Donne che sorridono

sorriso occhi

 

Come l’odore lasciato da un temporale, il silenzio di una sera di fine Marzo, il regalo più bello per gli occhi di chi osserva sono le donne che sorridono con il cuore.

Quel sorriso è una coperta che nasconde il passato, i dolori non si dimenticano mai del tutto, ma almeno durante quei secondi infiniti, si allontanano un pò e smettono di graffiare le pareti dello stomaco. Perchè le donne sanno rinascere, in qualche modo ci riescono sempre, anche quando non vogliono farlo.

E poi le vedi, il loro viso si rilassa, le labbra si espandono e ti accorgi che qualcosa sta salendo dalla terra, le pervade e gli occhi si dilatano per accogliere tutta la forza di quel sorriso.

E tu che guardi distratto realizzi la potenza di quel miracolo.

Si perchè quel sorriso, le donne, se lo sono guadagnato, hanno dovuto ritrovare tutti i piccoli pezzi lasciati in giro per la vita, hanno superato sofferenze che nessuno mai potrà comprendere fino in fondo ed ognuna di loro è stata costretta a dimenticare qualcosa, una maledettissima cosa che proprio non ne voleva sapere di passare.

Perchè tutte, indistintamente, almeno una volta nella vita, anche solo per un istante lungo un secolo, magari riuscendo a nasconderlo, si sono ritrovate ad odiare un uomo.

E lì, in quel preciso istante, vi siete difese, ognuna a vostro modo, alcune avete sopportato, perchè quando una donna ama sopporta, per il bene dei figli, per quello del vostro compagno, perchè in quella storia avete investito tutte voi stesse e ci avete buttato dentro talmente tanto cuore che sarebbe impossibile riprenderselo tutto e andate avanti e vi ripetete che alla fine state bene anche così.
E il mare sotto di voi si alza di un centimetro.
Altre si sono ribellate, hanno chiuso porte, evitando di rimanere incastrate in altre storie, convinte che evitare sarebbe stato sempre meglio di soffrire, sono salite in sella e hanno iniziato a guidare che tanto loro non hanno bisogno di nessun altro, che se la sanno cavare da sole, che la casa vuota e silenziosa non era poi così male, anzi, che si erano abituate a quel vuoto
E le pareti si stringevano di un metro.

Ma siete cresciute, passo dopo passo, per quell’istinto che solo voi avete, di non stare troppo a crogiolarvi nel dolore, che poi magari uno ci si abitua e non lo sente neanche più.

E alla fine è successo. Siete riuscite a sorridere con il cuore ed è iniziato il percorso della vostra nuova vita. Non sorridete per compiacere qualcuno, sorridete per voi, perchè avete imparato ad amarvi di nuovo e ve ne fregate dei giudizi, vi rispettate e niente e nessuno potrà mai cambiare questa condizione, la vostra consapevolezza sarà la prova inconfutabile di ciò che siete riuscite a diventare, potrete subire ancora e soffrire ancora e odiare ancora e incazzarvi ancora, perchè tutto questo fa parte dell’animo umano, ma lo farete con la certezza di non essere inferiori e se accetterete compromessi sarà solo una vostra decisione.

Più di qualunque meraviglia esista in natura, le donne che sorridono con gli occhi ti tolgono il fiato.
E chiunque le incontri dovrà prendersi cura di quel sorriso, perchè se lo sono veramente guadagnato.

Il mio trono per…una tacca

segnale

Ok, sono tornato dalle vacanze, (poi vi racconterò in un apposito post tutti i dettagli), non sono andato in un eremo sperduto o in una grotta senza fine, bensì in una ridente località turistica, dotata di tutti i comfort, tranne uno, un piccolissimo, quasi insignificante dettaglio. Non c’era la connessione internet. E non parlo solo di collegamento wi-fi, ma proprio assenza totale di una qualsiasi forma di “tacca”, “lineetta” o rigurgito di connessione, solo una scritta irritante, prepotente e fancazzista. “Nessun servizio”.

Ecco, ora è giunto il momento di fare un piccolissimo escursus del mio trascorso internettiano.

Era il lontano 1982 e mentre Dino Zoff in Spagna alzava la Coppa del Mondo io sul divano di velluto di casa alzavo al cielo il mio Commodore 64. Da li è stata una excalation di computer da salotto, camera, garage e doppi servizi (termo autonomo).

L’avvento di internet ha fatto il resto. L’apoteosi assoluta. Con internet ci fai tutto, E’ una sorta di oracolo onniscente digitale, offre tutto quello che c’è da sapere e anche una valanga di cose inutili che forse sarebbe stato meglio ignorare.

Sento il bisogno impellente di fare una doverosa distinzione fra: AVERE internet e ESSERE su internet. Ad una prima rapida e superficiale occhiata potrebbero sembrare vagamente la stessa cosa. Ma non è così.

Avere internet significa avere una connessione,, visitare siti interessanti, culturali, culinari o culi…e basta, ti scarichi un paio di video, leggi qualche articolo e magari impari pure un nuovo congiuntivo.

