

Arriva quello col camice bianco e i guanti, che fa un po’ “analisi del sangue”, ma ti sorride e forse è simpatico.

Tu ordini un etto di prosciutto e lui ti fa sempre la stessa domanda “quale? da venti euro al chilo, trenta o quaranta euro?”, che te pensi….”cazzo, ma per un maiale intero devo ipotecare la casa?”. In quel momento capisci che ti sei sbagliato, l’infermiere che ti guarda al di la del bancone non è simpatico per niente. Ovviamente, opti per quello da trenta, la classica via di mezzo, non fai la figura del barbone e non ostenti ricchezza, anche perchè le ultime monete che ti restano sono quelle dell’applicazione di “Slot Mania”. Mentre il chirurgo affetta il tuo prosciutto, arriva quello senza numerino…”ah…mi dia un bell’etto di prosciutto magro, quello dell’ultima volta…”. Ti volti e lo incenerisci con lo sguardo…”senti ciccio, è più di mezz’ora che sono qui a parlare con i cacciatorini e mi vuoi passare avanti?…e soprattutto, saranno venti giorni che non vieni a comprare gli affettati e ti illudi che il Dottor House qua,si ricordi cosa hai mangiato l’ultima volta?”. Lui ti guarda esterefatto “ah ma c’era il numero?” Alzi lo sguardo e gli indichi un display grande quanto quello di Time Square a capodanno, Nel frattempo Grey’s Anatomy ha finito di affettare. Casualmente si è distratto e ha fatto un etto e mezzo…”che faccio? lascio?”. Eh no, caro il mio medico in famiglia, non lasci, togli quelle cazzo di fette e aspetti che passi il nonno della cassiera, che se ti dice bene, magari le mette nel minestrone.

P.s. Ovviamente la parte sugli anziani è un’esagerazione voluta. Quando mi chiedono la pasta la prendo sempre e li aiuto anche riportare il carrello a posto…ovviamente tenendomi l’euro. 🙂

Fate il vostro gioco.

Composite

Oh, svegliati, che aspetti?…la partita è iniziata.
Hanno distribuito le carte, è la prima cosa da fare, la più semplice, ma ora viene il bello, ora è il tuo turno.
Che fai?, sbirci le carte degli altri?, fregatene delle carte degli altri, tu concentrati sulle tue.
E non stare lì a lamentarti sempre, e non ripetere che quelle degli altri sono migliori, che le tue fanno schifo, che sei stato sfortunato, che quasi quasi potresti anche provare a barare un po’, tanto… chi vuoi che se ne accorga.

E invece magari se ne accorgono o magari la farai franca, ma poi…dimmi come diavolo farai a guardarti allo specchio. Si perchè tutti i punti che farai dovranno essere meritati. Solo così avrai vinto veramente.

Si, ma muoviti, non stare lì a girati e rigirarti le carte fra le mani, tanto non cambiano mica, l’unica cosa che puo’ cambiare è il tuo modo di vederle, è il valore che puoi dare ad ognuna di essa. Ma questo puoi farlo solo tu, io posso solo continuare a martellarti e romperti le scatole all’infinito, ma niente di più. D’altronde il compito di noi antipatici spronatori rompicoglioni è questo.

Come dici? hai paura a buttare giù una carta? Bravo, pensi di essere l’unico in questa stanza ad avere paura?, sei convinto che quelli che hanno giocato prima di te non l’avessero?, ne avevano eccome. Una paura fottuta. E gran parte di loro, moltissimi direi, hanno rinunciato, hanno detto “io mi ritiro, che sto bene così”. Ecco, guarda. Guarda la fine che hanno fatto. ti sembrano felici? Si?. Balle. Non sono felici, sono rassegnati, omologati, pieni di “se avessi fatto…se avessi detto”. E tu vorresti vivere così?. E me lo chiami vivere questo? E poi, tu non sei “la maggior parte delle gente”, tu sei tu.

