TECICENI

Per noi che abitiamo in provincia fare un giro a Livorno è sempre un’occasione per imparare cose nuove e nuovi modi di dire che sono un riassunto perfetto delle dinamiche quotidiane della vita. In una frase viene rappresentato un intero universo di situazioni e, perché no, di umane sofferenze. Tipo “Alli zoppi pedate nelli stinchi” oppure “chi lavora e si strapazza…malidetta la su’ razza”. Ma anche espressioni che fotografano la vita familiare, di solito quella degli altri. Tipo “C’ha più corna lui d’un cesto di chiocciolini” (che sono le lumache col guscio piccoline) oppure “se le maiale volassero a tu’ ma’ darebbero da mangia’ con la fionda” (ecco, questa se non la capite è meglio).

Quindi Livorno insegna, non c’è niente da fare, anzi, sarebbe opportuno visitarla con un blocchetto e una penna per poter prendere appunti. Ma Livorno è soprattutto una città di mare, con la passeggiata, la scogliera, le isole all’orizzonte e gli stabilimenti balneari. La spiaggia del lungomare è un susseguirsi di ombrelloni e sdraio disposti con geometrica perfezione. Per gli stabilimenti vale la stessa regola delle città: quelli all’inizio e alla fine della spiaggia sono le periferie, quelli in mezzo sono i quartieri “buoni”. E nelle periferie, si sa, c’è la vita vera.

Mi è capitato di essere ospite di uno di questi stabilimenti di periferia, ma non uno qualunque, no, proprio il primo in assoluto. In pratica ho preso il sole al Quarto Oggiaro degli stabilimenti livornesi. Trovarlo è facile, due passi dopo la statua di Bud Spencer, non puoi sbagliare. Ecco lì c’è tutta la vera Livorno. E la più altra concentrazione di “teciceni”.

I veri livornesi, quelli con il bollino D.O.C.G. iniziano ad andare al mare intorno al 26 febbraio. In quella occasione si portano il tavolino da pic-nic e lo incatenano all’ombrellone. Lo lasceranno lì fino al 25 febbraio prossimo. In pratica entro la prima settimana di marzo il 98 percento della spiaggia è già occupata, da quel momento chiunque arriverà sulla spiaggia farà alcune semplici mosse. Si guarderà intorno, si avvicinerà con il tavolo da pic-nic in mano e la borsa frigo sulla spalla a un ombrellone occupato ed esporrà una semplice domanda alla persona sulla sdraio: «Te ci ceni?ۛ». Più che una domanda è una supplica, tipo “ti prego, sono le sette di mattina, dimmi che fra dodici ore te ne vai. Guarda, ti offro io una pizza, ma non rimanere a cena qui”.

Lo scopo della domanda è sapere se si libera il posto entro un’ora decente. Come quelli che stanno tredici ore a girare nel parcheggio dei Gigli di Campi Bisenzio in attesa che qualcuno se ne vada. Il “teciceni” è una vera e propria forma di saluto, più di “ciao”, di “piacere”, è qualcosa che ha a che fare con l’educazione «che antipatico, non mi ha detto neanche teciceni», oppure «era una persona tanto buona, diceva sempre teciceni».

Anche i bambini lo usano per fare conoscenza, è il sistema perfetto per rompere il ghiaccio. Capita così di vedere un ragazzino timido che guarda il vicino di ombrellone giocare con la paletta e il secchiello, due solitudini che si cercano. La mamma del timido gli sussurra all’orecchio «Perché non vai a conoscerlo?», con il tono più amorevole del mondo. «Mamma, mi vergogno, che gli dico?», risponde il figlio stringendosi nelle spalle. «Che ne so. Vai da lui, gli dici teciceni e iniziate a giocare insieme», perché l’educazione prima di tutto.

E’ una vera e propria forma di rispetto, che viene insegnata fin dalla prima infanzia. Avete presente quando da bambini camminavamo in mezzo al babbo e alla mamma e incontravamo una loro conoscente? Ecco, qui è uguale. C’è sempre uno dei due genitori che dice al bambino «Su, Igor, dì teciceni alla signora».

Già, i nomi. La posizione degli stabilimenti e i nomi dei bagnanti sono strettamente legati. Qui, nella estrema periferia balneare possiamo avere la conferma di questo ineluttabile assioma cartesiano. Quelli maschili spaziano da: Igor, Iuri, Chevin, Maicol e Attias (che probabilmente è il nome della piazza dove è stato concepito il bambino), tutti, rigorosamente, scritti come si pronunciano. Per le ragazze i nomi variano in base alle soap opera preferite dalle mamme: Bruc (presumo quella di “biutiful”), Sciana (quando si ama), Sciaron e Suellen (moglie di Geiar in Dallas. Ma che ne sanno i “millennials” degli sceneggiati, quelli belli).

I genitori sono abbronzantissimi e tutti, rigorosamente ricoperti da tatuaggi, roba che Fedez scansati proprio. I soggetti disegnati sulla pelle sono per il novanta percento a sfondo politico. Il Che, Fidel Castro con il Che, il Che con la bandiera del Livorno, il che con la falce e il martello e la scritta “Pisamerda” sulla maglietta del Che. E’ un tripudio assoluto di “boia dé, Rivombrosa esci dall’acqua che ti spuntano le branchie. E’ arrivata Donna, vai a dargli il teciceni”.

E allora li vedi arrivare da lontano, il babbo con la borsa frigo a tracolla, che da queste parti chiamano “ghiacciaina” e il tavolo da pic-nic nell’altra, la madre che cammina un passo dietro ai figli Igor e Sciaron. Avanzano a mani giunte, tranne il padre che sta cedendo sotto il peso della ghiacciaina e gli occhi rivolti verso il cielo in segno di supplica. Sono i nuovi discepoli, i templari del tecicenismo.

Marta fa il libera tutti.

Marta sopravvive in una piazza vuota senza far rumore tra una pizzeria e un caffè,

lei ti guarda e ride quando la sua rabbia non riesce a contenerla dentro sé

un vestito rosso, scarpe senza tacco, labbra di cristallo le ginocchia al petto senza età,

e certe giornate si diverte a indovinare il destino di qualcuno che passa e che va,

Quello è un tipo strano, forse è innamorato e non si rassegna a scrivere sui muri frasi sovversive tipo tu sei mia

Marta che sospira, fuma una marlboro, butta fuori l’aria e la guarda andare via.