Essere su internet invece implica avere una vera e propria vita parallela in cui puoi condividere contenuti, commentarli, mettere qualche “like” a casaccio, socializzare con altri utenti, esprimere giudizi ed elargire pillole di saggezza…e magari in alcuni casi, ricordarsi di cancellare la cronologia.

Sarei pronto a giurare che la maggior parte dei miei piccoli lettori si identifica nella seconda categoria (cronologia a parte).

Si sta parlando semplicemente di vita parallela, niente di più. All’interno del selvaggio web ci sono persone che impostano questa “second life” in modo nettamente diverso da quella reale e altri che la mantengono perfettamente uguale. Per quanto mi riguarda, il mio alter-ego virtuale ha cambiato innumerevoli personalità digitali, ma non è completamente colpa mia, sono (tecnicamente) un insicuro cronico, ho passato la fine della mia adolescenza con gli assurdi rumori del modem a 64k nelle orecchie. E questo non mi ha certo aiutato.

Insomma, una volta che possiedi questa vita parallela non puoi fare a meno di controllare quello che si dice su di te, se qualcuno ha considerato, anche solo di sfuggita, il tuo ultimo post/commento (si, perchè noi insicuri abbiamo sempre bisogno di conferme, perciò…non vi risparmiate mai) o sugli ultimi sviluppi dei cuori infranti (leggi cornificati). Una volta che entri a far parte di questo Mc Donald’s vituale, non potrai più fare a meno di guardarti intorno e magari dire la tua ti sembrerà la cosa più naturale del mondo.

Ed ecco che ti ritrovi in un villaggio vacanze, a fare acrobazie per trovare uno straccio di segnale e giuro, sei disposto a tutto pur di trovarlo, così passi un paio d’ore, generalmente dalle 21:30 alle 23:30 a camminare come un rabdomante lungo il bordo della piscina completamente al buio, perchè la leggenda narra che lungo quello specchio d’acqua artificiale esista una remota possibilià di connetterti con il mondo esterno e riappropriarti del tuo alter-ego virtuale. Sei disposto a farti spolpare vivo dalle zanzare e a sopportare un tasso di umidità che si potrebbe sbucciare come una mela. Risultato: ti ritrovi dopo poco quasi dissanguato e pieno di “zanzaresche” bolle e con la sensazione che ti abbiano piantato un paletto nel collo che sbuca direttamente dal….ok sorvoliamo, sennò poi mi accusano di essere volgare.

Ma passano un paio di giorni e, senza accorgertene, ti stai disintossicando, oggi non hai controllato la posta e…caz…volo, ieri non hai neanche aperto facebook, oddio ti daranno per disperso, magari prima di andare a dormire ti fai la tua solita passeggiatina e scrivi una cazzata (oh, dai..una fatemela dire) qualunque per non essere definitivamente dimenticato. E invece, la passeggiata la fai, ma cazzeggi con un animatore che neanche conosci e che ti offre una Marlboro light, e sarebbe veramente un peccato non accettarla, anche perchè le Marlboro tra un pò, non potrai più neanche permettertele.

Alla fine, sono passati pochi giorni, ma ti fa un certo effetto tornare a casa e trovare la tua fedele connessione che ti aspetta scodinzolante. Puoi riprendere ad andare virtualmente per lande sconfinate, ma non ne hai voglia, esci in terrazza e tiri fuori il pacchetto bianco e dorato che hai fregato all’animatore. E ne accendi una.

Realizzi che forse eri arrivato al punto di curare più la tua presenza “on the web” piuttosto che quella fisica.

E in questo c’è sicuramente qualcosa che non quadra.

Comunicazione di servizio…inutile

Fermi fermi…ho trovato due tacche di connessione…sono in piedi sulla tazza del cesso con la mano sinistra in alto che funge da antenna. Se mi vede qualcuno mi ricoverano alla neuro… Mi toccherà scriverci un post… ‪#‎vacanzealternativeabbestia

È solo per dire che non mi manifesto da un pò di tempo in questi luoghi, ma sono (immeritatamente) in vacanza, senza un briciolo di connessione quindi (forzatamente) isolato. Che a pensarci bene non è neanche così male. Ma non illudetevi fra qualche giorno torno…e ora via con i “chissenefrega”

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Pignoramenti e matrimoni. Scegli il male minore.

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Un giorno assolato di inizio Luglio passa il postino, il cane fuori in giardino gli abbaia più forte del solito. I cani, si sa, fiutano il pericolo e anche stavolta. la regola è confermata.

