In bianco e nero.

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Non l’ho guardata bene, ma sarei pronto a giurare che aveva una sigaretta fra le dita, la portava alla bocca con movimenti precisi, tenendola fra le labbra, come qualcosa di prezioso, come quando metti qualcosa di fragile al sicuro fra due cuscini, un po’ per evitare danni irreparabili e un po’ per avere la tranquillità di aver fatto la cosa giusta. Non saprei dire con esattezza la marca, forse iniziava per M, sì, direi proprio che iniziava per M, ma sono sicuro che non fosse Marlboro, ne sono assolutamente certo, sarebbe troppo facile e troppo scontato e lei sicuramente non era una donna facile. E neanche scontata. Merit, ecco, Merit sarebbe la marca perfetta, sobria ma assolutamente seducente. Sì, potessi scommettere tutti i miei soldi, punterei su Merit.

Non l’ho guardata bene, ma la bocca era bellissima, senza niente da aggiungere nè da togliere, importante ma non sfacciata, capace di sorrisi appena accennati, altri decisi nella misura giusta per mostrare il bianco dei denti, altri ancora aperti, come a far entrare aria leggera e restituirla al mondo carica di vita.

Non l’ho guardata bene, ma gli occhi erano verdi, assolutamente verdi, come i fondali nei pressi delle scogliere, quando ti trovi a nuotare in quelle acque e ti basterebbero due bracciate per essere al sicuro sulla terra ferma, ma proprio non ci riesci, sei costretto a cedere all’impeto delle correnti e più ci provi, più prendi consapevolezza che i tuoi sforzi saranno vani. E un po’ ti arrendi, un po’ rinunci. Un po’ capisci che non hai nessuna intenzione di essere salvato. Proprio nessuna.

Gli occhi erano verdi, con un perimetro nero, definito e assoluto, come fosse una linea di confine, un passaggio di frontiera, per tenere fuori insidiosi contrabbandieri. Una circonferenza severa che protegge le esistenze di chi ci vive dentro. Le protegge e le abbraccia. Forte.

Non l’ho guardata bene, ma le ho visto i pensieri in controluce, liberi e sinceri, con fragranze di salvia e incenso, vagavano chiassosi, seguendo geometrie perfette e maledettamente affascinanti.

L’ho vista di sfuggita, in fin dei conti era solo un viso buttato sopra un tavolo con una casualità premeditata, un volto sfuocato impresso in una foto in bianco e nero. Non saprei dire se fosse bella, davvero non saprei. Non l’ho guardata bene.

C’era una musica al di là della piazza, di più davvero non posso dire. (Brandi Carlile – What Can I Say)

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Il carro dell’Orsa Maggiore.

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C’è una distanza incolmabile, una misura infinita, un punto perso nel nulla, fra la disfatta e la vera gloria.
Sono i millimetri che ci separano da un bacio.

Quella è l’unità di misura dell’anima, il confine fra un sorriso e un sospiro, la chiave che serve ad aprire il carcere del cuore.
È lo spazio tra un pianeta e il suo satellite, lo squarcio di un’emozione messa a lutto, la distanza fra il vivere e il sopravvivere.
È il percorso che separa i respiri, il sogno allo specchio di un salto senza rete, il secondo più lungo di un giorno immortale.

Sono quelli, i millimetri che ci impediscono di mescolare le nostre esistenze, è la voglia che urla di non stare più soli, quel battito improvviso come nella notte un tuono, un passaggio di stelle fra l’anima e la pelle, il sentiero che ci lascia qui, liberi e servi.

È quel tempo meschino, che fa crescere una fame incessante al gusto di rivolta e rassegnazione, quel vento di uragani che ci sfiora le mani, è l’attimo eterno prima di staccarsi piano per salpare via da un molo, il nostro sguardo intatto di latitudini da esplorare, la realtà di marciapiedi che si scontra con le vertigini di un’illusione clandestina.

È quello spazio di cielo più sereno, dove tirare tardi fra sbuffi di incoscienza e di impaziente frenesia, è la buona compagnia dentro una cantina d’inferno, un’esistenza passata in attesa fino a scordarsi per quale motivo dover respirare.
Sono gli anni passati a guardare il nostro brivido di fronte, il percorso di un viaggio indeciso contro un richiamo ammaliante.

