La rabbia addosso

Mi sveglio, nel cuore della notte, apro gli occhi e lei è lì, in piedi a fianco del letto che mi guarda.

–          Cristo santo! Mi hai fatto prendere un colpo. Che succede?

–          Hai scritto oggi?

–          Sì, qualcosa, ma faccio fatica, le parole mi sfuggono. Ho bisogno di un’ispirazione.

–          Scrivi di me.

–          Non posso Arianna, mi prenderebbero per pazzo. Prenderebbero per pazzi entrambi.

–          Io parlo e tu scrivi di me.

 

Arianna te la trovi accanto, non sai neanche come abbia fatto ad arrivare fin lì, senza farsi sentire, senza un rumore. Arianna arriva leggera, come quelli che non hanno colpe da espiare.

Non dice mai una parola, ti guarda, con i suoi occhi svelti, ma non apre bocca. Lei si parla dentro. Come se avesse bisogno di tenere al riparo le sue emozioni. Arianna ha trentadue anni da quasi quindici anni e tra mille anni ne avrà ancora trentadue.

Ci sono persone che hanno bisogno della loro camera del silenzio, Sono quelli con il buio in fondo agli occhi un po’ più nero del normale e il mare dentro all’anima più profondo.

Quelli che si perdono dietro un’illusione, quelli come Arianna hanno le parole nelle tempie che fanno un frastuono insopportabile e l’esistenza piena di lividi da smaltire, ci passano vicino lungo i marciapiedi, magari ci sfiorano, ma non ci facciamo caso, è il loro modo di chiedere attenzione, ma non sanno neanche loro dove son finiti coi pensieri.

Arianna tiene gli occhi bassi, come a voler nascondere una vergogna e le mani strette a pugno, come fanno quelli che vivono con la rabbia addosso. Ha una sorta di terrore sulla pelle, che è più di una paura. E’ l’attesa di una tempesta.

–          Scrivi di me e fai capire che non sono sbagliata. Quelle come me non sono sbagliate.

Quelle come lei sono solo spaventate, perché l’uomo che le ha prese a schiaffi ha ridotto a brandelli le loro sicurezze. E noi non sappiamo un cazzo di ciò che hanno provato, che a stare da questa parte è facile dire “perché non hai reagito?”, ma per quelle come lei la fuga non è contemplata, lei non smetterebbe mai di aggrapparsi alla speranza di una redenzione. Perché di forza ce n’è infinita nel cuore grande di Arianna.

Davvero non lo sappiamo ciò che passa nei pensieri di questa donna forte quando lui rientra con la bottiglia in mano e il diavolo nelle vene. E la guarda e lei lo sa che non servirà misurare i gesti e le parole. Che poi non è neanche il dolore nelle ossa quello che fa male, ma gli sguardi della gente il giorno successivo. Perché è una fitta enorme sentirsi fuori posto e non poterlo dire. Arianna non ha quasi niente da farsi perdonare, ma nonostante questo farebbe di tutto per non farsi notare.

–          Scrivi di me, ti prego e fai capire l’importanza dei miei silenzi

Arianna ha bisogno di rifugiarsi nella sua stanza, quella in cui non c’è nessun rumore, con le pareti di cotone, per quelle come lei anche il suono dell’aria che si muove potrebbe essere letale. Lei vive così, nei suoi corridoi senza frastuoni, lei vive lì, fra le mura di quelli che non sanno dove andare, che anche se si perdono ormai non ci fanno più caso. E vanno a senso. Che in quel luogo non c’è nessuno che vuol sapere, non serve dare spiegazioni, Quello è il posto di quelli a cui scappa l’anima.

Arianna mi guarda dormire, ha un vestito chiaro e i capelli sul volto a coprire gli ematomi, ha trentadue anni, da almeno quindici anni e fra mille anni ne avrà ancora trentadue. La sua forza non l’ha salvata, ma è riuscita a non farsi scappare l’anima. Non è sbagliata Arianna, non sono sbagliate le donne come lei che resistono agli schiaffi e a tutti gli altri tipi di dolore. Neanche una lo è. Viene solo voglia di salvarle tutte, ma non ce la faremo mai e allora non ci rimane che andare in giro con le mani chiuse a pugno e la rabbia addosso per non esserci riusciti.

–          Che dici? Può andare? E’ troppo patetico? Ho provato a scrivere di te, ma credimi, non è per niente facile. E comunque mi prenderanno per pazzo.

–          Pazienza, non sarà grave.