Mi affretto a prendere la busta abbandonata nella cassetta, la apro impaziente e salgo in casa come se avessi calciato sopra la traversa il rigore decisivo alla finale di champions league. Mia moglie cerca di indovinarne il contenuto, visto che a me manca il fiato e sono praticamente paralizzato dal dolore. “E’ una bolletta?”, “un’ingiunzione?”, “ci pignorano l’auto?”, “hanno dato la grazia a Silvio?”…insomma, tutte cose estremamente negative, io rispondo “no, peggio, tesoro (lo dico solo in momenti drammatici) dobbiamo essere forti…ci hanno invitato ad un matrimonio…l’otto di Agosto”

“Sei un cretino, mi hai fatto prendere un colpo” e mentre lo dice, per punizione, mi depila con il Silk-épil. Giusto per ricambiare lo spavento. Così, con le lacrime agli occhi e completamente glabro, mi chiedo come mai quelle persone ce l’abbiano tanto con me, avevo fatto qualche sgarbo irrimediabile in passato?, così, a memoria, non mi risultava. E allora perchè… Giuro, avrei veramente preferito una lettera di Equitalia, si, perchè, in qualche modo l’avresti sfangata, magari in quaranta rate, ma la risolvevi, perchè saranno pure spietati, ma in fondo, capiscono il problema…qui no, non c’è via di scampo. Ti è arivata questa busta, in carta di riso, bella calligrafia che recita: “La Signoria Vostra è invitata a partecipare….”. Cosa??? la signoria vostra?!?! (volutamente minuscolo), oh, ma sono io, il tuo amico che ti aspettava in auto mentre tu buttavi nel fiume lo Scarabeo (inteso come motorino e non come insetto, anche se a occhio nudo era difficile notare la differenza) del tipo che ti aveva sfregiato la Panda, e altri piccoli reati che non sto qui ad elencare. E ora mi dai del “lei”???…piuttosto dimmi…”senti, mi vieni a dare una mano in questo giorno difficile?” (capirai fra qualche anno…).

Ma poi, mi chiedo, è da persone sane di mente organizzare un matrimonio d’agosto?, dovremmo chiedere l’intervento della Digos, cioè, due che si sposano d’agosto potrebbero anche mettere una bomba da qualche parte, possono potenzialmente compiere qualsiasi gesto scellerato, tipo, che so, mettere il Dietor nella panna….

Nell’invito c’è specificato chiaramente, che la cena sarà a buffet…la tua lunga esperienza di drammatici cenoni ti suggerisce che non sarà una cosa piacevole, scordati camerieri e inchini, dovrai muovere il culo e, armato di ascia e piccone, cercare di fare fuori più nemici possibile per arrivare alla conquista dell’ultima porzione di patatine fritte. Una sorta di sagra paesana, intrisa di persone in doppiopetto e con uno spiccato istinto omicida.

Il problema maggiore è decidere cosa indossare. La mia idea di bermuda e infradito è stata prontamente bocciata. La sentenza giunge categorica: devi vestirti elegante! Capirai, farmi indossare abiti seri è come mettere la cravatta al maiale. Ok, scatta l’ora del riciclo: giacca e pantaloni del battesimo della nipote, camicia della convention di lavoro, scarpe del “MIO” matrimonio e cravatta della cresima, funerale, matrimonio, battesimo di una serie infinita di parenti e amici…si, sempre quella, confesso che a volte l’ho usata anche come fascia per il sudore della fronte durante le partite di calcetto del martedi.

Capitolo auto. La devi lavare, lucidare, aspirare, spolverare…insomma se ne avessi comprata una nuova avresti speso meno. Naturalmente tutte queste operazioni vanno fatte il giorno prima, così durante la notte il piccione ha tempo di cagarci sopra, il gatto lascerà le impronte sul tettino e cadranno anche ventiquattro gocce di pioggia, che visto il periodo, provengono dall’Africa e segneranno la carrozzeria come se avessi fatto la Parigi-Dakar.

Il regalo l’hai fatto insieme ad altre due coppie di amici. Anche loro non se ne fanno una ragione e dicono “strano…l’ho visto due settimane fa…e stava bene…chi poteva immaginare…” (tutti sposati da qualche hanno…se non fosse stato chiaro). Hai scoperto che è trendy fare le liste di nozze in un’agenzia di viaggi. Che tu pensi, quale parte dell’aereo compreranno i futuri sposi con i tuoi centoquanta euro? Poi, vai a capire, che moda sarà…una volta terminata la lista che fanno? si montano il Jumbo in giardino come se l’avessero comprato all’Ikea?…mah…

Comunque sei pronto, arrivi a casa del futuro marito, suoni il citofono, una voce metallica chiede “chi è?”…vorresti seriamente rispondere “…’stocazzo”…ma preferisci…”sono quello dello Scarabeo…lei è in arresto”…lui “si…magari, guarda non ne posso più..” e te…”eh..aspetta a dirlo” lui “si, lo so..sarà una giornata pesante” e te in cuor tuo pensi “niente, in confronto a quelle che ti aspettano”…tua moglie ti da una gomitata, perche dopo un po’ di tempo riescono a leggerti nel pensiero, le mogli…come quando torni a casa dal lavoro, con un sorriso smagliante, stai per andarle incontro, e lei ti accoglie con un “Scordatela!”

Ma il cancelletto si apre. E mentre salite le scale che vi separano dal vostro amico/sposo, la guardi, lei sorride e realizzi che non vorresti essere in nessun altro posto.