Perciò finiscila di morderti il labbro e gioca quella cazzo di carta, che non possiamo stare qui in eterno, oh, ho una famiglia anch’io, che ti credi. Dai, signorino, tira.

Che significa “mi prenderanno in giro”?, che rideranno di te? E’ questo che ti spaventa?, fregatene e ridi con loro, credi che loro non abbiamo mai sbagliato? che nessuno li abbia mai presi per il culo almeno una volta nella vita? e se fosse una volta sola sarebbero comunque dei miracolati. Le persone che rideranno di te ci saranno sempre, tu lo sai, ma ci saranno altrettante persone che rideranno di loro. Ed io, sinceramente non sono così convinto che loro lo sappiano.

Dai è il momento. Gioca la carta e credi sempre in lei, difendila, perchè lei ha solo te, tu sei l’unico che potrà portarla fino in fondo e una volta arrivati, insieme potrete dire “ce l’abbiamo fatta”.

Ohhh bravo, ci sei riuscito. Ora la tua carta è sul tavolo. Visto? non è stato poi così difficile, se è giusta o sbagliata lo sapremo solo alla fine della partita, per ora l’unica cosa che sappiamo è che quella carta è tua e hai delle responsabilità verso di lei. Non permettere a nessuno di provare a farti cambiare idea, è li che ti guarda, proteggila, passo dopo passo, all’inizio sarà dura, ma con il tempo ti convincerai che non avresti potuto scegliere una carta migliore di quella, nessuno dovrà mai sostituirla con la propria. Ora finalmente sei della partita. Sicuramente, vada come vada, alla fine avrai giocato. E questa è la cosa che conta davvero.

Ora posso andare, se avrai bisogno di me , mi troverai al solito posto, un palmo sotto all’anima a godermi le meritate ferie. Che noi carogne ci stanchiamo molto.

Datti da fare adesso e dimostra a tutti che sei un vero giocatore.

Perchè se dopo dieci minuti che giochi non hai individuato “il pollo”….significa che sei tu.

The VERSATILE BLOGGER awards

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Allora, questa proprio non me l’aspettavo: mi giunge un messaggio di una persona che non conosco, o magari la conosco ma qui non so chi sia (potenza del “nickname”), insomma, mi comunica che mi ha nominato al Versatile Blogger awards. Sinceramente in questi casi i termini inglesi mi spaventano un pò, vedi “service tax”. Ok, lo spirito del bradipo che risiede dentro di me mi fa pensare “ma si….cazzomene (come dicono i giovani d’oggi e la mia amica/collega Gnappetta..eh..ai miei tempi invece…), sarà una nuova catena del tipo…manda questo messaggio a tutti e riceverai la grazia da Napolitano…”, invece ho fatto uno sforzo sovrumano e sono andato a vedere che cosa fosse questa diavoleria….
Sembra incredibile, ma è una cosa buona (e nel mio caso probabilmente ingiusta), perciò non mi rimane che ringraziare la mia neo amica mimivitale (che tra l’altro ha un blog da incorniciare), per il magnanimo gesto…(oh, speriamo sia tutto gratis).

Detto questo, seguo le istruzioni e proseguo nell’opera di divulgazione, anche perchè avere una “grazia in bonus” può sempre servire, in caso contrario c’è la corte di Strasburgo/Edimburgo/Pietroburgo e Borgo a Buggiano, vado quindi ad illustrare le regole d’oro:

Le regole per accettare questo award sono le seguenti:

– Pubblicare il logo che vedete riportato all’inizio di questo post
– Ringraziare il blog che vi ha nominato
– Pubblicare i nomi degli altri 15 blog che dovete scegliere e ovviamente informarli tramite un commento
– Scrivere 7 cose su di voi