Se solo anche i ricordi, quelli spaventosi, fossero solubili in lacrime e bestemmie, o potessero affogare alla fine del bicchiere senza riaffiorare allora sì,

sì che si potrebbe respirare, correre e lasciarsi andare, senza la paura di cadere, avere soltanto l’urgenza di esserci.

Marta che cammina, stringe fra le mani, una birra media e la faccia di suo padre che le urla contro frasi scellerate con il pugno in aria già da un po’

Uno sulla schiena, uno sul costato, uno sulla bocca per provare in tutti i modi a cancellarle quel sorriso che si ostina a stare su,

Ma la paura del dolore non era mai abbastanza per farle dire “basta, io mi arrendo adesso, hai vinto tu”,

Marta porta addosso tutti i segni del passato, ma non sono quelli sulla pelle a fare male a farla smettere di respirare proprio no,

certe cicatrici non si fanno mai vedere, come vipere di bosco, escono di notte spargono veleno senza antidoto.

E non ti puoi salvare, non c’è un cazzo da fare, devi lasciarti torturare fino quasi a scomparire, finché non vanno via.

Che certi pensieri sono spaventosi, vivono in simbiosi come fossero due sposi il terrore e la follia.

Marta se ne andò, aveva sedici anni, si lasciò alle spalle, un uomo mostruoso e una madre che sapeva e non parlava, arresa ormai

E tutte le serate a sputare sangue per i pugni presi non avrebbero raggiunto il grado di dolore di quelle parole dette mai.

Marta si è salvata, forse non del tutto, ma ci sta provando a regalarsi il sogno di una vita presa contromano come certa musica,

lei ci sta provando, coi suoi occhi asciutti, a nascondersi dietro a un sospiro e fare “libera tutti” all’anima.

Marta è la nostra terza onda, quella che restituisce tutto, le immagini più belle, ricordi profumati, lenzuola stese al sole e brividi di sale,

lei si è rialzata dopo ogni caduta, perché Marta è sempre stata viva e non sopravvissuta.

Se Marta fosse una canzona sarebbe questa: L’anima non conta (Zen Circus)https://www.youtube.com/watch?v=TtLcvqCCXBI

Le ragazze degli anni novanta.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta,

che fumavano sotto le stelle con Dolores O’ Riordan che canta,

di frasi d’amore riempivano il diario,

Come una Alice qualunque che si innamora di Mario

E scriveva i “per sempre” sulla Smemoranda

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Poco più di vent’anni e il duemila alle porte,

ma il futuro è un bugiardo con le gambe un po’ corte,

poco più di vent’anni e qualche pena d’amore,

ma certe notti era bello aver mal di cuore,

con i sospiri intrecciati in fondo a una Panda,

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

In quel posto segreto, quello del primo bacio,

rimanevi in attesa come un gatto randagio,

poi arrivava improvvisa bella come un temporale

e ti sentivi un po’ dio quando guarda il suo mare.

era la risposta perfetta a ogni domanda.

Avresti dovuto vederle le ragazze degli anni novanta.

Ne è passato di tempo e son cambiate le facce,

di Alice e di Mario si son perse le tracce.

Lei si è fatta ingannare da un amore bugiardo,

lui si trascina la vita e ha spento lo sguardo,

ma ogni tanto alla radio c’è Dolores che canta.

Non si sono mai arrese le ragazze degli anni novanta.

Alcune hanno un uomo a cui far promesse

altre hanno figli e diverse scommesse

spesso i sogni e la vita fan fatica a coincidere

ma loro fanno spallucce si ostinano a ridere

Hanno un lampo negli occhi che nessuno comanda.

Le riconosci tra mille, le ragazze degli anni novanta.

Adesso son donne con il basco e lo scudo,

soldatesse in tailluer con lo sguardo sicuro,

ma si accendono ancora quando si apre il sipario

e ripensano al posto, quello del primo bacio.

il cuore ha un sussulto e il respiro si incanta.

Sanno amare davvero, le ragazze degli anni novanta.

Hasta l’abete addobbato siempre!

E’ tempo di addobbi, le città si vestono a festa, con luminarie e stelle comete per le vie. Luci ovunque, bianche, rosse, gialle, verdi e per i più bastardi, blu. Queste sono le peggiori, viste da lontano sembrano posti blocco. Le vedi, smadonni, capisci che è un terrazzo e non una volante, sospiri, ti penti, ma ormai anche per questo Santo Natale ti sei giocato la santità.

Ma il vero spirito natalizio si vive nelle case, tutti intorno all’albero.Ci sono regole universali e precise per realizzare un albero di Natale come dio comanda.

Per prima cosa c’è da risolvere il dilemma “albero finto o albero vero”. Qui l’umanità si divide, un po’ come accade fra i fanatici di Iphone o Samsung, Playstation o Xbox, Ronaldo o Messi. L’albero sintetico è senza anima, se fai l’albero vero uccidi una pianta. L’albero finto è tossico, l’albero vero non lo puoi riutilizzare e via così all’infinito. Scuole di pensiero che corrono su linee parallele e non si incontreranno mai. Come i Modà e la buona musica. Il mio albero è sintetico, non per motivi morali ma pratici. Se metto in casa un abete vero il cane ci piscia sopra almeno quattro volte al giorno. Problema risolto.

Una volta piazzato l’albero al centro della sala il protocollo prevede che vengano messe le luci. Mai e dico mai, mettere prima le palline. Questo è un assioma cartesiano: “se non metti prima le luci le uniche palline che rimarranno sull’albero saranno le tue”.

Prima però di mettere luci sull’albero c’è un’altra operazione fondamentale da svolgere: verificare se si accendono. Datemi retta, lasciate perdere l’ottimismo del “tanto funzionano”. Neanche per sogno. Funzionano solo se le provate prima. Se non lo fate e le mettete fiduciosi state pur certi che non si accenderanno mai. Lo so, l’anno prima le hai riposte nella scatola ancora calde di luce e dopo undici mesi non danno più segni di vita. E’ uno dei più intricati misteri cosmici. Il compianto Stephen Hawking preferì dedicare la sua vita allo studio dei buchi neri piuttosto che all’enigma delle lucine bianche. Per dire.

In media ogni famiglia ha tre gruppi di lucine da mettere sull’albero e in media, ogni anno, almeno uno dei tre non funziona. Poco male, direte voi, si ricomprano. Certo, il problema è trovarle dello stesso colore.