Ti rilassi e cerchi di divertirti, perchè, in fondo , il divertimento nasce sempre da un dramma e una tragedia…

Se sei sveglio conti le pecore, se sei in ritardo…i semafori

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Le persone cambiano, le abitudini anche, putroppo non sempre in meglio.

Il caso specifico che voglio andare a sviscerare è stata la mia metamorfosi nella gestione del tempo. Secoli fa, ero giovane, bello (?) e…puntuale, ma gli anni e le esperienze della vita mi hanno fatto perdere questo mio, chiamiamolo, pregio che mi ha portato solo sofferenze (dai su, lasciatemi fare un po’ il melodrammatico).

Solo le persone puntuali hanno un’idea delle difficoltà di gestire l’affollamento dei demoni quando si aspetta qualcuno che ritarda. So, diciamo, per esperienza diretta, che i nevrotici preferiscono arrivare un’ora prima che dieci minuti dopo. Per questo mi ha molto stupito leggere nei sui “Diari” che Kafka non riusciva ad essere puntuale. (ok, battuta articolata più adatta a frequentatori di circoli letterari di sinistra che raggiungono l’apice del piacere durante la visione di film in polacco con sottotitoli in ucraino). Arrivare in orario è una condanna, sei costretto a trovare dei diversivi per ingannare l’attesa, mettere le dita nel naso è uno dei più gettonati. Capita così di veder arrivare una persona trafelata e con la faccia colpevole e chiedere “è tanto che aspetti?” e l’altro “no no, tranquillo, sono arrivato da poco” e nel dire questo si gira fra le mani una sfera artigianale grande come un pallone da beach volley. (questa è decisamente più greve, da bar sport dopo un paio di birre medie).

Altra pratica molto in voga fra chi attende è il passeggiare avanti e indietro, passi così in rassegna nell’ordine: le vetrine di una libreria, un negozio di abbigliamento equestre, un’impresa di pompe funebri. Certo, il tuo aggiamento insospettisce i commessi, quello della libreria telefona a quello delle selle “oh, fai tutti gli scontrini che fuori c’è un finanziere nuovo…ha una faccia da coglione…” e il cassamortaro esce sulla porta chiedendoti “buongiorno, ha bisogno?”…”no grazie…” e lui “si certo…dicono tutti così”, ti tocchi le palle e comunque, ti riprometti di andare dal medico il prima possibile per farti un ciclo di analisi. Comunque sia, dopo un po’, presi dal timore, tutti tirano giù le saracinesche.

I puntuali, poi, non sono amati: chi arriva in orario accoglie sempre l’altro con una accusa sulla faccia. Non c’è scusa che tenga, sei in ritardo e questa è una cosa che non potrai cambiare mai più e lo odierai per un periodo infinito di tempo. I puntuali passano per perfettini e grandissimi rompicoglioni. Hai un appuntamento a casa di amici, ti presenti in perfetto orario, suoni alla porta e senti lei che dice “Cazzo, è già arrivato…boia che palle, devo ancora finire di sistemare tutto, ma a che ora gli avevi detto???”, una volta sono arrivato con un leggero anticipo, lui è venuto ad aprirmi tirando su la zip dei pantaloni e lei ha percorso il tratto camera da letto-bagno in sette secondi netti coperta da un lenzuolo, tipo Casper.

Insomma, mentre sei li, abbarbicato all’angolo della cantonata, giungi al punto di ebollizione dell’attesa e si produce il fenomeno per cui quasi speri che l’altro non arrivi più, per avere ragione di odiarlo definitivamente. E invece quello arriva. Quasi sempre.

Ma è davvero così importante che l’altro arrivi in tempo, o che, semplicemente, arrivi? Avresti voglia di andartene dopo dieci minuti, una volta tenuto conto che la persona che stai aspettando non è Kafka.

Ma come dicevo all’inizio, le persone cambiano e io sono passato dalla parte del nemico. Arrivo sistematicamente con almeno quindici minuti di ritardo.

In realtà impiego quel lasso di tempo che mi farà odiare in cose futili che potrei sicuramente rimandare, tipo rispondere ad un commento su facebook, scaricare la posta o giocare la finale di Champions League a PES. Si, perchè al contrario di ciò che possano pensare coloro che attendono, chi è in ritardo, nella maggior parte dei casi, non sta facendo un emerito cazzo. Vuole semplicemente dare di se l’impressione di una persona piena di impegni.