Questa è la mia “golden list”:
http://italianamentescoretta.com/
http://grimoriodellastrega.wordpress.com/
http://viaggioperviandantipazienti.wordpress.com/
http://siamosolostorie.wordpress.com/
http://sguardiepercorsi.wordpress.com/
http://bonificiesogni.wordpress.com/
http://farefuorilamedusa.com/
http://signorasinasce.wordpress.com/
http://bisus.it/
http://ludmillart.wordpress.com/
http://comesedicessiacqua.wordpress.com/
http://tuttolandia1.wordpress.com/
http://lavitadicri.wordpress.com/
http://ladisoccupazioneingegna.wordpress.com/
http://ecodelvento.wordpress.com/

Eccoci….il grosso è fatto (come disse la mamma di Ferrara dopo aver partorito)…adesso…7 cose su di me…no, non suggerite…le so, le so…fidatevi…

1) Sto mangiando un biscotto del Mulino Bianco per avere la forza di arrivare al punto 7, però Banderas mi sta antipatico.
2) Sono una persona che si contraddice spesso.
3) Sono una persona che non si contraddice mai.
4) Sono figlio unico e nipote unico, ma mia nonna prima di indovinare il mio nome rammentava tutti i parenti fino al quarto grado.
5) Non mi piacciono le grandi città, ma se avessi i soldi per vivere a Dubai…bhe…potrei sacrificarmi.
6) Il mio sogno erotico è fare l’amore con la moglie di Walter Mazzarri…possibilmente durante uno Juve-Inter.
7) Non mi fido delle persone che mi parlano senza guardarmi negli occhi.

P.s. Aggiungo ai ringraziamenti per la nomination (altro termine inquietante) anche Lunatica. Da grande vorrei un blog come il suo, e la mia nuova, ma importante amica Nichirenelena. Abbiamo più cose in comune di quanto lei possa immaginare.

Donne che sorridono

sorriso occhi

 

Come l’odore lasciato da un temporale, il silenzio di una sera di fine Marzo, il regalo più bello per gli occhi di chi osserva sono le donne che sorridono con il cuore.

Quel sorriso è una coperta che nasconde il passato, i dolori non si dimenticano mai del tutto, ma almeno durante quei secondi infiniti, si allontanano un pò e smettono di graffiare le pareti dello stomaco. Perchè le donne sanno rinascere, in qualche modo ci riescono sempre, anche quando non vogliono farlo.

E poi le vedi, il loro viso si rilassa, le labbra si espandono e ti accorgi che qualcosa sta salendo dalla terra, le pervade e gli occhi si dilatano per accogliere tutta la forza di quel sorriso.

E tu che guardi distratto realizzi la potenza di quel miracolo.

Si perchè quel sorriso, le donne, se lo sono guadagnato, hanno dovuto ritrovare tutti i piccoli pezzi lasciati in giro per la vita, hanno superato sofferenze che nessuno mai potrà comprendere fino in fondo ed ognuna di loro è stata costretta a dimenticare qualcosa, una maledettissima cosa che proprio non ne voleva sapere di passare.

Perchè tutte, indistintamente, almeno una volta nella vita, anche solo per un istante lungo un secolo, magari riuscendo a nasconderlo, si sono ritrovate ad odiare un uomo.

E lì, in quel preciso istante, vi siete difese, ognuna a vostro modo, alcune avete sopportato, perchè quando una donna ama sopporta, per il bene dei figli, per quello del vostro compagno, perchè in quella storia avete investito tutte voi stesse e ci avete buttato dentro talmente tanto cuore che sarebbe impossibile riprenderselo tutto e andate avanti e vi ripetete che alla fine state bene anche così.
E il mare sotto di voi si alza di un centimetro.
Altre si sono ribellate, hanno chiuso porte, evitando di rimanere incastrate in altre storie, convinte che evitare sarebbe stato sempre meglio di soffrire, sono salite in sella e hanno iniziato a guidare che tanto loro non hanno bisogno di nessun altro, che se la sanno cavare da sole, che la casa vuota e silenziosa non era poi così male, anzi, che si erano abituate a quel vuoto
E le pareti si stringevano di un metro.