Fino a qualche anno fa erano di moda le normalissime luci ”bianco caldo”. Oggi è più facile trovare un panda gigante in superstrada. Sparite, ora sono tutte a led e di un bianco asettico. Roba che quando le metti sull’albero la sala da pranzo diventa una sala operatoria. Alla fine ti arrendi e ogni anno compri una scatola diversa. Il risultato è interessante. Il tuo albero di Natale sembra un casello autostradale con una fila di luci rosse, una verde e una gialla che si accende solo se ci passi sotto con il telepass.

L’allestimento delle luci è un’impresa titanica. Si intrecciano, se ne schiacci una smettono di funzionare tutte, le tue, quelle del tuo vicino e dei tuoi parenti fino al sesto grado. E’ impossibile dare una disposizione uniforme. Di solito la parte bassa dell’abete sembra la campagna modenese in una notte di nebbia fitta. Invece la parte la puoi guardare solo con gli occhiali da saldatore, come per l’eclissi solare. Dai, diciamocelo, mettere le luci sull’albero è una gran rottura di coglioni. Non per niente è un compito riservato esclusivamente all’uomo. Oltretutto va fatto anche con una certa rapidità perché…«finché non hai messo le luci non possiamo iniziare ad appendere le decorazioni. Quindi vedi di darti una mossa». Noi cerchiamo di terminare il compito nel più breve tempo possibile, rischiando più volte di volare dalla scala e impiccarci con il filo delle luci, per poi scoprire che per i successivi quattro giorni non ci saranno accenni di decorazioni sull’abete. Ogni tanto il povero albero cede alla disperazione e inizia a produrre bacche rosse. Lo fanno in particolar modo quelli sintetici comprati a saldo nel negozio cinese sotto casa.

Le decorazioni dell’albero sono la massima espressione della creatività umana. Palline colorate, pupazzetti di ogni tipo, angioletti, animaletti vari e puntali storti. Il sacro e il provano che vanno a braccetto.

Mia madre per esempio mette nel punto focale dell’albero l’immagine di Padre Pio da giovane. E’ una foto che un giorno trovò sotto al mio letto.«Ved? È un segnale, significa che ti protegge», disse perentoria senza darmi modo di controbattere. Da allora ogni Natale tira fuori quella foto sbiadita del Santo di Pietralcina quando era ancora un ragazzo e la mette in bella mostra al centro dell’abete. Ogni tanto ci passa davanti, si fa il segno della croce e gli manda un bacio. Poi si volta verso di me e fa un cenno come a dire «Dai, fallo anche tu». La guardo allargando le braccia «dai mamma, il segno della croce non mi pare il caso», però, per accontentarla almeno in parte, mi metto a mani giunte e accenno un inchino veloce.

In realtà quella è una foto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara, con i capelli corti e senza sigaro. Non ho il coraggio di dirlo a mia madre e poi, tutto sommato, al centro dell’albero non ci sta neanche male.

L’albero più originale che abbia mai visto in vita mia lo fa il mio amico d’infanzia. E’ sempre identico a quello dell’anno precedente, ma proprio gemelli monozigoti. L’angioletto sul terzo ramo a destra, la palla rossa con la scritta “casinò di Sanremo” tre gradi a sud est, la renna che si gratta il culo con le corna va messa appena sotto al puntale. Una precisione maniacale che si tramanda di anno in anno. Il ripetersi infinito di una trama unica e inimitabile che si specchia costante in sé stessa. Tutto molto interessante, l’abete identico a quello precedente, se vogliamo è un po’ come metafora della vita. Il mio amico ne va fiero. Peccato che il primo albero che fece fosse addobbato veramente di merda.

“Olliuchenit” non ti temo.

Sono allergico all’aloe, alle uova di lompo, alle bacche di goji e a tutto il cibo esotico in generale, Questo per dire che amo le cose semplici, specialmente in cucina. Non piacciono esperimenti strani e soprattutto detesto esplorare sapori sconosciuti. Sì, lo so, che state passando in rassegna tutti i doppi sensi a sfondo sessuale noti al genere umano, ma io sto parlando semplicemente della mia idea culinaria. Scritto tutto attaccato.

Le mie convinzioni gastronomiche si rafforzano ogni volta che qualcuno mi trascina, spesso con l’inganno, in qualche locale dove si dilettano in ricette di cucina alternativa. La settimana scorsa, i miei colleghi di lavoro con uno stratagemma che non sto qui a spiegarvi, mi hanno fatto mettere piede per la prima volta in vita in un ristorante giapponese all you can eat. Che all’inizio ero convinto che “olliuchenit” fosse proprio il nome del ristorante. Per quelli come me cresciuti con il mito di “DanielSan, dai la cera togli la cera” in Giappone può succedere di tutto. Comunque i miei commensali hanno subito provveduto a spiegarmi con parole chiare e dirette il concetto di “all you can eat”: «France, non rompere i coglioni, la traduzione letterale è semplice: mangi quello che cazzo ti pare e paghi quindici euro». Già qui il primo dubbio mi ha assalito: la moneta giapponese è lo Yen, quindi non può essere una traduzione letterale. Comunque ho evitato di farlo notare altrimenti dicono che sono antipatico. Come quando qualcuno parla e io gli correggo i verbi. Quello mi guarda come se gli avessi rigato la macchina. Io ci rimango di merda ma vorrei dirgli quello che mi diceva mia madre ogni volta che mi tirava una ciabatta «Sappi che fa più male a me che a te».

Comunque il concetto è chiaro e io so già che assisterò dal vivo alla più alta rappresentazione dell’era preistorica che il genere umano sia in grado di mettere in scena. Ovvero: metti dieci persone intorno a un tavolo senza limiti sul menù e vedrai l’uomo di Neanderthal, in 3D e con il dolby surround, purtroppo. Di solito quando si va in questi posti esotici c’è sempre un membro della compagnia che ne sa più di tutti gli altri. E’ un abituè del locale, conosce per nome i camerieri e probabilmente con quello che ha speso lì dentro ha sistemato tutti i loro parenti e anche quelli del maestro Miyagi. Entriamo dentro, il personale ci accoglie con un inchino, il nostro compagno “esperto” prende subito in mano la situazione.

Ci accompagna al suo solito tavolo e dice al cameriere di portare i menù e il wasabi. Dopo trenta secondi arrivano due ciotole contenenti un impasto verde tipo i succhi gastrici che vomitava mia figlia quando mangiò il Didò e dieci volumi con il numero di pagine di “Guerra e pace”. Erano i menù. Mi astengo volentieri dall’assaggiare il wasabi e mi concentro sui piatti da ordinare. Sfoglio il libro sacro almeno una decina di volte alla fine azzardo e faccio la mia scelta: patatine fritte! (e vaffanculo al sushi, sashimi e Didò).