Ma ormai il ritardo per me è una malattia conclamata, ho cercato di curarmi con rimedi omeopatici, tipo mettere l’orologio avanti di dieci minuti, ma la consapevolezza di tale gesto mi fa guardare le lancette e dire “ma si…è ancora presto”. Durante il tragitto che mi separa all’appuntamento conto tutti i semafori che incontro, i ciclisti che non vanno in fila indiana e gli ometti col cappello, in modo da accampare scuse false ma plausibili. Il problema mi nasce quando il luogo dell’appuntamento è a trecento metri da casa mia, in quel caso, molto probabilmente, arrivo col fiatone giurando sul cane del vicino (che di solito alza la gambetta posteriore destra a ridosso dell’anteriore sinistra della mia auto), che ero fuori città per lavoro, che c’era la coda in austrada a causa del controesodo (anche se siamo al ventuno ottobre) e che il casellante non aveva gli spiccioli per farmi il resto (anche se la scatoletta del telepass fa bella mostra di se sul vetro). Tra i miei amici, mi sono guadagnato il soprannome di “la sposa” il commento più colorito è stato questo: “attento, non sottovalutare questi ritardi, l’ultima volta che la mi’ moglie ne ha avuto uno…è nato Nicola”

Comunque dai, datecene atto, noi ritardatari siamo fantasiosi per necessità, siamo costretti a trovare sempre nuove scuse, le persone ci odiano, ma alla fine ci perdonano, quando arriviamo facciamo gli occhioni dolci da gatto (spesso in calore), diciamo la prima cazzata che ci viene in mente e ci sediamo tutti a tavola a mangiare la pizza ormai semi congelata e la Peroni in ebollizione. E poi da quando ho letto su ilmiopsicologo.it che l’essere in ritardo è una patologia, cerco di condividere il peso di questa mia malattia con le altre persone, perchè come diceva Pascoli “il dolore è più dolor se tace”.

A Berlino, il 7 ottobre del 1989, Gorbaciov disse a Honecker che “la vita avrebbe punito i ritardatari”. Un mese dopo crollò il Muro.

La compagnia di un commesso viaggiatore

Foto post pinocchio

Avviso ai naviganti in questo mare. Il post sarà decisamente diverso dagli altri, è un testo sperimentale, che forse non si ripeterà mai più, o forse inizierà un viaggio parallelo. Non anticipo nient’altro, ora la parola passa a voi.

Ci sono un bel po’ di viaggi, intesi proprio come spostamenti fisici, che di solito affronto da solo, con centinaia di chilometri davanti e un sonno bestiale nella testa. Ma a pensarci bene, proprio solo, non sono mai.

All’autogril prima dell’Appennino c’è Jonny Cash che mi chiede di salire, vuole un passaggio fino alle porte di Bologna, il cappotto è nero come la chitarra, la faccia dura come queste montagne, dice “mi spiace, sono solo un fantasma, ma alza la radio e fammi cantare”. “Dai Jonny, canta pure cry cry cry, ghost riders in the sky, e visto che sei tu, ti lascio anche fumare”.

Sull’autostrada, a Castel San Pietro incontro un genovese malinconico, lo chiamano Faber, ha un sorriso pulito, si ostina ad andare in senso contrario con la sigaretta in bocca, canta di ribelli, emarginati e prostitute, ha una maledetta nostalgia di via del campo. Vorrei chiedergli che fine ha fatto Bocca di Rosa, se Teresa è ancora all’Harrys’ Bar e se è stato assolto Don Raffaè. Dietro alla curva non c’è la lanterna del porto ma arriviamo insieme a Cesenatico.

All’osteria vicino a Faenza c’è un tipo strano che si lancia sul pubblico in delirio, è un po’ barbone e un po’ Dioniso, è una lucertola e un poeta, a torso nudo e pantaloni di pelle, ingoia un acido affogandolo nel J&B.

Andiamo Jim, monta su, che Comacchio non è New York, ma le zanzare sono più cattive, non andremo a suonare al Madison ma da qui a Imola un paio di pezzi ce li cantiamo. Bevi finchè ne hai voglia che non ci sono poliziotti agli incroci. Anche perchè in Italia ormai sono tutti rondò.

Arriva un uomo in fondo alla pianura che sembra un mago con le scarpe a tennis, ha un cilindro e una maglia a righe, una chitarra in miniatura e una sciarpa rossa a nascondere l’anima.

Parla di Gianna e racconta di Aida, sogna nel blu profondo del suo cielo, fa nomi e cognomi e canta in sette ottavi.

Non smettere Rino, resta ancora un po’ che Forlì è vicina e ti offro un caffè, ma lui si volta, alza il braccio e mi saluta, lo guardo andar via senza voltarsi. Come uno che se ne va senza rimpianti.

E al casello di Cesena Nord la stradale mi ha fermato. Fanno il giro dell’auto, guardano l’abitacolo, guardano dappertutto e poi si guardano loro, “ma…è strano, sembravate in cinque dentro la vettura, un minuto fa”… “ci sono solo io, con tutti i miei cd, ma prego, potete controllare”.

Alcune pecore hanno bisogno di un pastore…maremmano.

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Per un automobilista di città, stressato, nervoso e con quotidiane pulsioni omicide, il raggiungimento del Nirvana consiste nel percorrere strade di campagna, possibilmente asfaltate.

E così ti lasci indietro semafori, rotatorie e vecchiette col cane sulle strisce pedonali, che asfalteresti volentieri ma temi di farti svariati anni di galera. Specialmente se asfalti il cane. Abbandoni tutto questo alle tue spalle e ti immergi nel paesaggio agricolo.