Ma siete cresciute, passo dopo passo, per quell’istinto che solo voi avete, di non stare troppo a crogiolarvi nel dolore, che poi magari uno ci si abitua e non lo sente neanche più.

E alla fine è successo. Siete riuscite a sorridere con il cuore ed è iniziato il percorso della vostra nuova vita. Non sorridete per compiacere qualcuno, sorridete per voi, perchè avete imparato ad amarvi di nuovo e ve ne fregate dei giudizi, vi rispettate e niente e nessuno potrà mai cambiare questa condizione, la vostra consapevolezza sarà la prova inconfutabile di ciò che siete riuscite a diventare, potrete subire ancora e soffrire ancora e odiare ancora e incazzarvi ancora, perchè tutto questo fa parte dell’animo umano, ma lo farete con la certezza di non essere inferiori e se accetterete compromessi sarà solo una vostra decisione.

Più di qualunque meraviglia esista in natura, le donne che sorridono con gli occhi ti tolgono il fiato.
E chiunque le incontri dovrà prendersi cura di quel sorriso, perchè se lo sono veramente guadagnato.

Il mio trono per…una tacca

segnale

Ok, sono tornato dalle vacanze, (poi vi racconterò in un apposito post tutti i dettagli), non sono andato in un eremo sperduto o in una grotta senza fine, bensì in una ridente località turistica, dotata di tutti i comfort, tranne uno, un piccolissimo, quasi insignificante dettaglio. Non c’era la connessione internet. E non parlo solo di collegamento wi-fi, ma proprio assenza totale di una qualsiasi forma di “tacca”, “lineetta” o rigurgito di connessione, solo una scritta irritante, prepotente e fancazzista. “Nessun servizio”.

Ecco, ora è giunto il momento di fare un piccolissimo escursus del mio trascorso internettiano.

Era il lontano 1982 e mentre Dino Zoff in Spagna alzava la Coppa del Mondo io sul divano di velluto di casa alzavo al cielo il mio Commodore 64. Da li è stata una excalation di computer da salotto, camera, garage e doppi servizi (termo autonomo).

L’avvento di internet ha fatto il resto. L’apoteosi assoluta. Con internet ci fai tutto, E’ una sorta di oracolo onniscente digitale, offre tutto quello che c’è da sapere e anche una valanga di cose inutili che forse sarebbe stato meglio ignorare.

Sento il bisogno impellente di fare una doverosa distinzione fra: AVERE internet e ESSERE su internet. Ad una prima rapida e superficiale occhiata potrebbero sembrare vagamente la stessa cosa. Ma non è così.

Avere internet significa avere una connessione,, visitare siti interessanti, culturali, culinari o culi…e basta, ti scarichi un paio di video, leggi qualche articolo e magari impari pure un nuovo congiuntivo.

Essere su internet invece implica avere una vera e propria vita parallela in cui puoi condividere contenuti, commentarli, mettere qualche “like” a casaccio, socializzare con altri utenti, esprimere giudizi ed elargire pillole di saggezza…e magari in alcuni casi, ricordarsi di cancellare la cronologia.

Sarei pronto a giurare che la maggior parte dei miei piccoli lettori si identifica nella seconda categoria (cronologia a parte).

Si sta parlando semplicemente di vita parallela, niente di più. All’interno del selvaggio web ci sono persone che impostano questa “second life” in modo nettamente diverso da quella reale e altri che la mantengono perfettamente uguale. Per quanto mi riguarda, il mio alter-ego virtuale ha cambiato innumerevoli personalità digitali, ma non è completamente colpa mia, sono (tecnicamente) un insicuro cronico, ho passato la fine della mia adolescenza con gli assurdi rumori del modem a 64k nelle orecchie. E questo non mi ha certo aiutato.