I miei compagni di merende iniziano a segnare su un foglio le loro ordinazioni ripetendomi continuamente «questo lo devi provare, è squisito». Uno di loro ordina addirittura i ravioli alla bolognese. Finalmente qualcuno che tiene alta la bandiera della cucina italiana.

Arrivano le pietanze. Il cameriere si presenta con un carrello delle stesse dimensioni del rimorchio di un cingolato Pirelli. Inizia a disporre tutto sul tavolo con un sorriso come a dire “mo’ so cazzi vostri”, in un perfetto dialetto di Hokkaido.

Improvvisamente il nostro banchetto viene sommerso da bocconi bizzarri e colorati, Tutti a base di riso, pesce e ingredienti misteriosi. Riso con salmone, riso e tonno, riso e alghe, risi e bisi, riso e chiwawa, riso sorriso e quanto mi viene da ridere. I mezzo a questo tripudio di ilarità spiccano i ravioli. Prendo coraggio e ne assaggio uno. In quel momento capisco che c’è un errore sul menù. Non sono tortellini “alla” bolognese ma “con” bolognese. Il ripieno è sicuramente fatto con i resti di un contadino della provincia di Modena. Uno di quelli scomparsi nel nulla che gli abitanti dei poderi vicini descrivono ancora come un tipo solitario e taciturno.

A metà del pasto iniziano a verificarsi fenomeni strani: i simpatici bocconcini di pesce non finiscono mai! Sembra il videogioco di Pac Man, più ne mangi più si ricreano. Mi viene il dubbio che il pesce non sia crudo ma vivo e appena ti distrai ne approfitta per accoppiarsi e riprodursi.

Anche le mie patatine fritte sembrano soffrire della stessa sindrome. Oltretutto sono fritte nell’olio Motul con centoventimila chilometri percorsi e l’antigelo Paraflu da cambiare.

Il pensiero “cazzomene, io le lascio nel piatto” inizia farsi strada nella mia testa e mi sento sollevato

Quando ormai anche l’ultimo commensale sta per cedere e perdere i sensi si manifesta nuovamente il cameriere che con i suoi occhietti a mandorla sfoggia stavolta un vero e proprio sorriso di rivincita personale esclamando:

«Signori avete finito?, posso iniziare a contare?».

Contare? cosa deve contare?

L’amico esperto con un master in “inculazioni giapponesi” emerge dal letargo e con un filo di voce bisbiglia:

«Quello che avanza ce lo fanno pagare a parte».

Cosa??? In quel preciso momento mi sento come Lucignolo nel paese dei balocchi quando capisce che si sta trasformando in asino. Anche gli altri membri del gruppo hanno uno scatto emotivo e realizzano che a occhio e croce sul tavolo c’è una cifra pari al pil della Nuova Zelanda. Inizia così una frenetica azione di occultamento delle prove. Qualcuno si mette il sashimi in bocca conservandolo all’interno delle gote, tipo criceto. Altri con un’azione da veri bastardi senza gloria iniziano a lanciare palline di riso stocazzoshimi sui tavoli vicini, ma la tecnica di nascondismo più usata in assoluto è quella di avvolgere tutto ciò che si trova nei piatti dentro a fazzoletti di carta e seppellirlo nelle tasche dei giubbotti.

Andiamo a pagare il conto con aria indifferente, vestiti come zampognari e con un cucciolo di tonno pinna gialla che si agita dentro la tasca destra della giacca.

Le successive dodici ore le passiamo seduti sulla tazza del cesso bestemmiando in giapponese e cercando su Facebook i parenti del contadino emiliano per avere la ricetta ufficiale dei ravioli.

Quindi vi prego, lasciatemi alle mie allergie esotiche e al mio cacciucco di pesce cotto bene. Lasciatemi al mio concetto di cucina culinaria, scritto anche separato.

Il viaggio di un sommerso.

Ti guarderò partire, con quell’aria di chi non si è mai voluto fermare e la giacca di velluto di tuo fratello prima che la guerra se lo prendesse per sempre.

Ti guarderò partire con il berretto in mano e quello sguardo come a dire “forse il mio posto è dall’altra parte dell’oceano. Forse il mio destino un giorno riuscirà a trovarmi e questa smania di capire chi sono mi lascerà in pace”.

Ti guarderò partire appoggiata al parapetto di questo pontile, con una mano a tenere lo scialle intorno al collo e l’altra alzata per salutare. A pensarci bene l’ho sempre saputo che te ne saresti andato. Quelli come te hanno un piede sulla terra e l’altro in mezzo al mare. E allora ti guarderò partire senza poterci fare niente. Abbi cura di te e delle tue scarpe nuove. Ormai la gente prenderebbe qualsiasi cosa pur di non pagare.

Mamma ormai questa gente mi prende già la dignità ogni volta che la nave sta per salpare. Mi mettono davanti a una montagna di carbone da spalare. La bocca della caldaia che vomita scintille e bestemmie a mille gradi. È come se il diavolo in persona si venisse a scomodare per portarmi al centro dell’inferno. Poi i pistoni inizieranno la loro danza. L’elica si muove, la nave si staccherà dal porto e sarà come sentire la tua mano quando mi accarezzi il viso e mi dici che ho l’Atlantico negli occhi.

Dicono che questo oceano visto dalla nave faccia perdere il senso della misura, come un amante esagerato che non riesce a limitare la potenza di un abbraccio.

Io non lo so che faccia abbiano tutte queste onde, non te l’ho mai detto, ma il mio viaggio è sempre stato cinque metri sott’acqua. Loro vedono il sorriso di questo mare smisurato, a me da quaggiù non resta che guardare il cuore cattivo dell’Atlantico.

Ti guarderò partire e mentre l’elica si muove ti immagino in quel posto che tutti chiamano America. Se chiudo gli occhi ti vedo fra dieci anni, con una moglie che sorride mentre tiene in braccio il tuo bambino biondo. Avrai imparato una lingua sconosciuta e mischiato la tua faccia in mezzo a tutta quella gente strana, che ti chiamerà per nome. Diventerai uno di loro, è giusto così, spero solo che non ti vada mai via tutto quel mare dagli occhi.