Imbocchi la provinciale e oltrepassi la bottega di Cecco Furia, strampalato personaggio del quale non hai mai saputo il vero nome, nella zona è conosciuto con il suo nome d’arte conquistato sul campo, è un tipo che “se la prende comoda”, per farti un panino al prosciutto puo’ impiegarci dalle tre alle cinque ore, a volte sparisce nel retrobottega e te hai il forte sospetto che debba ancora ammazzare il maiale, poi se sciaguratamente gli chiedi di infarcirlo con un paio di fette di formaggio è la fine, non esci più, ti conviene portarti direttamente la canadese (intesa come tenda, non come signora proveniente dal Canada, che comunque se ne conosci una e la porti, male non faresti) da casa, ti costringe a seguirlo in cantina, perchè, come dice lui, “si fa presto a dire formaggio”, alla fine scegli una forma con la data di questo secolo e compri una vocale. Lui è un tipo preciso, prima pesa le fette del pane, poi il prociutto, poi il formaggio, infine compone tutto il panino e lo pesa nuovamente, per controllare che torni il totale. E’ il classico tipo che gira in macchina col navigatore, conosce perfettamnte la strada, vuole solo mettere alla prova il tom tom. Insomma, farsi preparare un panino da lui è come guardare Schindler’s list al moviolone di Biscardi.

Ok, non ti fermi, dai un colpo di clacson al buon Cecco e ti immergi respirando a pieni polmoni nel paesaggio che ti si para di fronte. Intorno a te campi di grano e di girasoli, la strada si fa più stretta affronti la piccola salita spingendo sul gas, chiudi gli occhi una frazione di secondo….cazzo frena….c’è il trattore!!!!!. Un mostro metallico di tre metri, con ruote dentate di cinque, sta procedendo ad una velocità di sei metri al quarto d’ora, non c’è verso di sorpassarlo, va bhe, ti rassegni abbassi il finestrino e ti rilassi.  Peccato che il suddetto trattorone trasporti con se un cilindro di fieno delle dimensioni di un pilone autostradale e ovviamente le pagliuzze svolazzano ovunque. Tempo trenta secondi il tuo abitacolo si trasforma in un deposito di fieno, terra, zecche e nidi di rondine. Per fortuna lo vedi svoltare in direzione del campo e sparire in una nuvola di svolazzamenti infiniti.

Dai, è normale, il trattore sta alla campagna come Silvio alla Corte di Cassazione. Rilassati e goditi il viaggio.

Il sole batte forte, ma non vuoi accendere l’aria condizionata, preferisci viaggare sentendo i profumi e i rumori che ti circondano. No, che palle, è entrata un’ape. Ma si, pazienza, tanto esce subito. E invece no. La senti ronzare, ti si posa sullo sterzo e punta minacciosa verso il tuo pollice destro, tu la scacci e lei s’incazza, il ronzio si fa più arrogante, ti sfida, la segui con lo sguardo, stai per spiaccicarla sul sedile con il volantino delle offerte di Acqua e Sapone..ecco, ci siamo, inizia a dire le tue preghiere bastarda….frena!!!! il gregge di pecore sta attraversando la strada!!!! Cazzo, per un pelo non beccavi i due pastori maremmani, uno di razza umana e l’altro di razza canina.

Le fai passare, il pastore (umano) ti guarda come per dire “senti Fernando Alonso, è inuile che fai quella faccia, qui da noi funziona ancora così, quando si parla di pecore si intende l’animale. Non la posizione”

Aspetti che il corteo ovino liberi la carreggiata e cerchi di ripartire, ingrani la prima e inizi a muoverti come se stesse guidando Cecco Furia. L’asfalto è completamente ricoperto di palline nere e sei pronto a scommettere che dentro non ci sia la foto di Moser o di Saronni.  Viaggi su un soffice tappeto di sterco per svariati metri, probabilmente il “nero gomme” che hai dato ai tuoi pneumatici questo fine settimana, ha terminato la sua funzione.

Riparti, non sei neanche a metà percorso e ti stai ambientando perfettamente alla vita bucolica. Riduci la veloità per evitare ulteriori sorprese, ti andrebbe anche una sigaretta, ma non vuoi rompere l’incantesimo, dai, per oggi facciamo i salutisti.

Pensi questo mentre scorgi una nube nera all’orizzonte, man mano che ti avvicini, realizzi che non è un temporale in arrivo, ma il risultato del gas di scarico di un autobus di linea che sta tentando di fare manovra, in quanto in direzione opposta c’è un TIR che trasporta (sicuramente) letame e i due mezzi non riescono ad incrociarsi , la strada è troppo stretta. Immediatamente la signora che abita nel podere di fronte si affaccia alla finestra e con ampi gesti cerca di guidare le operazioni di manovra, il risultato è che l’autobus sbarbica un paio di ulivi e il TIR trancia di netto un ramo del ciliegio su cui si trovava il marito della signora, la quale si dispera maggiormente per la dipartita dell’albero che per quella del consorte.