Insomma, una volta che possiedi questa vita parallela non puoi fare a meno di controllare quello che si dice su di te, se qualcuno ha considerato, anche solo di sfuggita, il tuo ultimo post/commento (si, perchè noi insicuri abbiamo sempre bisogno di conferme, perciò…non vi risparmiate mai) o sugli ultimi sviluppi dei cuori infranti (leggi cornificati). Una volta che entri a far parte di questo Mc Donald’s vituale, non potrai più fare a meno di guardarti intorno e magari dire la tua ti sembrerà la cosa più naturale del mondo.

Ed ecco che ti ritrovi in un villaggio vacanze, a fare acrobazie per trovare uno straccio di segnale e giuro, sei disposto a tutto pur di trovarlo, così passi un paio d’ore, generalmente dalle 21:30 alle 23:30 a camminare come un rabdomante lungo il bordo della piscina completamente al buio, perchè la leggenda narra che lungo quello specchio d’acqua artificiale esista una remota possibilià di connetterti con il mondo esterno e riappropriarti del tuo alter-ego virtuale. Sei disposto a farti spolpare vivo dalle zanzare e a sopportare un tasso di umidità che si potrebbe sbucciare come una mela. Risultato: ti ritrovi dopo poco quasi dissanguato e pieno di “zanzaresche” bolle e con la sensazione che ti abbiano piantato un paletto nel collo che sbuca direttamente dal….ok sorvoliamo, sennò poi mi accusano di essere volgare.

Ma passano un paio di giorni e, senza accorgertene, ti stai disintossicando, oggi non hai controllato la posta e…caz…volo, ieri non hai neanche aperto facebook, oddio ti daranno per disperso, magari prima di andare a dormire ti fai la tua solita passeggiatina e scrivi una cazzata (oh, dai..una fatemela dire) qualunque per non essere definitivamente dimenticato. E invece, la passeggiata la fai, ma cazzeggi con un animatore che neanche conosci e che ti offre una Marlboro light, e sarebbe veramente un peccato non accettarla, anche perchè le Marlboro tra un pò, non potrai più neanche permettertele.

Alla fine, sono passati pochi giorni, ma ti fa un certo effetto tornare a casa e trovare la tua fedele connessione che ti aspetta scodinzolante. Puoi riprendere ad andare virtualmente per lande sconfinate, ma non ne hai voglia, esci in terrazza e tiri fuori il pacchetto bianco e dorato che hai fregato all’animatore. E ne accendi una.

Realizzi che forse eri arrivato al punto di curare più la tua presenza “on the web” piuttosto che quella fisica.

E in questo c’è sicuramente qualcosa che non quadra.

Comunicazione di servizio…inutile

Fermi fermi…ho trovato due tacche di connessione…sono in piedi sulla tazza del cesso con la mano sinistra in alto che funge da antenna. Se mi vede qualcuno mi ricoverano alla neuro… Mi toccherà scriverci un post… ‪#‎vacanzealternativeabbestia

È solo per dire che non mi manifesto da un pò di tempo in questi luoghi, ma sono (immeritatamente) in vacanza, senza un briciolo di connessione quindi (forzatamente) isolato. Che a pensarci bene non è neanche così male. Ma non illudetevi fra qualche giorno torno…e ora via con i “chissenefrega”

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Pignoramenti e matrimoni. Scegli il male minore.

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Un giorno assolato di inizio Luglio passa il postino, il cane fuori in giardino gli abbaia più forte del solito. I cani, si sa, fiutano il pericolo e anche stavolta. la regola è confermata.