–          Avrei potuto fare di meglio, lo so, ma davvero non escono le parole. E poi non dimentichiamoci che sto parlando con qualcuno che non c’è. (decisamente mi prenderanno per pazzo)

–          Stai parlando con qualcuno che non puoi toccare, ma che è sempre stata qui.

–          Perché proprio io?

–          Perché hai risposto alla mia richiesta

–          Quale richiesta?

–          Di un atto d’amore

–          E io che pensavo che fosse la Telecom

–          Comunque non abbiamo finito.

–          Lo so, ma adesso lasciami dormire. Che qui domani c’è gente che lavora. Arianna…comunque…grazie. (Decisamente, mi prenderanno per pazzo. Decisamente)

 

 

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Sara senza scampo.

Non c’è niente da fare, il mondo visto dal finestrino di un treno in corsa ha qualcosa di assolutamente perfetto. Un susseguirsi isterico di fotogrammi indefiniti, alcuni dei quali passano e via, altri, per una ragione che nessuno riuscirà mai a spiegarti, ti restano addosso. E non puoi farci niente, non sei tu a selezionare quali tenere e quali far scivolare via, decidono loro. Passano veloci, confusi in mezzo a tutti gli altri, ma per un motivo che nessuno riuscirà mai a spiegarti, ti restano addosso. Non c’è niente da fare.

Sara era quel tipo di donna lì, quella che sta seduta sopra un treno in corsa, con alcuni fotogrammi indefiniti che non ne vogliono sapere di andarsene dalla mente e qualcuno direbbe, perfino dal cuore.
Lei è una di quelle donne “senza scampo”, quelle che hanno la giusta età, anche se non si bene per cosa, quelle con la giusta eleganza, con la giusta leggerezza nei gesti, con la giusta risata morbida come un cuscino di piume e speranze. Tutto perfettamente equilibrato, tutto dosato a meraviglia, come una pozione giustissima di vita e passione. Tutto. Tranne gli occhi.
Quegli occhi lì hanno qualcosa di spaventoso, come una catastrofe, come uno sparo a bruciapelo. Quasi come un bisogno infinito d’amore.
Quegli occhi lì non ti lasciano in pace, ti si aggrappano addosso, non ti danno vie di fuga.
Quegli occhi lì sono senza scampo.

Sara si ripete che va bene così, in fondo va bene così, che si può vivere contando gli attimi di un qualcosa che somiglia ad una fotocopia di felicità. Un po’ più sbiadita rispetto all’originale, ma sempre meglio di niente. Si ripete che va bene così, anche se ogni maledetta sera si ritrova a contare tutti qui fogli, che occupano spazio ma non riempiono nessun vuoto, ma si ripete che in fondo va bene così, e continua a contare, e alla fine arrotonda per eccesso. Che il vuoto da riempire è davvero grande.
E allora Sara ha scelto di vivere con le illusioni coperte da una colata di cemento armato, che alla fine è più sicuro così.
C’è stato un tempo in cui ci credeva davvero, in quella cosa assurda dell’essere felice, intendo. Ci credeva davvero. Ne parlava come fosse qualcosa di tangibile, che a pensarci adesso si sente davvero una povera illusa, che se ci credi finisci solo per farti del male, Che tanto mica esiste davvero quella cosa lì, quella dell’essere felice, intendo.
Ce ne ha messo di tempo per capirlo, ma di certe illusioni proprio non riesci a farne a meno, e lei ce ne ha messo davvero tanto, di tempo, quasi cinque anni, che detto così potrebbe pure sembrare una cosa accettabile. Cinque anni di tempo, cinque anni di schiaffi e lividi da mascherare. Cinque anni di fondotinta a coprire ematomi e scuse da inventare. Cinque anni passati a trovare spiegazioni plausibili, che alla fine quello diventa il dolore più grande. Che poi i lividi spariscono, come fanno tutte le cose che ti aiutano a ricordare, invece di rimanere indelebili e fare il loro dovere, spariscono. E allora le sensazioni si confondono, la vita passa su quegli istanti e ne addolcisce il ricordo, che la vita si nutre di tempo e viceversa. E come due amanti, fanno compromessi, il tempo e la vita. Uno passa più veloce sui dolori dell’altra, la vita contraccambia falsando il grado di inquietudine sugli istanti più lunghi. Sono due amanti perfetti, non c’è niente da dire, il tempo e la vita.
E Sara ce ne ha messo davvero tanto di tempo per decidersi ad andarsene. Ce ne ha messo davvero un sacco. Di tempo. E di vita.