Arrivi al tuo appuntamento di lavoro con un’ora di ritardo, fai tutto il percorso a ritroso, con l’aria condizionata a manetta e la radio che ti spara musica da centomila decibel.

Giusto per chiudere in bellezza in un rettilineo ti ferma una pattuglia della polizia, controlla i documenti e l’agente ti chiede “lei non è di queste parti, giusto?” tu annuisci facendo lo sguardo da telegattone, lui sospira un laconico “la capisco, ha avuto una giornataccia…vada a casa”. Tu ringrazzi e parti a razzo facendo urlare le gomme dalla disperazione.

Torni verso casa, quasi quasi ti fermi a comprare un panino, sono dodici ore che non mangi, l’unico lato positivo è che potresti fare il bagno tranquillamente, ma a parte questo, realizzi che ognuno di noi ha un suo ambiente ideale in cui vivere e se fin da bambino la campagna ti è sempre stata sui coglioni un motivo ci dovrà pur essere.

Meringata e meneito

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Stamattina mi trovavo nella sala d’attesa di uno dei più illustri e stimati dentisti della zona.

Non è il mio dentista di fiducia, ma sono andato da lui per implorarlo che lo diventasse, pare che non accetti nuovi pazienti, ma io ho millantato ragguardevoli amicizie in comune e guadagni sostanziosi (per lui) e così alla fine, compassionevole, ha ceduto. Un pò come se parcheggiassi sulle strisce pedonali, in doppia fila davanti a un passo carrabile e mi mettessi alla ricerca di un vigile dicendogli che sono amico del ministro degli interni pregandolo di farmi la multa.

Mentre stavo lì allietato in sottofondo dal sibilo del trapano che infieriva sul fortunato di turno, sono entrate tre signore sulla settantina, capelli cotonati, rossetto “sangue di piccione” e dentiera luccicante, sembravo le componenti del trio Lescano.
Mi aspettavo che da un momento all’altro prendessero la tonalità e iniziassero a cantare “tuli tuli tulipan”, invece hanno preso il Samsung Galaxy e hanno iniziato a messaggiare.

Ho fatto di tutto per evitarlo, ma non sono riuscito a ignorare la loro conversazione (nel frattempo mi sono dato un paio di schiaffi, tanto per essere sicuro che fossi sveglio).
Sentivo che parlavano di un sito chiamato “Game center”, che stavano scegliendo il loro nickname e che avrebbero partecipato ad un torneo di burraco online.

A quel punto ho iniziato a chiedermi chi fra di noi fosse più tecnologico e chi più preistorico, e che forse dovrei iniziare a rivedere un attimo la mia visione del concetto di “nonna”.
Io me le immagino ancora col grembiulone a stendere col mattarello la pasta fatta in casa, a preparare biscotti alla meringa, a mettersi i fazzoletti profumati sotto i polsini delle maglie e a tirarsi un pò più giù il vestito per coprire il bordo della sottoveste.

Ho l’impressione che non sia proprio un’immagine corretta.
Loro se la godono alla grande e appena possono scappano da casa, si ritrovano al centro “Anziani in movimento” a ballare il meneito, con l’algasiv nella borsetta, lanciando occhiate malandrine al vedovo di turno seduto al tavolo a trangugiare birra e gazzosa.
Hanno quasi tutte un profilo facebook nel quale postano le foto dell’ultima gita a San Giovanni Rotondo e gli ultimi valori dei trigliceridi, forse non twittano, perchè in fin dei conti cinguettare con il Papa può risultare sconveniente, ma un giorno la Marcellina ha mandato un “poke” a Giancarlo Giannini perchè “l’è proprio un bell’omo e scommetto che non c’ha nemmeno la sciatica, il mi’ marito invece…”
Guidano tutte l’auto e le vedi sfrecciare con la Matiz turchese metallizzata strombazzando ai ciclisti e posteggiando nell’unico divieto di sosta all’interno di un parcheggio deserto, ripassano il trucco alle rotatorie e si aggiustano la dentiera prima di andare a dal parrucchiere a farsi i capelli color neon purple, che stasera al centro sociale schiatteranno tutte di invidia e coliche renali.
Combattono i reumatismi con il latino-americano, bevono lo spritz ma almeno un’ora dopo aver preso la pasticca per la pressione, il sabato sera si vestono di paillettes vanno a fare le vasche sulla passeggiata del lungomare e guardando l’orizzonte pensano “maledizione, se fossi sicura che non mi si fulminasse il pacemaker, mi farei anche un tuffetto”.

Insomma, ero lì seduto sulla mia poltroncina e le osservavo, felici, spensierate e piene di energia, sembrava che avessero l’argento vivo dentro, io invece pareva che mi fossi ingoiato un pensionato.

Royal Baby e Fernet

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Facciamo un pò di gossip, vi va?…ok lo prendo per un “si”.

non so se qualcuno di voi ne è a conoscenza, anche perchè nessun mezzo di comunicazione ne ha parlato, ma è nato il Royal Baby.