Ogni tanto mi sembra di sentire le voci di tutta quella gente che sta sopra di me, nella parte umana di questo transatlantico. Immagino i loro volti luminosi i loro sogni spensierati. Si godono il viaggio in attesa di un’esistenza migliore in una terra nuova. Probabilmente non sanno neanche che esistiamo, noi siamo i sommersi e tutto ciò che sta sotto al livello del mare è qualcosa che spaventa.

Mamma quando scenderò da questa nave i miei sguardi saranno asciutti e forse non riuscirò mai a guardare l’America negli occhi. Avrò tutto quel futuro fra le mani e questo è un pensiero che fa più paura dell’oceano.

Non lo so mamma, non lo so come sarà la mia esistenza, forse un giorno tornerò, magari salirò di nuovo su questa nave, starò sulla prua e ti saluterò con la mia giacca nuova.

Ma il tempo dei pensieri è finito, ora è il momento di dar da mangiare alle viscere di questo inferno.

Non preoccuparti mamma, starò bene e sarò al sicuro, proprio come ora mentre sto su questa nave che dicono non possa mai affondare. Lo dicono spesso e ne vanno fieri. Ogni tanto qualcuno scende fin quaggiù per farcelo sapere.

“Andrà tutto bene” ci dicono, “questo è il primo viaggio di una nave che non può affondare”.

Dovresti sentirli, mamma, come lo dicono bene.

È un pensiero che mi rassicura e rende sopportabile il tempo passato cinque metri sott’acqua, coperto dal nero di questo carbone, a guardare il cuore cattivo dell’Atlantico.

(Palesemente ispirato da “L’abbigliamento di un fuochista” – De Gregori).

La gente che sta bene.

(Mamma, se stai per leggere questa cosa rilassati, non è autobiografica).

Finalmente ho molto tempo libero, è un desiderio che ho espresso tante volte e ora qualcuno mi ha ascoltato. A quarantanove anni ho perso il lavoro. Un calcio nel culo e via, Come diceva Oscar Wilde “ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non puoi avere. La seconda è ottenerla”.

«Ci dispiace ma questo ramo dell’azienda verrà chiuso», mi hanno detto, «ma non si preoccupi, alla prima occasione la richiamiamo. E poi, un uomo con le sue capacità non avrà problemi a trovare un altro impiego». C’è solo un piccolissimo particolare: un uomo con le mie capacità, quando si ritrova disoccupato perde immediatamente il grado di “uomo”.

Ma chi se ne frega, vediamo il lato positivo. Posso fare ciò che voglio. Conoscere un sacco di gente nuova, ogni giorno, almeno una decina di facce sconosciute che mi fanno sempre le stesse domande. Mi squadrano da dietro la scrivania. Con la loro giacca di un blu rassicurante, segnano le mie risposte su un foglio impegnandosi a celare, con pessimi risultati, un sorriso inopportuno quando dico la mia età. Molti mi congedano con la frase «le sue conoscenze sarebbero sprecate per la nostra azienda, si merita qualcosa di meglio». Mi ricordano quei fidanzati che si separano e uno dice all’altro «ti lascio perché ti meriti di meglio». Che cazzo di frase è? Fatti i cazzi tuoi, io voglio una storia di merda. Voglio un lavoro di merda.

Dicono «ti aiuterà la famiglia», certo, come no. Mia moglie mi ha lasciato quattro anni fa, perché mi “meritavo qualcosa di meglio”. Lei invece si è sacrificata per me e adesso convive con un direttore di banca. E’ sempre stata una donna altruista e si vocifera che sia anche in odore di santità.

M dai, non mi lamento, mi restano gli amici, quelli veri. Loro ci sono sempre, è bello passare del tempo insieme. Sì insomma, quei tredici secondi. Il tempo necessario per incrociare il mio sguardo e cambiare strada. D’altronde sono “la gggente che sta bbbene”, si sono salvati dal cataclisma e adesso si sentono tutti un po’ più Flavio Briatore. Come lui si tengono alla larga da certe persone perché potrebbero attaccare la povertà. Fosse per loro girerebbero con una mascherina sulla bocca come i cinesi, magari brandizzatata Dolce e Gabbana. Alcuni vecchi amici mi guardano con disprezzo, altri con compassione. Potendo scegliere preferisco la prima. E’ molto meno umiliante, credetemi.

Ma non importa, sono riuscito comunque a farmene di nuovi, di amici intendo. Ho scoperto per esempio che alcuni dei pensionati che vengono a vedere il cantiere della nuova metropolitana hanno un cuore grande così. Si chiama cardiomegalia e si può curare con una sana alimentazione. Altri invece di grande hanno la prostata e quella è come le corna: te le tieni così e basta.

La mia condizione ha un altro lato positivo, molto positivo direi. Ogni notte posso dormire in un posto diverso. Tanto che insieme a un mio socio clochard stiamo progettando un’applicazione: BarboniAdvisor. Rileva la tua posizione e ti dice in tempo reale se ci sono sottoponti, panchine attrezzate, portici e androni accoglienti intorno a te. Se scarichi la versione a pagamento hai diritto anche a un chilo di cartone quattro metri per due.

In tutto questo tempo da portatore sano di disoccupazione ho capito che il lavoro è l’unità di misura della tua dignità. (e su questa, caro Oscar Wilde, scansati proprio). Se consegni bevande a domicilio puoi salvare la vita al Papa, ma rimarrai sempre “l’omino dell’acqua”. Non c’è un cazzo da fare.

Ma ormai non ho più di questi problemi, vivo la mia disoccupazione con serenità, come quelli della pubblicità del Tena Lady. Ecco, ci vorrebbe un assorbente per noi poveri, perché siamo fra voi, ci trovate sugli autobus, nei sottoscala della metro o fuori da qualche supermercato. Ogni tanto sorridiamo, almeno un paio di volte al giorno beviamo, cerchiamo di limitarci ma due o tre volte a settimana cediamo alla tentazione e mangiamo qualcosa. Facciamo di tutto per trattenerci ma spesso ci scappa pure di respirare. Quindi, datemi ascolto, voi che state bene, datevi una mossa e iniziate a distribuire al più presto il Tena Povery. Perché ce la mettiamo tutta, ma iniziamo a puzzare troppo di umanità. E questa sì che è una piaga sociale.

Filastrocca di un piccolo eroe di provincia. Dove tutto finisce o forse comincia.

La mia sveglia che suona alle sei di mattina,

svaniscono i sogni la realtà si avvicina,

mi muovo nel buio con passo felpato

se faccio un rumore sarò lapidato,

cammino a tastoni scendendo la scala

ma la porta ha uno spigolo e la mamma maiala,

il gomito sbatte e un urlo trattengo

ma ripasso il rosario come un camerlengo.