Mi affretto a prendere la busta abbandonata nella cassetta, la apro impaziente e salgo in casa come se avessi calciato sopra la traversa il rigore decisivo alla finale di champions league. Mia moglie cerca di indovinarne il contenuto, visto che a me manca il fiato e sono praticamente paralizzato dal dolore. “E’ una bolletta?”, “un’ingiunzione?”, “ci pignorano l’auto?”, “hanno dato la grazia a Silvio?”…insomma, tutte cose estremamente negative, io rispondo “no, peggio, tesoro (lo dico solo in momenti drammatici) dobbiamo essere forti…ci hanno invitato ad un matrimonio…l’otto di Agosto”

“Sei un cretino, mi hai fatto prendere un colpo” e mentre lo dice, per punizione, mi depila con il Silk-épil. Giusto per ricambiare lo spavento. Così, con le lacrime agli occhi e completamente glabro, mi chiedo come mai quelle persone ce l’abbiano tanto con me, avevo fatto qualche sgarbo irrimediabile in passato?, così, a memoria, non mi risultava. E allora perchè… Giuro, avrei veramente preferito una lettera di Equitalia, si, perchè, in qualche modo l’avresti sfangata, magari in quaranta rate, ma la risolvevi, perchè saranno pure spietati, ma in fondo, capiscono il problema…qui no, non c’è via di scampo. Ti è arivata questa busta, in carta di riso, bella calligrafia che recita: “La Signoria Vostra è invitata a partecipare….”. Cosa??? la signoria vostra?!?! (volutamente minuscolo), oh, ma sono io, il tuo amico che ti aspettava in auto mentre tu buttavi nel fiume lo Scarabeo (inteso come motorino e non come insetto, anche se a occhio nudo era difficile notare la differenza) del tipo che ti aveva sfregiato la Panda, e altri piccoli reati che non sto qui ad elencare. E ora mi dai del “lei”???…piuttosto dimmi…”senti, mi vieni a dare una mano in questo giorno difficile?” (capirai fra qualche anno…).

Ma poi, mi chiedo, è da persone sane di mente organizzare un matrimonio d’agosto?, dovremmo chiedere l’intervento della Digos, cioè, due che si sposano d’agosto potrebbero anche mettere una bomba da qualche parte, possono potenzialmente compiere qualsiasi gesto scellerato, tipo, che so, mettere il Dietor nella panna….

Nell’invito c’è specificato chiaramente, che la cena sarà a buffet…la tua lunga esperienza di drammatici cenoni ti suggerisce che non sarà una cosa piacevole, scordati camerieri e inchini, dovrai muovere il culo e, armato di ascia e piccone, cercare di fare fuori più nemici possibile per arrivare alla conquista dell’ultima porzione di patatine fritte. Una sorta di sagra paesana, intrisa di persone in doppiopetto e con uno spiccato istinto omicida.

Il problema maggiore è decidere cosa indossare. La mia idea di bermuda e infradito è stata prontamente bocciata. La sentenza giunge categorica: devi vestirti elegante! Capirai, farmi indossare abiti seri è come mettere la cravatta al maiale. Ok, scatta l’ora del riciclo: giacca e pantaloni del battesimo della nipote, camicia della convention di lavoro, scarpe del “MIO” matrimonio e cravatta della cresima, funerale, matrimonio, battesimo di una serie infinita di parenti e amici…si, sempre quella, confesso che a volte l’ho usata anche come fascia per il sudore della fronte durante le partite di calcetto del martedi.

Capitolo auto. La devi lavare, lucidare, aspirare, spolverare…insomma se ne avessi comprata una nuova avresti speso meno. Naturalmente tutte queste operazioni vanno fatte il giorno prima, così durante la notte il piccione ha tempo di cagarci sopra, il gatto lascerà le impronte sul tettino e cadranno anche ventiquattro gocce di pioggia, che visto il periodo, provengono dall’Africa e segneranno la carrozzeria come se avessi fatto la Parigi-Dakar.