È quella, la distanza più difficile, quella che separa due labbra, che non sono due labbra, sono due vite, non sono due bocche, sono due costellazioni e se le guardi vedi il carro dell’orsa maggiore, non sono due corpi, sono due voci che vibrano insieme e se le ascolti senti Maria Callas in Casta Diva.

Quel bacio è lì, in attesa, aspetta solo un atto di coraggio.
Io di strada ne ho fatta e sono arrivato fin qui, di quel bacio ne sento il sapore, però ti prego, questi due millimetri adesso falli tu.

“Beato cioccolato, che dopo aver corso il mondo, attraverso il sorriso delle donne, trova la morte nel bacio saporito e fondente delle loro bocche.” (Anthelme Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto).

Il mio giorno che non c’era.

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Sono uno in mezzo a tanti, trasparenti agli occhi dei passanti, qualcuno le attraversa con spiazzante indifferenza, ma loro rimangono impassibili e ci restano vicino. Le persone che ci fanno stare bene.

Restano con noi e ci aiutano a coprire i segreti, li chiudono a spranga senza fare domande. Sono il nostro riscatto da una vita spoglia, sono quelle che ci tirano via dalla periferia dei giorni grigi, danno un motore al nostro mistero per farci reagire, per non lasciarci morire tra un addio e un rinvio.

Sono loro che ci accompagneranno nella nostra corsa brada oltre il confine, stringeranno il nostro braccio mentre viviamo la nostra odissea alla ricerca di chissà che cosa, sono il nostro ballo di quartiere, la barca a vela dietro a un mare grosso di bufera, il respiro dopo aver stramazzato il fiato.

Sono tutte qui e altrove le persone a cui tengo davvero, sono mio padre che dice “se io non sono stato, allora cerca tu, di essere un grand’uomo”, sono io quand’ero un ragazzo di pianura a caccia di un tuono da calmare, sono coloro che mi hanno aiutato a fregare il mio destino mentre mi rubava nel frattempo tutti quanti gli altri me, sono quelli che mi accompagnano nei miei passi all’assalto di un sogno che forse non avrò mai, sono quelli con cui cerco di ingannare la sorte a mani nude, quelli con cui mi siedo un metro dopo l’orizzonte senza dirsi una parola.

Perchè voltarsi e trovarle lì, le persone che mi fanno stare bene, è come vivere un giorno che non c’era, come salpare piano da un molo, come vedere qualcuno che ti aspetta sul marciapiede con un tamburello, come ricevere un messaggio di contrabbando sul precipizio di una serata presa a calci, quando ti senti libero e servo, poco santo e troppo poco peccatore.
Come quando ti baci in bocca una sconvolgente verità.

Sono quelle di cui mi innamoro dentro casa, quelle con cui mi sento libero di sfilare la camicia da dentro i pantaloni, quelle che mi calmano con un sorriso, quelle che non lo sanno neanche quanto mi fanno stare bene, che mi ascoltano, mi prendono per i capelli ma solo per farmi tornare a respirare, quelle che “dimmi solo cosa devo fare”.

E allora vorrei tenermele strette le persone che mi fanno stare bene, perchè riescono a vedere il matto che c’è in me. E non lo giudicano. Seguono il mio vento. E non si lamentano. Perchè sanno che dentro me c’è un pò di un altro uomo. Ma se ne fregano.
Perchè mi somigliano le persone che mi fanno stare bene.
Perchè siamo storie di un secondo e allora quando ne incontro una, ci penso un po’, ma alla fine glielo dico: “Per fortuna che ci sei”.

A questo punto di solito metto una citazione più o meno famosa, giusto per darmi un tono, questa volta cito una persona che non conosco per niente, l’ho scoperta su facebook ed è stata una folgorazione. Lei si firma Sabi e la sua pagina è Via Paolo Fabbri 43.

“Mi piacciono quelli che viaggiano senza valigie.
Mi piacciono quelli che se ne vanno, senza permesso. Quelli che piangono e non ti dicono il perchè.
Mi piacciono quelli che perdonano e quelli che non piangono mai. O almeno così dicono.
Mi piacciono quelli dei romanzi rosa, che poi te lo immagini sempre il protagonista.
Mi piacciono gli eroi, quelli a cui non frega niente del “vivere o morire”, ma ci provano. Provano, col coraggio pauroso, a credersi forti.
Mi piacciono quelli che se ne vanno sempre e lasciano pezzi in giro.
[Sabi

Per essere un po’  meno soli.