Salgo in auto  con gli occhi ancora impastati

Sono cento i chilometri che attendono ingrati,

giro la chiave intontito e accendo la radio,

nella testa ho un ultrà con la tromba da stadio.

C’è un’ora di strada, inizia il viaggio

Probabilmente ho una taglia per vagabondaggio,

son quattro anni che lavoro lontano da casa

forse è così che si sentono gli astronauti alla Nasa.

Alla radio notizie di politica interna,

i discorsi alla cazzo di chi ci governa,

poi Giusy Ferreri, Irama e Calcutta

se una canzone è di merda la trasmettono tutta,

sotto al sedile di chi a volte viaggia con me

si nascondono penne, ricordi e forse un bidet.

Mentre seguo la strada senza cambiare corsia,

ripenso agli amici che sono andati via.

Mi rivedo a vent’anni insieme a Samuele,

volato a Milano con il suo ukulule,

sognava un futuro come un capogiro

a fare il cantante e riempire San Siro,

sugli accordi volava come un moderno Uomo Ragno,

ma si è arrugginito come uno scaldabagno,

è finito a Segrate a fare il precario,

e sui sogni di un tempo è calato il sipario,

col costume di Spiderman ci ha fatto un falò

si è scordato le note del giro di Sol.

Il più bello di tutti di quell’era maldestra

era Dario il forzuto che viveva in palestra,

di tutta la banda era il capotribù

vestiva sempre di verde come un moderno Hulk,

mostrava i bicipiti con espressioni feroci,

e con le chiappe del culo ci schiacciava le noci.

In un giorno di pioggia è partito per Roma,

a far la guardia del corpo di una showgirl in perizoma,

e in una sera bastarda di cocaina e splendore

per difendere una escort ha picchiato un assessore.

E’ stato in galera come un criminale

Poi Si è fatto 6 anni con la condizionale.

I suoi abiti verdi son finiti in soffitta,

ora aggiusta le auto e lo chiamano Er Marmitta.

Abbiamo imparato una cosa in questi anni

i supereroi in provincia fanno solo dei danni

se ci date i poteri ci facciamo del male,

è come dar le infradito a Babbo Natale,

forse il nostro è soltanto un cammino fatale

condannati per sempre a una vita normale.

Perché a noi il successo fa spavento e disarma

Forse a noi il destino ci ha cagato nel karma.

Torno a casa ogni giorno senza gesti eclatanti

Non ho salvato il pianeta da alieni inquietanti,

ma mentre salgo le scale sono sorridente

a mia moglie e a mia figlia vado bene ugualmente,

e mi vedo a ottant’anni senza un superpotere

io sarò solo un vecchio. E loro il mio cantiere.

Mi convinco ogni tanto che ci vuole coraggio,

Ad affrontare ogni giorno sempre all’arrembaggio

E aggirare i problemi come se fossero boe.

Forse anch’io. nel mio piccolo, sono un supereroe.

Limbes. (parte 1 di boh)

Questo è una parte di un qualcosa a cui non riesco a dare un senso logico, ma che comunque ha il diritto di prendere aria. Forse ci saranno altre parti, forse no, lasciamo fare al caso.

Chi arriva a Limbes si ritrova davanti a questo lago che si illude di essere mare, acqua che travisa lo sguardo dei passanti, nascondendo alla vista gli argini della riva opposta. Un tappeto liquido che porta con sé una nebbia complice. Il mago e l’assistente, imprescindibili l’uno dall’altra. È questo che fa il presuntuoso lago, ammalia le menti, offuscandone la percezione, come una donna che sfuma il perimetro della pelle con abiti morbidi nel tentativo di regalarsi un profilo migliore.

Le persone giungo qui attraversando il lago, si materializzano lentamente, oltre i rovi della nebbia. Sono un punto in lontananza che, col passare dei minuti, prende la forma di una barca. Arrivavano remando. Tutti. Come se dall’altra parte non esistessero barche a motore. Hanno lo sguardo fisso davanti a loro, mentre affogano i remi nel lago facendoli riemergere prima che sia troppo tardi. Poi rimettono i legni di nuovo in acqua e poi in aria. In un eterno equilibrio fra la vita e la morte.

Quelli che arrivano qui hanno una luce. Tutti. Fosse anche solo una candela, una lampada a olio o chissà quale altra diavoleria che a contatto con la foschia si trasforma in un alone biancastro. Li vedi in lontananza, con questa idea di faro messa sulla prua, sembrano anime sfuggite a un castigo, e forse lo sono. Forse quel castigo se lo portano dentro. Appena toccano terra la loro luce svanisce, come a sancire la fine di un viaggio che non ha più bisogno di schiarite.

Era quasi l’inizio di un nuovo autunno quando Piero giunse a Limbes, più che un paese, uno sputo di mondo. Uno di quei luoghi che molti chiamerebbero frazione, come a sottolinearne l’inferiorità. In posti come questo la vita segue logiche alternative, chi vive qui non si fa troppe domande su ciò che accade, qui le persone si limitano a prendere atto, adeguandosi al naturale svolgimento degli eventi. Limbes è una frazione, così come lo sono le emozioni rispetto a un amore, un posto piccolissimo con l’infinito del mondo a disegnarne i confini. Tutti quelli che sbarcavano qui cercavano qualcosa, Piero giunse in cerca di un perdono.

Arrivò come arrivavano tutti gli altri, su di una barca a remi, ma non aveva nessun tipo di luce sulla prua, niente lampade, niente candele, niente di niente. Solo lui e la sua barca. E un pianoforte sopra. Un pianoforte a mezza coda, nero, come se ne vedono pochi in giro. Linee morbide, suono leggermente graffiato, in altre parole un connubio perfetto di legno, corde e bestemmie. Come diavolo fosse riuscito a trascinarlo fin qui senza far affondare la barca rimane un mistero. Gli abitanti di Limbes si limitarono a prenderne atto.

Scese dalla sua barca trascinando a fatica il pianoforte sulla terraferma, tornò a prendere lo sgabello e si sedette davanti al suo strumento, poi con lo sguardo perso chissà dove appoggiò le dita sui tasti bianchi e neri. L’intenzione di iniziare a suonare non lo sfiorò neanche per un attimo.