Il regalo l’hai fatto insieme ad altre due coppie di amici. Anche loro non se ne fanno una ragione e dicono “strano…l’ho visto due settimane fa…e stava bene…chi poteva immaginare…” (tutti sposati da qualche hanno…se non fosse stato chiaro). Hai scoperto che è trendy fare le liste di nozze in un’agenzia di viaggi. Che tu pensi, quale parte dell’aereo compreranno i futuri sposi con i tuoi centoquanta euro? Poi, vai a capire, che moda sarà…una volta terminata la lista che fanno? si montano il Jumbo in giardino come se l’avessero comprato all’Ikea?…mah…

Comunque sei pronto, arrivi a casa del futuro marito, suoni il citofono, una voce metallica chiede “chi è?”…vorresti seriamente rispondere “…’stocazzo”…ma preferisci…”sono quello dello Scarabeo…lei è in arresto”…lui “si…magari, guarda non ne posso più..” e te…”eh..aspetta a dirlo” lui “si, lo so..sarà una giornata pesante” e te in cuor tuo pensi “niente, in confronto a quelle che ti aspettano”…tua moglie ti da una gomitata, perche dopo un po’ di tempo riescono a leggerti nel pensiero, le mogli…come quando torni a casa dal lavoro, con un sorriso smagliante, stai per andarle incontro, e lei ti accoglie con un “Scordatela!”

Ma il cancelletto si apre. E mentre salite le scale che vi separano dal vostro amico/sposo, la guardi, lei sorride e realizzi che non vorresti essere in nessun altro posto.

Ti rilassi e cerchi di divertirti, perchè, in fondo , il divertimento nasce sempre da un dramma e una tragedia…

Se sei sveglio conti le pecore, se sei in ritardo…i semafori

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Le persone cambiano, le abitudini anche, putroppo non sempre in meglio.

Il caso specifico che voglio andare a sviscerare è stata la mia metamorfosi nella gestione del tempo. Secoli fa, ero giovane, bello (?) e…puntuale, ma gli anni e le esperienze della vita mi hanno fatto perdere questo mio, chiamiamolo, pregio che mi ha portato solo sofferenze (dai su, lasciatemi fare un po’ il melodrammatico).

Solo le persone puntuali hanno un’idea delle difficoltà di gestire l’affollamento dei demoni quando si aspetta qualcuno che ritarda. So, diciamo, per esperienza diretta, che i nevrotici preferiscono arrivare un’ora prima che dieci minuti dopo. Per questo mi ha molto stupito leggere nei sui “Diari” che Kafka non riusciva ad essere puntuale. (ok, battuta articolata più adatta a frequentatori di circoli letterari di sinistra che raggiungono l’apice del piacere durante la visione di film in polacco con sottotitoli in ucraino). Arrivare in orario è una condanna, sei costretto a trovare dei diversivi per ingannare l’attesa, mettere le dita nel naso è uno dei più gettonati. Capita così di veder arrivare una persona trafelata e con la faccia colpevole e chiedere “è tanto che aspetti?” e l’altro “no no, tranquillo, sono arrivato da poco” e nel dire questo si gira fra le mani una sfera artigianale grande come un pallone da beach volley. (questa è decisamente più greve, da bar sport dopo un paio di birre medie).

Altra pratica molto in voga fra chi attende è il passeggiare avanti e indietro, passi così in rassegna nell’ordine: le vetrine di una libreria, un negozio di abbigliamento equestre, un’impresa di pompe funebri. Certo, il tuo aggiamento insospettisce i commessi, quello della libreria telefona a quello delle selle “oh, fai tutti gli scontrini che fuori c’è un finanziere nuovo…ha una faccia da coglione…” e il cassamortaro esce sulla porta chiedendoti “buongiorno, ha bisogno?”…”no grazie…” e lui “si certo…dicono tutti così”, ti tocchi le palle e comunque, ti riprometti di andare dal medico il prima possibile per farti un ciclo di analisi. Comunque sia, dopo un po’, presi dal timore, tutti tirano giù le saracinesche.