E così questa mattina ha preso la valigia che teneva da tre anni sotto al letto ed è partita. Questa mattina ha deciso così, non si è fermata a pensare, è partita e basta. E’ una cosa folle, partire e basta, un qualcosa difficile da spiegare, come quando prendi la rincorsa e salti dentro una pozzanghera. Una di quelle pozze d’acqua lasciate a terra come a ricordo di un temporale ormai andato. Non ti fermi a pensarci, ci salti dentro e via. E’ una cosa folle, Come partire e basta.

E’ arrivata alla stazione e senza starci a pensare ha preso il primo treno che la riportava verso casa. Sembrava che fosse lì per lei, quel treno, per lei e per la sua valigia piena di vestiti da dimenticare e di ematomi da indossare.
E’ partita, con la sua valigia e con i suoi occhi senza scampo.

Si è seduta nel primo posto libero e non ha potuto fare a meno di pensare, per la prima volta dopo cinque anni, non ha potuto fare a meno di pensare che non c’è niente da fare, il mondo visto dal finestrino di un treno in corsa ha qualcosa di assolutamente perfetto. E’ un susseguirsi isterico di fotogrammi indefiniti, alcuni dei quali passano e via, altri, per una ragione che nessuno riuscirà mai a spiegarti, ti restano addosso.

In quel preciso istante si è resa conto che quegli occhi senza scampo ne avevano viste tante di giornate sbagliate, anche troppe, ne avevano vissute davvero tante di emozioni, anche troppe. Ma erano servite, qualcuno potrebbe dire che l’avevano perfino aiutata ad essere più forte. Balle, lei ne avrebbe fatto volentieri a meno di tutti quei pensieri cattivi. Che quelle mani scagliate a lasciarle segni sul viso non la rendevano più forte, ma solo insensibile al dolore. A ogni tipo di dolore. Ad ogni tipo di sentimento.

Continuava a pensare, per la prima volta dopo cinque anni, non poteva fare a meno di pensare, quasi ci stava prendendo gusto, come se il suo cervello avesse iniziato a sgranchirsi i muscoli dopo un tempo assurdo passato a dormire.

E il secondo pensiero che le si affacciò alla mente era uno di quei pensieri leggeri, come la luce di certe sere, che anche se piove si ostina a brillare. Ed è quasi una forma di estasi. Pensò che in fin dei conti, erano solamente due le cose che la facevano fremere e allo stesso tempo la spaventavano davvero.
Una era l’idea di amare, quando si illudeva di essere amata.
L’altra era questo viaggio che la stava riportando verso casa. O comunque, verso qualcosa che si avvicinava molto a quell’idea un po’ appannata di vita.

Perché, in fondo, la vita è così, una miscela perfetta di amore e guerra. (Neil Young – Love ad War).

“Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno, è guardare gli occhi come parte del volto, l’altro, è guardare gli occhi e basta… come se fossero il volto.” (Alessandro D’Avenia)

Il Natale a febbraio.

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Chi mi segue da un po’ lo avrà capito, non riesco ad essere puntuale, e non intendo solo come orario, ma più in generale, proprio come date, si tipo, fare il regalo di Natale a febbraio. Arrivo sempre un po’ dopo. Che in alcuni casi puo’ essere pure divertente vedere la faccia di chi riceve il dono in un giorno che non c’entra niente.

Ho immaginato di vivere in un mondo parallelo, capovolto, dove le cose vanno al contrario. In questo mondo il femminismo la fa da padrone. Ed è decisamente un inferno.

Noi uomini siamo esseri umani di serie b, la nostra virilità è castrata dai luoghi comuni e dagli inaccettabili atteggiamenti delle donne che ci sottomettono in ogni modo possibile.

Siamo costretti ad andare in giro con la gonna, perchè se per caso indossiamo un paio di pantaloni un po’ più sgargianti c’è sempre qualcuna che ci tocca il culo sugli autobus, che poi se una di loro ci mette la mano sul “pacco” puoi farci ben poco, te la sei cercata, punto e basta. E’ consigliabile radersi ogni giorno, che la barba incolta fa troppo “sesso”. Se disgraziatamente quella mattina il tuo Gillette bilama ha dato forfait…son davvero cazzi…anzi…fighe.

Ti ritroverai addosso gli sguardi lussuriosi delle passanti, noterai gomitate e risatine d’intesa e commenti del tipo “chissà quello lì quante se ne è fatte, che se le metti tutte in fila ci arrivi a Pechino”.