Piero Giuliani trascorreva le giornate sulla spiaggia, con quel lago a fare da sentinella, seduto al suo pianoforte. Applicava un rituale consolidato: lasciava cadere la giacca delicatamente, arrotolando le maniche della camicia appena sotto al gomito e si sgranchiva le mani. Gesti  precisi, armoniosi e impeccabili. Posava le dita sui tasti, senza affondare il colpo. E apriva gli occhi, rimaneva così fino alla fine del giorno, senza suonare neanche una nota. Con lo sguardo teso verso un qualcosa che vedeva solo lui, oltre la spiaggia, oltre il sipario di nebbia. Oltre ogni cosa visibile. Se qualcuno avesse avuto il coraggio di domandargli cosa stesse guardando, lui avrebbe risposto perentorio – Il mare aperto –.  Lo avrebbe detto come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Guardando quell’immagine dalla strada si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un quadro, uno di quelli appoggiati momentaneamente in un angolo, tra il pavimento e la parete, che interrompono le linee ordinate della stanza . Era la visione di un pianoforte a mezza cosa in attesa che il suo condottiero si decidesse a prendere le briglie per iniziare una cavalcata a perdifiato. Quella meraviglia di strumento era un alveare che racchiudeva uno sciame di note, pungenti e smaniose, che proprio non ne volevano sapere di rimanere chiuse in quella prigione di corde e legno. Si dimenavano, sbattevano contro le pareti, alcune perfino imploravano l’uomo seduto di fronte a loro di renderle libere. Lui non le guardava neanche, teneva lo sguardo teso verso d  solo sa cosa, avvicinava le dita a quel tappeto di tasti, senza sfiorarli. Con movimenti impercettibili faceva salire quelle note su per le mani, lungo le braccia, le lasciava confluire al centro del torace, su per il collo, in mezzo alla gola. Un tumulto di suoni armoniosi, graffianti, come quando non c’è via di scampo; ma anche ballate dolci, di quelle che ti profumano i pensieri , notturni leggeri, capaci di prenderti per mano e portarti a spasso per i tuoi sogni. Tutta quella musica, silenziosa e testarda arrivava alla sua mente, fermandosi al centro di un’emozione. E moriva.

Dal pianoforte non usciva nessuna melodia,  ma in realtà Piero Giuliani stava suonando. Perché ognuno suona la propria musica, che  lo voglia o no e nella mente di Piero si affollavano armonie composte molti anni prima, suoni che lo tormentavano, odori che diventano nodi irrisolti. Insieme ai suoni arrivavano immagini, perché è questo il meccanismo diabolico dei ricordi. Vedeva una sposa innamorata e sognante, una bambina intenta a raccogliersi i capelli in una treccia, ma vedeva anche le liti furibonde, quella donna in una camera bianca d’ospedale, quella bambina che non riusciva a capire la forza devastante di certe malattie della mente. In mezzo a tutto questo c’era la musica, pronta a curare i patimenti creandone di nuovi, l’antidoto e il veleno. Piero Giuliani non riusciva a fare a meno di quella dolcissima ossessione. In qualche modo salire su un palco e iniziare a suonare era la sua salvezza e allo stesso tempo la sua condanna.

Guardando quell’immagine dalla strada si aveva la sensazione di trovarsi di fronte a un uomo che guardava lontano in cerca di un’ispirazione, in realtà Piero Giuliani stava seduto sulla riva del lago in attesa di un perdono.

Il barbiere e Berlinguer.

Alcuni mesi fa il mio barbiere di fiducia è andato definitivamente in pensione. Lui, è stato il primo a tagliarmi i capelli, era il custode dei miei segreti, alcuni leggeri, altri più compromettenti. Quando le persone si sedevano su quelle poltrone piroettanti si sentivano coccolati e al sicuro, era quindi normale sciogliere la lingua e lasciar correre quel flusso di coscienza che è la tua vita.

In posti come quello in cui vivo i legami con certe figure sono forse più autentici e quando qualcuno cambia vita finisce per cambiare inesorabilmente anche quella di tutti gli altri. Perché qui viviamo così. E ne andiamo fieri.

Questo è il mio tributo e il mio modo per dire “Grazie di tutto”.

Via Firenze sembra l’autostrada del sole, quattro corsie e auto che sfrecciano a tutta velocità, realizzi di essere in piena città soltanto quando arrivi al semaforo e lo trovi rosso. Improvvisamente sei circondato da uno sciame di scooter, come quando decidi di fare un pic-nic e appena tiri fuori il panino ti rendi conto che sarai costretto a condividerlo con settecento mosche che fino ad un secondo prima se ne stavano nascoste nelle loro trincee aspettando il momento giusto per attaccare, le bastarde.

Guardi tutti quei centauri, alcuni normalissimi altri più pittoreschi. Il tipo davanti a te ha una scritta sulla parte posteriore del casco, ma non distingui bene le parole, ti sporgi in avanti premendo il petto sul volante della tua auto, stringi gli occhi nello sforzo estremo di codificare quelle sillabe e alla fine le tue diottrie ti permettono di appropriarti di quella frase dal profondo significato filosofico “Il montone esce dal gregge e lo butta nel culo a chi legge”.

Rimani un attimo a rimuginare sul senso della vita, nel frattempo è scattato il nero, cioè, il semaforo è in quella fase in cui si è spenta la lampadina del rosso ma non si è ancora accesa quella della verde. In una frazione di micro secondo gli scooteristi davanti evaporano come se avessero il plutonio nel serbatoio, la luce del semaforo dà il liberi tutti e l’automobilista dietro di te abbassa il finestrino, fa uscire la testa e con voce di tuono ti sveglia dal tuo torpore «Guarda che questo è il massimo eh, più verde di così non diventa».

Prosegui dritto e al primo incrocio che trovi svolti a sinistra, perché come diceva tuo nonno tra una scatarrata e l’altra «Bimbo, quando nella vita non sai che cazzo fare svolta a sinistra, male che vada ci trovi la tazza del cesso». I proclami di tuo nonno era difficili da capire. Comunque segui il consiglio, imbocchi una strada anonima e d’improvviso ti trovi catapultato nel 1930. Intorno a te solo palazzi che sembrano caserme, una chiesa, un tabaccaio e una sede del Partito Comunista con annessa bandiera che sventola imperterrita. Perché da queste parti se ne fregano del centrodestra, centrosinistra, centrocentro e se chiedi a qualcuno di qui cosa ne pensa dei pentastellati lui ti risponderà «pentastellami stocazzo». Qui sono comunisti. Tutti. Da sempre. E sono contro, anche se non si sa bene contro chi o cosa, non importa, l’importante è che tu sappia che loro sono contro. Loro vivono qui, in questo quartiere, si lamentano delle strade, dei palazzi con i cornicioni che cadono, dei marciapiedi tempestati di merde di cane. Si lamentano di tutto e te lo dicono, ma se ti azzardi a dire che hanno ragione si incazzano come pantere. Perché qui sei a Shangai e devi portare rispetto, se vuoi fare come ti pare vai a farlo in centro con i fighetti del quartiere Venezia.