I puntuali, poi, non sono amati: chi arriva in orario accoglie sempre l’altro con una accusa sulla faccia. Non c’è scusa che tenga, sei in ritardo e questa è una cosa che non potrai cambiare mai più e lo odierai per un periodo infinito di tempo. I puntuali passano per perfettini e grandissimi rompicoglioni. Hai un appuntamento a casa di amici, ti presenti in perfetto orario, suoni alla porta e senti lei che dice “Cazzo, è già arrivato…boia che palle, devo ancora finire di sistemare tutto, ma a che ora gli avevi detto???”, una volta sono arrivato con un leggero anticipo, lui è venuto ad aprirmi tirando su la zip dei pantaloni e lei ha percorso il tratto camera da letto-bagno in sette secondi netti coperta da un lenzuolo, tipo Casper.

Insomma, mentre sei li, abbarbicato all’angolo della cantonata, giungi al punto di ebollizione dell’attesa e si produce il fenomeno per cui quasi speri che l’altro non arrivi più, per avere ragione di odiarlo definitivamente. E invece quello arriva. Quasi sempre.

Ma è davvero così importante che l’altro arrivi in tempo, o che, semplicemente, arrivi? Avresti voglia di andartene dopo dieci minuti, una volta tenuto conto che la persona che stai aspettando non è Kafka.

Ma come dicevo all’inizio, le persone cambiano e io sono passato dalla parte del nemico. Arrivo sistematicamente con almeno quindici minuti di ritardo.

In realtà impiego quel lasso di tempo che mi farà odiare in cose futili che potrei sicuramente rimandare, tipo rispondere ad un commento su facebook, scaricare la posta o giocare la finale di Champions League a PES. Si, perchè al contrario di ciò che possano pensare coloro che attendono, chi è in ritardo, nella maggior parte dei casi, non sta facendo un emerito cazzo. Vuole semplicemente dare di se l’impressione di una persona piena di impegni.

Ma ormai il ritardo per me è una malattia conclamata, ho cercato di curarmi con rimedi omeopatici, tipo mettere l’orologio avanti di dieci minuti, ma la consapevolezza di tale gesto mi fa guardare le lancette e dire “ma si…è ancora presto”. Durante il tragitto che mi separa all’appuntamento conto tutti i semafori che incontro, i ciclisti che non vanno in fila indiana e gli ometti col cappello, in modo da accampare scuse false ma plausibili. Il problema mi nasce quando il luogo dell’appuntamento è a trecento metri da casa mia, in quel caso, molto probabilmente, arrivo col fiatone giurando sul cane del vicino (che di solito alza la gambetta posteriore destra a ridosso dell’anteriore sinistra della mia auto), che ero fuori città per lavoro, che c’era la coda in austrada a causa del controesodo (anche se siamo al ventuno ottobre) e che il casellante non aveva gli spiccioli per farmi il resto (anche se la scatoletta del telepass fa bella mostra di se sul vetro). Tra i miei amici, mi sono guadagnato il soprannome di “la sposa” il commento più colorito è stato questo: “attento, non sottovalutare questi ritardi, l’ultima volta che la mi’ moglie ne ha avuto uno…è nato Nicola”

Comunque dai, datecene atto, noi ritardatari siamo fantasiosi per necessità, siamo costretti a trovare sempre nuove scuse, le persone ci odiano, ma alla fine ci perdonano, quando arriviamo facciamo gli occhioni dolci da gatto (spesso in calore), diciamo la prima cazzata che ci viene in mente e ci sediamo tutti a tavola a mangiare la pizza ormai semi congelata e la Peroni in ebollizione. E poi da quando ho letto su ilmiopsicologo.it che l’essere in ritardo è una patologia, cerco di condividere il peso di questa mia malattia con le altre persone, perchè come diceva Pascoli “il dolore è più dolor se tace”.

A Berlino, il 7 ottobre del 1989, Gorbaciov disse a Honecker che “la vita avrebbe punito i ritardatari”. Un mese dopo crollò il Muro.