Entri a prendere un caffè e la barista ti fa subito gli occhi allupati, cercando di sbirciare nella scollatura della tua camicia sbottonata dalla quale spunta un ciuffetto di peli, tipo cinghiale abruzzese. Non azzardarti a mangiare la pizza con le mani e a scolarti una birra tutta d’un sorso con rutto psichedelico a correzione, avrai immediatamente un gruppetto di almeno sei fanciulle che faranno a gara per estorcerti il numero di telefono.

Sei condannato a fare la doccia almeno tre volte al giorno, che se per caso te ne vai a spasso odorando di babbuino bagnato, ti ritroverai a dover fronteggiare uno stuolo di valchirie pronte ad assalirti a colpi di complimenti sboccati e suonate di clacson.

Non farti illusioni, puoi metterti tutti i tacchi a spillo che vuoi, potresti essere pure uno dei sette savi, avere un q.i. pari a “più infinito”, sarai comunque bollato come “bello ma stupido”, dovrai farti un mazzo come un cesto di vimini per dimostrare quanto vali a quella donna seduta davanti a te con l’aria saccente e odiosamente superiore, che ha di te la stessa stima che ha Silvio per Francesco Foti, il giudice di Forum.

E’ inutile che ti affanni a fare straordinari e gesti di riverenza, non riuscirai mai a guadagnare quanto le tue colleghe del piano di sopra, anche perchè, gli uomini, al piano di sopra non ci arriveranno mai, neanche dalla scala anti incendio.

Quando la sera esci dal tuo ufficio ricordati di non passare da quel vicolo buio, o almeno fallo insieme a qualche collega maschio, tenete strette le vostre borse e non rallentate mai il passo, neanche se cade un meteorite, che questo quartiere di notte fa schifo e c’è sempre qualche ronda di bionde arpie bastarde pronte ad approfittare di voi.

Lo so che non avete nessuna voglia di tornare a casa e trovare vostra moglie sul divano che si scaccola con l’alluce del piede sinistro, con la lavatrice ancora da stendere, i piatti del giorno prima da rigovernare e la tavola ridotta come la discarica di Malagrotta. Non vi lamentate, in fondo siete uomini, è compito vostro, dai non fate gli ingenui, lo sappiamo tutti:mutande da lavare, camicie da stirare, pranzi, cene, pulizie, pannolini dei bimbi, spesa…(e potrei continuare per ore) spettano a voi, oh, che volete, lei ha lavorato sei ore piene, poi calcetto, e aperitivo, è stanca morta, mica puo’ fare tutto lei. Ecco, magari evitate di passare l’aspirapolvere sul tappeto di sala durante la partita, che fate un casino bestiale e lei deve pure alzare i piedi. E finitela di rompere i coglioni (ops scusate..le ovaie) con questa storia di portare fuori l’immondizia, non lo vedete che deve terminare il torneo di Fifa 2014?, lasciatela in pace, che il cassonetto mica lo tolgono stanotte.

E smettete di inventarvi finti mal di testa, che cazzo, son donne, hanno le loro esigenze e se non glielo date voi, vanno a dare cinquanta euro al senegalese in tangenziale, così imparate a fare i preziosi.

Sentite, ora ve lo dico chiaramente: avete veramente scocciato con questa storia delle quote azzurre in politica. Ma che capite voi di come gira il mondo. E cosa pretendete, mica possiamo ridurre il parlamento ad una combriccola di mignotti dal petto villoso, rassegnatevi, siete inferiori, accontentatevi di un ministero sulla famiglia e festa finita, anzi, dovreste pure ringraziarle queste donne così magnanime.

E infine piantatela di fare le vittime, capirai che tragedia se ogni tanto la vostra compagna vi da un ceffone, se le fate saltare i nervi è il minimo che vi possa capitare, che volete, non vi fa mancare niente, siete serviti e riveriti, a costo zero. Quindi, un occhio nero ogni tanto è fisiologico e non date ascolto a vostro figlio di cinque anni, lui è un bambino, che volete che ne sappia di cosa sia la vita vera. Anche se a volte vi dice “papà, se restiamo qui prima o poi la mamma ti uccide”.

Ogni tanto varrebbe davvero la pena fare un giro su questo pianeta parallelo, anche solo una volta nella vita. Sarebbe utile.

Ecco, questo voleva essere il mio contributo, in netto ritardo, alla giornata contro la violenza sulle donne. Il regalo di Natale dato a febbraio.