Questa è Livorno e questo è il quartiere Shangai, anzi Sciangai perché qui scrivono come parlano. Il nome lo deve alla densità della popolazione paragonabile a quella dell’omonima città cinese. La gente di qui non ha la più pallida idea di dove si trovi la vera Shangai, sa soltanto che anche lì sono tutti comunisti e questo è sufficiente.

Se guardi bene, oltre la chiesa, il tabaccaio e la bandiera con la falce e il martello, laggiù, alla fine della strada, c’è un barbiere.

L’insegna parla chiaro “Barbiere”, sottotitolo “da Lido”. Non è un parrucchiere e ci tiene a farlo sapere, lui è specializzato in barbe, poi se non gli fai girare i coglioni ti taglia anche i capelli. Quei ventisette metri quadrati facevano da cornice a quattro sedie di legno chiaro liscio, ovviamente senza cuscini, su ognuna c’è un numero di Novella 2000 di almeno quindici anni fa. Una foto di Berlinguer che sorride sulla parete di sinistra, accanto c’è la maglia numero 10 di Igor Protti con autografo originale, poi una foto di Berlinguer con il pugno alzato. Sulla parete frontale la bandiera del Livorno Calcio, subito dopo la foto di Berlinguer con Pertini. Sulla parete di destra c’è una lavagna dove qualcuno ha scritto “Se la merda fosse oro Pisa sarebbe un tesoro”, subito dopo c’è la foto di Benigni che tiene in braccio Berlinguer. Più in basso c’è un lavandino con la doccia che esce dalla ceramica e una sedia, sempre di legno chiaro e liscio, però questa è girevole. Insomma, è un posto da uomini.

In quartieri come quello di Sciangai la figura del barbiere aveva un ruolo fondamentale per gli equilibri della vita quotidiana. Lido era molto più di un semplice tagliatore di barbe e capelli. Sotto i suoi sapienti colpi di forbici e rasoio le persone si sentivano coccolate e inclini ad aprire l’armadio per far uscire qualche scheletro. In realtà si instaurava una sorta di scambio, una regola non scritta che prevedeva “io ti racconto qualcosa di mio e tu mi racconti qualcosa di qualcun altro” Lui era un confessore, anche più di padre Luciano, parroco del quartiere, che andava a tagliarsi i capelli solo per tenersi aggiornato sugli accadimenti che i suoi parrocchiani evitavano di raccontargli durante il sacramento confessionale. Lido ascoltava i tuoi peccati e alla fine ti assolveva usando una formula liturgica che non lasciava scampo, una sorta di sentenza universale valida per qualsiasi occasione, come il completo nero con camicia bianca che è un passpartout per matrimoni, battesimi e ricorrenze varie in cui è richiesta una certa eleganza. La frase che decretava la fine di ogni confessione era «vaini e corna chi ce l’ha son sua». (Vaini=soldi). Dopo questa sentenza l’interlocutore si sentiva pienamente assolto e Lido poteva riprendere a sferragliare con lame e pettini.

Lui è il tipico barbiere che non te le manda a dire, se avevi dei capelli di merda te lo faceva capire chiaramente con metafore alquanto colorite tipo:

«Buongiorno Lido, tutto bene?»

«Boia dè, o che capelli hai? Sei venuto col motoscafo?»

«Lascia perdere i capelli Lido, dimmi piuttosto qualche pettegolezzo dell’ultimo minuto»

«Se vuoi le novità di questo porto: o piove, o tira vento, o sòna a morto». Rispondeva il barbiere senza esitazione.

Lido ha tagliato barbe e capelli a tutti i maschi del quartiere, anzi, ormai per i più giovani entrare per la prima volta in quel mondo che sapeva di aria calda e dopobarba era un rito di iniziazione. Una vera e propria cerimonia.

Il giorno stabilito era di solito un sabato alle 15, il padre si metteva i pantaloni migliori e giacca di velluto, anche in pieno agosto, prendeva il suo figlio maschio sottobraccio e uscivano di casa dicendo alle donne della famiglia «Noi andiamo a diventare grandi». La madre aveva già preparato la sfoglia per le lasagne e la nonna era intenta a cucinare il ragù con la cipolla e la carota, che “queste donne moderne sanno ‘na sega di come si cucina” pensava fra sé e sé.

Il padre percorreva quei trecento metri che li separavano dalla bottega di Lido guardandosi intorno compiaciuto, rispondendo «eh già» a chi chiedeva «ma è già così grande?». Il ragazzo stringeva le mani a quelli che gli si paravano davanti facendogli i complimenti. Come se diventare grande fosse un merito conquistato sul campo.

Entravano trionfanti, il padre e il figlio, Lido faceva volteggiare la sedia girevole e per l’occasione aveva messo sulla spalliera un cuscino con la foto di Berlinguer. Per la seduta aveva lasciato perdere, perché non ce la faceva proprio a mettere la faccia di quel grande uomo sotto il culo di qualcuno.

«Allora giovanotto, come li facciamo questi capelli?» chiedeva Lido brandendo in aria pettine e forbici.

«A spazzola!» Rispondeva il ragazzo con l’aria sicura di uno che ha studiato anni per farsi trovare pronto a quella domanda.

Lido non aveva sentito la risposta ma se ne fregava, tanto questi sbarbati li vogliono tutti a spazzola.

E mentre sentiva le ciocche cadere il giovane si immaginava il momento in cui avrebbe fatto ritorno dai suoi amici. Lo avrebbero accolto in trionfo, adesso era grande. Forse era così che si sentivano quelli che guidavano la macchina per la prima volta, quelli che facevano ritorno a casa dopo il primo viaggio da soli, quelli che davano il primo bacio. Forse era così che si sentivano quelli che sapevano di essere amati da una donna per la prima volta.

Alla fine uscivano insieme, il padre e il ragazzo, ma stavolta non si toccavano, camminavano fianco a fianco, come due soldati di pari grado. Lido li guardava allontanarsi di spalle e scuoteva la testa, dietro di lui Berlinguer sembrava avere un sorriso un po’ più largo.