Confesso che per la prima mezz’ora ho pensato che si trattasse di un nuovo cornetto Algida, sono anche sceso al bar sotto casa e con passo deciso e fiero mi sono avvicinato al bancone “Ehi Dalmazio, mi dai un paio di Royal Baby?”, lui guardandomi minaccioso “senti palle (termine strettamente provincial-livornese), se sei venuto a prendermi per il culo (termine internazionale), ti avverto che non è aria, mi è arrivata la bolletta della luce, il bimbo (suo figlio) ha scartavetrato la macchina nuova e la stronza (sua moglie) mi fa le corna, perciò fatti la solita sambuchina e sparisci”
Cavolo, altro che sambuchina, qui ci vuole almeno un Fernet. Vorrei chiedergli come l’ha scoperto, anche per avere un’informazione utile…non si sa mai, ma lui mi anticipa e mi fornisce tutti i dettagli. Lei era sempre distratta, col telefono in mano cenava spesso fuori con amiche, fatto sta che l’altro giorno è rientrato a casa un pò prima del previsto e…come dire…ha trovato un signore che aiutava sua moglie a fare le pulizie, lei passa il mocio e lui la scopa! Ascolto il suo sfogo e vorrei tanto dirgli “senti Dalmazio, non è per essere scortese, ma qui nel quartiere, tua moglie è conosciuta come ATL (azienda trasporti livornese), si insomma…ci montano tutti sopra (presenti esclusi, ovviamente)”, ma lo trovo già abbastanza provato di suo e mi sembrerebbe di sparare sulla croce rossa.

Io non sono un tipo geloso, cioè, si, forse un pò lo sono ma lo nascondo perfettamente, certo che la confessione del mio barman di fiducia mi ha fatto divenire un tantino sospettoso ed ho realizzato che il cambiamento dei tempi ha portato anche un mutamento nelle tecniche di tradimento.

“Comunicazione di servizio”(per la mia incolumità) tengo a precisare che i concetti che seguiranno non sono frutto di esperienze dirette, ma di aneddoti “per sentito dire” e ricorda cara, che ho fatto la spesa, buttato l’immondizia e annaffiato le piante sul terrazzo.

Anni fa poteva capitare, diciamo per caso, di conoscere un esponente dell’altro sesso, c’era una certa sintonia e si…”approfondiva” la conoscenza. Partendo dal presupposto che nessuno dei due fosse libero, c’erano alcuni accorgimenti pratici per evitare epiche scenate coniugali e valige in fondo alle scale.
Lei: niente rossetto, profumo il minimo indispensabile, capelli legati (meglio se completamente calva) e mozzicone di sigaretta rigorosamente gettato fuori dal finestrino.
Lui: barba fatta (non per dare un’immagine di cura, ma per evitare irritazioni sulla pelle di lei, si, lo so, c’eravate arrivati/e anche da soli/e ma partiamo dal presupposto che ci possano essere ancora dei “puri d’animo”), niente profumo, niente profilattici alla fragola.
Gettare qualsiasi ricevuta, scontrino, biglietto e (per sicurezza) bolletta dell’Enel che possa far ricondurre a qualcosa di irreparabile.

Ed oggi?, oggi è molto diverso, ci sono le amicizie virtuali, parli con una persona sconosciuta, potrebbe essere la Madonna di Montenero o il mostro di Milwaukee, ma tutto è ovattato dalla rete e lavora la fantasia e nella fantasia gli uomini sono tutti cavalieri con spade (anche di trenta centimetri) e destrieri bianchi (turbo 150 cavalli) e le donne sono dolcissime pulzelle indifese, insoddisfatte della vita che (guarda caso) aspettavano proprio te. Insomma, vengono raccontate un pò di cose (più o meno romantiche) e tutto finisce li (forse…dite di no?…boh, nel caso, valgono i vecchi sistemi).
Il disagio maggiore, e forse pateticamente più rilevante, nasce in quelle persone che hanno vissuto le regole d’oro di dieci anni fa, ne erano divenuti perfetti conoscitori, qualcuno ha preso pure una laurea honoris causa in specializzazione fedifraga ed ora si trovano a fronteggiare gli ostacoli che i nuovi dispositivi presentano. E sono molto più insidiosi di quelli di un tempo.
Cancelli la cronologia ma parte un messaggio, allora cancelli il messaggio ma ti arriva una notifica da facebook, fai sparire la notifica ma ti si riapre la cronologia. In pratica stanno costringendo il genere umano ad una vita di assoluta monogamia, che a pensarci bene l’unica a rimetterci davvero sarebbe Maria de Filippi, non ci sarebbero più figli illegittimi che spuntano come funghi e magari lei avrebbe più tempo libero da dedicare alla dieta di Maurizio Costanzo (che ad occhio e croce non sta funzionando)

Prima rovistando nelle tasche o annusando camicie si potevano scoprire amori platonici o epiche scopate in motel, con le prime soffrivi, con le seconde sparavi. Ma ora la rete ha introdotto quelli che qualcuno ha definito “affetti elettronici”, un pò più di un’amicizia, un pò meno di una relazione fisica. E allora che fai: soffri o spari?